Copertina
Autore Joe Randolph Ackerley
Titolo Il mio cane Tulip
EdizioneVoland, Roma, 2007, Intrecci 59 , pag. 152, cop.fle., dim. 14,3x20,5x1 cm , Isbn 978-88-88700-85-4
OriginaleMy dog Tulip [1965]
TraduttoreGiona Tuccini
LettoreGiorgia Pezzali, 2008
Classe narrativa inglese , animali domestici
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Pagina 7

1
LE DUE TULIP



Anni fa, mentre passeggiavo con il mio cane nei giardini di Fulham Palace, superammo un'anziana signora che spingeva una carrozzina parlando amorevolmente al suo piccolo occupante; legittima fu la mia sorpresa quando la raggiunsi e scoprii che stava parlando a un cane. Era coricato sul dorso, sostenuto dai cuscini, con la pancia avvolta in una coperta sotto la quale s'intravedeva una spessa fasciatura. Il cagnolino sembrò pacifico e a suo agio non appena l'anziana signora lo spinse tra i fiori, parlandogli nel modo gioviale e consolatorio con cui ci si rivolge agli infermi.

Al mio passaggio le indirizzai qualche parola amichevole e lei, ben contenta, mi elesse subito a confidente, raccontandomi le sue inquietudini, le atroci sofferenze del povero cagnolino per un tumore, ma anche come fosse adesso sulla via della guarigione grazie, oh grazie non l'avrebbe mai ringraziata abbastanza alla brava veterinaria, tanto gentile e competente, che l'aveva operato. Se non fosse stato per lei il cagnolino, un così bravo cagnolino, sarebbe morto di sicuro.

"Non è vero amore?" disse all'ammalato che giaceva immoto contro i cuscini, con le zampe piegate sul ventre e un'espressione solenne sul musetto affilato.

Questa conversazione mi impressionò molto. Allora non ne sapevo granché sui cani, quella era la mia prima esperienza ed esistevano moltissime cose che ignoravo e avrei voluto conoscere al riguardo. Mi sorprese il fatto che i cani potessero subire interventi complicati, che gli si potesse aprire e ricucire la pancia come a noi; provai a immaginare il bastardino disteso sul tavolo operatorio, sotto il bagliore delle lampade, con le facce serie dei chirurghi, delle infermiere e degli anestesisti chinati sopra di lui. Che fine farebbe il mio cane, mi chiesi con una certa angoscia, se si ammalasse di qualcosa di tanto grave come un tumore? Chi provvederebbe a operarlo? Prima di congedarmi dall'anziana signora, non mancai di prendere il nome e l'indirizzo della veterinaria che era stata "tanto gentile e competente".


Il mio è un cane lupo. Una femmina di nome Tulip. Il cane lupo ha una brutta reputazione: si dice che morda la mano di chi lo nutre. In effetti, una volta Tulip la mano me la morse, ma per errore: la scambiò per una mela bacata che entrambi cercavamo di afferrare nello stesso momento. Uno dei suoi canini mi arrivò all'osso affondando nella giuntura del pollice. Quando misi il dito sotto al rubinetto, se ne distinguevano i nervi. Tutti commettiamo degli errori e lei era molto dispiaciuta. Si rotolava sull'erba con le zampe in aria e quando vide che mi ero fasciato la mano, si mise nell'angolo più buio della camera da letto e ci rimase per il resto del pomeriggio. Non avrebbe potuto esprimere meglio il suo dispiacere.

Se si ha l'aspetto di una bestia feroce, la gente immagina che ci si comporti come tale; e gli uomini, che tendono a ignorare la selvatichezza del proprio comportamento, quando vedono un pastore tedesco scuotono la testa e dicono: "Che ti vuoi aspettare da un lupo?"

Tulip non fece mai nulla per cambiare questa situazione. Se le persone erano propense a guardarla con sospetto, dava loro tutte le ragioni per farlo. Diffidavano di lei e lei diffidava di loro. Di fatto aveva ripudiato la razza umana, o meglio tutti tranne me. Io potevo farle tutto quello che volevo, eccetto fermarla quando abbaiava ai miei simili. Sembrava saperne più di me, al riguardo. Ovunque andasse si comportava sempre con dignità esemplare e perfetta educazione, a patto di essere lasciata in pace. Ma se qualcuno provava ad avvicinarsi, ecco che diceva la sua. In quel caso parlava forte e chiaro, e ne aveva di cose da dire, anche se non capivo con precisione che le passasse per la mente. Ammetto che, per quanto fossi desideroso di saperlo, non lo ero altrettanto di scoprirlo. La sua dolcezza e la sua bontà verso di me erano tali che mi riusciva impossibile non considerarle tratti peculiari della sua personalità; la maniera con cui si rivolgeva agli altri appariva invece piuttosto dura e in certi casi, come si sa, non ci si limita alle sole parole.

chiaro che se cercavo sempre di evitare che venisse provocata, era perché avevo intuito quale fosse il suo carattere; i due conducenti d'autobus e il postino che lei aveva già morso si potevano però considerare con difficoltà esempi sociologicamente rilevanti per determinare i suoi sentimenti nei confronti dell'umanità. Tutti loro avevano compiuto azioni, come apparire all'improvviso di fronte a noi o attraversare la vettura facendo un rumore acuto e prolungato con la bigliettatrice, che il cane è per sua natura portato a disapprovare. In ogni caso non li aveva feriti sul serio, li aveva soltanto presi per la manica o per il braccio, e sebbene uno degli autisti si fosse tirato su il polsino per mostrare la ferita, si dispiacque lui per primo nel constatare che non c'era nulla, solo una piccola escoriazione bianca sulla pelle.

Quando un bambino è considerato difficile, spesso la causa va ricercata nella famiglia di provenienza, e quindi è al primo padrone di Tulip che imputavo la colpa del suo comportamento asociale. Prima di stare con me era appartenuta ad alcuni operai che, malgrado le volessero bene a modo loro, la portavano fuori di rado. Ipereccitabile e troppo preziosa per lasciarla andare senza guinzaglio, quando le viene messo, tira. Per circa un anno non era quasi mai uscita di casa, e passava la giornata in un cortiletto sul retro, tutta sola, perché i padroni erano sempre al lavoro. Per questo motivo non aveva avuto modo di conoscere bene gli usi e i costumi di quel mondo che fino ad allora aveva visitato così raramente. La sola "educazione" ricevuta era una sporadica bastonatura, al rientro dei padroni, per aver combinato qualche danno. Soprattutto i pastori tedeschi non prendono le botte volentieri, sono troppo intelligenti e troppo irritabili. La salvai da questa situazione quando aveva diciotto mesi, e credo che l'origine dei suoi disturbi risalga al primo periodo della sua vita. Pertanto sembrava chiaro che, se l'avessi assecondata, non mi avrebbe mollato un attimo.

Bisogna aggiungere che è bella. La gente desidera sempre toccarla, cosa che non sopporta. Le sue orecchie sono grandi e appuntite come quelle di Anubi. Non so come faccia a tenerle sempre dritte e rigide quasi fossero inamidate visto che il lieve strato di pelliccia grigio topo le rende morbide e fragili. Quando si mette con il dorso al sole, la luce risplende attraverso l'epidermide delicata, e si accendono di un rosa conchiglia, incandescente. Anche il muso è lungo e affilato, grigio perla, ma il naso e la mascella inferiore sono nero lucente. Neri anche i bordi degli occhi che sembrano accuratamente ripassati con il mascara, e i mobili ciuffetti delle piccole sopracciglia messi lì simili ad accenti. Proprio al centro della testa c'è un segno di casta, un diamante nero sospeso come il gioiello sulla fronte di Pegaso nel Parnaso del Mantegna, appeso a un filo scuro, non più spesso di una riga a matita, disegnata dal basso verso l'alto, fino alla sommità del capo, in mezzo alle grandi orecchie. Un'ombra si estende da una parte all'altra della fronte, da entrambi i lati del suo segno di casta, cosicché in certi momenti il diamante somiglia al corpo di un uccello con le ali dispiegate, un uccello in volo.

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I cani leggono il mondo attraverso il naso e con l'urina scrivono la loro storia. L'urina è un'altra fonte di informazione sociale assai complessa; è una lingua, un codice, attraverso cui i cani non soltanto esprimono sentimenti ed emozioni, ma si parlano e si accettano. Tulip è particolamente brava in queste cose quando è in calore, perché in quelle occasioni molti spasimanti le lasciano il loro biglietto da visita davanti alla porta. Quando entra e quando esce, annusando con il suo lungo muso nero, Tulip legge queste macchie sovrapposte e l'attenzione che vi presta è così scrupolosa che dà l'impressione di riuscire davvero a distinguere i suoi diversi amici e conoscenti.

Lei urina con due scopi diversi: per necessità e per socializzare. Spesso, ma non sempre, a ciascuno corrisponde una posizione specifica. Quando è per necessità, si acquatta decisa e all'improvviso, piegandosi sulle ginocchia, le gambe posteriori formano una specie di diga contro il getto che le esce da dietro; la coda s'incurva verso l'alto come una sciabola; ha un'aria beata negli occhi. Se la fa per socializzare, dopo un'annusata, è difficile che s'acquatti, piuttosto si tiene in equilibrio su una zampa, con l'altra piegata o drizzata in aria. Il motivo di questo atteggiamento è ovvio: annaffia qualcosa di speciale che non vuole toccare. E può darsi che così lei riesca a indirizzare con maggior precisione il getto. Ne bastano poche gocce oppure solo una simbolica, perché la pipì a scopo sociale è meno abbondante. Negli occhi ha un'espressione seria, come se stesse firmando un assegno.

Sul piano sociale, una vasta gamma di oggetti suscita la sua attenzione, e a interessarle di più sono gli escrementi degli altri animali, sia liquidi che solidi. La attrae soprattutto lo sterco fresco di cavallo che innaffia sempre generosamente. Allo stesso modo, le piace irrorare ogni tipo di cibo buttato a terra pezzi di torta, ossi, pesce, pane, vomito a meno che non intenda mangiarlo. Gli animali morti e quelli putrefatti sono oggetto di una attenzione tutta speciale. Gli stadi avanzati di decomposizione, quando la carne si trasforma in una specie di sego, la colpiscono talmente a fondo che l'urinarci sopra non sembra bastare più a esprimere ciò che sente. Per quanto ci provi non ce la fa neppure ad alzare la zampa, barcolla intorno all'oggetto, esita come stesse per avere un mancamento, e ci si piazzerebbe sopra se non intervenisse la voce autorevole del padrone. Un giorno c'imbattemmo in un cadavere ripescato dal fiume e nascosto sotto un telo incerato in attesa che l'ambulanza lo portasse via, e Tulip gli si avvicinò con quella curiosità esitante che i cani spesso dimostrano per gli oggetti grandi, coperti, abbandonati in mezzo alla strada, come sacchi o fagotti. Non aveva mai visto il cadavere di un uomo, e sarebbe stato interessante osservare come reagiva, ma c'erano altre persone vicino e pensai che fosse più saggio richiamarla. Gli esseri umani sono così arroganti... Non si fanno mezzo scrupolo a mozzare la testa a un animale morto, un vitello o un maiale, e a torcergli il muso finché non assume una smorfia grottesca, come se sorridesse o facesse l'occhiolino o si leccasse le labbra gelide, per poi metterlo in vetrina come una buffa pubblicità della sua stessa carne. Ma se qualcuno osa toccare i loro morti, è tutta un'altra storia, sebbene Tulip in questa occasione avesse manifestato intenzioni assolutamente serie.

Fa la pipì anche su tombini, disinfettanti e detersivi (per strada, dove le case sono una accanto all'altra, di solito sceglie la soglia lavata per ultima), e fogli di giornale. Un giorno fece qualche goccia su un mucchio di scarpe e calzini lasciati a riva dai canottieri andati a remare. Osservando con grande curiosità quel suo comportamento strambo, cercavo di indovinare cosa diavolo le passasse per la testa. A parte forse i giornali, a meno che non vi fosse stato avvolto qualcosa di succulento o che lei fosse attratta dall'inchiostro del tipografo, capii che tutti quegli oggetti avevano qualcosa in comune: l'odore. E comunque, perché ci faceva la pipì sopra? Certo non perché qualche altro cane ce l'aveva fatta prima di lei, questo porterebbe solo a una ulteriore domanda: chi ha cominciato e perché? Non credevo nemmeno che lo facesse per marcare il territorio; niente nel suo comportamento a seguire suggeriva l'idea del possesso. Arrivai alla conclusione che lei stesse semplicemente manifestando interesse e apprezzamento; approvava queste cose deliziose con la sua firma, come quando noi sottolineiamo un libro mentre lo leggiamo.

Tulip non si fa scrupoli a bagnarsi le zampe con la sua stessa pipì e le succede ogni mattina quando va sul terrazzo: peraltro non si prende neanche la briga di venirmelo a dire. Se voglio, posso scoprirlo subito tastandole le zampe posteriori; un gesto di grande intimità che lei capisce perfettamente e che diverte entrambi. Non sembra neanche far caso a quando gli altri cani la bagnano; capita infatti, mentre si sta liberando sull'Embankment, che qualche cane della zona, magari eccitato dall'odore fresco della sua secrezione ghiandolare, alzi la zampa sopra il sedere di Tulip accovacciata. Ma come ho già detto, si guarda bene dallo sporcarsi con i propri escrementi e mostra pari avversione per quelli degli altri cani. Sebbene possa arrischiare con estrema cautela un'annusata indagatoria a quella roba quando la trova sul suo cammino, comunque si mantiene con disprezzo a distanza di sicurezza. Se per caso ne calpesta una, scuote la zampa e si mette a claudicare, neanche fosse diventata zoppa.

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I FRUTTI DEL TRAVAGLIO



Tulip non era sterile. Tre settimane dopo gli eventi narrati la portai da Miss Canvey che ne constatò la gravidanza. Nell'utero era già possibile sentire gli embrioni dei cuccioli. Questi non erano il solo regalo che le aveva fatto Dusty; Tulip perdeva di continuo del pus dalla vagina, non abbondante ma visibile, di colore biancastro. Miss Canvey la visitò di nuovo. La perdita, per dirla elegantemente, venne chiamata 'catarro' ed era causata da un'infezione (ricordandomi l'aspetto da sciupafemmine di Dusty, non mi sorpresi). Sebbene non rappresentasse un pericolo per la salute di Tulip, doveva essere curata per evitare il rischio di un aborto. Le vennero somministrate delle pillole, occultate dentro dei pezzetti di carne. Le pasticche non funzionarono, quindi si passò agli ovuli delle supposte dure e affusolate, lunghe cinque centimetri, a forma di mezza matita che mi raccomandarono di introdurre nella vagina con le dita, quanto più a fondo potevo, per evitare che uscissero. Questa operazione dava luogo a un combattimento angoscioso tra me e Tulip. Quando vedeva avvicinare un ovulo, si metteva saldamente la coda tra le gambe e s'infilava sotto il letto, con la schiena contro il muro. Qualche secondo dopo chiunque, sentendo le sue grida straziate, avrebbe pensato che la stessi torturando a morte, e cominciai a chiedermi se di fatto non lo stessi facendo davvero. Pensai che fosse il caso di farla visitare una terza volta.

"Miss Canvev, mi dispiace tanto disturbarla ancora, ma dov'è di preciso la vagina?"

"Più avanti, in alto" rispose lei brevemente. "In basso c'è la vescica." Corrugò la fronte. "Ma mi stupirebbe se riuscisse ad arrivare fin là" aggiunse.

Riprendemmo a combattere, con un po' più di fiducia da parte mia e nessuna da parte sua, ma gli ovuli che riuscivo a introdurre non restavano dentro a lungo. Li rinvenivo sul tappeto o sul letto dopo qualche minuto, rammolliti ma ancora intatti, e provavo più volte a rinfilarglieli ma, mollicci e scivolosi come erano, diventava impossibile. Alla fine mi scoraggiai e supplicai Miss Canvey di occuparsi della questione, cosa che fece con destrezza invidiabile.

A parte questa complicazione inaspettata, la vita quotidiana di Tulip non cambiò. Dovevo impedirle di rotolarsi sull'erba (un vizio che in realtà non faceva parte delle sue abitudini), perché l'utero di un cane è composto di due lobi, come un borsello medievale, ciascuno dei quali accoglie metà dei cuccioli; quindi, se si fosse rotolata, c'era il pericolo che i lobi s'intrecciassero e si strozzassero. Più avanti, quando Tulip aumentò di peso, dovetti evitare di farle salire gradini troppo alti, come quelli dell'autobus. Il periodo normale di gestazione dura sessantatré giorni e siccome dicono che le femmine dei cani sono puntuali come un orologio, il parto era previsto per il 16 maggio.

Appena scoprii che era incinta, seppi subito cosa fare. Fino ad allora avevo pensato che, se avesse partorito nel mio appartamento, la cosa avrebbe comportato una serie di disagi insuperabili; quindi cercai una pensione per cani, in campagna, dove avrei potuto mandarla per avere i cuccioli. Ma dall'inizio della mia storia con questo animale meraviglioso era sempre successo che le difficoltà si risolvessero man mano, e non potevo abbandonarla in un momento critico della sua vita. E poi ero molto curioso di vedere cosa sarebbe successo.

Mi misi dunque a progettare una cuccia. Nemmeno l'Arca di Noè venne costruita con tanta premura. Pensavo ai bisogni futuri di Tulip come se fossero stati i miei: la cuccia doveva essere sufficientemente grande da permetterle di sdraiarsi e di stare comoda su un fianco; doveva essere alta abbastanza da consentirle di starci in piedi; davanti la soglia bisognava sistemare uno zoccolo né troppo alto né troppo basso di modo che lei potesse uscire ma i cuccioli no estraibile, per pulire con facilità. Quando, per pochi soldi, il falegname finì di costruirla con delle assi avanzate, mi stupii della grandezza. Ma in qualche modo riuscimmo a portarla su per quattro piani, e la collocammo nel mio appartamento, sopra a uno strato di stracci e di carta, nell'angolo più buio della camera da letto. Sul fondo appoggiai un vecchio impermeabile, poi un letto di paglia e sopra una delle coperte di Tulip. Avevo sentito dire che le femmine non dovrebbero partorire sulla paglia perché potrebbe creare delle complicazioni attaccandosi ai cordoni ombelicali dei cuccioli.

La mossa successiva era fare in modo che Tulip si abituasse subito alla nuova sistemazione, affinché ci andasse senza resistenze quando sarebbe giunto il momento: fu Miss Canvey a darmi questo prudente consiglio. Siccome Tulip era abituata a dormire sul mio letto, la dottoressa riteneva molto probabile che avrebbe partorito lì, se non avessi preso le giuste precauzioni. Era più facile a dirsi che a farsi. Quando portai la cuccia in casa, Tulip quasi non ci fece caso; in effetti quella sera stessa ci si sdraiò per qualche minuto, guardandomi da sopra la soglia con un'espressione indecifrabile; successivamente però non se ne interessò più e, malgrado le mie esortazioni, veniva a dormire sul mio letto come aveva sempre fatto. A dirla tutta, per me era lo stesso. Provavo una tale tenerezza per questa magnifica creatura in dolce attesa, che non l'avrei rimproverata neanche se avesse partorito sul mio vestito più bello. Evitai comunque di farcela partorire, e misi a protezione del letto un'altra coperta vecchia.

Per quello che mi sembrò un periodo di tempo incredibilmente lungo, Tulip non mostrò nessun segno del futuro evento. Poi, tutto d'un colpo, vidi la sua pancia ingrossarsi e appesantirsi; all'inizio di maggio, Tulip cominciò a dar segni di stanchezza e faceva delle soste durante la passeggiata. Ero commosso. Fino ad allora ero io ad affaticarmi per primo, mentre Tulip, con il suo brio e la sua impazienza, si burlava di me e mi incitava a proseguire; adesso invece era lei che non riusciva a starmi al passo. Ben presto non poté più camminare oltre Putney Common e, anche durante questi brevi spostamenti, piano piano si fermava e si lasciava cadere sull'erba fresca. Io mi stendevo vicino a lei, mi mettevo a fumare e a leggere fino a quando non aveva la forza di rialzarsi. A due settimane dalla fine del tempo chiesi a Miss Canvey di mettersi a disposizione in caso avessimo avuto bisogno di lei, perché capita che le femmine, durante il parto, si trovino in difficoltà e abbiano bisogno dell'assistenza di un veterinario.

Ma Tulip ci colse di sorpresa. Partorì con cinque giorni d'anticipo ed era sola nell'appartamento quando cominciò il travaglio. La gioia più grande era per me la festa che mi faceva al mio rientro in casa; ma quel pomeriggio, quando girai la chiave nella serratura, non la trovai ad accogliermi. C'era un silenzio di tomba. Mi precipitai in camera da letto. Da qualche giorno avevo chiuso le tende; sapevo che Tulip avrebbe preferito trovarsi in un luogo appartato e in penombra quando i dolori fossero cominciati. Immobile, sulla porta, scrutai nell'oscurità della stanza.

Era dentro la cuccia. Alla fine aveva capito a cosa serviva. Giaceva nell'ombra, con il muso rivolto verso di me, la parte anteriore del corpo sollevata e il resto disteso su un fianco. Appena mi vide abbassò le orecchie per la felicità, i suoi occhi d'ambra si fecero fulgidi d'amore e di dolcezza. Ansimava. Un lamento pressoché impercettibile, come il grido remoto di gabbiani lontani, veniva dalla cuccia e riuscii a distinguere a stento tre corpicini, minuscoli come topi, vicino al suo ventre. Era stato il generale Hancock, mi sembra, a dire che una femmina, se distratta o osservata, avrebbe potuto interrompere il travaglio o addirittura divorare i piccoli col proposito di proteggerli. Ci credevo, ma ero convinto che Tulip fosse contenta della mia presenza. Nonostante tutto, non mi avvicinai alla cuccia. Sedendomi a una certa distanza da lei, mi coprii la faccia con le mani e cominciai a osservarla di nascosto. All'improvviso smise di ansimare, contrasse il muso in una smorfia, emise un gemito attutito e spezzato dalla fatica, un fremito la scosse tutta, il sedere s'irrigidì e la coda si allungò dritta e dura. Un pacchettino scuro venne espulso all'istante; Tulip mosse il lungo muso verso di lui, con uno sforzo che le costò molto. Non potevo vedere bene cosa facesse, perché la visuale era coperta dalla testa, ma lo sapevo. La sentivo lavorare di lingua e denti, con uno sciabordio di sottofondo. Stava leccando e accarezzando col muso questo pacchettino uscito dal suo corpo, recideva il cordone ombelicale, liberando la creaturina dalla sacca fetale che la conteneva, finendo col mangiare tutti gli annessi. Tulip completò l'operazione in pochi secondi, e già guidava il quarto cucciolo ai capezzoli, pulendolo allo stesso tempo.

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