Copertina
Autore Milena Agus
Titolo Mentre dorme il pescecane
Edizionenottetempo, Roma, 2005 , pag. 174, cop.fle., dim. 14x20x1 cm , Isbn 978-88-7452-054-1
LettoreGiorgia Pezzali, 2008
Classe narrativa italiana
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Indice


1. La famiglia Sevilla Mendoza               11
2. Il dottor Salevsky                        27
3. Mauro De Cortes                           33
4. Lui                                       37
5. Il Dio di mio padre                       41
6. Il tango                                  45
7. Il Dio di mia madre                       49
8. Il nostro giardino                        51
9. Donne bianche e donne nere                55
10. Basta con il tango                       57
11. Il Dio di mia nonna                      59
12. Mauro De Cortes è come il mare           61
13. Il mondo è brutto                        67
14. Il mare in cartolina                     71
15. Nonna avrebbe preferito Mauro De Cortes  73
16. Per un bacio, anzi due                   77
17. Di nuovo insieme                         79
18. Arriverà la terza neve?                  85
19. Volare                                   89
20. La felicità                              99
21. Zia diventa una moglie                  105
22. Zia diventa una madre                   111
23. Il veterinario                          117
24. Ma il mondo è bello?                    137
25. Nonna ha davvero un debole
    per Mauro De Cortes                     139
26. Dentro il pescecane                     143
27. Come Giona e Giobbe                     147
28. Quei gran strani e disgraziati
    di Beethoven e compagnia                151
29. E adesso che il pescecane dorme?        153
30. Il mondo è bello davvero                157
31. La tempesta                             161
32. Maria Asunción                          163
33. Chi addormenta il pescecane?            167
34. La nuova famiglia Sevilla Mendoza       171


 

 

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Pagina 11

1. La famiglia Sevilla Mendoza


In realtà la nostra non è affatto la famiglia Sevilla Mendoza. Siamo sardi, ne sono sicura, sin dal paleolitico superiore.

mio padre che ci chiama cosí, con i due cognomi piú comuni laggiú. Ha viaggiato tanto e il suo mito è l'America, ma non quella a Nord, ricca e fortunata, quella del Sud, povera e sfigata. Quando era ragazzo diceva che ci sarebbe tornato da solo o con la donna che avrebbe sposato, con cui avrebbe condiviso gli ideali e l'avventura di provare a salvare il mondo.

A mamma non ha mai chiesto di accompagnarlo. Lui è andato ovunque c'era bisogno di aiuto. Ma mai con lei, che ha troppa paura dei pericoli ed è sempre senza forze.

A casa nostra ciascuno insegue qualcosa: mamma la bellezza, papà il Sud America, mio fratello la perfezione, zia un fidanzato.

Io scrivo storie, perché quando il mondo di qua non mi piace, mi trasferisco nel mio e sto benissimo.

E il mondo di qua ha tante cose che non mi piacciono. Anzi, direi che lo trovo brutto e decisamente preferisco il mio.

Nel mio mondo c'è anche lui che ha già una moglie.

Non devo assolutamente dimenticare quello che ha detto.

"Giurami che non vorrai avere una relazione sentimentale con me".

E io: "Lo giuro".

"Il nostro sarà un rapporto animale e non vegetale".

"Un rapporto animale".

"Due cani che scodinzolano quando si vedono e si odorano il culo".

"Per te sono bella?" gli chiedo.

"La piú bella che c'è qui".

"Ma ci sono solo io".

"Embè?"

"Ti prego, dimmi se per te sono bella".

"Il tuo culo è il migliore del mondo".

Ma la mia idea dell'amore non può essere di solo culo.

"Il mio viso, ti piace il mio viso?"

"Con un culo cosí cosa me ne frega del viso. E poi, se c'è una cosa che mi fa girare i coglioni, è fare i complimenti a comando".

Allora smetto, perché non voglio fare come mamma.

Nonna racconta che mamma è sempre stata un po' pallosa. Quando era piccola, prima di andare a letto, salutava i genitori con un bacio e la Buonanotte. Loro magari erano stanchi e rispondevano in tono distratto "Buonanotte".

"Datemi una buonanotte bella!" implorava la bambina.

"Buonanotte". Facevano loro un po' irritati.

"Non cosí, non cosí! ancora piú brutta di prima!" Si disperava e piangeva sino a quando i nonni, esausti, non gliele davano di santa ragione. Soltanto allora, senza scampo, si addormentava.


Si alza all'alba e se ne va nella terrazza col secchio di varechina e la scopa, per pulire le 'cacchette' dei piccioni. Ma anche con loro è gentile. Li invita ad andar via costruendo ai lati una barriera di piante spinose rosse e bianche, perfettamente intonate alle mattonelle del pavimento. O appende ai fili delle buste, che li spaventano con il loro fruscio. E anche tutti gli altri fiori sono rossi e bianchi: i gelsomini, le rose, i tulipani, le fresie, le dalie.

I colori per lei sono importanti anche quando stende i panni. Ma penso che qui non si tratti di estetica. Per la biancheria di noi figli, per esempio, usa sempre mollette verdi: la speranza. Per quella del letto suo e di papà quelle rosse; la passione. Ho notato che evita sempre le gialle, la disperazione, e quando le trova nei pacchetti già pronti mi accorgo che le fa sparire.

Mamma non ha paura soltanto delle mollette gialle, ma di tutto. raro che guardi un film sino alla fine e che non scappi terrorizzata dal cinema alla prima scena un po' dura, o semplicemente realistica.

Ha paura anche delle stelle, perché si intende di astrologia e ne esamina con ansia il percorso, la posizione. molto difficile che nel cielo non ci sia qualche motivo di preoccupazione.

Dice sempre che non si perdonerà mai per non aver fatto nascere mio fratello qualche ora dopo: nel cielo ci sarebbe stato uno stupendo aspetto fra una Venere e una Luna, entrambe in esaltazione, che lo avrebbe reso felice in amore. E anche per me si sente in colpa, perché nel mio caso bastava invece un'ora prima.

"Dovevo farmi valere," dice sempre, "avevo le doglie e non volevo disturbare. Loro erano sicuri che non ero pronta e non era vero. Ho partorito la bambina senza doglie, in un momento in cui la Luna quadrava con tutti i pianeti! Povera figlia mia".

Mio padre dice che lei è un coniglio e fa la cacca a pallini. Tante volte le si avvicina e all'orecchio le sussurra il rumore di quando lei mangia le carote.

"Gna gna gna gna gna gna gna gna gna" e mamma è il suo contrario. Se ne sbatte altamente di quello che pensano gli altri. E non si scusa mai di niente. E non si sente mai inferiore a nessuno, neppure per non essersi laureato. Anzi, quando qualcuno esibisce i suoi titoli dice che quella non è cultura, che la cultura è un'altra cosa e sono dei grandissimi ignoranti.

"Tua madre," mi ha confidato una volta papà, "è una 'moglie da cazzeggio'. Dovremmo dare il bugiardino a tutti quelli che hanno a che fare con lei. Istruzioni per l'uso. Se mai dovessi avere dei problemi, se mai fossi triste e non riuscissi piú a farla ridere, preferirei davvero essere nel posto piú disgraziato della terra a frugare nella spazzatura".

Per questo non le confidiamo mai nulla e facciamo da filtro fra lei e il mondo.

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Pagina 49

7. Il Dio di mia madre


Mamma una volta mi ha confidato che lei non è proprio sicurissima che Gesú sia Dio. Forse Gesú era una creatura meravigliosa simile al Dio che noi tutti ameremmo perdutamente. Ma magari era solo un uomo. Per questo a Pasqua è sempre molto triste. E se le chiediamo perché si dispera cosí, che tanto Gesú è Dio ed è resuscitato, lei ti dice che non è sicura. Che forse è morto e basta.

In chiesa non va quasi mai, e non certo, dice, perché Dio non c'è o lei ce l'abbia con lui, o lo rimproveri di qualcosa. Ma pensa che per Dio lei sia indifferente, nel senso che in chiesa può esserci o non esserci e per Dio è lo stesso.


Una volta ho chiesto al mio amore se secondo lui Dio esiste.

"Non lo so," ha risposto. "Spero per lui di no. Altrimenti sarebbe uno stupido, o peggio. Un Dio come quello che dimostra di essere non merita nulla da noi".

"Forse siamo noi che non meritiamo nulla".

"Peggio per lui che ciha fatto di piscio e merda".

"E tutte le cose e le persone meravigliose che esistono?"

"Sei tu che le vedi cosí. Io, in giro, vedo solo stronzi puzzolenti".

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Pagina 80

Cosí mamma era costretta a telefonare a nonna da tutte le case in cui si trovava. Per esempio: "Sono da Martina e stiamo andando da Gianluigi. Ci vorranno venti minuti".

E poi da casa di Gianluigi: "Adesso siamo da Gianluigi con Martina e ci stiamo muovendo verso la casa di Carlotta. Ci vorranno quindici minuti".

Era ubbidiente e quando in una famiglia qualcuno era attaccato al telefono, allora non c'erano i telefonini, la poveretta tremava per l'ansia e scappava a casa di corsa.

Nonostante tutta la sua buona volontà, qualche volta ritardava, allora nonna chiamava la Polizia, i Carabinieri e gli ospedali. Una volta perfino l'obitorio, dove trovò un tipo simpatico che le rispose:

"No. Sua figlia qui non c'è. Ma appena arriva, se mi lascia il suo numero, signora, la chiamo subito!"

Queste cose ce le racconta papà per farci divertire e anche altre cose di mamma ragazza, come per esempio il fatto che non aveva senso dell'orientamento e quando si perdeva chiamava lui per non allarmare i genitori.

"Dove ti trovi, bellezza? Ti spiego che strada devi fare".

" che non so dove mi trovo".

"Guarda il nome della via, bellezza".

"Non c'è".

"E 'sti cazzi, bellezza! Descrivi cos'hai attorno".

Papà dice che mamma nelle descrizioni era talmente un fenomeno che lui riconosceva subito il quartiere nel quale si era persa e di telefono pubblico in telefono pubblico la guidava verso la salvezza.

Furono amici per tanto tempo e si sono fidanzati cosí.

Un giorno mio padre doveva partire. Fece una cosa che non aveva mai fatto: telefonò a mamma per salutarla. Alla fine della breve conversazione nella quale le diceva dove andava e come e perché si congedò con un "Ciao, cara".

Mamma rispose "Io ti amo".

Una volta, a tavola con amici, mio padre ha detto: "Chissà perché ci si sposa. Uno in fondo potrebbe sposarsi con chiunque. O con nessuno".


"Papà dov'è?"

"Dov'è mio genero?"

"Dov'è mio cognato?"

"Dov'è il mio amico?"

Chiedono di lui e lui non c'è. Papà dice che noi abbiamo un'idea sbagliata della stabilità. Che per noi stabilità è stare fermi. Invece essere stabili è essere stabili in movimento. Come la terra, io ho sempre pensato che se non gira si disintegra e cadiamo tutti. Papà dice che non avrebbe difficoltà, se gli proponessero qualcosa di bello dall'altra parte del mondo, a spegnere la luce, abbassare le saracinesche dell'officina e via.

Adesso capisco perché quando mamma usciva con noi bambini piccoli, tornando a casa sorrideva sempre e sembrava liberata da un peso quando lassù c'era la luce accesa.

"Papà c'è," diceva.

E io pensavo che fosse contenta perché papà c'era già. Cioè prima di noi tre. Invece era perché papà c'era ancora.

Mi piace come, in autunno o in primavera, il sole batte sulla raccolta di cartoline di mamma. Mi piace come illumina le onde schiumose, o la sabbia bianca, o l'azzurro della carta lucida. Io e mio fratello possiamo andare a parlarle quando vogliamo, anche se sta dipingendo. Lei per noi ha sempre lasciato qualunque cosa. Mio fratello entra per dirle che la Sardegna gli fa schifo e che se ne vuole andare. Io mi accoccolo sul lettone e me ne sto lí. pazzesco, ma mi sento protetta da quella creatura cosí fragile e da tutte quelle befanate.

"Un giorno, magari, in quei posti riusciremo ad andarci con la mia vespa," le dico indicando le meraviglie sulla carta.

"Chiedi a qualcuno se sa la strada!" mi risponde, già entusiasta.

Di nuovo mamma non mangiando si punisce del fatto che non lavora più. E meno mangia e piú perde i soldi, o gli oggetti, o fa guai. E piú ne combina e píú si punisce non mangiando.

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Pagina 91

Rimettendo a posto ali armadi, ho trovato, sepolto fra le camicie da notte di mamma 365 giorni per la terra. Ho tolto il nastro rosso e ho notato che sulla parte interna della carta da regalo c'era scritto qualcosa.

"Stellina, ti regalo questo libro perché voglio condividere con te, che non hai mai viaggiato, tutti i posti che ho visto nella mia vita e tutti quelli che vorrei vedere. Se non ti regalassi questo libro di tutti quei posti non me ne importerebbe niente. Invece riescono a essere bei ricordi, perché ora li vedi anche tu, e possono incuriosirmi, perché ora incuriosiscono anche te. Mia morbidezza. Mio tesoro. Mia amica. Mia bambina che non ho mai avuto e a cui per una strana coincidenza avrei dato il tuo stesso nome. Ogni volta in cui parli con me della tua vita, mi sembra di vivere la tua stessa vita. Ogni volta in cui balli con me, poi mi sembra di avere la tua pelle e non piú la mia. Rimpiango che l'amore non sia solo una questione di ferormoni, perché cosí potrei semplicemente fare una doccia e te ne andresti. Invece resti. Ti posso assicurare che resti, anche se tu credi di non essere niente per nessuno perché non balli, non vai a cavallo, non ti arrampichi sui monti, non sai nuotare e non sei una bona spaziale. Scusa se non mi esprimo bene in italiano: ma chi cazzo se ne frega? Nella mia vita mi sono immerso sin giú, in profondità, al buio delle grotte, e sono stato abbagliato dalla luce sui monti, sono andato a cavallo, ho fatto il medico di bordo su navi che andavano in capo al mondo, sono stato con molte donne e alcune erano bone spaziali. Ma se il Padreterno mi avesse chiesto di scegliere, prima di nascere, quello che preferivo e mi avesse fatto vedere te, dal mio punto di vista angelico di allora, che stendi sulla tua terrazzina infagottata nei tuoi abiti a fiori (ma ti assicuro splendida), avrei scelto te. Ma nessuno me l'ha chiesto. E io sono qui che anziché scoparmi qualcuna o masturbarmi guardando una foto di "Playboy", lo faccio pensando a come sarebbe se riuscissi ad averti nuda e morbida nel mio letto, almeno una volta. E a quel punto scoparti e basta mi sembrerebbe un delitto. Vorrei farti viaggiare, scalare le montagne e farti immergere, e tutto fra le mie lenzuola.

"Quando sei venuta a farti visitare, quella prima volta, ed eravamo diventati subito amici, io non ti dovevo lasciare andare. O non dovevo seguirti, ma eri cosí contenta di poter presentare un fidanzato a tua sorella e cosí orgogliosa che qualcosa di bello per i tuoi cari fosse merito tuo, che ti ho lasciato fare. Ma era la tua intensità particolare che volevo, i tuoi occhi e le tue labbra e il tuo seno che si vede dall'abito a fiori, quello piú scollato."

E poi c'era la firma del dottor Salevsky.

Non riuscivo a mollare il libro e nell'emozione sono andata a cercare il nostro isolotto dell'arcipelago di Sulu. Laggiù ho trovato un foglietto con la stessa scrittura.

"Bambina mia a cui direi 'Buonanotte' mille volte col tono che più desideri, perché dici che uso la parola amore a vanvera? Io non uso nessuna parola a vanvera. So che mi ami e neppure tu a vanvera e sono un buon parlatore. Ti potrei circuire con le parole anche se il mio italiano non è perfetto. Con le parole potrei avvelenare il tuo mondo e portarti via. Potrei farti vedere quello che non vedi, per esempio un futuro impossibile senza di me. E con te le parole scorrono a fiumi, facili, giuste, senza fatica. Con le parole potrei portarti via e invece sto zitto.

"Non posso rischiare di farti male. Ma la mia condanna è non sapere qual è il tuo male. Rapirti o lasciarti qui?

"Parlerò invece con tua sorella e le mie parole allora saranno studiate ad arte, dovranno raggiungere un obiettivo: un fiume di stronzate. Poverina, le voglio bene. Dovrò dirle che io sono uno cosí, che mi piacciono tutte le donne e nessuna, che i viaggi sono la mia vita e non so stare fermo in un posto, che sono uno fatto per vivere da solo.

"Invece con te ero a mio agio, mi facevi compagnia. Sei dentro di me e posso portarti ovunque. Non ti ho mai parlato per convincerti di qualcosa e non lo voglio fare adesso. Ti parlavo per il piacere di parlarti e cosí ti ascoltavo. C'eravamo trovati. Credo sia questo l'amore e non lo dico a vanvera. Solo che non so cosa devo fare. Quello che ho studiato tutta la vita, le avventure, i rischi, le donne, non bastano a chiarirmi le idee: cioè se ti devo portare via, o no.

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