Autore Ayad Akhtar
Titolo Elegie alla patria
EdizioneLa nave di Teseo, Milano, 2021, Oceani 129 , pag. 478, cop.fle., dim. 15x21,5x4 cm , Isbn 978-88-346-0725-1
OriginaleHomeland Elegies
TraduttoreMilena Zemira Ciccimarra
LettoreFlo Bertelli, 2021
Classe narrativa statunitense , paesi: USA












 

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Indice


 13 Ouverture. All'America

 21 Una cronologia degli avvenimenti


    Politica familiare

 25 I.    Nell'anniversario del primo anno in carica di Trump

 53 II.   Sull'autobiografia, o Bin Laden

 90 III.  Nei nomi del Profeta...


    Memorie di Scranton

139 IV.   Il paese di Dio

182 V.    Riaz, o il mercante di debiti


    Piaga americana

253 VI.   Di amore e morte

319 VII.  Su Pottersville

351 VIII. Langford contro Reliant,
          o la fine della storia americana di mio padre


461 Libertà di parola. Una coda

473 Ringraziamenti


 

 

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Pagina 13

Ouverture. All'America


Ho avuto una docente all'università, Mary Moroni, che insegnava Melville ed Emerson, e che il letterato un tempo famoso Norman O. Brown - suo mentore - definì la mente più acuta della sua generazione; una donna minuta poco più che trentenne con un viso da cherubino, che somigliava non a caso (i suoi genitori erano immigrati da Urbino) a un putto di Raffaello; una studiosa sorprendentemente erudita che citava con la stessa facilità le Edda, Hannah Arendt e Moby Dick; una lesbica, cosa di cui faccio cenno solo perché era lei stessa a dirlo, e spesso; un'oratrice dai giri di frase taglienti come un coltello da cucina tedesco, capace di incidere la materia grigia del cervello e aprirvi nuovi solchi lungo i quali vecchi pensieri potessero instradarsi. Come quella mattina di febbraio, due settimane dopo il primo insediamento di Bill Clinton, quando, durante una lezione sulla vita agli albori del capitalismo in America, Mary, chiaramente interrotta dai suoi stessi pensieri tentatori, alzò lo sguardo dal pavimento che d'abitudine fissava mentre parlava - la mano sinistra nascosta, come al solito, nella tasca degli ampi pantaloni casual che erano il suo pilastro -, alzò lo sguardo e osservò in maniera quasi estemporanea che l'America era nata come colonia e restava una colonia, vale a dire un luogo ancora definito dal suo saccheggio, dove arricchirsi aveva la priorità su tutto e l'ordine civile veniva sempre in secondo piano. La madrepatria in nome della quale - e a beneficio della quale - la predazione continuava non era più una madrepatria fisica, bensì spirituale: il Sé Americano. Da tempo addestrato a idolatrare i propri desideri - per quanto modesti e banali fossero - piuttosto che a metterli in discussione, come insegnava la tradizione classica, il turgido amor proprio americano, disse, era la patria della spoliazione; e gli anni di razzia del regime reaganiano avevano solo incarnato quella realtà immutabile della vita americana con maggiore chiarezza e trasparenza di quanto non fosse mai avvenuto prima.

Nel semestre precedente Mary si era messa nei guai per alcune osservazioni altrettanto stimolanti sull'egemonia americana subito dopo la guerra del Golfo. Un suo studente iscritto al programma ROTC, il Corpo di addestramento degli ufficiali di riserva, aveva presentato un reclamo all'amministrazione perché durante le lezioni teneva discorsi contro le truppe. Aveva lanciato una petizione e raccolto firme nell'associazione studentesca. Quel putiferio aveva portato a un editoriale sul giornale del campus e minacce di protesta che non si erano mai realmente concretizzate. Mary non si era lasciata intimorire. Dopotutto, erano i primi anni novanta e le conseguenze di un'eterna dannazione ideologica - o dell'abuso di potere sessuale, già che ci siamo - non erano certo quelle di oggi. Ammesso che qualcuno avesse da ridire sulle sue affermazioni di quel pomeriggio, io non ne seppi nulla. La verità, secondo me, è che molti di noi non capirono nemmeno a cosa alludesse. Io no di certo.

Culto del desiderio. Turgido amor proprio. Una colonia finalizzata al saccheggio.

Nelle sue parole c'era la forza di un grande diniego, il correttivo a una tradizione di infinito autocompiacimento americano. Era qualcosa di nuovo per me. Ero abituato all'eccezionalismo della nazione benedetta da Dio, faro del mondo, che aveva permeato ogni singola ora delle mie lezioni di storia. Ero diventato maggiorenne nell'epoca della città sul monte la cui luce splende perché tutti la vedano. Queste erano le gloriose metafore che avevo appreso a scuola, che consideravo non metafore ma verità. Vedevo una benevolenza americana nel truce sguardo d'intesa dello zio Sam all'ufficio postale; sentivo l'abbondanza americana nelle risate registrate delle sit-com che guardavo ogni sera con mia madre; provavo la sicurezza e la forza americane mentre pedalavo sulla mia Schwinn a dieci marce, sfilando davanti alle case a livelli sfalsati e a due piani nel quartiere borghese dove sono cresciuto. Naturalmente mio padre era un grande ammiratore dell'America a quel tempo. Per lui, non c'era posto più grande al mondo, nessun luogo dove si potesse fare di più, avere di più, essere di più. Non se ne stancava mai: fare campeggio sui monti Teton, attraversare in macchina la Valle della Morte, salire in cima all'arco di St. Louis prima di saltare su un battello fluviale diretto in Louisiana per pescare il branzino nel bayou. Adorava visitare i siti di interesse storico. Avevamo incorniciato le nostre foto dei viaggi a Monticello e Saratoga e alla casa di Beals Street, a Brookline, dove erano nati i fratelli Kennedy. Mi ricordo di un sabato mattina a Philadelphia, quando avevo otto anni, e mio padre mi rimproverò per avere piagnucolato durante un interminabile giro di una serie di sale che avevano qualcosa a che fare con la Costituzione. Quando fu finito, prendemmo un taxi per la famosa scalinata del museo, e mi sfidò a gara fino in cima - facendomi vincere! - in omaggio a Rocky Balboa.

L'amore per l'America e una salda fede nella sua superiorità - morale, e non solo - erano in casa nostra un credo, che mia madre sapeva di non dover contestare, anche se non lo condivideva appieno. Come entrambi i genitori di Mary - lo avrei appreso in seguito dalla stessa Mary -, mia madre non trovò mai nei vari tesori del suo nuovo paese nessun risarcimento adeguato alla perdita di ciò che si era lasciata alle spalle. Non penso che mia madre si sia mai sentita a casa qui. Considerava gli americani dei materialisti e non riusciva a comprendere cosa ci fosse di così santo nell'orgia di acquisti che chiamavano Natale. La indisponeva che tutti le chiedessero sempre da dove veniva e non sembrassero mai preoccupati per il fatto che non avevano la minima idea di cosa stesse parlando quando glielo diceva. Gli americani erano ignoranti non solo in geografia, ma anche in storia. Ma la cosa più seccante di tutte per lei era qualcosa che considerava collegata a questa loro indifferenza per le cose importanti, e cioè il rifiuto degli americani di invecchiare e morire. Quest'ultimo motivo di irritazione avrebbe prodotto nel corso degli anni una concrezione maligna, una terrorizzante bÍte noire che finì per portarla alla tomba: il pensiero che invecchiare qui significasse per lei in ultima analisi essere segregata ed esalare l'ultimo respiro in una "casa" che non assomigliava affatto a una casa.

Le opinioni di mia madre - anche se di rado le esprimeva - avrebbero dovuto prepararmi a comprendere la visione pessimistica che Mary aveva di questo paese, ma non fu così. Nemmeno la mia appartenenza all'Islam mi preparò a vedere quel che vedeva Mary, neppure dopo l'11 settembre. Ricordo una lettera che ricevetti da lei nei mesi successivi a quello spaventoso giorno di settembre che cambiò per sempre le vite dei musulmani in America, una missiva di dieci pagine in cui mi incitava a farmi coraggio, a imparare quanto potevo dai problemi che si profilavano all'orizzonte, confidandomi che le sfide che aveva dovuto affrontare come donna omosessuale in questo paese - il senso di assedio, gli attacchi incessanti alla sua ricerca di completezza, gli ostacoli incontrati nel suo cammino verso l'autonomia e l'autenticità - che tutte queste cose non erano state altro che fiamme sotto il suo crogiolo, alimentando in lei una rabbia creativa, smorzando il sentimentalismo, liberandola dalla speranza nell'ideologia. "Serviti delle difficoltà; falle tue" fu il suo ammonimento. Le difficoltà erano state le pietre di selce su cui aveva affilato le sue capacità di analisi, il come e il perché di quello che lei vedeva, ma che io avrei continuato a non vedere realmente con i miei occhi per altri quindici anni, nonostante il mio crescente calvario come musulmano in questo paese. No. Non riuscii a vedere quello che vedeva Mary fin quando non fui testimone del prematuro declino di una generazione di colleghi stremati dagli oneri di lavori che non li pagavano mai abbastanza, sommersi dai debiti contratti per assistere figli pieni di disturbi che non si potevano curare; di cugini - e del mio migliore amico al liceo - finiti in ricoveri per senzatetto o in mezzo alla strada, dopo esser stati buttati fuori da case che non potevano più permettersi; e fino alla decina di suicidi e morti per overdose di ex compagni di classe quarantenni nel giro di soli tre anni; agli amici e ai familiari che assumevano farmaci per disperazione, ansia, mancanza di affetto, insonnia, disfunzioni sessuali; e ai cancri precoci causati dalle scorciatoie chimiche per qualsiasi cosa, dal transito del cibo attraverso i nostri intestini irritabili alle lozioni spalmate sulla nostra pelle avvelenata dal sole. Non lo vidi fin quando le nostre vite private non ebbero ormai completamente consumato lo spazio pubblico, per poi essere tradotte in cifre, pignorate e messe all'asta; fin quando i dispositivi che schiavizzano le nostre menti non ci ebbero riempito dei relitti tossici di una cultura che non è più degna di questo nome; fin quando la brillante malleabilità dell'umano sentire - l'attenzione stessa - non fu divenuta la merce più preziosa del mondo, e perfino i movimenti della nostra mente non si furono trasformati per qualcuno, da qualche parte, in incessanti flussi di reddito. Non lo vidi con chiarezza fin quando il Sé Americano non ebbe pienamente padroneggiato l'arte del saccheggio, idealizzato e regolamentato la spartizione delle spoglie e portato quasi a compimento l'indiscriminata razzia non solo delle cosiddette colonie - quanto appare provinciale, oggi, questa espressione! - ma del mondo intero. In breve, non vidi quello che lei vedeva già allora fin quando i miei sforzi di vedere le cose in maniera diversa non furono falliti, fin quando non ebbi cessato di credere nella menzogna del mio riscatto personale, fin quando le sofferenze degli altri non ebbero risvegliato in me un grido più forte e chiaro di qualsiasi inno ai miei desideri. Fu con Mary che lessi per la prima volta Whitman, e lo adorai. Le foglie verdi e le foglie secche, i fili d'erba estivi, la testa piegata di lato, sempre curioso di ciò che verrà dopo. Anche la mia lingua è frutto di questa terra - ogni atomo del mio sangue è fatto da questo suolo, da quest'aria. Ma queste moltitudini non saranno le mie. E questi non saranno canti celebrativi.

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L'abbandono dell'Afghanistan e la prima guerra in Iraq inviarono un messaggio chiaro: qualunque cosa dicessero gli americani non significava niente; qualunque promessa facessero era una menzogna. Se pagavi col sangue per aiutarli a gestire i loro interessi, ti ricoprivano di soldi e ti invitavano a Washington per sventolare scialli e copricapi come bandiere di libertà; quando invece cercavi di gestire i tuoi interessi, l'Islam diventava arretrato, riottoso, ostile, e una scusa per ammazzarti. Gli ammonimenti circa l'influenza americana non erano nulla di nuovo per i musulmani del Levante e delle sue estreme propaggini orientali, e alcuni peroravano da tempo la causa della resistenza, violenta o meno che fosse; per molti altri, la prima guerra del Golfo fu un momento di verità, e diede nuova e decisiva linfa vitale al vecchio argomento secondo cui l'abbraccio dell'Occidente era predatorio e l'occidentalizzazione sarebbe costata ai musulmani la loro terra, le loro credenze e le loro vite. Osama bin Laden era solo il più feroce e più fazioso portavoce di simili opinioni, che avevano (e continuano ad avere) profondo sostegno in gran parte del mondo musulmano. L'esempio emblematico: sopra le teste dei pazienti raccolti ogni giorno nella sala d'attesa della clinica di Latif a Peshawar, era appesa una fotografia incorniciata della Sacra Moschea della Mecca e, accanto a essa, un ritratto di Bin Laden.

Come lo so? Perché lo vidi alla CNN.

Alla fine di giugno del 1998, mio padre stava tornando a casa da un congresso medico a Key West. Aveva uno scalo ad Atlanta e un po' di tempo da ammazzare prima del volo per Milwaukee. Quando si accomodò a un bar vicino alla sua porta di imbarco, alzò gli occhi verso lo schermo dove, con suo grande shock, vide il nome e la foto del suo caro amico dell'università. SPIE TERRORISTE UCCISE era il titolo che scorreva in basso. Mio padre chiese al barista di alzare il volume. Poi estrasse il cellulare e chiamò mia madre a casa. Dopodiché, chiamò me.

Stando a quanto riportato, due fratelli che presumibilmente operavano come spie per una rete terroristica musulmana - i mezzi di comunicazione ancora non avevano cominciato a chiamare il gruppo con il suo nome scelto, Al Qaeda - erano stati uccisi in un paio di raid che stavano creando complicazioni diplomatiche con i pakistani. Non era chiaro chi avesse compiuto quei cosiddetti raid, che - come mio padre avrebbe appreso in seguito - consistevano semplicemente in una pallottola alla tempia per Latif e Manan mentre uscivano ciascuno di casa propria una mattina di inizio maggio (in Pakistan, disse mio padre, era opinione diffusa che quello fosse il metodo preferito della CIA per gli assassinii locali). Il servizio della CNN mostrava la facciata anodina dell'edificio a due piani della clinica e le sbiadite pareti verde pisello di una sala d'attesa piena di poveri di Peshawar - perlopiù donne con bambini - dove la camera si soffermava sul ritratto di Bin Laden. Per la CNN, chiaramente, quello era il dettaglio saliente che trasmetteva il significato essenziale della storia: orde di poveri ignoranti dalla pelle scura accorsi a frotte da un manipolatore malefico che fomentava la loro rabbia contro le forze della libertà e della speranza.

Il servizio trascurò di dire che Latif era un cittadino americano.

Mia madre fu sconvolta da quella notizia. Si mise a letto e non lasciò la sua camera per giorni. Mio padre era preoccupato e mi chiese di andare a casa. Lo accontentai, ma la mia presenza non le fu di alcun conforto. Non voleva conforto. L'antiamericanismo via via più intenso di mia madre ebbe inizio, a mio parere, quell'estate, l'estate in cui, in risposta agli attacchi sferrati a due ambasciate statunitensi nell'Africa orientale, Bill Clinton bombardò una fabbrica di medicinali in Sudan. Quando mia madre - che era lei stessa una dottoressa formatasi nel Terzo mondo - venne a sapere che in quella fabbrica veniva prodotto ogni grammo di farmaci antitubercolari del Sudan, si infuriò particolarmente. Già disprezzava Clinton per le sue indiscrezioni con Monica Lewinsky, e l'attacco alla fabbrica avvenne tre giorni dopo il disastroso discorso in cui Clinton ammetteva di aver mentito su quella tresca fin dall'inizio. In quella sequenza mia madre vide un cinismo omicida: un presidente americano sotto assedio politico che distraeva la nazione uccidendo dei musulmani.

Nelle ultime settimane di quell'estate, in agosto, scrisse dell'America nel suo diario come di un luogo straniero, un luogo che non riconosceva, che non le piaceva. Scrisse con amarezza, perfino con rabbia, e quando scrivere non le bastava, alzava il telefono e si sfogava con me:

"Non sa cosa si intende per 'è'. Che razza di assurdità è?"

"Non ha detto esattamente questo."

"» esattamente questo che ha detto."

"Intendeva che si stava riferendo al tempo presente. Che tecnicamente, in quel momento, mentre parlava, non aveva una relazione con lei."

"Non sono un'idiota. So che cosa intendeva."

"Non stavo insinuando che sei un'idiota, mamma."

"» un'assurdità legale."

"Lui è un avvocato. Tutti e due lo sono."

"Con quel suo nasone grasso e quella sua moglie grassa."

"Non capisco cos'abbia a che fare questo..."

"Clinton è un bugiardo. Se vuole mentire sul fatto di mettere i sigari dove non si dovrebbe, è una cosa. Ma uccidere delle persone in giro per il mondo per distrarre tutti dalle sue menzogne, è un'altra."

"Non so se è questo che cercava di fare..."

"Certo che è questo che sta facendo."

"Hanno appena bombardato le nostre ambasciate, mamma."

"Pensi che sia successo così, di punto in bianco? Eh? Quando non fai che opprimere e vessare la gente, quando ti approfitti della loro bontà e della loro speranza, quando li usi per i tuoi fini personali e poi li butti via, che cosa ti aspetti? Ti aspetti che ti mandino delle rose?"

"» una maniera di vedere le cose."

"Quale sarebbe l'altra maniera?"

"» la politica. Nessuno è amico di nessuno. Tutti usano tutti."

"Dove vuoi arrivare?"

"Il Pakistan ha preso i soldi. Li hanno presi per anni. Cos'è che mi dici sempre? Non chiedere soldi a nessuno, e se te li offrono non accettarli. Ci sono sempre delle condizioni."

"Le uniche condizioni erano sconfiggere i russi."

"A quanto pare le condizioni comprendevano anche non bombardare le ambasciate statunitensi."

Ci fu un silenzio. "Sei diverso," disse.

"Diverso da cosa?"

"Dal bambino che ho cresciuto."

Non glielo avevo mai sentito dire. Ma la rassegnazione nella sua voce mi fece pensare che non fosse un pensiero nuovo.

"Forse perché non sono più un bambino. Ho venticinque anni."

"Latif aveva ragione. Più tempo restiamo, più dimentichiamo chi siamo."

"Lo zio Latif è morto."

"Pensi che non lo sappia questo?!" Il suo tono era aspro, ferito.

"Intendo solo che forse è meglio essere ancora vivi, mamma."

"Quando ti portavamo al masjid durante la guerra, eri il primo a mettere la tua paghetta nella scatola per i mujahiddin.

"Pensavo sempre che avrebbe aiutato lo zio Latif."

"E quel tema che scrivesti in classe..."

"Quale tema?"

"Su Gheddafi."

"Mamma. Ero alle medie..."

"Lo chiamasti un eroe."

"Perché non sapevo come stavano le cose."

"Quello che sapevi allora è meglio di quello che sai adesso."

"Dobbiamo per forza parlare di questo?"

"Lui era l'unico a parlare chiaro all'Occidente."

"Fu per questo che bombardò l'aereo sopra la Scozia? Che uccise tutti quei passeggeri? Per parlare chiaro all'Occidente?"

"Non pensi che loro uccidono tutti i giorni la nostra gente? Guarda cosa hanno fatto a Latif. Che faceva il lavoro sporco per loro. Era un loro cittadino! Ma ti rendi conto? Uccidono uno dei loro cittadini che stava combattendo per loro?"

"Forse non lo stava più facendo, mamma."

"Non stava facendo cosa?"

"Combattere per loro. Forse la situazione era cambiata. Forse è stata questa la ragione..."

Mi interruppe, con un tono ancora più ferito: "Non hanno il coraggio di affrontare la morte, e costringono noi ad affrontarla. Poi ci scaricano quando hanno avuto quello che volevano." Fece una pausa; io rimasi zitto. Quando parlò di nuovo, lo fece a bassa voce; era furibonda: "Quell'uomo non si sbaglia. Il nostro sangue vale quattro soldi. Vanno in giro a parlare a tutti gli altri di diritti umani. Ma non per loro. Guarda come trattano i neri qui."

"Mamma."

"Ci mettono gli uni contro gli altri. Ci spingono a versare gli uni il sangue degli altri. Proprio come gli inglesi."

"Mamma."

"Si prendono quello che abbiamo. Il petrolio, la terra. Ci trattano come animali."

"Mamma."

"Ha ragione. Si meritano quello che hanno avuto. E quello che avranno."

Queste ultime parole furono le battute che finirono nel mio dramma.

L'uomo a cui si riferiva era, naturalmente, Bin Laden.

In seguito, dopo gli attentati del 2001, non avrebbe mai ammesso di aver detto una cosa del genere. Ed è comprensibile. Penso che la maggior parte del mondo musulmano non potesse immaginare quanto sarebbe stata spaventosa la riparazione, quando giunse. Non solo per gli americani, ma per gli stessi appartenenti al mondo musulmano. Perché nonostante il maltrattamento subito per mano dell'impero americano, la profanazione dell'America-come-simbolo avvenuta quel fatidico martedì di settembre avrebbe solo fatto capire, con ancora maggiore chiarezza, quanto fosse profondo il potere di quel simbolo. Malgrado le predazioni sulle quali si fondava, il simbolo sosteneva anche noi. Molti hanno disdegnato la risposta americana agli attentati considerandola infantile, hanno visto quegli anni di guerra vendicativa come i capricci omicidi di un paese troppo giovane, troppo protetto dal mondo, troppo immaturo per comprendere l'inevitabilità della morte. Ma penso che la questione sia più complessa. Il mondo guardava a noi - e ora parlo da americano - per difendere un'immagine sacra, o sacra quanto è possibile in quest'epoca di illuminismo. Siamo stati il giardino terrestre, l'idillio dell'abbondanza, l'Arcadia produttiva nel sogno pastorale del mondo. Tra le nostre sponde ha brillato un regno di rifugio e rinascita - in breve, l'unica affidabile salvezza dalla storia stessa. » sempre stato un mito, naturalmente, destinato presto o tardi a squarciarsi. Eppure, che ironia: quando la storia infine ci raggiunse, non fummo solo noi americani - e nemmeno principalmente noi americani - a patirne le disastrose conseguenze.

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Molto di ciò che precede l'ho condiviso nella speranza di offrire un minimo indispensabile di contesto per la conclusione sorprendente a cui sarei giunto nove settimane dopo l'inizio della mia relazione con Asha - ammesso che di relazione si possa parlare, considerato che per tutto il tempo che stemmo insieme Asha stava ancora parecchio con Blake - e cioè che era il mio partito ideale, la persona fatta apposta per me, e, contrariamente a quanto mi suggeriva il buonsenso (perché sapevo che lei non la pensava allo stesso modo), che era la donna che avrei voluto e dovuto sposare. La nostra intesa sessuale, le strane concordanze familiari e orfiche, tutte queste cose certamente alimentarono la mia convinzione, ma l'elemento decisivo fu infinitamente più banale, o all'apparenza meno rilevante. E mi colse di sorpresa.

Eravamo in uno Starbucks dell'Upper East Side. Avevamo camminato per ore, ed ero stanco. Entrammo e andai a sedermi a un tavolo vuoto, da dove la guardai mentre ordinava una tazza di tè e sceglieva un pacchetto di biscotti ricoperti di cioccolato da dividere. Al banco dei condimenti, in piedi accanto a un'anziana ebrea ingobbita, Asha aprì una bustina di dolcificante e lo versò nella tazza. Quando stava per buttare il bastoncino, l'anziana donna la fermò e fece un commento. Allora Asha le passò il bastoncino, che la donna usò per girare la sua bevanda. Quando ebbe finito, lei e Asha si scambiarono un sorriso, e l'anziana donna buttò il bastoncino. L'espressione che vidi sul volto di Asha mentre guardava la donna avviarsi a fatica verso la porta aperta era di una tenerezza tale che nemmeno il grande Raffaello, oserei dire, avrebbe saputo renderle giustizia. Dopo che la donna se ne fu andata, Asha mi raggiunse, offrendomi la tazza per un sorso. Mentre bevevo, mi accarezzò il lato della faccia con il suo palmo liscio e caldo di tè. Mi sentii semplice, piccolo, calmo; senza preoccupazioni né complicazioni; mi sentii a casa.

Rientrati al mio appartamento, sminuzzai le cipolle e l'aglio per il karahi murgh e il tarka dal che preparò a cena. Mangiammo con le dita mentre guardavamo in tv uno speciale su un fatto di cronaca. Un altro marito che aveva ucciso la moglie per stare con la nuova amante. Il sesso di quella notte fu diverso. Per la prima volta piansi tra le sue braccia e, quando mi svegliai accanto a lei la mattina dopo, la luce che stillava dalle veneziane era di un grigio frizzante e limpido. Era una luce tersa e quieta che non riconoscevo. Non un pensiero mi attraversava la mente mentre ero lì disteso ascoltando il basso tamburellare del cuore nel mio petto. Mi girai verso il profilo addormentato di Asha, e un frammento di sogno brillò all'improvviso dentro di me: Asha e io siamo entrambi in abito pakistano tradizionale; mi sto applicando il kohl sugli occhi; lei si solleva il kurta rosa per depilarsi le ascelle; le vedo la pancia, ed è incinta.

Osservai il suo volto mentre dormiva. Sotto la luce fioca e insolitamente pura di quella mattina, la sua pelle aveva il colore del pekoe e della curcuma. La mia pelle - più scura, una tonalità di rame cupo - era stata per molto tempo fonte di una confusione essenziale: fin dall'infanzia avevo provato un disgusto viscerale per le sfumature malsane della pelle bianca che vedevo dappertutto attorno a me, per le braccia e le gambe pallide, le facce color impasto, la carne priva di calore o di colorito umano, un'afflizione esangue incomprensibile per me se non come qualcosa da tenere nascosto; avevo provato tutto questo fin dall'infanzia, eppure, paradossalmente, il fatto che la mia pelle non fosse bianca mi era sempre sembrato incomparabilmente strano. Anzi, in seguito, per tutta l'adole- scenza e i primi anni dell'età adulta, l'esperienza di vedermi in uno specchio mi aveva sempre colto alla sprovvista. Non aveva niente a che fare con gli occhi, il naso o le labbra - niente a che fare con il mio volto, tranne che per la sua tinta color rame ossidato. Solo nella mia carnagione vedevo una persona che non riconoscevo, qualcuno che, se l'avessi visto nei corridoi della scuola o al centro commerciale o alla piscina comunale, avrei giudicato fuori posto. Lo sapevo, perché era così che vedevo gli altri che assomigliavano a me. La mia immagine nello specchio mi ricordava qualcosa di me stesso che sceglievo costantemente di dimenticare, qualcosa di inaccessibile, tranne quando ero messo di fronte al mio aspetto: che sebbene non mi sentissi "diverso" in nessun modo significativo, chiaramente quello era l' unico modo in cui apparivo - almeno ai miei occhi.

Essere confusi dal proprio aspetto si può probabilmente considerare una delle esperienze umane più comuni, ma questa sensazione assume una particolare stranezza se associata alla questione della razza. Essendo cresciuto nella periferia ovest di Milwaukee, perennemente circondato da bianchi, era logico che la mia pelle scura dovesse diventare col tempo un elemento di definizione, ma quel che ancora oggi in gran parte mi sfugge è in che modo esattamente sia successo. Non c'è stato nessun episodio traumatico con i compagni di scuola; nessun insegnante o mentore benintenzionato che abbia tentato di nobilitare la mia diversità; non ho avuto mai problemi a inserirmi o a trovare delle ragazze; a casa, i miei genitori non si sono mai lamentati di nulla che potesse anche lontanamente assomigliare a intolleranza. Il Wisconsin della mia giovinezza andava ancora fiero del suo tradizionale progressismo. Era lo stato in cui erano nati i risarcimenti per gli infortuni sul lavoro e la "Wisconsin Idea" di Bob La Follette, il principio che la ricerca accademica e scientifica dovesse essere posta al servizio del bene pubblico, un luogo - così diverso dalla Pennsylvania orientale della giovinezza di Riaz - dove l'unico fanatismo cui avessi mai assistito crescendo riguardava la squadra di calcio locale. Eppure mentre il mio corpo scuro maturava, il disgusto per i corpi bianchi cominciò a essere pareggiato dal desiderio. I miei sogni erotici erano tutti bianchi; desideravo volti bianchi che si illuminavano alla vista del mio più scuro, immaginavo cosce e seni bianchi, dita bianche attorno al mio pene rosso-bruno ingrossato - il che, naturalmente, rivela una socializzazione alla politica della razza che tocca il nocciolo stesso del mio essere. Tuttavia quella mattina, disteso accanto ad Asha, con le nostre mani scure una di fianco all'altra sulle lenzuola candide come la neve, non provai - per la prima volta, a quanto ricordassi - alcuna confusione, sentii che le nostre tinte brune sembravano infallibilmente giuste, una conclusione che parve tanto più convincente e valida in quanto derivata non da un processo di pensiero, ma da un afflusso di sensazioni, un rivolo di improvviso stupore la cui fonte miracolosa era lei. Naturalmente, era amore quello che provavo, anche se non so più bene di che tipo - se fosse amore per qualcosa di me stesso che non ero mai stato capace di accettare (il mio colore), che io scambiai per amore verso di lei, o se (come credetti quella mattina) mi fossi innamorato di un'altra persona più profondamente di quanto avessi mai ritenuto possibile.

[...]


Inspirai e ricominciai daccapo: "Allora avevo una tv in camera da letto, e la prima cosa che facevo quando mi alzavo era accenderla per le previsioni del tempo. Quella mattina, però, ricordo che stavano trasmettendo una diretta di un incendio ai piani alti della prima torre. Gli annunciatori continuavano a dire che un piccolo aereo si era schiantato contro la torre, e io ricordo di aver pensato, mentre andavo nel bagno, all'aereo di JFK Jr. precipitato nell'oceano Atlantico. Stavo mettendo il dentifricio sullo spazzolino quando sentii gridare in tv. Tornai in camera da letto e vidi che c'era stata una nuova esplosione. Un altro aereo aveva colpito la seconda torre. Lo capii subito. Non so come lo sapevo, ma lo sapevo."

"Sapevi cosa?" chiese.

"Che eravamo stati noi. Che l'avevamo fatto noi."

Rimase in silenzio, ma non fu difficile per me interpretare il suo sguardo circospetto. Se fossi più astuto, caro lettore, ritoccherei l'espressione sul suo viso, la rimpiazzerei con uno sguardo di offesa da offrire come preludio a un'infervorata obiezione da parte sua, cui farei seguire un botta e risposta inventato di sana pianta per rendere chiaro il suo orrore di fronte agli attacchi, non diverso da quello di qualsiasi non musulmano. Se mi importasse di meno di tutto questo, descriverei la scena così per risparmiarmi le probabili seccature che mi attendono. Ma non la descriverò così, perché non è quello che successe. Lei non parlò perché, come me, era abituata ai sermoni e alle cene familiari pieni di lamentele circa la mortale ingerenza americana; preoccupazioni per la terra e le vite musulmane perdute; elogi di Hitler e rabbia contro Israele; rimproveri rivolti a se stessi per il penoso stato del nostro destino imperiale. Come me, aveva sentito dire molte volte che in mezzo a noi sarebbe sorta una figura che avrebbe rovesciato il dominio illegittimo di quegli europei e neo-europei, che eravamo destinati un giorno a riprenderci il mondo da quei fantasmi dello spirito. Avevano voltato le spalle a Dio per denaro, e sapevamo che per loro non poteva che andare a finire male. Erano una categoria di uomini che non conoscevano altro metro all'infuori di se stessi. Non rispettavano nulla. Non c'era da stupirsi che il pianeta stesso, sotto il controllo del loro impero miope, stesse morendo. Sarebbe venuto il giorno in cui ci saremmo ripresi tutto e avremmo riportato nel mondo una giusta santità. Aveva sentito tutto questo così tante volte - anche se entrambi l'avremmo sentito sempre di meno dopo gli attentati. Distolse lo sguardo con il più impercettibile e demoralizzato cenno del capo, e un'espressione - pensai - carica di mortificazione sul viso.

Proseguii: "Il mio telefono squillò. Allora avevo solo la linea fissa. Erano i miei genitori. Erano spaventati. Cioè, furono sollevati che stessi bene. Non c'era alcuna ragione di temere il contrario. Voglio dire, in tutti i miei anni qui, ero andato fin laggiù solo due volte. Ma in ogni caso, non si sa mai. Mi fecero promettere che non sarei uscito di casa. Non gli dissi che dovevo andare dal mio amico Stewart per stampare un dramma che avevo appena finito. Era un grafico e aveva una costosa stampante laser che mi faceva usare per stampare copie da spedire a teatri e festival.

"Fuori era una giornata davvero magnifica. Se lo ricordano tutti questo. Quanto fosse limpido e azzurro il cielo. Nella parte nord di Manhattan, c'era una leggera brezza che soffiava dal fiume. Sembrava ancora estate. Le persone erano in strada... ma nessuno andava da nessuna parte. Ricordo di aver pensato che non sembrava un martedì mattina.

"La porta di Stewart era aperta. Lo trovai in piedi nell'ingresso, fuori dalla cucina, che piangeva. Continuava a ripetere all'infinito che la torre era andata. Non capii cosa volesse dire. Entrai nel soggiorno, dove il suo coinquilino - che era bianco; Stewart è nero - guardava tutto sul loro gigantesco schermo al plasma, con l'eccitazione negli occhi. Si girò verso di noi: 'Sta succedendo tutto ora,' disse. 'Il caos alla fine è iniziato.' Poi si mise a ridere. Stewart gli urlò di smettere. A quanto pare, era tutta la mattinata che il tipo diceva quella cosa. Stewart iniziò a piangere di nuovo, e il suo coinquilino saltò su dal divano e si precipitò fuori.

"Io rimasi lì a guardare. Ben presto, la seconda torre si sgretolò, letteralmente. Proprio davanti ai miei occhi. Una colonna di fumo e polvere che crollava, come uno spaventoso fiore nero che collassa su se stesso. Stewart andò fuori di testa. Gridava e si lamentava. Lo tenni stretto mentre guardavo la sequenza della seconda torre che crollava ripetutamente.

"Chiamai i miei genitori dalla sua cucina. Sapevo che avrebbero cercato di raggiungermi. Mia madre era fuori di sé. 'Dove sei? Perché non rispondi?' Dissi che ero andato a casa di un amico per non stare da solo, e poi anche lei cominciò a piangere. Mio padre mi disse che era preoccupata per mio cugino Ibrahim, che viveva laggiù. Era all'Università di New York, al secondo o al terzo anno, e viveva in un dormitorio giù nel Financial District, il che, ricordo, mi era parso strano quando me l'aveva detto per la prima volta; ma l'Università di New York aveva iniziato a comprare così tanti beni immobili in città, e dato che avevano questi edifici vuoti laggiù, ci mettevano gli studenti. Mio padre stava cercando di chiamare Ibrahim, ma era quasi impossibile comunicare al cellulare con qualcuno quella mattina.

"Quando arrivò il ragazzo di Stewart, me ne andai e scesi in strada. Da dove stavo, si vedeva il fumo e se ne sentiva nell'aria un odore appena percettibile, anche se lassù - ero a Morningside Heights - il vento soffiava nell'altra direzione. Sembrava più sicuro rimanere lì, ma c'era qualcosa che mi attirava con forza verso sud. Non so perché non fossi più spaventato da quello che stava accadendo. L'unico pensiero che continuava a passarmi per la mente era quanto fossi scioccato di non provare nemmeno un briciolo di sorpresa. Una parte di me, mi resi conto, si aspettava una cosa come quella quasi da tutta la vita.

"Le metropolitane non andavano. Per le strade si respirava un'atmosfera bizzarra. C'erano persone, e macchine, e autobus. Sembrava che si muovessero tutti alla stessa velocità. Poche notti prima avevo sognato che c'era un attentato in città..."

"Davvero?" chiese.

"Sì. Che c'era un attentato e che sciami di persone brulicavano per le strade come insetti. Sembravano formiche dopo che la loro colonia è stata distrutta. In effetti è questa la cosa che mi è rimasta più impressa, quel senso animale di paura.

"Cominciai a camminare. Scesi per la Broadway, attraversando l'Upper West Side, poi Midtown... Le persone si riversavano fuori per le strade, si fermavano a parlare, persone che con ogni evidenza non si conoscevano si raccoglievano in gruppi, un angolo dopo l'altro. A Times Square, la scena era da brividi. Il traffico era fermo. Migliaia di persone erano in piedi con il naso all'insù, lo sguardo fisso sugli immensi schermi, guardando tutto come se fosse la scena di un film.

"Nei negozi di elettronica più giù lungo la Broadway, pareti di televisori mostravano la stessa cosa, ripetutamente: gli incendi, il fumo, il secondo aereo che penetrava nel fianco dell'edificio, i corpi che cadevano, le colonne d'acciaio e polvere che crollavano, i sopravvissuti sotto shock coperti da quella polvere bianca e macabra.

"All'altezza della Ventitreesima Strada c'era un posto di blocco. Dissi all'agente di guardia al varco che stavo cercando di raggiungere mio cugino all'Università di New York, e mi fece passare. Arrivato alla Quattordicesima, un poliziotto mi disse che facevano passare poche persone sotto la Houston, e nessuno sotto Canal. Non si facevano eccezioni. Lì l'odore era molto più forte, simile a zucchero e legno in fiamme, con un fumo amaro che ti rimaneva appiccicato ai denti come sabbia. In cielo, si levava una montagna di fumo che torreggiava sopra gli edifici. Era così vivido che sembrava quasi vivo. Arrabbiato. Ricordo di aver capito all'improvviso perché gli hawaiani consideravano i vulcani delle divinità. Stavo tossendo ora, e l'aria stava peggiorando. Non sembrava molto sensato procedere oltre.

"Sarei dovuto tornare indietro. Sarei dovuto andare a casa, o a casa di qualcuno, come fecero, alla fine, tanti miei amici. Ma non volevo. Sentivo di dover rimanere vicino a quello che stava accadendo. Così mi incamminai in direzione ovest lungo la Tredicesima Strada per vedere se da quel lato la visuale era migliore. Sulla Seventh Avenue, le persone stavano venendo in su, alcune ricoperte di quella polvere bianca. Tutti erano preoccupati che ci sarebbero stati altri attentati, e sentii alcuni dire che al molo c'erano delle barche che portavano gruppi di gente fuori dall'isola. Una donna disse di aver visto su una tv che i palestinesi stavano esultando per le strade. Mi guardò. 'Ma le pare possibile?' chiese, furiosa. 'Cioè, le pare una cosa possibile?'

"Prima c'era un ospedale all'angolo della Dodicesima Strada con la Seventh Avenue, il Saint Vincent's. Che tu ci creda o no, mio padre aveva davvero lavorato lì per alcuni mesi quando era appena arrivato in questo paese. Vidi una coda davanti all'ingresso, che girava attorno all'isolato. Chiesi a un'anziana donna per cosa fosse quella fila. 'Per donare il sangue,' rispose. Qualcun'altra chiese di che gruppo fossi. Zero negativo, le dissi, e sentii alcune persone dire che avrei dovuto mettermi in fila. Mi avevano già detto in passato che il mio sangue era buono per le trasfusioni. Se non potevo scendere oltre, almeno potevo donare il sangue.

"Il tipo davanti a me era, non saprei dire... sotto i sessanta, forse? Con una camicia azzurra e labbra spesse, i basettoni sulle guance. Continuava a fissarmi. Alla fine gli chiesi se fosse tutto a posto. 'Be', mi pare che la risposta è ovvia, cazzo!' 'Sì, be', io mi domandavo solo perché continua a fissarmi.' 'Da dove vieni?' chiese, senza fare nessuno sforzo per nascondere la sua aggressività. 'Dalla zona nord?' dissi. Sapevo cosa mi stava chiedendo. A quel punto, sapevo che si stava spargendo la voce che dietro quell'inferno c'erano i musulmani. Me n'ero accorto dalla donna sulla Quattordicesima, e lo capivo dal modo in cui mi guardavano alcune persone in quel momento. Il tipo coi basettoni mi chiese di nuovo di dove fossi, e io gli dissi di nuovo che ero della parte nord della città. 'Sei musulmano?' chiese. Qualunque cosa avesse visto sul mio volto esitante, era la risposta che cercava. 'Lo sei, vero?' 'C'è qualche problema, signore?' 'Questo fottuto Einstein arabo si chiede se abbiamo un problema,' disse rivolto agli altri. Qualcuno gli disse di lasciarmi in pace. 'Non capisco che ci fai qui. Non vogliamo il tuo sangue arabo.' Involontariamente risi, e si arrabbiò ancora di più. 'Lo trovi divertente? Lo trovi divertente, arabo del cazzo?' 'Le dispiace star zitto, signore?!' gridai all'improvviso. Ma mi resi conto che la mia voce suonava debole, e questo peggiorò solo le cose. 'Non dirmi che devo fare, fottuto terrorista.' E poi disse qualcosa che ancora oggi non capisco: 'Avremmo dovuto uccidervi tutti quando ne avevamo la possibilità.'

"Ora ci stava guardando un mucchio di gente. Alcuni si stavano assiepando attorno a noi. Sembrava che alcuni la pensassero come lui, anche se ne sentivo altri che cercavano di convincerlo a lasciarmi in pace. Il tipo continuava a gridare: 'Non ci serve il tuo sangue arabo! Nessuno lo vuole il tuo fottuto sangue arabo!'

"Ricordo che fece un movimento nella mia direzione e un nero grande e grosso con un berretto dell'esercito lo fermò. Fu allora che sentii qualcosa di caldo e bagnato scendermi lungo la gamba e, abbassando lo sguardo, vidi una macchia scura che rigava l'interno dei jeans. Tutti quelli che stavano guardando videro che mi ero accorto di essermi urinato addosso. All'improvviso, stavo tremando. 'Lascialo in pace,' disse una donna. Il tipo con i basettoni era piegato in due, la sua sembrava la risata roca di una strega. 'Guardatelo, il duro arabo del cazzo,' urlò indicandomi. 'Si è pisciato addosso!'

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Per quindici anni, Dumachas non solo aveva eseguito sui suoi pazienti operazioni non necessarie, si era anche servito di quelle operazioni non necessarie per nuocere alla loro salute. Nel momento in cui accedeva alle arterie coronarie, entrava con il catetere e abradeva intenzionalmente un'area sana lungo il rivestimento interno. In questo modo creava un futuro sito di accumulo delle placche provocando, in definitiva, una malattia cardiaca, e ciascuna di quelle abrasioni valeva almeno mezzo milione di dollari in visite di controllo fatturabili nel corso del successivo decennio. Si trattava, naturalmente, di una condotta criminale, ma venne alla luce solo dopo che la Chiroh ebbe acquistato il suo studio medico - cosa che fece in gran parte proprio per lo straordinario flusso di cassa prodotto da quelle attività criminali, di cui la Chiroh non era a conoscenza e che furono scoperte, disse mio padre, solo a causa di una relazione con un'infermiera di sala operatoria finita male. Complice partecipe della sua macchinazione, l'amante abbandonata di Dumachas si vendicò informando le autorità amministrative; ne conseguì una revisione interna delle cartelle cliniche dei pazienti, che rivelò la ricorrenza di una problematica cardiaca esattamente nello stesso punto della stessa arteria coronaria in più di duemilacinquecento pazienti. Anche a voler essere buoni, non era statisticamente plausibile.

Ed ecco la parte che riguarda Thom Powell: i pazienti di Dumachas adesso erano clienti della Chiroh; il problema era della Chiroh. Per una società quotata in borsa, la divulgazione di una così inammissibile farsa avrebbe significato un azzeramento del costo delle azioni, per non parlare dei potenziali miliardi che l'azienda avrebbe dovuto sborsare in transazioni, se mai fosse in qualche modo sopravvissuta al colpo iniziale. Per la Chiroh era di primaria importanza che non trapelasse assolutamente nulla dei crimini di Dumachas.

Powell era un generalista aziendale - un fiscalista che era passato all'attività forense e, in seguito, all'amministrazione dopo una specializzazione in gestione di impresa. Aveva diretto le operazioni e la logistica per una società di servizi via cavo del Tennessee e curato insieme ad altri la procedura fallimentare per un'attività di ristorazione che operava in più stati, prima di andare alla Chiroh per lavorare nella gestione del rischio. Ed ecco la strategia che sviluppò Powell per gestire la crisi: fu annunciato un giro inatteso di licenziamenti, uno o due posti in ogni livello dell'organizzazione, compresi i medici; era un colpo di avvertimento, che aveva lo scopo di seminare la paura e gettare le basi per la successiva acquiescenza. Separatamente, e con la massima discrezione, fu offerta a Rex Dumachas una generosa indennità di fine rapporto, a patto che abbandonasse definitivamente la professione (l'ultima cosa che volevano quelli della Chiroh era che ricominciasse con i suoi imbrogli da un'altra parte, venisse scoperto e si risalisse fino a loro). Come ulteriore condizione alla sua indennità, Dumachas fornì un elenco di tutte le persone dell'organizzazione che sapeva essere al corrente della sua condotta. Non solo quegli impiegati non furono licenziati; a ciascuno di loro venne anche offerta un'estensione del contratto, con tanto di bonus alla firma - ma solo dopo aver sottoscritto un accordo di riservatezza superblindato. In sintesi, Dumachas andò in pensione prima del tempo e si ritirò in Arizona, e quelli che sapevano del male che aveva fatto ai suoi pazienti furono ricompensati per il loro silenzio. La crisi era stata gestita; il prezzo delle azioni continuò a salire; Powell ottenne una promozione. Era stato poco dopo la conclusione di tutta questa storia che la Reliant Health si era accaparrata Powell, ed era stato durante gli anni di Powell che la Reliant era cresciuta trasformandosi nel colosso che aveva comprato lo studio di mio padre e alla fine si era quotato in borsa.

Mio padre era venuto a conoscenza della crisi Dumachas da un nemico che Powell aveva alla Reliant, un altro amministratore preoccupato - neanche a dirlo! - per il suo posto di lavoro. A quel punto, mio padre e Powell non si potevano vedere, e l'amministratore pettegolo stava cercando di assicurarsi degli appoggi tra i medici del gruppo. In mio padre trovò un ascoltatore ben disposto, perché anche se al principio era stato favorevole all'acquisizione da parte della Reliant, mio padre non ci aveva messo molto a cambiare idea. Powell dirigeva l'impresa nello stesso modo in cui aveva fatto fronte alla crisi della Chiroh, ponendo un accento spietato su due valori aziendali strettamente associati: l'incremento del prezzo delle azioni e la limitazione della responsabilità. L'assistenza sanitaria era quasi un accessorio. Ed è vero, mio padre aveva avuto a che fare con amministratori aziendali senza nessuna formazione medica per tutta la sua carriera, ma Powell e la sua combriccola erano diversi. Quella era una razza nuova che solo allora vedeva emergere nella professione: il consulente legale interno innalzato al rango di decisore, il contabile nobilitato da un master in amministrazione aziendale, il funzionario finanziario permanente i cui contributi alle riunioni del personale includevano consigli sui modi in cui í dipendenti potevano aiutare l'azienda a evitare un'eccessiva svalutazione fiscale sulle attività fisse. Quelli erano fanatici aziendalisti - "patiti dei dati" era l'espressione coniata da mio padre - fissati con i fogli di calcolo tanto quanto, secondo lui, avrebbero dovuto aspettarsi che i dottori lo fossero con i pazienti, ma era chiaro che i pazienti, come le spese di cancelleria, erano solo un'altra voce di bilancio. L'"assistenza di qualità" - proprio come il nome della società - era semplice testo pubblicitario, uno slogan promozionale da schiaffare sui manifesti e sugli opuscoli che mostravano sorridenti famiglie multiculturali e multigenerazionali sedute attorno a un tavolo in una cucina assolata.

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