Copertina
Autore Massimo Albani
CoautoreRenato Valentini
Titolo Il F@raone
EdizioneL'Ambaradan, Torino, 2005, Le Primule , pag. 280, cop.fle., dim. 140x210x20 mm , Isbn 978-88-89257-15-9
LettoreGiovanna Bacci, 2006
Classe gialli , thriller , citta': Torino , musei
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Pagina 7

PROLOGO



Torino, settembre 2005

«Stai per diventare membro della Setta di Ammit, che non avrà fine se non quando terminerà l'umanità stessa.»

«Attraverso il processo d'iniziazione entrerai tra i prescelti e ti sarà fornita la chiave per l'apertura dello scrigno della conoscenza.»

«Inginocchiati davanti alla Statua e medita sul mistero della vita e della morte!»

«Combatti la battaglia contro le ombre del dubbio che possono offuscare la tua mente, e lasciati condurre sul sentiero dell'eternità.»

«Avvicina la tua mano al fuoco purificatore, e impara a dominarne la potenza primordiale.»

«Chiudi gli occhi e abbandonati alla forza delle pietre.»

«Solo allora ti sarà svelato l'elenco di tutti gli adepti sparsi per il mondo e salirai il gradino che porta all'incoronazione nell'Ordine, dove prenderai possesso di ogni segreto.»

«Voi tutti, o adepti, siete i guardiani del Potere sovrannaturale, irradiato direttamente sulla terra dagli dei dell'Antico Egitto. Voi siete i depositari della sapienza dei grandi sacerdoti e avete il dominio di forze tremende, con cui gli spiriti maligni sono piegati ai vostri ordini.»

«Voi resterete in vita per sempre, con una doppia percezione della realtà: come uomini e come spiriti.»

Così diceva Horembeb, il Sommo Sacerdote della Setta di Ammit, a uno degli iniziati che stava per essere accolto come membro.


Egitto, Nuovo Regno — XVIII Dinastia (1450 a.C.)

La sabbia rossa del deserto, che ricopriva completamente i contrafforti orientali, si stava tingendo di colori sempre più caldi, come se un magico pennello la spolverasse ogni minuto con diverse e più intense sfumature. Le ombre dei Sacerdoti, che percorrevano a passi veloci lo spazio antistante il tempio, si allungavano sul terreno, fino a confondersi nel buio più regolare e squadrato proiettato dal muro di cinta.

I raggi ancora bollenti del sole morente stavano incendiando il cielo del deserto egiziano. L'aria ne era come posseduta e la calura del giorno veniva rilasciata dal pavimento infuocato del cortile interno sotto forma di correnti ascendenti che contorcevano le figure lontane, quasi fossero proiettate attraverso uno specchio dalla facciata irregolare.

Come animati da vita propria, gli ultimi barlumi di luce entravano dalle strette fessure verticali poste direttamente sotto il tetto del tempio di Karnak, attraversavano la foresta di enormi colonne della sala ipostila e si proiettavano verso il tabernacolo, contrastando il buio degli ambienti interni e creando un meraviglioso gioco di luci e di ombre che sembrava spezzarsi e riformarsi, come danzando, sugli spigoli delle pietre.

Il Sommo Sacerdote Senhar stava recitando il Salmo di Osiride. Era in piedi, con gli avambracci diritti e le mani giunte, proprio di fronte alla statua del Bene posta nella parte più buia e recondita. Mai aveva scandito queste preghiere con il cuore così gonfio d'angoscia. In più sapeva di dover fare in fretta: tra poco sarebbe stato buio e le forze delle tenebre avrebbero preso il sopravvento, rendendo vana anche la più potente delle magie.

«Omaggio a te, Re dei Re, Signore dei Signori, Principe dei Principi, Padrone della terra generato dal grembo di Nut. Hai regnato sulle Due Terre e su Igert. D'oro sono le tue membra, di lapislazzuli la tua testa, di turchese sono i tuoi fianchi.»

Quelle tenebre, che nemmeno la forza dell'astro solare poteva estirpare, coprivano da tempo il Nuovo Regno. La malvagità si era impadronita del cuore degli uomini. Uomini che, pensava Senhar, erano ormai alla mercé di Ammit: l'entità mostruosa preposta alla distruzione dello spirito del defunto nel caso di sfavorevole verdetto del tribunale guidato da Osiride.

Ammit... esattamente la statuetta che aveva in mano. Nessuno avrebbe potuto immaginarne il potere benefico, così ben nascosto sotto la maschera del Male.

«Osiride il giusto, dio protettore degli Egizi, aiutami!» urlò Senhar «Non posso farcela senza di Te, il Male è troppo grande!»

Ma non c'era più tempo: non bastava avere interrotto il rito ed essersi precipitato qui. Era solamente riuscito a contenere la forza diabolica del Male, ma non lo aveva sconfitto. Adesso lo doveva eliminare per sempre. Ora o mai più. Con trepidazione, posò sopra la fonte del Bene la statuetta raffigurante la divinità. Capo di coccodrillo, zampe anteriori di leone, zampe posteriori di ippopotamo.

Srotolò il papiro del Libro dei Morti per recitarne le sacre parole di cui solo lui possedeva la chiave. Parole che Amon in persona gli aveva rivelato e che avrebbe sperato di non dover mai utilizzare.

«Raneb neteren nynetjer sekhemib, perabsen abydos.»

La statuetta sembrò prendere vita: un alone di luce diffusa la circondò. Ma Senhar, il più saggio e il più potente dei sacerdoti, il più grande degli scienziati, si sentì in trappola. E prima ancora di poter continuare la cerimonia, una fitta d'acuto dolore alle spalle lo immobilizzò. Colpito a morte, stava per perdere conoscenza, quando riuscì a voltarsi e a registrare un'ultima immagine che rimase scolpita nei suoi occhi: un'enorme testa dalle fattezze ben note, che rideva di un riso malvagio e demoniaco.


Il Male non era quindi ancora stato sconfitto, ma era comunque stato attenuato.

Fino a quando?

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Pagina 11

Torino, venerdì 2 settembre 2005

Luisa era proprio quella che ogni uomo potrebbe definire "una bella ragazza". Aveva attorno un alone di sensualità a cui non si poteva rimanere indifferenti.

Le si sarebbero dati al massimo 35 anni. Bionda, di quel biondo così naturale che le braccia sembravano quasi glabre, tanto era trasparente la lieve peluria che le ornava.

Gli occhi poi! A seconda dell'intensità della luce passavano dal blu a un verde intenso, abbracciando l'ambiente circostante con uno sguardo intelligente, da chi sa il fatto suo. La mano del più nobile tra gli artisti aveva incastonato questi due gioielli, oggi del colore dello zaffiro e domani dello smeraldo, in un viso dolcissimo: un ovale perfetto che ricordava il ritratto delle Madonne di Leonardo. Bastava che il suo sguardo incrociasse quello di qualcun altro per fargli venire le gambe molli e mozzargli il fiato, soprattutto se poi l'incauto le avesse guardato il seno.

Una delizia!

Un seno così si vedeva proprio raramente: né piccolo né grande, le giuste proporzioni. Sembrava progettato in modo che una rete invisibile lo tenesse sempre in posizione, soprattutto quando Luisa veniva in ufficio senza reggiseno, con due capezzoli che spingevano la maglietta come punte scolpite da bellezza canoviana.

Guido ricordava quell'uscita tra colleghi per il picnic alle Lame del Sesia, quando l'aveva vista in costume da bagno per la prima volta. Mamma mia, roba da svenire al solo pensiero: un fisico eccezionale e quell'ombelico così dolce, posto nel bel mezzo di una superficie morbida e abbronzata, che sembrava invitarlo...

Già, ma invitarlo a che cosa? Proprio lui, figuriamoci! Un mingherlino con gli occhialini da intellettuale, mai stato in palestra in vita sua. I muscoli che aveva... anzi, i pochi muscoli che aveva se li era fatti "sul campo", giocando a pallavolo nella squadra dell'università.

Guardandosi attorno, tutto sommato, non si trovava poi neanche tanto male. In fondo, non aveva la pancia, come quasi tutti i suoi colleghi sui quaranta e passa, specialmente quelli sposati. Aveva ancora tutti i capelli, di un biondo arruffato, memoria di quando li portava lunghi e aveva un sacco di riccioli. C'era qualche capello bianco, che però si camuffava bene in mezzo agli altri. Sul viso risaltava un naso sproporzionato ma di cui andava fiero, specialmente da quando una sua amica gli aveva riferito di aver letto una statistica da cui risultava che gli uomini con il naso grosso riflettono anche altrove questo attributo. Amava ripetersi, parafrasando una nota metafora: "Il naso è lo specchio dell'anima. Le donne avrebbero anche potuto capirlo, no?"

Ma le donne, dal punto di vista erotico, lo ignoravano. Certo, quando volevano passare una bella serata in compagnia, lo invitavano. Perché Guido, pur volendogli riconoscere tutti i difetti di questo mondo, sfoderava una conversazione molto interessante, se non addirittura brillante. Con lui non ci si annoiava di sicuro. Peccato però che, dopo la cena, le ragazze preferissero spassarsela con quelli più "machi" di lui, tutti muscoli e niente cervello.

Luisa si sporse sulla scrivania per cercare qualcosa. Condividevano un "loculo", una di quelle orripilanti strutture openspace dove tutti si fanno gli affari degli altri. Lavoravano uno di spalle all'altra e Guido rimpiangeva il suo vecchio monitor a tubo catodico. Ingombrante è vero, ma con quella bella superficie a specchio in cui poteva vedere Luisa riflessa, facendo finta di leggere le e-mail che arrivavano dal capo, ma in realtà adorando i suoi lineamenti che, seppure in semi-trasparenza, gli provocavano sensazioni fortissime. Poi erano arrivati quelli dei sistemi informativi, con lo schermo a cristalli liquidi, tanto piatto quanto indifferente ai suoi desideri e... fine della pacchia. "Questi maledetti informatici, che ti cambiano il PC e il monitor senza nemmeno chiederti il permesso..."

Si era voltato per caso, perché un richiamo primordiale gli aveva suggerito di farlo. E quello che si trovò davanti, lo fece letteralmente trasalire: il fondoschiena di Luisa in bella evidenza, mentre si sporgeva sulla scrivania. Portava dei pantaloni bianchi, attillati e trasparenti che, con quella vita così bassa, non facevano altro che accentuare le sue forme deliziose.

"Come se avesse bisogno di portare dei pantaloni così per farsi notare!" pensò Guido.

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Pagina 47

Valerio decise di prendersi un'ora di vacanza e di fare una breve visita al museo. Era venuto a Torino per la prima volta, e sarebbe stato un peccato andarsene senza aver visto una delle più importanti raccolte di antichità egizie del mondo. "Va bene dare una mano ai colleghi in difficoltà, ma senza esagerare" si giustificò con la propria coscienza.

Quasi senza rendersene conto, si ritrovò in mezzo a una scolaresca e rimase ammaliato dalle parole del professore:

«Nel museo, le raccolte sono divise per argomenti. Sono moltissimi e rarissimi i preziosi reperti ivi contenuti: non solo le splendide statue, le mummie, i sarcofaghi o gli antichi oggetti di culto attirano l'attenzione dei visitatori, ma grande interesse suscita soprattutto la sezione dei papiri. Vi sono esposti documenti così unici, rari e importanti, da costituire un vero e proprio museo nel museo, una raccolta unica al mondo, che attira studiosi da ogni parte del globo. Non solo gli egittologi, ma anche la gente comune rimane colpita dalla loro bellezza, dalle forme e dai colori che vi sono rappresentati e che, magicamente e misteriosamente, sono sopravvissuti agli attacchi del tempo e dei predoni. Anche chi non capisce la scrittura dei geroglifici viene attratto dall'alone di mistero che li circonda, da quei simboli che racchiudono qualcosa di sovrannaturale, da una scrittura che, pochi lo sanno, è contemporaneamente fonetica e ideografica. I segni possono rappresentare, a seconda delle circostanze, un insieme di suoni corrispondenti a una, due o tre lettere, oppure la natura stessa del simbolo che vi è disegnato, sia esso un uomo, un animale oppure una cosa. La più bella scrittura che l'uomo mai abbia inventato! Se avete un papiro in casa, magari uno di quelli acquistati a poco prezzo in un suk, il mercato arabo così frequente in Egitto e nei paesi del Nord Africa che si affacciano sul Mediterraneo, allora avete contemporaneamente un bel quadro dai colori sgargianti e dalle forme inusuali; un trattato scientifico che parla della vita di cinquemila anni fa; e un insieme di formule magiche che, se opportunamente lette e recitate, possono darvi accesso al mondo del sovrannaturale. Questa è la potenza dei geroglifici. Non è una scrittura sviluppata per comunicare nel nostro mondo e nella nostra dimensione: servono per scrivere agli dei, per comunicare con l'aldilà, con la dimensione ultraterrena. Animali e piante rappresentate nei papiri torneranno in vita e si metteranno ai vostri ordini, se sarete in grado di leggere e recitare in modo corretto le parole che li accompagnano. Le ali del falco spiegate sopra il capo del Faraone vi proteggeranno dai nemici e dalle disgrazie, se voi saprete ridare vita alle piume recitando le frasi rituali che sono scritte sulla statua. Nessun'altra scrittura al mondo riunisce insieme queste tre caratteristiche: un potente strumento di comunicazione, una grafica graziosa e multicolore per adornare le pareti delle tombe, una porta aperta verso l'aldilà. Quando vedete un dipinto in cui il Faraone, a bordo della barca regale, solca le acque del Nilo teneramente coccolato dalla propria consorte che gli fa ombra, pensate che l'acqua del fiume, simboleggiata da una piccola greca che percorre la parte inferiore del "quadro", è contemporaneamente il simbolo dell'acqua, la parola acqua e un codice che, se usato in modo corretto, farà fluire verso di voi una cascata dal muro su cui è dipinto l'affresco. Questa è la potenza terribile dei geroglifici!»

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Pagina 93

Torino, giovedì 13 ottobre 2005

L'ispettore Jovine non riusciva a staccare gli occhi dalla statua del Faraone Tuthmosis III. Il pensiero che fosse stata scolpita tremila e cinquecento anni fa lo turbava. Ricordava che, anno più anno meno, Roma era stata fondata dai settecento ai settecentocinquanta anni prima di Cristo, quindi arrivare al momento in cui lo scultore aveva immortalato il Faraone nella pietra voleva dire andare indietro nel tempo ancora di ottocento anni dalla sua fondazione. "Ma perbacco!" pensò "Se da oggi andassi indietro di ottocento anni, arriverei al milleduecento, in pieno Medioevo: l'età di questo reperto sta quindi alla fondazione di Roma come il Medioevo sta a noi, incredibile!"

Ciò che più di tutto stava catturando la sua attenzione erano sia la pietra da cui la statua era stata ricavata, sia la bravura dell'artista, che aveva rappresentato il Faraone seduto sul trono con i simboli del potere intrecciati sul petto.

La pietra aveva qualcosa di straordinario, tanto da far sembrare la scultura una fusione di acciaio inossidabile, color canna di fucile, ricoperta con una vernice metallizzata tipo quelle che si usano oggi per le auto. Ma avvicinandosi meglio, poté constatare che invece era nuda: semplicemente era stata così ben levigata da dare all'osservatore l'effetto "carrozzeria". Una rifinitura fatta tremilacinquecento anni prima, che aveva resistito agli attacchi del tempo, delle intemperie, dei predoni e dell'uomo. A parte qualche piccola ammaccatura qua e là, la statua sembrava appena uscita dalle mani dell'artista.

"Ma dove diavolo hanno trovato questo strano materiale?" pensò Jovine, abituato come tutti a vedere le statue Greche, Romane e del Rinascimento scolpite nel morbido marmo. "Che razza di strumenti ha usato l'artista per scolpire una pietra così dura e per levigarla in questo modo? E che artista poi: qualcuno al livello di un Michelangelo o di un Canova." Il Faraone sembrava vivo e le fattezze erano magnifiche. Il suo sguardo, pur impresso nella fredda roccia, lo seguiva ovunque, man mano che gli girava attorno per osservarlo meglio. Riusciva a malapena a fissarlo senza timore. "Questo Faraone, indiscutibilmente, incute soggezione!" Mentre pensava tutto ciò, una piacevole voce femminile gli arrivò dalle spalle:

«Bella vero?»

«Sì bellissima, ma anche, anche...» rispose voltandosi.

«Agghiacciante?»

«Sì, agghiacciante è il termine giusto, ma è difficile che venga subito in mente. Probabilmente questa statua la conosce bene, signora...?»

«Dottoressa Rinelli, Maria Rinelli. E lei è l'ispettore Jovine, vero?»

«Già, proprio io. Mi scusi per il disturbo... Ma immagino sappia perché sono qui, vero? È venuta a conoscenza di cosa è successo in Alvanet Lab?»

«Sì, ho saputo. È stata una notizia tremenda. Davvero tremenda. Avete già qualche informazione precisa?»

«No, dottoressa. Purtroppo no. Per il momento ne sappiamo ben poco. Siamo, per così dire, nella fase di prima analisi, di raccolta dei dati. Stiamo cercando ad esempio di capire gli spostamenti dell'ingegner Chini prima del... fatto. Lei lo ha conosciuto?»

«Di vista... Solamente di vista... Era... era venuto un paio di volte negli ultimi giorni per dare una mano ai suoi colleghi, che mi sembra fossero in seria difficoltà, comunque...»

«Comunque?»

«Era una persona molto gentile, non certo come gli altri...»

«Ah sì?»

«Sì!» rispose decisa la Rinelli.

"È la prima volta che riesce a guardarmi negli occhi...", rimuginò Jovine tra sé e sé, "Ce n'è voluta, eh?!" Riccardo non si fece sfuggire il lieve rossore apparsole sulle guance, e prontamente scacciato con un impercettibile sforzo di volontà.

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Pagina 185

«Dottor Mirandi, cosa mi dice del Circolo di Ammit?»

Aveva usato apposta la parola dottore: voleva dare solennità alla domanda e si aspettava una risposta sincera, quasi che anteporre il titolo al cognome gli servisse per richiamarlo alla sua deontologia professionale a garanzia della veridicità della risposta.

Sergio sollevò la testa, che stava tenendo tra le mani, e guardò l'ispettore fisso negli occhi con uno sguardo di rassegnazione, tanto che Jovine ne fu quasi mosso a pietà. Ma il dovere professionale gli imponeva di insistere, anche se tutto sommato del Circolo di Ammit non gliene importava poi un gran che.

«Allora, Mirandi, cosa sa del Circolo di Ammit?»

Ancora qualche istante di silenzio, denso e pesante. I suoni e i visi delle persone apparivano sbiaditi, poi la voce dell'interrogato risuonò nella stanza:

«Fu lì, ispettore, che conobbi per la prima volta la dottoressa Rinelli. Furono anni particolari, ma ne sono uscito...»

«Mi spieghi, mi dica tutto, forza!» incitò Riccardo.

«Il Circolo di Ammit vanta una lunga storia tra i circoli esoterici torinesi. Fu fondato nel 1860 da Alejandro Higuerra, un ricco allevatore argentino che, dopo essere convolato a giuste nozze con la duchessina Eleonora Ronchi d'Ariè, prese le redini del casato con il nome di Gianmarco Higherra dei Ronchi d'Ariè. Divenne il primo vero direttore del Museo delle Divinità e dei Faraoni Egizi, che proprio in quegli anni stava assumendo sempre maggiore importanza a seguito degli ultimi ritrovamenti archeologici...»

«Continui!» gli intimò Jovine dopo qualche attimo di silenzio.

«Il circolo aveva come missione quella di approfondire alcuni aspetti della cultura egizia, soprattutto le tematiche legate alla magia e all'esoterismo. Il fondatore infatti, oltre a essere un eminente e serio studioso, era anche convinto che Torino fosse nata grazie a un principe dell'antico Egitto e che addirittura dovesse il suo nome proprio al fatto che, sempre secondo la leggenda, gli Egiziani che la fondarono coltivavano il culto di un dio-toro.»

«E lei perché entrò nella setta?»

«Era il 1993, un periodo difficile della mia vita. Ero desideroso di seguire dei valori veri, non quelli della società opulenta, ma nello stesso tempo marcia che avevo intorno. Ero già appassionato di antico Egitto ed esoterismo e un giorno un amico dei tempi dell'università mi invitò a partecipare a un seminario che si teneva al circolo. Avrebbe dovuto esserci: fu un'esperienza bellissima e incontrai persone con un'incredibile conoscenza dell'antico Egitto...»

«Il circolo è ancora attivo?»

«Ispettore, lei insulta la mia intelligenza. Se ha fatto la domanda sul Circolo di Ammit, significa che ha fatto le necessarie indagini su tutta la sua storia.»

«Ok. Beccato!»

«E allora saprà che si è sciolto nel 1995, dalla sera alla mattina.»

«Perché dice così?»

«Perché solo pochi giorni prima fu tenuto il cosiddetto "rito della primavera": un rito vecchio di secoli, almeno così diceva il professore.»

«E allora?»

«E allora è molto semplice: il "rito della primavera" era un rito propiziatorio per il futuro, ma pochi giorni dopo tutto finì, così... di colpo!»

«Strano... Molto strano... Ma a parte studiare gli antichi Egizi, lei aveva sentore che al circolo succedesse qualcosa di... strano?»

Mirandi, a quelle parole, rimase immobile: sembrava che non avesse più timore, apparendo piuttosto forte e deciso. I suoi occhi cominciarono a ruotare e a colorarsi di una strana luce arancione. Jovine ne fu impaurito e al tempo stesso incuriosito e decise di aspettare un po' prima di incitarlo nuovamente, tanto per vedere le sue reazioni.

Rimasero entrambi in silenzio per una manciata di secondi durante i quali non successe assolutamente nulla, tanto che l'ispettore fu costretto di nuovo a formulare la domanda:

«Allora, che ha? Si è incantato?»

«No. Pensavo, riflettevo...»

«Su cosa?»

«Sulla sua domanda. Sulla sua domanda...»

«Ebbene?»

«No, non succedeva nulla per così dire, di "strano"...»

«No, eh? Ne è sicuro? Ne è proprio sicuro?»

«Be', sì... O almeno...»

Sergio ammutolì di nuovo. Sembrava avere qualcosa da dire, qualcosa che non riusciva assolutamente a dominare e che, per quanti sforzi facesse, voleva a ogni costo prendere la strada della bocca.

«O almeno...?» lo incalzò nuovamente l'ispettore.

«No, nulla, nulla!»

Le sinapsi di Riccardo aggregarono in modo quasi caotico le informazioni nella sua mente: antichi Egizi; nuove tecnologie; un omicidio; un museo e la sua direttrice. E in un attimo si fermò a pensare alla Rinelli: "È decisamente una bella donna, anche se un po' troppo severa nei modi e nella forma".

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