Copertina
Autore Paolo Albani
Titolo I mattoidi italiani
EdizioneQuodlibet, Macerata, 2012, Compagnia Extra 29 , pag. 346, ill., cop.fle., dim. 12x19x2,3 cm , Isbn 978-88-7462-449-2
LettoreGiorgio Crepe, 2013
Classe scienze improbabili , critica letteraria , paesi: Italia: 1800 , paesi: Italia: 1900
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Indice


    LINGUISTI E CREATORI DI LINGUE UNIVERSALI

 11 Cetti, Carlo
 19 Faccioli, Angelo
 23 Galasso, Angiolo
 25 Lucchetti, Pantaleone
 30 Magli, Gai
 36 Matraja, Giovanni Giuseppe

    ASTRONOMI, FISICI E SCIENZIATI IN GENERALE

 43 Borredon, Giuseppe
 47 Casazza, Giuseppe
 50 Corradi, Silvio
 57 Giordano, Michele
 6o Giraud, Giuseppe
 6z Mancini, Niccolò
 64 Manzi, Emiddio
 66 Tordelli, Emilio Angelo

    POETI, DRAMMATURGHI E ROMANZIERI

 71 Bellini, Bernardo
 76 Casati, Alfredo
 78 Gargiuto, Gaetano
 8z Gavazzi, Leonida
 85 Jacopini, Alberto
 87 Montalti, Pietro

    FILOSOFI E IDEALISTI

 93 Boselli, Elia
 98 Carnovale, Luigi
101 Cosentino, Antonio
106 D'Amato, Gennaro
108 Faggioli, Renato
114 Jovacchini, Alfonso
118 Sergi, Giuseppe
121 Ser-Giacomi, Giulio
125 Turcotti, Aurelio
131 Wahltuch, Marco

    LETTORI E TRASMETTITORI DEL PENSIERO

141 Caselli, Carlo
144 Corva, Alberto
148 Severa, T. V.

    QUADRATORI DEL CERCHIO

154 Dispenza, Illuminato
157 Giuseppe, Ambrogio
160 Gianotti, Onorato
165 Motti, Giovanni
168 Plebani, Benedetto
172 Spoltore, Nicola
174 Vanini, Ercolano

    PROFETI E IDEATORI DI NUOVE RELIGIONI

179 Bosisio, Francesco
185 Petri, Omero
189 Tummolo, Giovanni

    PSICOLOGI E SESSUOLOGI

197 Germano, Antonio
201 Lima Fulga, G.
295 Valenti, Giuseppe

    MEDICI, BIOLOGI E NATURALISTI

211 Bertossi, Ugo
216 Calligaris, Giuseppe
223 Casanova, Achille
228 Ferrero, Carl'Antonio
233 Gautieri, Giuseppe
237 Guerra, Carlo
241 Linati, Filippo
245 Malinconico, Achille
247 Salaghi, Napoleone
251 Volante, Alessandro

    ECONOMISTI E POLITICI

257 De Finis, Gaetano
263 Gialetti, Augusto
266 Lenzi, Arturo
271 Tavola, Giacomo

    ARCHITETTI

279 Canfora, Giovanni
284 Ferrara, Camillo
285 Mariani, Aristide
287 Montani, Pietro
290 Tezza, Giuseppe

    INVENTORI

297 Becherucci, Francesco
301 Cappellan, A.
303 Fusina, Vincenzo
306 Ogliotti, Quinto
315 Villa, Ignazio


321 Una nota metodologica
327 Bibliografia
333 Indice generale dei nomi

 

 

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Pagina 11

Carlo Cetti (1884-?)

Carlo Cetti è l'ideatore di una teoria, il brevismo, esposta ne La lingua si perfeziona e progredisce tendendo a brevità (Teoria del brevismo) (1946), che individua nella brevità del linguaggio un mezzo per la perfezione dello stile.

Nel libro, scritto in forma di dialoghi fra diversi personaggi indicati come Studente, Cugino, Ingegnere, Dottore, ecc., Cetti sostiene che la prima cosa cui, parlando o scrivendo, si deve badare, è la parsimonia sillabica, e che quindi alle parole o locuzioni lunghe si devono sempre preferire le brevi. Muovendo dall'assunto che più una lingua si libera del superfluo e più si fa perfetta, Cetti propone cinque norme per la sua teoria:

1. non usare la doppia consonante, dove basti la semplice, come ad esempio in imagine, patriota, sodisfare;

2. omettere la i, la u o altra vocale in parole come ceco, sufficente [suficente?], gioco, ecc.

3. usare senza prefisso parole che di solito lo conservano come bruciare per «abbruciare», malare per «ammalare»;

4. liberare del prefisso le parole che lo tengono incollato a sé dicendo lontanare per «allontanare», ricchire per «arricchire», bandonare per «abbandonare», e cercare altre semplificazioni di parole come ad esempio quella di sututto per «soprattutto», nostante per «nonostante»;

5. valersi il più possibile dell'apostrofo e dei troncamenti per risparmiare sillabe e quindi migliorare lo stile.


La lingua italiana, che ha il pregio di essere armoniosa e di scriversi come si pronuncia, ha in più il dono della brevità. I dialetti, ad esempio il lombardo, sia nella grafia che nella pronuncia, sono più brevi dell'italiano e quindi sono lo strumento più perfetto d'espressione delle idee e dei sentimenti, anche se hanno il limite di essere compresi da poche persone. Il loro uso non può che favorire lo sviluppo dell'intelligenza e del carattere. Per bocca dei suoi personaggi, Cetti avanza la proposta di fondare una Società per il progresso e perfezionamento della lingua con il compito di bandire concorsi a premio consistenti nel: a) presentare saggi d'emendazione di brani di prosa di nostri illustri scrittori; b) fornire elenchi di vocaboli che si possono scrivere in due differenti modi, al fine di eleggere stabilmente il più breve; c) proporre la semplificazione sillabica di parole lunghe. Come il secolo scorso ha visto trionfare il purismo, Cetti si augura che quella in cui vive possa essere l'epoca del brevismo. A suo parere nuocciono alla brevità l'abuso della congiunzione e, l'uso del d eufonico che si aggiunge alla congiunzione e, dell' i messo in principio alle parole che iniziano per s impura, delle preposizioni articolate (meglio dire le città di Francia che «le città della Francia»), degli inutili partitivi (c'erano oggetti e non «c'erano degli oggetti»), l'eccesso di che, di, come se, degli avverbi in -mente, dei superlativi, ecc. Anche i segni d'interpunzione permettono di risparmiare parole, a vantaggio della rapidità e dello stile; invece che «i due amici discorrevan, mentre le note d'una canzone salivan dalla via» meglio dire i due amici discorrevan: le note d'una canzone salivan dalla via. Altre regole per valorizzare la brevità individuate dal Cetti sono:

6. omettere tutto ciò che l'uditore o il lettore possono facilmente sottintendere;

7. disporre le parole in modo accorto nelle frasi e nei periodi; «vidi un monte verdeggiante di pascoli, boscoso, altissimo» non va, devo dire vidi un monte altissimo, boscoso, verdeggiante di pascoli;

8. scrivere usando periodi in prevalenza brevi, ciascuno dei quali esprima un concetto a sé, ben distinto dagli altri, andando spesso a capo.


Quando il brevismo avrà esaurita la sua funzione e la nostra lingua avrà raggiunto un grado di brevità oltre il quale non si può andare senza venire meno alla chiarezza, allora, sostiene Cetti, potrà sorgere un nuovo movimento: lo stacchismo, cioè il dare a ogni periodo il conveniente stacco concettuale da quello che lo precede.

Il capolavoro del Cetti in quanto a brevismo è il Rifacimento dei Promessi Sposi (1965) dove offre una versione semplificata (196 pagine) dell'intero romanzo di Alessandro Manzoni. Già nel Saggio d'una terza edizione dei «Promessi sposi» (1959) aveva semplificato, riducendoli a circa la metà, i primi otto capitoli del romanzo manzoniano sfrondandoli del superfluo.

L'incipit del romanzo manzoniano diventa nella versione cettiana:

Quel ramo del Lario [nome tradizionale del lago di Como, NDR] che, tra due catene di monti e tutto seni e golfi, volge a sud, quasi a un tratto si restringe e, tra un'ampia costiera a manca e un promontorio a destra, prende corso di fiume; mutazione resa più evidente da un ponte che unisce le due rive lì ove termina il lago e l'Adda ricomincia, per riprendere poi nome di lago, ove esse riaprendosi, lasciano spaziare le acque in nuovi golfi e seni.


Cetti è promotore di un sistema di filosofia morale, il Vitaismo, che, contro l'utilitarismo finalizzato all'obiettivo del massimo utile, propugna l'«amore alla vita» da conseguire mirando a un pieno sviluppo fisico, intellettuale e etico che faciliti la massima durata della vita, ottenibile se si rispettano le leggi del nostro corpo, cioè vivendo secondo i precetti dell'igiene, e quelle del corpo sociale di cui siamo parte, ossia le leggi scritte, e l'etica.

[...]

In un capitolo delle Pagine di critica letteraria Cetti rivendica la possibilità e il diritto di migliorare i libri di autori scomparsi, perfezionandoli con un lavoro di scelta e di ritocco. All'adorazione feticistica dei libri di scrittori da gran tempo scomparsi, Cetti oppone la vitalità di una collaborazione tra tali autori e le persone venute dopo di loro, così come si verifica in tutti gli altri campi, collaborazione da cui deriva ogni progresso.

Nell' Autobiografia (1961) Cetti scrive che la sua mente, a differenza di quel che avviene per la maggior parte degli uomini, non accoglie le idee da altri, ma le produce. Per ciò che riguarda le idee espresse nei suoi libri, Cetti confessa di non aver mai nutrito dubbi sul loro valore.

Cetti nasce il 7 settembre 1884 a Laglio sulle sponde del lago di Como, da Giuseppe e Giovanna Stampa. Diplomato in ragioneria, di professione è stato commerciante: il primo commercio fu quello delle palline da gioco, cui seguì quello di francobolli, poi di varie spezie e dell'incenso provenienti dalla Somalia e dall'Eritrea. Nel 1925 si ritira dagli affari per dedicarsi allo scrivere. Autore eclettico e prolifico, la sua produzione comprende novelle, testi di critica letteraria, libri di poesia, politica, economia, filosofia morale, satira, storia, pedagogia, trattati di mnemonica.


    BIBLIOGRAFIA: Carlo Cetti,

    Delle lettere (bizzarria), Edizioni «Il ginepro», Como, 1933;
    Come si tesse un sonetto, Tip. E. Cavalieri, Como, 1942;
    Come si tesse una canzone, Tip. E. Cavalieri, Como, 1942;
    La fiaccola del progresso (funzione sociale del libro), Tip. E. Cavalieri,
        Como, 1944;
    Lancia spezzata: (circa la fama letteraria del Manzoni), Tip. E. Cavalieri,
        Como, 1945;
    La lingua si perfeziona e progredisce tendendo a brevità (Teoria del
        brevismo). Appendice. Dell'arte narrativa, Edizioni «Il ginepro», Como,
        1946;
    Miei ricordi di scrittore. Appendice. L'opera di O. Ittec, Edizioni «Il
        ginepro», Como, 1946;
    Contro il feticismo letterario, A cura dell'autore, Como, 1958;
    L'arte di poetare, ed. a cura dell'autore, Como, 1958;
    Libro per gli scrittori, ed. a cura dell'autore, Soc. Arti Grafiche S.
        Abbondio, Como, 1958;
    Saggio d'una terza edizione dei «Promessi sposi», ed. a cura dell'autore,
        Soc. Arti Grafiche S. Abbondio, Como, 1959;
    Autobiografia, ed. a cura dell'autore, Soc. Arti Grafiche S. Abbondio, Como,
        1961;
    L'arte dello scrivere, ed. a cura dell'autore, Soc. Arti Grafiche S.
        Abbondio, Como, 1964;
    Rifacimento dei Promessi Sposi, A cura dell'autore, Soc. Arti Grafiche S.
        Abbondio, Como, 1965;
    Il vitaismo (Sistema di filosofia morale), ed. a cura dell'autore, Soc. Arti
        Grafiche S. Abbondio, Como, 1965;
    Pagine di critica letteraria, ed. a cura dell'autore, Soc. Arti Grafiche S.
        Abbondio, Como, 1966.

    Altri titoli del Cetti:

    Le scarpe dell'ebreo. Sintesi filosofica in nove quadri, Giovanni Bolla
        Editore, Milano, [1927?];
    Della necessità di ristabilire la pena di morte per l'omicidio. Confutazione
        al Beccaria, Giovanni Bolla Editore, Milano, 1928;
    La fiammata (analisi e sintesi della scienza economica). In quattro quadri,
        Giovanni Bolla Editore, Milano, 1933;
    L'autoeducazione (consigli ai giovani), Cavalieri, Como, 1945;
    La Politica di Einaudi e la crisi dell'Industria e commercio, Tip. F.lli
        Corti, Como, 1948;
    Delle tre diverse etiche: La teologica, la metafisica e la razionale, Tip.
        Corti e C., Como, 1951;
    Dell'economia politica, ed. a cura dell'autore, Como, 1958;
    L'arte di ritenere a memoria, ed. a cura dell'autore, Como, 1959;
    L'educazione come mezzo di favorire lo sviluppo del corpo e della mente, di
        formare il carattere e di preparare a una professione, [senza
        indicazione dell'editore], Como, 1963;
    Due satire contro il fascismo pubblicate durante l'ontoso ventennio, ed. a
        cura dell'autore, Como, 1963;
    La fine del fascismo e del suo capo predette sino dal 1929. Difesa
        dell'autore nel processo a porte chiuse, ed. a cura dell'autore, Como,
        1963;
    Alla ricerca del vero. Pagine sul problema dell'etica, ed. a cura
        dell'autore, Como, 1963;
    Ultime ore di Mussolini: 27 e 28 aprile 1945, ed. a cura dell'autore, Como,
        1963.

    Su Cetti:

    Umberto Eco, «L'industria del genio italico», in Valerio Riva, a cura di,
        L'Espresso 1955-'85. 30 anni di cultura, parte seconda, Editoriale
        L'Espresso, Roma, 1985, pp. 29-47, Si veda p. 38;
    Giampaolo Dossena, Luoghi letterari. Paesaggi, opere e personaggi, Edizioni
        Sylvestre Bonnard, Milano, 2003, pp. 151-152.

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Pagina 60

Giuseppe Giraud (sec. XIX)

In varie pubblicazioni, come ad esempio nel Linguaggio astronomico delle macchie solari (1885), Giuseppe Giraud vuole dimostrare, fra le altre cose, che:

a) la potenza che fa muovere e rotolare la Terra nell'etere attorno al Sole non è la chimerica attrazione universale immaginata da Newton, bensì il moto rotatorio del Sole sul suo asse nell'etere, un fluido elastico composto sostanzialmente di ossigeno e azoto come la nostra atmosfera, condensantesi attorno alla Terra;

b) la Terra dista dal Sole undici e un quarto circa diametri terrestri, ossia un diametro solare, come rimane provato da uno studio ben condotto sulle grandi macchie solari;

c) la Luna dista un raggio terrestre dalla Terra; il diametro della Terra è pari a 2,7 diametri lunari, più 3/10 d'un diametro lunare;

d) il tempo che i pianeti impiegano a circolare attorno al Sole cresce in ragione quadrupla di ogni aumento di un raggio solare della loro distanza dal Sole.

Convinto di coronare l'edificio eretto dai grandi astronomi del passato come Copernico, Galileo e Keplero, Giraud vede nei suoi lavori uno strumento idoneo per insediare l'astronomia meccanica su una vera base scientifica.

Ne La mia lanterna nella scienza, in medicina (1879) Giraud parla della sua intuizione circa le potenze meccaniche che generano le pulsazioni nel cuore e nelle arterie; tale intuizione gli ha permesso di effettuare ulteriori scoperte fisiologiche, quali ad esempio le cause del moto del sangue, il modo in cui si compie la nutrizione e la denutrizione nei tessuti, cose che finora erano sconosciute o tratteggiate con idee comuni.


    BIBLIOGRAFIA: Giuseppe Giraud,

    Progetto di avviamento ad una radicale riforma finanziaria, Tip. Sociale,
        Forlì, 1867;
    Vuoto d'aria atmosferica in recipienti chiusi e vuoto d'acqua nelle acque
        dei mari, dei laghi e dei fiumi o pozzo marino per servirsene nelle
        industrie, Giulio Speirani e figli, Torino, 1871;
    La mia lanterna nella scienza, in medicina. Scoperte e pensieri per il d.re
        Giraud Giuseppe, presso l'autore, Tip. Locatelli, Torino, 1879;
    Le genesi delle forze, Tip. Locatelli, Torino, 1880;
    Florilegio astronomico: raccolta a corpo di dottrina di nuove e scelte
        nozioni astronomiche ed altre, Tip. Locatelli, Torino 1881;
    L'Universo ossia Il mondo disvelato: carriera degli esseri nel mondo, 2a.
        ed. accresciuta coll'aggiunta della «Genesi delle forze» e del
        «Florilegio astronomico», Tip. Locatelli, Torino, 1881;
    Sistema planetario Giraud ossia sunto di spiegazione meccanica su macchina
        del sistema planetario solare interpretato nel suo muoversi come è noto
        in natura, Tip. Locatelli, Torino, 1881;
    L'astronomia svelata dai suoi fenomeni, Stabilimento Unione Tipografica
        Editrice, Torino, 1884;
    Linguaggio astronomico delle macchie solari, Stabilimento Unione Tipografica
        Editrice, Torino, 1885;
    Epitome dell'astronomia dell'avvenire, Tipografia Bellardi e Appiotti,
        Torino, 1886;
    Saggi di scienza nuova. I saggio, Tip. Matteo Artale, Torino, 1888;
    Scoperta Giraud di un paradosso astronomico che dimostra erronee le dottrine
        astronomica e fisica attualmente adottate dalle accademie e dalle
        università scientifiche, Tip. Matteo Artale, [Torino], [1890].

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Pagina 64

Emiddio Manzi (sec. XIX)

Ne La gigantologia (1852) il frate Emiddio Manzi sostiene che l'esistenza dei giganti è vera, e non favolosa o metaforica, e che coloro i quali vogliono negare i fatti circa il ritrovamento di scheletri umani giganteschi agiscono contro ragione; la sacra Scrittura nella narrazione dei giganti non dice che la pura verità, e senza velo.

Il libro, dedicato all'Ornatissimo e reverendissimo padre P. M. Angelo Trullet de' minori conventuali che a Bologna seguì l'autore durante lo studio delle scienze sacre, dopo una breve descrizione del paese di Cisterna, situato nella parte settentrionale del monte Vesuvio, propriamente sulla via consolare che da Napoli porta a Nola, e dei suoi abitanti, si apre con un capitolo in cui si parla del ritrovamento di alcuni scheletri umani giganteschi. Da un sottoparroco di Cisterna Manzi ottiene una scatolina contenente il molare di un gigante e un pezzo di carta dove è scritto: «Questa mola gigantesca col dente è stata trovata col suo cranio e scheletro intero di lunghezza pal. [il palmo, antica unità di misura in diverse culture, a Napoli valeva circa 26,45 centimetri, NDR] c. 12 nello scavo di palmi circa 24 tra pietre e terra in Cisterna, Provincia di Terra di Lavoro, distretto di Nola nel circondario di Marigliano nel dì 5 aprile 1845».

Da questo fatto, per rendere qualche servigio alla scienza, Manzi inizia a leggere tutte le dissertazioni e i trattati riguardanti i giganti, opere di scrittori di buona fama, e degni di fede, come ad esempio Plinio il Vecchio e Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon, in particolare soffermandosi sui passi delle Sacre Scritture in cui si accenna all'esistenza dei giganti.

Anche sant'Agostino, scrive Manzi, nel libro XV de La città di Dio dimostra l'esistenza dei giganti, facendola risalire a prima del diluvio. Il Santo dice di aver veduto a Biserta, città vicina a Tunisi, insieme con altri suoi compagni un molare umano cento volte più grande di uno di quelli che hanno comunemente gli uomini, e narra che in Roma, poco avanti che fosse espugnata dai Goti, furono esposti alla popolare curiosità una giovinetta con i suoi genitori, e che tutti e tre avevano una statura assai superiore a quella degli altri uomini.

A conclusione del suo libricciuolo Manzi invita i lettori che reputeranno che lui ha sbagliato in qualcosa, a scrivergli e a cicalare senza problemi contro di lui.


    BIBLIOGRAFIA: Emiddio Manzi,

    La gigantologia. Discorso esegetico storico, Tipografia di Filippo Serafini,
        Napoli, 1852;
    Vita del venerabile Antonio Lucci Minore conventuale, vescovo di Bovino,
        Tip. All'insegna del Diogene, Napoli, 1886.

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Pagina 157

Ambrogio Giuseppe (sec. XIX)

Nella Quadratura del circolo (1871), uno studio iniziato nel 1866 e presentato alle principali Accademie d'Europa, Ambrogio Giuseppe si augura che il proprio metodo di quadratura del circolo possa riuscire di qualche utilità tanto nelle evoluzioni militari che nelle applicazioni agrarie.

Tutti gli scienziati da Archimede in poi, scrive Giuseppe, hanno ritenuto che la grande chimera della quadratura del circolo consistesse nel trovare, grazie a costruzioni geometriche, la lunghezza della circonferenza di cui si ha il raggio, ma questo problema è insolvibile, e solo dei pazzi o degli ignoranti possono ostinarsi a cercarne la soluzione. Fatta questa premessa Giuseppe espone i risultati della sua ricerca in forma di istruzioni per l'uso.

Per trovare la quadratura di un circolo qualunque, o il circolo in quadratura, si tracci il suo diametro, e partendo dal centro si divida ciascuna sua metà in dieci parti eguali. Alla nona suddivisione sia dell'uno che dell'altro raggio si tiri una perpendicolare eguale a 18 parti del diametro stesso, e la si divida per metà, poi si uniscano i rispettivi estremi a angolo retto; il quadrato che si ottiene corrisponderà all'area del circolo, ossia le due dissimili figure saranno eguali in quantità, dimodoché i lati del quadrato escluderanno quattro eguali segmenti del circolo, e reciprocamente questo segherà il quadrato in modo che abbia quattro angoli eguali salienti la circonferenza. In altre parole, sui 18/20 del diametro di un circolo qualunque si elevi un quadrato e la sua area equivarrà a quella del rispettivo circolo.

Volendo avere un circolo di doppia area si prolunghi il raggio di quattro ventesimi del diametro, e con tale apertura di compasso descritto il circolo, esso sarà perfettamente doppio del precedente, e il suo diametro, com'è evidente, sarà di 28/20 dello stesso. Dividasi nuovamente questo diametro in 20 parti, e sulle 18 eretto il quadrato, anch'esso sarà doppio del quadrato antecedente, e di un'area uguale al rispettivo circolo. Aprendo il compasso a 3,1/2. Si avrà un diametro di 35/20 e un circolo triplo del primo: diviso il diametro in 20 parti e sulla diciottesima elevato il quadrato esso pure risulterà equivalente a questo circolo, e triplo del primo quadrato. Allargando nuovamente il compasso di due ventesimi e mezzo del primo diametro si otterrà un diametro di 40 parti (che possiamo supporre di un centimetro ognuna), e un circolo quadruplo; e ridotto il diametro in parti venti (di due centimetri ognuna) sulla novesima parte di ambo i raggi, partendo dal centro, si costruirà un quadrato quadruplo del primo, avente per lato 36 quarantesimi del diametro, o 18/20, le cui parti avranno 2 centimetri di lunghezza; e la sua area sarà eguale a quella del circolo cui si riferisce. Con tutta facilità poi si otterrà un circolo doppio di un altro circoscrivendo a questo un quadrato e facendo passare una circonferenza sui quattro angoli di esso: il circolo risultante sarà doppio e conterrà il primo. Il circolo triplo si ottiene facendo passare una circonferenza sugli angoli del doppio quadrato ottenuto nel modo sopraccennato sul diametro del doppio circolo.

Giuseppe si è ingegnato anche nella produzione di nuovi strumenti come per esempio un violino del tutto nuovo per la sua singolarità e un cronometro a alcol, il cui regolare movimento può camminare oltre cento anni senza bisogno di essere toccato o corretto, senza con ciò pretendere di aver raggiunto il moto perpetuo.

Nato a S. Alessandro, sobborgo di Brescia, orologiaio di professione, Giuseppe è socio del Comizio Agrario italiano (un'istituzione creata nell'ottocento in Italia a sostegno dell'agricoltura e per la diffusione di tecniche e innovazioni in campo agricolo) e membro di diversi Istituti italiani e stranieri.


    BIBLIOGRAFIA: Ambrogio Giuseppe,

    Quadratura del circolo e suo duplo, triplo e quadruplo con un cenno sulla
        cubatura della sfera ed invenzione di due nuovi compassi, Tipografia
        Giovanni Premi, Brescia, 1871.

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Pagina 160

Onorato Gianotti (sec. XIX)

Nella Prefazione alle Prove incontestabili della vera quadratura del circolo (1856) Onorato Gianotti di Casal Monferrato argomenta che misurare qualunque cosa è definito dalla matematica essere lo stesso che confrontare l'oggetto da misurarsi con un'unità omogenea presa per termine di confronto. Dunque per accertare il vero valore di un oggetto c'è bisogno che l'unità di confronto sia tale da escludere ogni minimo dubbio intorno alla sua precisione. Ora fra tutte le superfici piane, quella del circolo, perché terminata da una curva, è stata la sola a occupare inutilmente per secoli la geometria elementare, mancando finora nella scienza questa unità di confronto per determinare con precisione la curva e al tempo stesso l'area chiusa nella curva stessa. Il circolo è considerato come un poligono regolare di un numero infinito di lati infinitamente piccoli, la cui superficie è eguale al perimetro nella metà dell'apotema. La curva che chiude la superficie circolare, sviluppata, non potendo eguagliare una retta, ha reso inutili finora gli esperimenti fatti sulla circonferenza da sommi ingegni matematici onde provare la sua quadratura.

Non scoraggiato da queste premesse, Gianotti afferma che il famoso problema della quadratura del circolo può essere realmente solubile con un metodo diverso da quello seguito da tutti coloro che finora hanno stancato invano il loro ingegno, e avanza la sua dimostrazione.

Data una serie qualunque di poligoni regolari, dal triangolo equilatero a un numero qualunque di lati all'infinito, calcolati sull'unità, si prova matematicamente che ciascun poligono, purché il numero dei lati oltrepassi il milione, consta di uno stesso apotema, di un medesimo perimetro, fattori di una medesima superficie = 1; uno stesso apotema, un medesimo perimetro essendo fattori di una stessa superficie, e ottenuti con numeri affatto diversi gli uni dagli altri, portano a tutt'evidenza che ciascun poligono è un vero circolo, e come tale può a ragione dirsi che ciascun poligono è una prova incontestabile della vera sua quadratura; la circonferenza espressa dal comune perimetro presenta tutti i caratteri della certezza e incontestabilità, e può a un tempo essere assunto a unità di misura di una curva qualunque, come la retta lo è per le rette: pertanto da questo calcolo si ottiene con precisione matematica il duplice scopo, quello cioè della vera quadratura del circolo, scopo primario, e una perfetta rettifica della sua circonferenza, scopo secondario di questa soluzione.

Dopo la sua dimostrazione Gianotti riporta per più di settanta pagine (da pagina 9 a pagina 80) una serie di calcoli riguardanti «Quarantasei poligoni regolari col valore del lato, dell'apotema e del perimetro corrispondente alla superficie di ciascuno = 1», «Quaranta quadrati di varie estensioni ridotti a superficie circolare» e la descrizione di numerosi problemi geometrici con relativa soluzione.

Convinto di avere abbondantemente provata la vera quadratura del circolo, la vera cubatura della sfera e somministrata alla scienza una quarta unità di confronto per misurare una curva qualunque e provare nello stesso tempo l' area chiusa nella stessa curva, Gianotti si dice pronto, qualora i Signori Matematici non ritenessero sufficienti le prove esposte, a rinnovare i medesimi calcoli sopra una serie di più di migliaia di poligoni regolari che gli venga inviata da qualsiasi Accademia, alle seguenti condizioni: 1. che gli sia dato il numero dei lati di ciascun poligono; 2. che sia fissata la superficie di ciascuno. A queste condizioni promette di dare il valore del lato, dell'apotema e del perimetro di ciascuno e di provare come ciascun poligono, che oltrepassi il milione, sia un vero circolo. In compenso chiede 4 lire per ciascun poligono, con le quali si obbliga a spedire un foglio di 16 facciate di stampa e di ribassare l'importo totale di due scudi per ogni soluzione che presenti una qualche contraddizione di calcolo.

Sempre nella prefazione a Prove incontestabili della vera quadratura del circolo, cosciente che in matematica non si danno vie di mezzo, e che una verità può essere smentita solo con una verità opposta, e che dunque non pronunciarsi su una soluzione che mostra tutti i caratteri della verità è lo stesso che approvarla tacitamente nella sua estensione, Gianotti dice di sperare di avere protezione dai Governi ai quali intende spedire copia del libro, pronto a portarsi in qualsiasi punto d'Europa, davanti al consesso dei matematici di qualunque Accademia, per dimostrare la giustezza del suo metodo, purché gli siano rimborsate le spese di viaggio.

Nella Grande scoperta matematica (1861?) Gianotti, rivolgendosi ai membri dell'Istituto di Brera, dice che lui non pretende titoli, cariche, impieghi; non cerca premi, ma essendo povero di fortuna e resosi più povero per aver coltivata questa necessaria, invocata e aspettata riforma, gli abbisognano i mezzi: 1. per pubblicarla in tutto il mondo, poiché deve servire di base per un nuovo insegnamento della scienza; 2. per restituire dieci volte a coloro che per sette anni lo hanno aiutato.

Con il titolo Un individuo disprezzato nel paese della libertà per eccellenza in odio del suo ingegno fatto curioso ed unico nella storia antica e moderna (1858), Gianotti pubblica una lettera aperta datata 16 aprile 1858 a Carlo Cadorna (1809-1891), Ministro della Pubblica Istruzione nel governo presieduto da Cavour. Nella lettera Gianotti lamenta di essere vittima di un'ingiustizia, di cui non c'è esempio negli annali della scienza, a opera della Reale Accademia delle Scienze che ha ignorato le sue scoperte, degne di lottare col primo matematico del mondo. Al riguardo racconta un episodio increscioso che gli è capitato: presentatosi il giorno 15 febbraio 1857 alle ore 10 antimeridiane al Sig. Comm. Carlo Ignazio Giulio (1803-1859), matematico della Reale Accademia di Torino, questi, credendosi giunto all'apice della scienza, si prese la libertà d'insultarlo in faccia con gli epiteti di scemo, imbecille, testa riscaldata ecc.


    BIBLIOGRAFIA: Onorato Gianotti,

    Prove incontestabili della vera quadratura del circolo, Tip. Andrea
        Casuccio, Casale Monferrato, 1856;
    Saggio di calcolo originale ossia soluzione di molti problemi geometrici e
        trigonometrici di analisi indeterminata pubblicato la prima volta
        dall'inventore Onorato Gianotti di Casal-Monferrato, Tip. Andrea
        Casuccio, Casale, 1856;
    Un individuo disprezzato nel paese della libertà per eccellenza in odio del
        suo ingegno fatto curioso ed unico nella storia antica e moderna, Tip.
        Andrea Casuccio, Casale, 1858;
    Grande scoperta matematica, ossia la vera geometria pratica utile
        sconosciuta ai matematici sublimi approvata in tutta l'estensione dalla
        R. Accademia delle Scienze di Milano nella seduta del 7 febbraio 1861.
        Ragioni dell'inventore sottoposte al giudizio degli italiani saggi non
        matematici che amano incoraggiare l'ingegno e non disprezzano chi studia
        di far progredire la scienza, a spese dell'inventore, Tip. Albertari,
        Milano, [1861?].

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Achille Casanova (1805?-?)

Il cavaliere Achille Casanova è uno studioso dell'ibridismo razziale. Nella Dottrina delle razze (1861) elabora una nuova teoria delle razze il cui obiettivo è dimostrare la possibilità di ottenere anche al giorno d'oggi alcune specie perdute, come l'ippocentauro e simili ibridismi straordinari dei tempi passati.

L'analisi di Casanova parte dall'osservazione degli ibridi relativi all'unione del lupo con la capra, del toro con l'asina, del cervo con la vacca e con la cavalla, del leone e dell'orso con la cagna, del gallo con il coniglio femmina, della rondine con il pipistrello. Fenomeni di ibridismo mostruoso esistono anche all'interno di una stessa razza (feto umano a due teste, ecc.) e fra stirpi diverse (feto bruto che somiglia al cervo e nello stesso tempo alla cavalla). Per uno studio approfondito su questo argomento, scrive Casanova, sarà utile riconsiderare i casi di feti umani consegnati alla luce da giumente, scimmie e semicani creati da donne bianche e ottentotte, esposti con autenticità da Paullin, Peyer, Rodio, ecc. e citati dall'erudito Martin Schurig (1656-1733), il primo medico che si è occupato dell'anatomia degli organi sessuali.

Per quanto concerne gli ippocentauri e le ippocentauresse, Casanova ritiene probabile l'accoppiamento fecondo fra l'uomo e la giumenta, la vacca e la cerva di grossa taglia, e dice che non deve sorprendere se la cavalla coperta dall'atletico cavaliere si sgrava dell'ippocentauro o dell'ippocentauressa. Già in passato i congiungimenti dell'ippocentauro con la giumenta o dell'ippocentauressa con il cavallo poterono dar luogo alla proliferazione di questa nuova stirpe. È necessario al riguardo ampliare le sapienti sperimentazioni del medico francese Nicolas Lemery (1645-1715), del medico e chirurgo modenese Giuseppe Jacopi (1779-1813) e di Lazzaro Spallanzani (1729-1799), gesuita e naturalista considerato il padre scientifico della fecondazione artificiale, e mettere a punto un metodo per instillare sperma umano nella vagina di una vacca, cavalla, cerva, foca, ecc. o sperma di cane o cigno nella vagina di una donna, per passare a altre non meno sorprendenti generazioni artificiali a imitazione di quelle naturali.

Sostenitore dell'ipotesi della generazione spontanea, secondo la quale la vita di mosche, scarabei, lumache, sanguisughe e anche di alcuni vertebrati di classi inferiori nascerebbe dall'azione del calore sulla materia in putrefazione, Casanova afferma che all'età pubere i figli maschi e femmine nascono per generazione spontanea, nei testicoli e nelle ovaie, sotto forma di embrioni vivi, detti zoospermici i paterni e ovarici i materni; per crescere e meglio progredire questi embrioni già nati hanno però bisogno di mutuo contatto fra loro.

Nell' Ibridismo in ispecie fra l'uomo e parecchi animali (1878), Casanova si diffonde di nuovo con linguaggio libero e spregiudicato sugli argomenti comprovanti la possibilità di realizzare anche oggi, tramite la generazione artificiale, al posto della naturale, non solo ibridi come quelli fra il Piccione e la femmina Coniglio; l'Asino spagnolo e la Cerva di grossa taglia; i Tori e le Somare, le Bufale e le Renne; il Cane di grossa taglia tipo Mastino o Levriero e la Scrofa comune; ecc., ma anche altri più o men diversi, sempre che il naturalista s'invogli a iniettare lo sperma umano nella vagina della cavalla, della vacca, ecc., al momento del calore o frega; oppure quello del cigno, dell'ariete, del cane, del caprone, nella vagina anche di una donna. Molti ibridi, come quelli sgravati dall'asina coperta dall'uomo o da donne accoppiatesi con caproni domestici, cani, arieti e uccelli furono mano mano distrutti dalla gelosia umana, dal timore o dalla vergogna.

Per diminuire il numero di scrofolosi, rachitici e tisici Casanova propone d'istituire dei premi comunali annui elargiti da un'apposita commissione in modo così da favorire gli sposalizi scevri di ogni discrasia morbosa.

A proposito della Dottrina delle razze dice Giuseppe Amadei che il maggior disordine regna in tutto il libro; gli argomenti e le parti dei ragionamenti sono così poco organizzati che si direbbe che il manoscritto è caduto di mano all'autore, e i fogli scomposti sono andati a sua insaputa a mettersi insieme come il caso ha voluto.

Casanova è nato a Pavia, medico, veterinario pratico e per venticinque anni medico condotto in un borgo milanese, è stato socio corrispondente di varie Accademie Mediche e Agrarie.


    BIBLIOGRAFIA: Achille Casanova,

    Alcuni cenni intorno la dottrina delle razze e massime in quella parte che
        versa sulla generazione artificiale, F. Vallardi, Milano, 1861;
    Dottrina delle razze cavata da una riforma delle teorie intorno la
        generazione in accordo coi fatti sulla simiglianza della prole ai
        genitori e coll'embriogenesi spontanea tendente a viemeglio fissare le
        norme sugli incrociamenti onde migliorare le razze proposta agli
        ippologi ed allevatori del bestiame nonché ai medici, botanici e
        bacocultori, F. Vallardi, Milano, 1861;
    Straordinario ibridismo umano-animale coll'analoga teratologia, ovverosia
        quadruplice serie di fatti sull'incrociamento fra stirpi le più opposte;
        aggiuntevi alcune glosse al «Trattato sui mostri» di I. Geoffroy S.
        Hilaire, ed alla memoria del prof. comm. G. Polli sull'attual «morbo del
        baco da seta» (da fermenti infusorii di Pasteur!!), F. Vallardi, Milano,
        1863;
    Dottrina delle razze cavata da una riforma delle teoriche sulla generazione
        in accordo coi fatti dell'embriogenesi spontanea e la somiglianza della
        prole, per tanti casi esclusivamente alla genitrice e per tant'altri al
        genitore, anche rispetto al meticcismo ed ibridismo umano-animale il piu
        straordinario tendente ad usufruttare in cumulo le contrarie teorie dei
        vermicellisti ed ovaristi declinando da ogni preferenza tassativa alle
        ovaristiche od epigenetiche onde viemeglio fissare le norme sugli
        incrociamenti per migliorare le razze, segnatamente equine, F. Vallardi,
        Milano, 1864;
    Nuova teoria-pratica ematologica intorno la flogosi: confrontando
        nell'argomento la medicina dei contemporanei con quella degli antichi
        con quattro tavole a colore, Tip. Angelo Zanaboni, Milano, 1877;
    Ibridismo in ispecie fra l'uomo e parecchi animali: facendo punto sulla
        trasformazione delle razze scimiotiche di primo ordine nelle infime
        selvagge umane e sui metodi per ottenere migliori tipi umani — equini,
        bovini, ovini, ecc. — in base ad una riforma delle dottrine cellulari
        sulla generazione, Tip. Angelo Zanaboni, Milano, 1878.

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Pagina 233

Giuseppe Gautieri (1769-1833)

Dottore in filosofia e medicina, membro del corpo legislativo del Regno d'Italia; delegato medico nel dipartimento dell'Agogna. Nello Slancio sulla genealogia della terra e sulla costruzione dinamica dell'organizzazione (1805), dedicato al «fondatore della filosofia della natura l'immortale Schelling [Friedrich Wilhelm von (1775-1854)]», Giuseppe Gautieri scrive che la fisionomia dell'uomo somiglia a quella di molti bipedi bruti e che l'appiattimento della sua faccia, e lo sporgimento del naso e del mento si devono ai suoi atti di serietà e di alterigia, non che al riso, il quale gli ha ritirato indietro il muso.

Quanto più l'uomo giace orizzontale rispetto alla terra, argomenta Gautieri, tanto meno è intelligente, e tanto più si avvicina all'apoplessia; quanto più si lasciano i bambini nella culla, tanto più le loro facoltà intellettuali tardano a svilupparsi, e maggiore si fa in loro la tendenza all'apoplessia. All'uomo si accorciarono le mani perché seppe procurarsi il necessario con strumenti adatti, così come la necessità di cibarsi di alimenti posti rasente a terra, e di appiattarsi, tolse alle serpi i piedi, rendendo però liscio e pieghevolissimo il loro corpo; la rotondità e la pieghevolezza degli animali è infatti, secondo Gautieri, il simbolo del guatare, dell'appiattarsi e del rannicchiarsi.

Gautieri è convinto che la forma del cranio e del cervello predisponga alle scienze e alle passioni, allo stesso modo in cui l'esercizio delle scienze e delle passioni modella il cervello e il cranio. Lo svolgimento dei testicoli e dell'utero eccita all'amore e l'uso del coito serve a sviluppare sempre più i testicoli e l'utero.

Le idee si svolgono allo svolgersi degli organi, dice Gautieri. Qualcuno obietterà che se fossero i desideri a svolgere sommamente gli organi, noi avremmo forse degli esempi di uomini tutto verga, ma bisogna ricordare che la coesistenza di altri desideri, e perfino l'appagamento perfetto del desiderio stesso, diminuiscono, anzi arrestano talvolta lo sviluppo desiderato di alcuni organi. La natura mantiene l'equilibrio degli organi arrivando a imprimere perfino il pentimento e l'avversione, se non altro momentanea, dopo la soddisfazione del desiderio stesso.

Quanto all'origine dell'uomo, Gautieri sostiene la tesi che all'inizio l'uomo era in stato di pesce, muto e coperto di squame. A un certo punto gli piacque la luce; avvicinatosi alle spiagge ammirò i prodotti della terra, che già in parte aveva gustato sull'onde; piano piano si espose all'aria, e imparò a soffrirla, e così le sue branchie si convertirono in polmoni, come accade nel girino che si trasforma in rana. Lo sforzo d'impadronirsi del cibo gli cambiò, come alla foca, le pinne in braccia e in mano; divenne anfibio; ben presto passò allo stato di quadrupede come il coccodrillo; il suo coraggio di sorprendere il nemico, gli fece protendere enormente il muso, e la lunghezza delle sue braccia e delle sue gambe, gli tolse la tendenza a un continuo appiattimento; la luce, il cielo, le piante e gli animali lo interessarono; alzò la testa, ammirò l'universo e si mise a sedere; poi il desiderio d'impadronirsi dei mezzi di vita insieme a quello di scorgere lontano i suoi nemici e di godere dello spettacolo della natura lo stimolò a camminare ritto. Nel tempo, quando il piede allargandosi gli offrì una base più sicura, le mani gli servirono a evitare la caduta, difendersi, e offendere; quindi subentrarono la congratulazione intima sullo svolgimento delle proprie forze, sulla felice riuscita dei suoi progetti, l'allegria e il riso. Le passioni, disponendo diversamente i muscoli del volto, gli accorciarono il muso, insieme alla compressione della testa fattagli dalla madre al proprio seno; le squame intanto svanirono e i peli, che nacquero al loro posto, valsero egualmente a difenderlo dalle ingiurie della stagione. Bipede, già passeggia, la sua mano afferra gli strumenti di morte, soggioga le fiere, si fabbrica ricoveri, vive in società, coltiva le arti e le scienze, e «signoreggia il mondo».

Secondo Gautieri alcuni animali sono originati dalle piante, ma ciò non vale per tutti: la formazione dei polipi ad esempio pare indipendente da quella delle piante.

Nell'ultima parte del libro Gautieri affronta il tema dell'origine dei vermi abitanti le interiora degli animali. Molti vermi sono gli stessi che si trovano nell'uomo, dove producono effetti particolari: ad esempio nell'uretra e nel glande possono ingenerare prurito che Gautieri ritiene sia frequentemente la causa dell'onanismo. Altro vantaggio che apportano i vermi è il pianto il quale serve pure a svolgere maggiormente le ramificazioni dell'aorta ascendente, quindi i sensi esterni e il cervello: i figli che non piangono sono meno sensibili e diventano grassi, pigri e flosci.

Gli uomini, al pari dei polli, le oche, i cani, le beccacce, i pappagalli, le pernici, i pesci, gli insetti e i vermi stessi vanno soggetti ai vermi quanto più fanno uso di alimenti nutrienti, ragione per cui, afferma Gautieri, i ricchi sono sottoposti ai vermi più dei poveri. I grassi sono più spesso il bersaglio dei vermi, che non i magri. In montagna, dove la forza di produzione è più viva che non in pianura, i vermi sono frequentissimi. L'inedia, cioè uno stato di lungo digiuno, è nemica dei vermi, perciò quando si verifica i vermi sono obbligati a sloggiare, mentre in presenza di un uso abbondante di cibi nutrienti, e quindi in un corpo sano, i vermi amano stazionare. I tisici, i rachitici, coloro che sono affetti da anemia e le vittime della consunzione cagionata dall'ossido di arsenico e che si trovano in uno stato di sovrossigenazione, sono raramente tormentati dai vermi, e se vi soggiacciono, li espellono presto.


    BIBLIOGRAFIA: Giuseppe Gautieri,

    Sperienze ed osservazioni sul glutine animale come rimedio nelle febbri
        intermittenti, Agnello Nobile libraio-stampatore all'angolo
        dell'Agnello, Milano, 1803;
    Slancio sulla genealogia della terra e sulla costruzione dinamica
        dell'organizzazione seguito da una ricerca sull'origine dei vermi
        abitanti le interiora degli animali, Jena in Sassonia, 1805;
    Prospetto di tutti li concimi europei corredato delle relative
        dilucidazioni, deduzioni e ricerche, Giovanni Silvestri stampatore-
        libraio, Milano 1809;
    Dell'influsso de' boschi sullo stato fisico de' paesi e sulla prosperità
        delle nazioni, Giovanni Pirotta, Milano, 1814;
    Dei vantaggi e dei danni derivanti dalle capre in confronto delle pecore,
        Gio. Giuseppe Destefanis, Milano, 1816.

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Pagina 276

Architetti



In questa sezione sono riuniti degli architetti sui generis. In realtà si tratta dei partecipanti al primo concorso bandito nel 1881 per un monumento a Vittorio Emanuele II di cui si occupò, su suggerimento di Cesare Lombroso, Carlo Dossi in I mattòidi al primo concorso pel Monumento in Roma a Vittorio-Emanuele II, pubblicato presso l'editore Sommaruga di Roma nel 1884 (ora anche in Opere, Adelphi, Milano, 2011, pp. 973-1025, da cui sono tratte le nostre citazioni).

Molti degli autori dei bozzetti per il monumento a Vittorio Emanuele II sono chiamati da Dossi «mattoidi». I bozzetti di questi autori Dossi li definisce «mattoidi» perché sono, in generale, sovraccarichi di simboli e di allegorie, li accompagna una spropositata prolissità del commento, tanto che, in qualche caso, il bozzetto si riduce unicamente alla sua descrizione. La condizione o professione dell'autore è tutt'altra rispetto a quella che occorrerebbe per un lavoro scultorio o architettonico. Tra i progettisti, dei quali non sempre Dossi riporta il nome, troviamo maestri di grammatica e di matematica, dottori di medicina e di legge, militari, un impiegato telegrafico, un ragioniere, nonché altri che dichiarano di non aver mai maneggiato né scalpello né matita o compasso. Dei 296 progetti presentati, alcuni da stranieri, ben 39 pendono decisamente alla follia, ossia all'eccesso del disordine, mentre circa 35 sono frutto di menti «semplicemente cretine».

Le frontiere tra la mediocrità e il cretinismo, come pure tra quest'ultimo e la follia e tra la follia e il genio, afferma Dossi, non sono così precise e distinte da scongiurare il pericolo di sconfinamento a chi voglia occuparsi dell'uno o dell'altro tema. È quindi probabile che, tra i bozzetti sommariamente citati, qualcuno non appartenga veramente alla classe in cui è stato inserito, com'è possibile invece che ne sia sfuggito qualcuno i cui caratteri pazzeschi, sebbene meno appariscenti di altri, sarebbero stati forse più degni di nota.

A conclusione del suo scritto Dossi afferma che, definendo «mattoidi» gli autori dei progetti, non intende dire che sono interamente pazzi e chiarisce il suo pensiero con questa bella metafora: l'intelligenza dell'uomo è da paragonarsi, generalmente parlando, a un appartamento composto di molte stanze, non a un unico camerone. Più aumenta il patrimonio delle idee, più si moltiplicano le diverse cellette destinate a accoglierle: nulla quindi di strano se la mobilia di qualche nostro locale si trovi tutta sossopra, pur mantenendosi il resto dell'appartamento in perfetto ordine.

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Pagina 284

Camillo Ferrara (sec. XIX)


Ex-ufficiale in ritiro, Camillo Ferrara propone, tramite un bozzetto che porta il numero 22, non un monumento di bronzo o di marmo, ma un opificio dove poter impiegare molti lavoranti, munito di una fontana con una statua a mezzo busto del Re posta su pilastro. Ferrara chiama se stesso, a torto, dice Dossi, un matto che non sragiona.

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Aristide Mariani (sec. XIX)

Ciò che propone Aristide Mariani, nel bozzetto numero 197, è rivestire di creta una farraginosa pignoccata, dolce siciliano a forma di pigna.

Mariani distingue fra lavori obiettivi e soggettivi, dice Dossi, disserta sui quattro sensi in cui si devono intendere le scritture dei nostri antichi poeti, fa una passeggiata tra i Volsci, i Rutuli, i Greci, i Latini, gli Etruschi, e alla fine, invocando compatimento per le deboli leve del suo ingegno che non gli hanno permesso di elevarsi quanto avrebbe meritato la natura dell'argomento, nonché sperando che gli sarà riconosciuta la schietta e calorosa manifestazione dell'animo suo, addita come monumento appropriato – sono parole sue — un tessuto unico e complesso, intricatissimo, un vero intreccio dinamico di linee quale soltanto potrebbe riscontrarsi nella volta celeste, un intreccio insomma da formare ciò che dicesi una epopea, il quale cumulo è il vero monumento da erigersi al padre della patria. Perché risalti maggiormente la ragionevolezza della sua proposta, Mariani osserva che archi, templi, colonne, tutto si sfascia e perisce: non resta quindi altro mezzo, per salvare nella perennità il grande monumento, che fabbricare una colossale rovina.

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