Autore Vittorio Alfieri
Titolo Mirandomi in appannato specchio
EdizioneSellerio, Palermo, 1994, La memoria 309 , pag. 102, cop.fle., dim. 12x16,7x0,7 cm , Isbn 978-88-389-1024-1
LettoreElisabetta Cavalli, 2014
Classe biografie , viaggi , classici italiani












 

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Indice


Mirandomi in appannato specchio

Giornale                                                 9

L'Uom propone; e Dio dispone                            53

Traduzione del Giornale 1774-1775                       57


Note                                                    69

«Questo salutare esame di me stesso»
di Arnaldo Di Benedetto                                 79

Nota ai testi e bibliografia                            98


 

 

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Pagina 24

                                                    Giovedì li 17 Aprile [1777]



Questo salutare esame di me stesso interrotto da più di due anni, in parte perché la difficoltà d'esprimermi in Toscano era somma, e la natural ripugnanza a sparlar di sé non minore, mi si para di bel nuovo innanzi come efficace mezzo di correggermi un cotal poco, e di formarmi ad un tempo istesso lo stile. Ripigliandolo adunque secondo l'usato modo dico, che [ : ]


Questa mane appena svegliato tosto ricorsi col pensiero alla fama letteraria, oggetto costante d'ogni mio desiderio: e perciò benché non volonteroso di leggere, diedi pur mano a Messer Ariosto, e moltissime ottave ne lessi, sperando di adeguarlo un giorno per la facilità, chiarezza, ed eleganza, e sorpassarlo forse per la brevità, invenzione, e forza.

Stavami in questa occupazione, quando mi venne recato un manoscritto già da me imprestato al Conte di S. Raffaele: non portando l'emissario verun'altra ambasciata, fui fra me un poco sdegnosetto, che il detto Conte non facesse motto di venir da me per ascoltare una mia Tragedia, come già da più giorni avea promesso di fare.

Pure all'amor proprio costava troppo il farglielo rammentare, onde mi tacqui; anzi pensai fra me stesso al modo, che dovea per l'innanzi tenere affinché egli non s'accorgesse, ch'io badava alla sua volontaria, o fortuita smemoraggine.

Trapassò il mattino, e venuto a visitarmi un abbate Franzese a cui lessi questi miei esami fatti ha due anni, ripigliai l'impresa; insperanzito di dare alla cosa un cotale aspetto, che mi riuscirebbe, non meno utile forse, che glorioso.

Torbide furono assai le ore del dopo pranzo, e da non lieve cagione, fu la mia pace turbata. Un Cavallo zoppo da più mesi, or più or meno, fece quest'oggi la mia disgrazia: essendo imminente la mia partenza per Toscana, non potendovi andare o senza, o con pochi Cavalli; questo mi riesce d'impaccio tale, che la mia poca Filosofia non basta omai a farmi prender pazienza. Idea del merito mio ho per certo grandissima: pure al primo arrivo in paese straniero parmi, che que' be' Cavalli possono parlar per me: e bench'il sappia che gli stolti soli giudican la gente dalla comitiva, pure parrebbemi di lasciar addietro la testa, se lasciassi questi Cavalli, per cui non ho più, com'ebbi una volta, passione, ma da cui spero, il dico per mia somma vergogna, ritragger lustro, e considerazione.

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Pagina 28

                                                        Sabato 19 Aprile [1777]



Quasi quasi il cavallo zoppo ha scavalcato la poesia: primo pensiere svegliandomi, ultimo andando a letto; ma questa è una lunga catena di picciolissime cause, e di ancor più piccioli effetti. Il zoppo m'impedisce la partenza; il differirla è un rubare il tempo alla mia amabilità che non potrà mostrarsi abbastanza a lungo in Toscana, dove in mio pensiero già ho acceso parecchie donne d'amore per me; e riportatane la stima di tutti gli uomini di senno, o di spirito.

Non potendo questa mane a veruna cosa applicare, stetti fuor di casa fino a mezzo-giorno, passeggiando con un amico da una strada all'altra, d'una bottega in altra, avendo l'ozio scolpito in fronte, e cercando d'ingannare il tempo, e me stesso. Entrai in mercato d'una canna d'India bellissima e di caro prezzo. Combattuto tra l'avarizia, e l'ambizione d'averla, lasciai indeciso se la prenderei, o no; ma sento benissimo, che non passeran due giorni, che sarà mia. Cercando rendermi ragione di questo contrasto scopro mille ridicole porcherie: il prezzo della canna mi spaventa, ma l'idea, che ognuno dirà, questa è superba; è la più bella che v'abbia in Torino, m'alletta; e parmi, o misero me! che di questa lode ne ridondi in me alcuna parte: pure se la canna è bella, la lode è sua, e di chi l'ha fatta; s'ella è mia, non l'è per altra ragione fuorché avendo io i danari, o non gli avendo, cosa che anche avviene, fattimegli imprestare, l'ho pagata; ed in legge di nobiltà, spesse volte anco ricevo i complimenti su cose, che per non esser pagate, non son mie.

Dopo pranzo, venne Tana da me: non so se io m'inganni sul fatto suo: ma parmí di vederlo meco in un contegno dissimile da quel di prima: non mi posso toglier l'idea ch'ei non sia geloso di me, e delle mie felici produzioni. Onde in voce me gli confesso pur sempre gratissimo, ma in core, comincio in certi momenti ad odiarlo: pure rientrando in me non lo credo; e di nuovo ricomincio ad amarlo: la conclusione fatale di questo si è ch'io non amo che me stesso; e gli altri per quanto possono contribuire a questo amor proprio bestiale.

Pagherei pure qualunque cosa per veder il giornale di Tana, s'ei lo facesse.

Spinto dall'inedia andai poco dopo dall'antica fiamma; non l'ho stimata mai; e l'amo a quest'ora pochissimo. La scolazione, che da più giorni non mi posso levar d'intorno, raffrena la mia libidine, e non altro, perché un'altra volta l'amor proprio mi dice, che s'io m'ostinassi ad attaccare, vincerei. Il rimanente del giorno insipido, inetto, ed ozioso, di casa in casa, pensando poco, ragionando assai, e conchiudendo nulla. Scordavami di dire, che prima del pranzo aprii Sallustio a caso, ed ebbi la dura mortificazione di vedere, che non l'intendeva; avendolo però tradotto ha pochi mesi: che traduzione ha da esser questa.

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Pagina 35

                                                     Mercoledì 23 Aprile [1777]



Fui all'università per ozio, e curiosità ad udire una Laurea Teologica. Disputava il Padre Beccaria: facendo egli alquanto il buffone, rideva tutto l'uditorio; io pochissimo intendea della disputa per esser latina: non mancava però di sorridere, e ridere con aria d'intelligenza a proposito. Nell'uscire un mio antico compagno di scuola, che da molti anni non m'avea veduto, e non sapeva ch'io da due anni in qua mi fossi dato alle lettere, credendomi come m'avea lasciato ignorantissimo, mi disse con ironico sorriso che per certo io m'era poco ricreato nell'ascoltar la disputa. Questo mi colpì assai: però non ne diedi segno. Pensandovi dopo credo che mi offendesse questa riflessione, per essere così vicina alla verità, ch'io avea fin allora esperimentata con rabbia, vedendo ch'io non intendea la disputa.

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Pagina 49

                                                  Lunedì 2 Giugno. Siena [1777]



Questa lunga interruzion del giornale, non procede già da affari, che me n'abbian distolto, ma dall'ozio divagato del viaggio: in cui fui sì poco Filosofo, che non ebbi il coraggio d'impugnar la penna. Si viene poi un giorno al redde rationem, si arrossisce, ma si scrive.

Molte vicende ebbi io nel viaggio, ed alcuni pericoli corsi; uno sul Po urtando la barca con impeto grande in un molino: non ebbi la paura che dovea avere un Poeta; perché non conobbi il pericolo, se non dopo.

L'altro fu in mare; dove era il tempo fierissimo; il vento impetuoso, e contrario; e la nave ripiena di Frati, e d'altra gente vile, che si raccomandava a Dio. Io veramente qui non credei il pericolo, e non era così evidente come lo voleano far credere: però essendo moltissimo mareggiato, non avea neppure comodo d'aver tutta la paura necessaria; rincresceami sommamente di morire prima d'aver acquistato fama; quanto alla vita futura, non mi mettea punto timore: non sapendo che crederne: ma sapendo di certo, che non ho mai fatto male a nissuno.

Sbarcai; giunse dopo molti giorni la filucca a Lerici, e venni a Pisa. Mi spiace sommamente di non aver scritto allora í pensieruzzi, che m'agitarono in quel frattempo. Un giorno solo ebbi di buono in Sarzana; e scrissi in quello la distribuzione della Virginia; Tragedia, che spero col tempo di condurre a buon fine. Mi fece abbracciar questo soggetto l'aver udito, ch'ella non si potesse fare; io vorrei sempre fare quel che non si può; e non faccio forse neppur quello che si può.

In Pisa rividi una ragazza, con cui facea l'amore, l'anno scorso; non ne sono innamorato; ma la mi pare d'un'indole ottima; e non fui mai così vicino ad ammogliarmi. Pensai, di mettere questa vocazione alla prova, coll'allontanarmi; perciò venni a Siena. La ragazza è piuttosto ricca; e questo, benché io n'arrabbi fra me stesso, non mi dispiace. La tranquillità così necessaria al mio mestiere, mi parrebbe perfetta, avendo una moglie amorosa, e costumata: ma se non è? Questa costumata pare: innamorata di me lo pare: ha rifiutato altri partiti; in un anno d'assenza, so che ha sempre cercato di me: senza ch'io non le avessi detto né anche una volta, ch'io l'amassi: quando son con lei, la veggo in quel contegnoso, e modesto impaccio, in cui si trova una ragazza, che ama, e non l'osa dire, ma vuol, che s'indovini. Finta finora non lo è: ma, ma, ma. Bisogna pensarci.

Giunto a Siena, non ebbi altro pensiero, che di piacere: di presentarmi sotto un aspetto favorevole: mezza la riputazion mia sta ne' sei cavalli: uno che s'ammali, o che muoja: son servito.

Da prima voglio comparir bello; poi ricco; poi uomo di spirito; poi autore, ed uomo d'ingegno: sto disponendo le mie batterie per tale effetto: dirò in appresso qual esito ne abbia avuto.


                                                        Martedì 3 Giugno [1777]

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