Autore Niccolò Ammaniti
Titolo Anna
EdizioneEinaudi, Torino, 2015, Stile Libero Big , pag. 280, cop.fle., dim. 13,8x21,6x2,2 cm , Isbn 978-88-06-22775-3
LettoreAngela Razzini, 2015
Classe narrativa italiana












 

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Pagina 5

Aveva tre, forse quattro anni. Era seduto composto sopra una poltroncina di finta pelle, il mento piegato sulla maglietta verde a maniche corte. Il risvolto dei jeans sulle scarpe da ginnastica. In una mano stringeva un trenino di legno che gli pendeva tra le gambe come un rosario.

Dall'altra parte della stanza la donna stesa sul letto poteva avere trenta come quarant'anni. Il braccio coperto di macchie rosse e croste scure era attaccato a una flebo vuota. Il virus l'aveva ridotta a uno scheletro ansimante, ricoperto di pelle secca e pustolosa, ma non era riuscito a strapparle tutta la bellezza, che si scorgeva nella forma degli zigomi e nel naso all'insú.

Il bambino sollevò il capo e la guardò, si aggrappò al bracciolo, scese dalla poltrona e con il trenino in mano si avvicinò al letto.

Lei non se ne accorse. Gli occhi, sprofondati dentro due pozze scure, fissavano il soffitto.

Il piccolo prese a giocare con un bottone della federa sporca. I capelli biondi gli coprivano la fronte e sotto il sole che filtrava dalle tende bianche sembravano fili di nylon.

Improvvisamente la donna si sollevò sui gomiti e arcuò la schiena come se le stessero strappando l'anima dal corpo, strinse le lenzuola nei pugni e ricadde squassata dalla tosse. Provava a ingoiare aria stirando braccia e gambe. Poi il viso si rilassò, spalancò le labbra e mori a occhi aperti.

Il bambino le prese delicatamente la mano e cominciò a tirarle l'indice. Con un filo di voce sussurrò: - Mamma? Mamma? - Le poggiò il trenino sul torace e lo fece scivolare sui dossi del lenzuolo. Toccò il cerotto incrostato di sangue che nascondeva l'ago della flebo. Infine usci dalla stanza.

Il corridoio era poco illuminato. Da qualche parte arrivava il bip bip di una apparecchiatura medica.

Il bambino passò accanto al cadavere di un uomo grasso riverso ai piedi di una barella. La fronte contro il pavimento, una gamba piegata in una posizione innaturale. Tra i lembi azzurri del camice spuntava la schiena livida.

Continuò ad avanzare traballando, come se non riuscisse a domare le gambette. Su un'altra barella, accanto a un manifesto che raccomandava la prevenzione del cancro alla mammella e a una veduta di Liegi con la cattedrale di San Paolo, era adagiato il cadavere di una donna anziana.

Il piccolo sfilò sotto un neon giallo che crepitava. Un ragazzo con una camicia da notte e le ciabatte di spugna era morto sulla porta di una lunga camerata, un braccio in avanti, le dita contratte come se non volesse farsi risucchiare da un gorgo.

In fondo al corridoio l'oscurità combatteva contro i bagliori del sole che attraversavano le porte all'ingresso dell'ospedale.

Il bambino si fermò. Alla sua sinistra c'erano le scale, gli ascensori e la reception. Dietro il bancone di acciaio s'intravedevano gli schermi dei computer rovesciati sulle scrivanie e una vetrata ridotta a migliaia di cubetti.

Lasciò cadere il trenino e corse verso l'uscita. Strinse gli occhi, allungò le braccia e spinse le grandi porte scomparendo nella luce.

Fuori, oltre la scalinata, oltre le strisce di plastica bianche e rosse, si stagliavano le sagome nere delle macchine della polizia, delle ambulanze, dei camion dei pompieri.

Qualcuno gridò. - Un bambino. C'è un bambino...

Il piccolo si copri la faccia con le mani.

Una figura goffa gli corse incontro e oscurò il sole.

Il bambino ebbe appena il tempo di vedere che l'uomo era insaccato dentro una spessa tuta di plastica gialla.

Poi fu afferrato e portato via.

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Pagina 40

Anna trascorse il pomeriggio a sonnecchiare sulla panca nell'aia. Le botte che aveva preso nello scontro con il cane cominciavano a farsi sentire. Sull'anca che aveva sbattuto contro la macchina si era formato un livido e le nocche delle mani erano gonfie.

Astor era vicino a lei, sotto una coperta. Gli toccò la fronte, scottava.

La ragazzina rientrò in casa, prese la torcia, sali le scale e percorse il corridoio fino a una porta chiusa. Si sfilò le scarpe, accese la lampada e tirò fuori dalla tasca dei pantaloncini una chiave, che girò nella serratura.

Il fascio di luce illuminò un tappeto a scacchi colorati e una scrivania impolverata con un portatile al centro. I muri erano tappezzati di disegni infantili. Case, animali, fiori, montagne, fiumi e un enorme sole rosso. La luce si posò su un comodino di legno scuro, su una pila di libri, sulla radiosveglia, sull'abat-jour e da li su un letto matrimoniale con la testiera di ottone. Sulla sopraccoperta rossa e blu c'era uno scheletro con le braccia incrociate. Tutte le duecentosei ossa che lo formavano, dalle falangi dei piedi al cranio, erano decorate da sottilissimi disegni geometrici eseguiti con un pennarello nero. Sulla fronte e sugli zigomi erano disposti anelli e orecchini, e sulle orbite dei nidi di passero con le uova coperte di macchioline. Le vertebre del collo e le costole erano avvolte da fili di perle e catenine d'oro, da collane di ametista e pietre colorate. Accanto ai piedi, acciambellato, c'era lo scheletro di un gatto.

Anna si sedette alla scrivania, poggiò la torcia sul piano e apri un quaderno consunto. Sulla copertina dura e marrone c'era scritto: LE COSE IMPORTANTI.

Lesse tra le labbra la scrittura tonda e precisa che riempiva la prima pagina.




Figli miei adorati, vi amo tanto. Tra poco la vostra mamma non ci sarà piú e ve la dovrete cavare da soli. Siete bravi e intelligenti e sono sicura che ce la farete.

Vi lascio in questo quaderno delle indicazioni che vi aiuteranno ad affrontare la vita e a evitare i pericoli. Tenetelo con cura e ogni volta che vi verrà un dubbio apritelo e leggete. Anna, tu devi insegnare a leggere anche ad Astor, cosí potrà consultarlo da solo. Alcuni dei consigli scoprirete che non saranno utili nel mondo in cui vivrete. Le regole cambieranno e io posso solo immaginarle. Sarete voi a correggerle e a imparare dagli errori. L'importante è che usiate sempre la testa.

La mamma se ne sta andando per colpa di un virus che si è diffuso in tutto il mondo.

Queste sono le cose che so sul virus e ve le racconto cosí, senza bugie. Perché non le meritate.


IL VIRUS

1) Il virus ce l'hanno tutti. Maschi e femmine. Piccoli e grandi. Nei bambini c'è, ma dorme e non fa niente.

2) Il virus si risveglierà solo quando diventerete grandi. Anna tu diventerai grande quando avrai del sangue scuro che ti esce dalla topina. Astor tu diventerai grande quando dal pisello duro ti uscirà lo sperma, un liquido bianco.

3) Il virus non permette di avere figli.

4) Dopo un po' che si diventa grandi cominciano ad apparire le macchie rosse sulla pelle. A volte vengono subito, a volte ci mettono di piú. Quando il virus cresce nel corpo arriva la tosse, si fatica a respirare, fanno male tutti i muscoli e si formano delle croste nelle narici e sulle mani. Poi si muore.

5) Questo punto è molto importante e voglio che non ve lo dimentichiate mai. Da qualche parte nel mondo ci sono dei grandi che sono sopravvissuti e stanno preparando una medicina che salverà tutti i bambini. Arriveranno presto da voi e vi cureranno. Dovete esserne sicuri, dovete crederci.

La mamma vi vorrà sempre bene anche se non è lí con voi. Ovunque sia, vi vorrà bene. E cosí il vostro papà. Anche voi due dovete volervi bene, aiutarvi e non lasciarvi mai. Siete fratelli.


Questa parte la conosceva a memoria, ma la rileggeva sempre.

Apri un'altra pagina al centro del quaderno.




LA FEBBRE

La temperatura del corpo umano è normalmente 36,5. Se è di piú hai la febbre. Se hai da 37 a 38 non è grave. Di piú bisogna prendere le medicine. Per misurare la febbre usate il termometro. C'è un termometro nel secondo cassetto della cucina. È di vetro, quindi state attenti a non farlo cadere che si rompe. (Ce n'è pure uno di plastica, ma ha la pila e non so per quanto funzionerà). Bisogna metterlo sotto il braccio e aspettare cinque minuti. Se non avete l'orologio contate fino a cinquecento piano piano e guardate dove si ferma la striscia d'argento. Se è piú di 38 bisogna prendere le medicine che si chiamano antibiotici. Bisogna prenderle per almeno una settimana due volte al giorno. Ce ne sono tanti di antibiotici. Augmentin, Mondex, Aziclav, Cefepim. Li ho messi insieme alle altre medicine nel mobile verde. Quando finiscono bisogna andare a cercarli nelle farmacie o nelle case. Se non trovate questi qui, guardate nel foglietto dentro la scatola, c'è scritto il principio attivo: se è una parola che finisce in «ina» va bene. Amoxicillina, cefazolina, cose cosí. E bisogna bere tanto.


Anna si sistemò i capelli dietro le orecchie e chiuse il quaderno.

Il termometro di vetro si era rotto. Quello di plastica non funzionava piú. Gli antibiotici che mamma aveva lasciato nell'armadio se li erano mangiati i topi. La farmacia Minerva a Castellammare era bruciata insieme al resto del paese.

Del termometro poteva fare a meno. Astor era bollente, aveva sicuro piú di trentotto, ma era tardi per andare a cercare le medicine, doveva aspettare fino all'indomani.

Rimise a posto il quaderno, usci dalla stanza e chiuse a chiave la porta.

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Pagina 106

La regola era semplice. Due film a settimana: il sabato lo decideva lei, la domenica la mamma, per il resto il televisore era coperto da una pezza colorata, quasi si vergognassero di averlo in casa. Ma quando dal Belgio il virus si spostò come una nuvola radioattiva in Olanda, in Francia e nel resto del mondo rimase sempre acceso sul notiziario.

Dopo che la mamma era morta Anna ci trascorreva davanti tutto il giorno. Sul quaderno delle Cose Importanti non si parlava della tv e la bambina l'aveva inteso come un permesso. Solo che i canali, uno dopo l'altro, erano spariti, lasciando al loro posto degli schermi blu. Resisteva Rai Uno, su cui passavano solo delle scritte. Dicevano che era proibito uscire di casa, che vigeva la legge marziale e che in caso di grave emergenza bisognava chiamare il numero verde della protezione civile. Non le restava che vedere a ciclo continuo i dvd che tenevano nella libreria.

Quando la centrale idroelettrica di Guadalami, l'ultima ancora in funzione nell'isola, si fermò lasciando per sempre senza energia il Podere del gelso e tutta la Sicilia del nord, Anna era stesa sul divano e guardava Ufficiale e gentiluomo, l'unico film bello della collezione di sua madre. Astor le dormiva accanto come un bambolotto.

Era il momento che le piaceva di piú, quando il soldato con il cappello e l'uniforme candida andava nella fabbrica a riprendersi la fidanzata tra gli applausi delle operaie. La televisione si era spenta e i numeri blu del lettore erano scomparsi. Anna era rimasta a fissare lo schermo nero senza impensierirsi troppo. Nelle ultime settimane succedeva spesso che ci fossero delle interruzioni di corrente.

Quella volta non tornò. Il tempo della luce, come lo avrebbe chiamato in seguito, terminò in quel preciso momento, mentre Richard Gere portava in braccio Debra Winger.

Il giorno fini, il sole se ne andò e l'abat-jour a forma di fiore accanto al divano non si illuminò di quel giallo tanto rassicurante. Il succo di frutta dentro il frigo divenne caldo. Anna, con Astor appeso addosso, accese la torcia e cercò nel quaderno delle Cose Importanti la soluzione al problema. Sul quaderno c'era scritto:




ELETTRICITÀ

L'elettricità presto finirà e non ci sarà piú luce, piú televisione, piú il computer, piú la musica, piú il telefono, piú il frigorifero. Ma non dovete avere paura. Vi abituerete presto. Gli uomini sono vissuti per tanto tempo senza l'elettricità. Gli bastava accendere un fuoco. Vivrete durante il giorno e dormirete appena fa buio, proprio come gli animali del bosco. All'alba saluterete il sole insieme agli uccelli. Sarà bello. Quando non avrete nulla da fare leggerete i libri. E la musica la farete cantando. La notte chiudetevi in casa e non uscite mai, per nessuna ragione. Usate le candele. Le pile solo in caso d'emergenza. Ma se ci riuscite provate a stare al buio.


Tutto qua.

Senza elettricità il tempo si allungò. Le ore si impigliavano una nell'altra in giorni che si trascinavano con una lentezza esasperante. Tutti i rumori erano spariti. Il tocco preciso delle campane della chiesa del paese. Gli squilli del cellulare. Il rombo degli aerei. Gli sbuffi del camion della spazzatura. Il silenzio, quando Astor dormiva, era cosí opprimente che quasi la intontiva.

Anna imparò ad ascoltare il vento che faceva fremere le finestre e frusciare le foglie, i borbottii del suo stomaco, le voci degli uccelli. In quella quiete appiccicosa anche i tarli che scavavano nelle travi del soffitto le tenevano compagnia.

Anna era sempre stata una bambina chiacchierona. Adesso la bocca le si riempiva di parole di cui non sapeva che farsene. Mentre apriva gli scatoloni con dentro le lattine di lenticchie parlava da sola. - Ecco qui. Tutto pronto. Un bel pranzetto.

Anche i capricci di Astor che prima la esasperavano adesso la facevano sentire meno sola.

E imparò a conoscere il buio.

Era cresciuta sapendo che le luci di casa lo tenevano fuori dalle finestre finché la mamma spegneva, si andava a dormire e lui poteva allungare le sue dita nere su ogni cosa.

A quei tempi il buio lo trovava in cucina se la notte scendeva di nascosto a prendere i biscotti, ma l'orologio del forno con i numeri rossi e la spia verde della caffettiera le dicevano di stare tranquilla. Lo squarciavano i fari della macchina quando la sera uscivano a mangiare la pizza, e lo ammazzavi per un attimo con il flash del telefonino. Lo si faceva per portare la torta con le candeline, però era divertente. Era rinchiuso nel capanno degli attrezzi, e li sí che faceva paura. In quelle tenebre, che puzzavano di benzina e di vernice, il decespugliatore, il vecchio aspirapolvere, una sedia sfondata, l'appendiabiti diventavano mostri pronti a sbranarti. Solo i topi in quel nero si sentivano piú spavaldi.

Ma adesso il buio la soffocava, le premeva addosso, e in combutta con il silenzio la tramortiva. Ottuso e compatto, penetrava in ogni angolo, in ogni interstizio, in bocca, nei buchi del naso, nei pori della pelle. A volte calava cosí veloce che non avevi neanche il tempo di organizzarti, altre arrivava piano, si mischiava con la luce, insanguinava il sole e lo condannava a scomparire in fondo alla pianura. Le candele non servivano a niente. La palla crepitante che spandevano non bastava a vincere la tenebra anzi, rendeva tutto piú sinistro e minaccioso.

Anna con il tempo imparò a non averne paura, ci si immergeva certa che ne sarebbe riemersa. Se ne stava sotto una coperta stretta a suo fratello. Quando le scappava la pipi la faceva in una bacinella accanto al materasso, e a un certo punto il sonno se la prendeva e la restituiva al giorno.

Nuvole o pioggia, freddo o caldo, il buio, prima o poi, perdeva la sua quotidiana battaglia con la luce.

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Pagina 141

Negli ultimi quattro anni di vita Anna aveva sofferto e superato dolori immensi, folgoranti come l'esplosione di un deposito di metano e che le stagnavano ancora nel cuore. Dopo la morte dei suoi genitori era precipitata in una solitudine cosí sconfinata e ottusa da lasciarla idiota per mesi, ma nemmeno una volta, nemmeno per un secondo l'idea di farla finita l'aveva sfiorata, perché avvertiva che la vita è piú forte di tutto. La vita non ci appartiene, ci attraversa. La sua vita era la medesima che spinge uno scarafaggio a zoppicare su due zampe quando è stato calpestato, la stessa che fa fuggire una serpe sotto i colpi della zappa tirandosi dietro le budella. Anna, nella sua inconsapevolezza, intuiva che tutti gli esseri di questo pianeta, dalle lumache alle rondini, uomini compresi, devono vivere. Questo è il nostro compito, questo è stato scritto nella nostra carne. Bisogna andare avanti, senza guardarsi indietro, perché l'energia che ci pervade non possiamo controllarla, e anche disperati, menomati, ciechi continuiamo a nutrirci, a dormire, a nuotare contrastando il gorgo che ci tira giú. Eppure, li nella cava, questa certezza vacillò. Quel «Mandolino» pronunciato a voce bassa le spalancò nuovi e piú limpidi orizzonti di dolore. Ebbe la sensazione che il cuore le si seccasse nel petto come un fiore in una fornace, mentre il sangue che le riempiva le vene si riduceva in polvere.

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