Copertina
Autore Niccolò Ammaniti
CoautoreA. Camilleri, M. Carlotto, S. Dazieri, G. De Cataldo, D. De Silva, G. Faletti, M. Fois, C. Lucarelli, A. Manzini
Titolo Crimini
EdizioneEinaudi, Torino, 2005, Stile libero Big , pag. 390, cop.fle., dim. 135x208x21 mm , Isbn 978-88-06-17576-4
CuratoreGiancarlo De Cataldo
LettoreGiorgia Pezzali, 2005
Classe noir , narrativa italiana , gialli
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Indice


    Crimini

  V Nota del curatore

  3 Niccolò Ammaniti con Antonio Manzini
    Sei il mio tesoro

 49 Massimo Carlotto
    Morte di un confidente

 95 Diego De Silva
    Il covo di Teresa

133 Giorgio Faletti
    L'ospite d'onore

185 Sandrone Dazieri
    L'ultima battuta

239 Andrea Camilleri
    Troppi equivoci

279 Marcello Fois
    Quello che manca

305 Giancarlo De Cataldo
    Il bambino rapito dalla Befana

357 Carlo Lucarelli
    Il terzo sparo




 

 

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Pagina 3

Niccolò Ammaniti con Antonio Manzini
Sei il mio tesoro



    Avete sentuto, suppongo, lo nome di Groppone da Ficulle.
    Fu lo piú grande capitan di Tuscia e io son colui
    che con un sol colpo d'ascia lo tagliò in due.
                                        L'Armata Brancaleone



Vedendolo addormentato sul divano con un rivolo di bava che gli colava sul mento e con quella mezza bottiglia di Pampero stretta al petto, non gli avreste dato una lira. E invece quello era un uomo importante.

Nato nel 1960 a città di Castello da una famiglia di artigiani del legno. Liceo classico a Perugia. Laurea in Medicina con centodieci e lode all'Università di Firenze. Specializzazione in Chirurgia plastica all'Università di Burlinghton, master in ricostruzione maxillofacciale con il professor Roland Chateau-Beaubois a Lione. A trentacinque anni assistente primario al Bambin Gesú e a quaranta primario della clinica privata San Roberto Bellarmino alle falde di Monte Mario.

Il suo nome era Paolo Bocchi, professor Paolo Bocchi.

Il professore dormiva su un divano di un attico da cui si vedevano i mosaici di Santa Maria in Trastevere e piú in là Sant'Andrea della Valle che spuntava tra le fronde ingiallite dei platani del lungotevere.

Il telefono attaccò a suonare e ci mise circa tre minuti a eccitare il sistema nervoso centrale del professore, intasato di cocaina e rum.

Bocchi estroflesse un braccio, tastò il pavimento alla ricerca del cordless e lo afferrò emettendo un dittongo gutturale che poteva essere scambiato per un sostantivo celtico ma che voleva essere un semplice pronto.

La voce all'altro capo del filo era decisamente piú dinamica. — Professor Bocchi, sono la segretaria della clinica San Bellarmino, la chiamo solo per ricordarle che alle 10.30 lei avrebbe un intervento di mastoplastica additiva. Se ha problemi ad arrivare il dottor Cammarano è disponibile a sostituirla.

Bocchi di quel monologo afferrò tre concetti:

1) doveva rifare le zinne a qualcuna;

2) l'intervento non era domani ma oggi;

3) quel figlio di puttana di Cammarano era pronto a metterglielo nel culo.

Diede una risposta rapida e concisa: — Arrivo —. Abbassò il telefono e finalmente apri gli occhi. Lo sguardo gli cadde sul tavolinetto di Gae Aulenti su cui giacevano tre piste bianche e un sacchetto di cellophane che conteneva, piú o meno, un chilo di cocaina purissima proveniente dalla Cordigliera orientale a centocinquanta chilometri da La Paz.

Col movimento plastico e sinuoso che solo un serpente corallo ha quando punta la preda, Bocchi strisciò verso il cristallo e con un sapiente colpo di narice inalò una delle tre piste.

Ora stava decisamente meglio.

Si osservò.

I mocassini di Ferragamo erano coperti di fango come il risvolto dei pantaloni. Sul maglioncino di cotone Ralph Lauren aveva decine di forasacchi e dai calzini gli usciva una pianta di ortica. Le tasche erano piene di terra.

«Dove cazzo sono finito ieri sera?», Si domandò.

Si ricordava di essere arrivato sulla terrazza dell'Hotel ES insieme a... a quel punto la memoria c'inceppava e dopo c'era il buio.

Comunque la sensazione complessiva era di aver passato un'ottima serata.

Barcollò fino al terrazzo. Un bel sole, sopra i tetti, non aveva ancora incominciato ad arrostire la città. Giú, nel vicolo del Cinque, c'era il casino di sempre. Clacson, voci, cani. Non sopportava piú Trastevere. Una villa a Saxa Rubra era il suo prossimo obiettivo.

Si tolse tutto quello che aveva addosso e cominciò a lavarsi con la pompa per innaffiare le piante.

Dalla conformazione fisica del corpo del professor Bocchi si intuiva che in gioventú aveva fatto sport. Era stato un discreto giocatore di tennis e aveva vinto diverse volte il torneo Aureggi di Borgo Sabotino. Ora però il tono muscolare si era rilassato. L'unica tensione che gli restava era quella del ventre dilatato e ovale come un pallone da rugby. I capelli, che normalmente amava portare indietro impastati di gel, erano pieni di terriccio rosso. Gli occhi piccoli e infossati sotto la fronte squadrata come un mattone erano divisi da un naso che lui definiva importante, ma che era solo una protuberanza grossa e schiacciata.

Mentre si asciugava contro il telo dell'ombrellone, lo sguardo gli scese lungo la facciata della casa di fronte, fino all'angolo del vicolo sulla vetrina del vecchio snack-bar Quattroni. In piedi c'era un tipo che a prima vista sembrava un turista svedese. Biondo, pantaloncini corti, zainetto e Birkenstock, faceva finta di leggere una mappa di Roma.

— Bastardi! — Anche da turisti nordeuropei si travestivano. — Credete di incularmi cosí? — Quello non era un turista, ma un agente della narcotici.

Lo tenevano sotto controllo

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Pagina 95

Diego De Silva
Il covo di Teresa



La donna torna a casa di pomeriggio presto. È scesa per prendere qualcosa che le serviva, il sapone per i piatti forse, o della carne macinata (lungo l'ultimo tratto di marciapiede non saprebbe dire neanche lei se l'uno o l'altra, e non ha nemmeno voglia di guardare nella busta per ricordarsi), infatti non ha soprabito né borsa, solo il resto dei soldi contati, stretti nella mano sinistra, insieme alle chiavi.

Quando arriva davanti al portone si accorge che la serratura è già scattata. Allora si sposta di fianco e spinge con la spalla.

Nell'androne c'è la bicicletta scassata di quelli che abitano all'ammezzato, legata con la catena al corrimano della scala che porta all'ascensore. Ogni volta che la vede è piú forte di lei, vorrebbe tanto fare finta di niente ma le arriva il sangue alla testa tanto la indispone quella sfacciataggine. Tira su col naso e butta un'occhiata alla cassetta della posta, ma cosí, per scaramanzia. Allora il portone sbatte. Cosí forte che quasi si stacca dai cardini. Lei sobbalza, il cuore schiaccia il pedale e diventa un'altra cosa che va per conto suo. Stringe gli occhi e li riapre lentamente. - Ancora, - dice tra i denti. Porta le mani ai fianchi e si volta a guardare il portone che sbuffa. Piú di tutto la indispettisce il pensiero dell'avviso che l'amministratore ha messo nella bacheca da qualche tempo: «La persona perbene accompagna il portone e non lo sbatte», con tanto di firma e timbro. Ma fai aggiustare la molla invece di insegnare a campare agli altri, parassita. Dici a quegli scostumati di togliere la bicicletta piuttosto, che questo è un condominio, mica un garage, hai capito?


- Signora Teresa, - sente chiamare dall'ascensore. Il suo nome, pronunciato improvvisamente da un altro, le fa l'effetto di uno schiocco di dita a tanto cosí dalla faccia.

- Vi siete spaventata? - chiede il giovane, affacciandosi dalla cabina.

Lei si ricompone nelle spalle, scuote un po' la testa per muovere i capelli e dentro di sé già ridacchia della vanità che le impone questi gesti smorfiosi quando un uomo la riconosce o semplicemente si accorge che esiste, fosse pure per chiederle l'ora, fosse pure il figlio della signora del piano di sopra che conosce da quand'era bambino.

- No, scocciata, - risponde, arrivando all'ascensore. Entra nella cabina, finge un po' d'affanno. Il giovane chiude gli scorrevoli con aria solidale.

- Terzo, vero? - domanda, indugiando col dito sul pulsante.

- Sí, grazie, - fa Teresa.

L'ascensore parte.

- Vorrei proprio sapere che lo teniamo a fare, quel buono a niente, - riprende lei.

- L'amministratore, dite?

- E chi se no? Sono due mesi che il portone è scassato.

- Avete ragione, è un cretino, - l'accontenta lui. Però si vede che lo pensa.

- Tiene proprio la faccia, del cretino, - aggiunge Teresa dilatando le narici. E finalmente le scappa una risata.

Il giovane la imita, e ci prende gusto.

Teresa adesso lo guarda con un po' piú di confidenza. È diventato un bel tipo, Marco. Ha una faccia scavata, di quelle che prendono l'espressione dei pensieri. Chissà che lavoro fa. Le piacerebbe saperlo, ma non fa mai di queste domande alle persone che incontra. Che mestiere fai, ti sposi, quando ti laurei. E se uno non lavora? Non ha i soldi, o qualcuno, per sposarsi? Che fai, lo metti in imbarazzo? La gente a certe cose non ci pensa. Oppure ci pensa e lo fa apposta.

- Scusami, bello, è che mi veniva una cosa, un altro poco, - dice, portandosi una mano al petto.

- Niente, figuratevi. Come va piuttosto, è tanto che non vi vedo.

- E come deve andare, guarda qua, mi sto facendo vecchia.

Marco solleva le sopracciglia per compatire la sua falsa modestia. Teresa ha sessant'anni già compiuti, ma si vede che è stata bella. Ha quel modo di sfottersi, quella finta tolleranza verso le cose. Non ha soldi, questo pure si vede, ma la sua figura ha il dono della dignità. Di quelle persone capaci per natura di trasmettere un senso ampio di accettazione dell'altro, con le quali ci si sente a proprio agio fin dall'inizio.

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Pagina 185

Sandrone Dazieri
L'ultima battuta



Mi hanno fregato. La serata di cabaret mi fa venire le doglie prima ancora che si alzi il sipario. E dopo va anche peggio.

Il primo a salire sul palco è un comico di sessant'anni, che da almeno quaranta fa le stesse battute sulle suocere e sugli sposini in viaggio di nozze. Si fa chiamare Giorrrgio, con la «r» arrotata, e ha la faccia talmente tirata che ho paura non arrivi alla fine dello spettacolo. Il pubblico è scarso, metà di quelli che vengono normalmente al Coccodrillo Rosa nelle serate normali. E quei pochi che ci sono, hanno l'espressione di chi ha sbagliato locale.

Giorrrgio finisce ed esce, c'è un applauso talmente tiepido che sento la guardarobiera masticare il chewing-gum sul fondo. Entra Picchio, che fa il prestigiatore ubriaco, roba che neanche Gino Bramieri da giovane. Il pubblico è distratto, Picchio cerca di risollevare l'atmosfera sparando un paio di «cazzo» a sproposito. Il brusio cala, ma non di molto, e torna a levarsi mentre Picchio finge di estrarre un coniglio dalla patta dei pantaloni. Dio mio, penso.

Mauro, il mio barman, mi si avvicina tra un servizio e l'altro. - Seratona, eh? - dice.

Lo guardo male.

- Vedrai adesso, - conclude allontanandosi.

Capisco cosa intende quando arriva il comico seguente. È vestito da cuoco, maledizione. Questa non dovevano farmela.

Io mi torco, ma il pubblico dà finalmente segni di vita: ridacchia quando il tipo sputa nel piatto, e le risate montano leggermente quando finge di passare la bistecca sul pavimento per punire un cliente rompiscatole.

Poi il tipo esagera. Lancia un pugno di farina verso le prime file e becca una donna in pelliccia che tira un'udibile bestemmia prima di correre verso la porta. Un comico appena decente lancerebbe una battuta feroce, invece lui rimane imbambolato e perde il ritmo. Il numero rallenta, la gente torna a rompersi le palle.

Il cuoco finisce il numero rovesciandosi gli spaghetti in testa. Rimedia una risata di media intensità. Dice: - E mi raccomando pagate il conto o vi vengo a pisciare nel frigorifero a casa -. Applausi, il cuoco esce dandosi il cinque con Pippo&Budino, sulla carta le star della serata. Non sto a guardare cosa abbiano in serbo, mi alzo dallo sgabello e mi infilo nel camerino.

Oddio, camerino. Visto che il cabaret è una novità, ho fatto allestire una stanza vicino ai cessi con dei teloni per fare da divisorio. Quando entro Giorrrgio è chinato sull'unico lavandino di servizio. - Se devi vomitare vai fuori, - gli dico.

Lui si volta. Si è tolto il fondotinta, è giallo come un pollo avanzato. - Capo, ti sei divertito? - chiede con la faccia colpevole.

L'ho fermato in tempo, il lavandino è ancora pulito. - Sicuro, - mento.

Il cuoco si sta togliendo gli abiti sporchi di farina. Vado a stringergli la mano, senza capire bene perché - Complimenti, - gli dico.

- Grazie. Vuoi un autografo?

- Magari dopo.

Anna, in arte Libellula, si fa sentire sul fondo. - Guarda che è quello che paga -. Libellula è la cantante con il mal di gola che irrompe a caso sul palco. Adesso sta aspettando l'ultima entrata bevendo un walkie-cup pieno di vino rosso. Finge che sia Coca-Cola, come se non si sentisse la puzza o agli altri importasse dei suoi vizi. La conosco di vista. Una volta era carina e ha fatto un po' di televisione, ma adesso sembra la controfigura di un tenore. Non si capisce se beve perché si è rovinata il fisico, o si è rovinata il fisico perché beve. Però, versione extra-large, qualche risata la strappa. Di quelle che si riservano ai freak.

Il cuoco cambia espressione. - Ah, scusa, scusi... - Visto da vicino deve avere al massimo venticinque anni, un corpo tracagnotto da scaricatore.

- Dammi del tu, dài.

- Mi sono un po' impappinato, ma ho chiuso bene, vero? - chiede ansioso.

- Benissimo -. Cerco qualcosa da dire. - Bello il finale con gli spaghetti...

- Vero? E la battuta sul frigorifero? Mi è venuta cosí.

- Ah non l'avevi preparata? Si vede che hai stoffa -. Gli batto una mano sulla spalla, poi mi rivolgo agli altri. - Volevo solo salutarvi. In culo alla balena.

Mentre mi affretto verso l'uscita, vedo che il cuoco mi sta fissando. - Scusi, scusa... - dice. - Ma adesso ho capito dove ti ho visto. Cazzo, ma sai che praticamente sono un tuo discepolo...

Cerca di avvicinarsi, scappo.

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Pagina 279

Marcello Fois
Quello che manca



[...]

Marchini stava guidando lentamente, fuori dai finestrini scorreva l'immagine inamidata di Stefano Crescioni attaccata ai muri.

- Dai manifesti elettorali sembra piú giovane, guarda quanti capelli, ma l'ha fatta il giorno della comunione quella fotografia? - constatò Curreli.

Marchini continuò a guidare senza commentare, una risata gli cresceva dal ventre.

- Questa cosa che bisogna essere giovani a tutti i costi, dico io, uno prima di candidarsi che deve fare? Si deve fare la plastica. Perché se non è bello, non ha belle idee e non è disonesto... A me questa cosa proprio non va giú, conosco tanti di quei fetenti che hanno una bella faccia...

Marchini avanzava senza accelerare, aspettando che lo sfogo finisse, sapeva bene che quando il commissario partiva provare a fermarlo era tempo perso.

- Lombroso... Siamo tornati a Lombroso, solo che almeno prima ci si illudeva di riconoscere i delinquenti dalla faccia ora invece se uno ha un bel viso è automaticamente onesto.

Marchini frenò bruscamente per evitare un tizio in motorino che gli aveva tagliato la strada. Questo serví a far tacere Curreli. - Scusi, - disse Marchini riprendendo la marcia. - Comunque converrà che la situazione è delicata e il tipo là, quel Porzio, non è esattamente uno che ispira fiducia.

- Lo vedi? Anche tu fai lo stesso discorso: e perché Porzio non ispirerebbe fiducia? Perché fa il pittore, perché non si rade tutti i giorni, perché è stato a Genova a luglio?

- No, che c'entra... È che ha l'aria di uno che ha qualcosa da nascondere.

- Come la maggior parte di quelli che conosco. Allora ti faccio un esempio: se ti dicessero che tutti i poliziotti sono corrotti, fascisti, picchiatori?

- Risponderei che ci sono questori che si sono dimessi per non cedere alle pressioni e che all'interno delle forze di polizia ci sono molte realtà.

- E cioè?

- E cioè?

- Che bisogna distinguere, appunto.

- E cioè?

- Che Porzio non è automaticamente colpevole...

- ... E nemmeno Crescioni.

- Va bene, nemmeno Crescioni, ma che cosa ne sappiamo di lui? Tutto quello che si è degnato di dirci.

- Si è presentato spontaneamente, e ci sono le elezioni, e lui è candidato.

- L'ho capito, questo l'ho capito e allora?

- Allora cosa vuole che le dica... Che siamo arrivati... Siamo sicuri? - tentennò Marchini parcheggiando di fronte al cancello di villa Crescioni.


De Pisis sudava copiosamente, Precossi aveva lo sguardo di uno che non riesce a mettere a fuoco. Curreli aspettava in piedi la sfuriata: come si era permesso di disturbare il dottor Crescioni a casa sua? Come si era permesso di prendere un'iniziativa di quella portata senza consultarli? Il dottore, per carità, non è che avesse protestato, ma aveva chiamato la questura per formalizzare la propria estraneità ai fatti, estraneità che gli era stata prontamente confermata insieme all'assicurazione che non sarebbe stato ulteriormente disturbato. Per questo l'avevano convocato. Curreli ascoltò con calma, rispose che voleva chiarire alcune cose, come per esempio sapere quali erano i rapporti tra Crescioni e la Marcucci. E quali erano, di grazia? A sentire il Crescioni erano idilliaci. E allora? Allora i vicini hanno testimoniato che tanto idilliaci non erano. Ah no? E questo cosa significherebbe? Be', che qualcuno non sta dicendo la verità. Ma per favore, non sia ridicolo e la smetta di perdere tempo! Comunque il dottor Crescioni ha ricevuto le scuse formali della questura e anche della procura. E non c'era nient'altro da dire se non che qualunque altra iniziativa personale di Curreli non sarebbe passata liscia.

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