Copertina
Autore Michail Petrovic Arcybàsev
Titolo Sanin
EdizioneUTET Libreria, Torino, 2009, Letterature , pag. 492, cop.fle., dim. 12x19x3,5 cm , Isbn 978-88-02-08158-8
OriginaleSanin [1907]
PrefazionePaolo Nori
TraduttoreIra Torresi
LettoreAngela Razzini, 2010
Classe narrativa russa
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Pagina 3

I

                                      Vedi, solo questo ho trovato:
                                         Dio ha fatto l'uomo retto,
                        ma essi cercano tanti fallaci ragionamenti.

                                                   Ecclesiaste 7,29



Quel periodo (il più importante della vita) in cui i primi incontri con gli altri e con la natura formano il carattere, Vladimir Sanin lo passò lontano dalla famiglia. Nessuno che lo seguisse, che lo indirizzasse; e la sua anima si sviluppò libera, simile solo a se stessa, come un albero in mezzo a un campo.

Era mancato da casa per molti anni, e quando tornò, la madre e la sorella Lida quasi non lo riconobbero: poco era cambiato nei tratti del viso, nella voce, nei modi di fare, ma era palese che dentro di lui era maturato qualcosa di nuovo, di sconosciuto, che gli illuminava il viso di un'espressione insolita.

Arrivò verso sera ed entrò nella stanza con estrema calma, come se l'avesse lasciata solo cinque minuti prima. Nulla, nella sua figura alta, bionda e dalle spalle larghe, o nel suo volto tranquillo e appena (ma solo impercettibilmente, agli angoli delle labbra) beffardo, esprimeva stanchezza, né preoccupazione, e quell'entusiasmo chiassoso con cui l'accolsero la madre e Lida, non trovando in lui risposta alcuna, finì per spegnersi da solo.

La sorella, seduta di fronte a lui, lo guardò mangiare e bere tè senza mai togliergli gli occhi di dosso. Era innamorata del fratello come una ragazzina irrequieta può innamorarsi solo di un fratello assente. Lida immaginava sempre il fratello come una persona straordinaria, ma di una straordinarietà che, con l'aiuto dei libri, gli aveva confezionato lei stessa. Nella sua vita voleva vedere la tragica lotta, la sofferenza e la solitudine del grande animo incompreso.

«Che hai da guardarmi tanto?» le chiese Sanin sorridendo di quel sorriso pieno di attenzione, e con quello sguardo serafico e assorto, che aleggiavano costantemente sul suo viso.

E stranamente, d'un tratto, quel sorriso di per sé tanto bello e affabile a Lida non piacque. Le parve compiaciuto, senza alcuna traccia di sofferenze o laceranti conflitti. Rimase in silenzio, si fece pensierosa e, distogliendo lo sguardo, iniziò a sfogliare macchinalmente un libro.

Finita la cena, la madre, accarezzando dolcemente e teneramente la testa di Sanin, disse:

«Allora, racconta, come te la passavi, che facevi là?».

«Cosa facevo? ripeté Sanin sorridendo: Mah... bevevo, mangiavo, dormivo, qualche volta lavoravo, qualche volta non facevo niente».

All'inizio sembrava restio a parlare di sé, ma quando la madre prese a incalzarlo di domande, cominciò invece a raccontare con trasporto. Tuttavia si avvertiva che non gli importava affatto di come sarebbero stati accolti i suoi racconti. Si mostrava gentile e attento, ma il suo atteggiamento mancava di quell'intima vicinanza che ci si aspetterebbe, e che in genere si trova in un figlio o un fratello; sembrava che questa gentilezza e questa attenzione promanassero naturalmente dal suo essere, come la luce promana da una candela, e che al pari di una candela fosse indifferente verso tutto e tutti.

Uscirono sulla terrazza che dava sul giardino e si sedettero sui gradini. Lida andò a sistemarsi più in basso e, da sola e in silenzio, ascoltava il fratello. Un impercettibile ago di ghiaccio le aveva già trapassato il cuore. Il suo acuto istinto di giovane donna le diceva che non era per niente come lo aveva immaginato, e iniziò a sentirsi a disagio e a provare imbarazzo come di fronte a un estraneo.

Era già sera, e tutto intorno si addensavano dolci ombre. Sanin si accese una sigaretta, e l'odore lieve del tabacco si mischiò all'alito estivo che saliva profumato dal giardino.

Sanin raccontò di come la vita l'avesse sbattuto ora qua, ora là, di come gli fosse spesso toccato di soffrire la fame e dormire all'addiaccio, di come avesse pericolosamente preso parte alla lotta politica e se ne fosse tirato fuori quando ne aveva avuto abbastanza.

Lida, immobile, non perdeva una parola, bella e un po' strana, come lo sono tutte le belle ragazze in primavera, all'imbrunire.

E man mano che Sanin raccontava, Lida capiva sempre più chiaramente quanto quella vita i cui contorni si era sempre figurata a tratti di fuoco fosse alla fin fine semplice e ordinaria. C'era, è vero, qualcosa che suonava insolito, ma non avrebbe saputo dire cosa. Comunque, dov'era stato il fratello tutto era molto semplice, noioso, e, le sembrava, addirittura banale. Aveva vissuto dove capitava, aveva fatto quello che capitava, un giorno aveva lavorato e quello dopo aveva bighellonato senza meta, e sembrava che gli piacesse bere e avesse conosciuto molte donne. A questa vita non si addiceva affatto il fosco e sventurato destino che avrebbe desiderato l'animo sognatore di Lida. Sanin non aveva ideali, non odiava nessuno e non soffriva per nessuno.

Gli scappavano di bocca certe parole che a Lida sembravano proprio brutte. Per esempio, menzionò di sfuggita che una volta se la passava tanto male e i vestiti gli si erano talmente consunti che gli era toccato di rammendarsi i pantaloni da solo.

«Ma come, sai cucire?» esclamò Lida con uno smarrimento che tradiva la sua delusione: le sembrava una cosa meschina, uno schiaffo allo spirito virile.

«Non ne ero capace, prima, ma visto che mi serviva, ho imparato» rispose con il suo sorriso Sanin, che aveva intuito cosa provasse Lida.

La ragazza si strinse un po' nelle spalle e tacque, fissando immobile il giardino. Si sentiva come se, svegliatasi da un sogno pieno di sole, avesse aperto gli occhi sul grigiore di un mattino freddo e uggioso.

Anche la madre si angustiava. Il pensiero che suo figlio non occupasse nella società il posto d'onore che gli sarebbe spettato la tormentava. Iniziò a dire che non poteva più vivere così, che adesso (meglio tardi che mai) avrebbe dovuto trovarsi una sistemazione perlomeno decente. Sulle prime si mantenne cauta, temendo di offenderlo, ma poi si accorse che lui non le prestava attenzione e, seccata, cominciò a insistere in maniera diretta, con un'esasperazione ottusa da vecchia, come se il figlio facesse apposta a stuzzicarla. Sanin non si stupì, né si arrabbiò; anzi, sembrava che non riuscisse a sentire bene le sue parole. Continuava a guardarla in silenzio, con quei suoi occhi gentili e indifferenti, e solo alla domanda:

«Ma come pensi di vivere?».

Rispose con un sorriso:

«Come viene!».

Lo disse con una tale durezza nella voce tranquilla, e una tale fermezza negli occhi chiari, che si capiva come queste due parole, che per la madre non significavano nulla, per lui avessero un significato ben preciso, profondo e universale.

Mar'ja Ivanovna sospirò e, dopo un breve silenzio, disse malinconicamente:

«Dopo tutto sono fatti tuoi. Non sei più un bambino. Andate a farvi una passeggiata in giardino, si sta bene adesso».

«Ecco, sì, andiamo, Lida. Fammi vedere il giardino, disse Sanin alla sorella, mi sono già dimenticato com'è fatto».

Lida riemerse dai suoi pensieri, sospirò anche lei, e si alzò.

Si incamminarono l'uno accanto all'altra lungo il vialetto che conduceva nel folto del verde; era umido e ormai buio.

La casa dei Sanin sorgeva sulla via principale del paese, ma il paese era piccolo, e il giardino dava direttamente su un fiume oltre il quale iniziava la campagna. La casa era un antico palazzo signorile, con un colonnato scrostato dall'aria grave e pensosa, una grande terrazza e un vasto giardino incolto e buio come un nuvolone verde scuro adagiato sul terreno. Di sera il giardino faceva paura; a volte si aveva l'impressione che un'anima in pena, vissuta in tempi lontani e non ancora trapassata, si aggirasse nel folto degli alberi o per le polverose soffitte della vecchia casa.

Gli ampi saloni e salotti dell'ultimo piano del palazzo rimanevano bui e vuoti, e in tutto il giardino veniva tenuto pulito dalle erbacce solo uno stretto vialetto decorato unicamente da ramoscelli secchi e rane schiacciate; soltanto un angolino della proprietà era ancora abitato, in sommessa modestia. Qui, accanto alla casa, in uno spazio cosparso di sabbia gialla e bordato da rigogliose aiuole di fiori variopinti, si trovava il tavolo di legno verde sul quale, nelle belle giornate d'estate, si prendeva il tè e si pranzava, e questo angolino, tutto permeato del calore di una vita semplice e serena, era quanto di più lontano si potesse immaginare dalla cupa bellezza dell'enorme tenuta deserta, lasciata a disfarsi lentamente fino all'ineluttabile rovina.

Quando la casa fu nascosta dal verde e intorno a Lida e Sanin non vi furono che gli antichi alberi, silenziosi, immobili e pensosi come esseri viventi, di colpo Sanin avvinghiò la sorella, e con un tono di voce strano, tra il carezzevole e il minaccioso, disse:

«Ti sei fatta proprio una bella ragazza! Beato il primo che amerai».

Il flessuoso, delicato corpo di Lida fu tutto percorso dal brivido caldo che promanava dalla morsa di ferro del braccio muscoloso che la cingeva alla vita. Turbata, trasalì e si tirò un poco indietro, come se si fosse vista piombare addosso una belva nascosta.

Erano ormai giunti all'argine; l'aria era gravida degli odori umidi del fiume. Oltre i falaschi che ondeggiavano assorti, dondolando le foglie taglienti, occhieggiava la riva opposta con la sua campagna lontana e già scura, il cielo alto e ancora tiepido, e le pallide scintille delle prime stelle.

Sanin si allontanò da Lida. Afferrò con entrambe le mani un grosso ramo e, spezzatolo con uno schiocco sonoro, lo gettò in acqua. La superficie del fiume si increspò di cerchi regolari che subito scivolarono via, e i falaschi della riva si affrettarono a inchinarsi a Sanin come per salutarlo, come se lo avessero riconosciuto per uno della loro specie.

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VII


Dopo tre giorni, Lida tornò a casa a sera inoltrata, stanca e infelice. Provava un'angosciosa, indistinta attrazione, e sapeva e non sapeva verso che cosa.

Entrata in camera sua si fermò torcendosi le mani, lo sguardo fisso sul pavimento, pallida. Stette così, in piedi, a lungo.

A un tratto aveva compreso con terrore quanto fosse andata oltre nel concedersi a Zarudin. Per la prima volta si rendeva conto che da quell'assurdo, irreparabile momento l'ufficiale, lui così chiaramente e infinitamente inferiore a lei, lui così stupido e vuoto, aveva guadagnato un potere umiliante su di lei. Ora non avrebbe più potuto rifiutarsi di andare da lui se glielo chiedeva, non avrebbe più giocato a proprio capriccio ora abbracciandolo e baciandolo, ora allontanandolo con una risata, ma avrebbe dovuto concedersi alle sue carezze più lascive, docile e priva di ogni volontà, come una schiava.

Come fosse successo non riusciva a spiegarselo: un attimo era lei, come sempre, la padrona ed era lei a decidere se lui poteva accarezzarla o meno, come sempre giocava spensierata come il gatto col topo, e l'attimo dopo (un solo attimo!) bruciava tutta di un fuoco che le offuscava la mente col suo fumo biancastro e tutto scompariva, tutto tranne un desiderio e una curiosità spaventosi che la trascinavano verso l'abisso. La terra le mancava sotto i piedi, il corpo le diventava molle, senza più volontà propria, davanti a sé vedeva solo quegli occhi scuri, di fuoco, e sfacciati, e terribili, e irresistibili, senza più vergogna e con tormentosa passione le sue gambe nude sussultavano al tocco imperioso di quelle mani rudi che la spogliavano, e non le bastavano mai quella curiosità spudorata, quel doloroso piacere.

Al ricordo Lida rabbrividì tutta, sollevò piano le spalle e nascose il viso tra le mani.

Barcollando attraversò la camera, apri la finestra, guardò a lungo la luna sospesa proprio sopra il giardino e neppure si rese conto del canto dell'usignolo solitario che si udiva provenire in lontananza da uno dei giardini vicini. Sentiva la morsa dell'angoscia e nell'animo le si agitava una strana, penosa mescolanza tra torbido desiderio e l'orgoglioso pentimento di essersi rovinata la vita per un uomo vuoto e stupido, di aver capitolato in modo così sciocco, disgustoso e casuale. Si preannunciava tempesta. Cercò di scacciare i minacciosi presentimenti che le si affastellavano nella mente e le parlavano di un futuro di ostinazione e cattiveria.

«Va bene, ci sono andata, punto e basta! pensò aggrottando le sopracciglia e non senza un piacere morboso nel formulare quella parola così volgare. Sono solo stupidaggini! Lo volevo fare, e l'ho fatto! Però ero così felice, così... Lida rabbrividì e, stendendo davanti a sé le mani serrate, si stirò. E sarei stata una stupida a non farlo! Meglio non pensarci... comunque indietro non si torna!».

Con riluttanza, si allontanò dalla finestra e si spogliò, slacciandosi le gonne e lasciandole cadere a terra.

«Macché... Si vive una volta sola pensò, rabbrividendo all'aria fresca che le sfiorava dolcemente le spalle e le braccia nude. Che premio vincerei, se aspettassi di essere legalmente sposata? E poi chi se ne importa? Non significa niente, possibile che sia così stupida da volergli trovare un senso... scemenze!». All'improvviso le sembrava che fossero davvero cose da nulla, che l'indomani sarebbe finito tutto, che di quel gioco aveva preso quello che voleva e che adesso era libera come una rondine, e che aveva ancora tanta vita, tante cose interessanti e tanta felicità davanti a sé.

« Prenderò e lascerò chi, quando, se e come vorrò» cantilenò piano Lida e, ascoltando il suono della propria voce, pensò compiaciuta che era davvero più bello di quello della Karsavina.

«Scemenze, proprio... Se mi va, dirò di sì anche al diavolo!» rispose bruscamente, con un impeto di cui si stupì lei stessa, ai dubbi indistinti che le turbinavano in testa, e, piegando le braccia nude dietro la testa, si raddrizzò con un movimento così repentino e deciso che le fece sobbalzare il seno.

«Ancora alzata?» chiese la voce di Sanin sotto la finestra.

Per lo spavento Lida ebbe un sussulto, ma subito dopo sorrise, si gettò sulle spalle un ampio scialle e andò alla finestra.

«Mi hai fatto venire un colpo!» disse.

Sanin si avvicinò e appoggiò i gomiti al davanzale. Gli occhi gli brillavano, e sorrideva.

«Un vero peccato» rispose piano, con un sorriso.

Lida piegò la testa di lato, con espressione interrogativa.

«Stavi molto meglio senza vestiti» chiarì Sanin nello stesso tono sommesso ed espressivo.

Confusa, Lida si voltò verso di lui e istintivamente si avvolse più strettamente nello scialle.

Sanin scoppiò a ridere. Imbarazzata, Lida si appoggiò col petto al davanzale e sporse la testa oltre la finestra. Sanin le alitò su una guancia:

«Sei proprio una bella ragazza!».

Lida si voltò di scatto verso di lui e quello che le parve di vedere nell'espressione del fratello la spaventò. Tornò subito a guardare il giardino, ma ogni cellula del suo corpo le diceva che Sanin la stava osservando con uno sguardo particolare. E questo le sembrò tanto orribile e rivoltante, che il petto le si riempì di gelo, e il cuore le prese a tremare. Era proprio lo stesso sguardo con cui la guardavano tutti gli uomini, e che allora le faceva piacere, ma non era possibile, non era permesso che la guardasse così suo fratello. Sorrise forzatamente.

«Lo so...».

Sanin la fissava in silenzio. Quando si era appoggiata alla finestra, la camicia e lo scialle le si erano scostati e si vedeva da un lato la parte superiore di un seno candido nella luce lunare, che si indovinava morbidissimo.

«La gente si nasconde dietro a un paravento per sfuggire alla felicità» disse Sanin, e la sua voce tremante suonava strana e spaventò Lida ancora di più, quasi terrorizzandola.

«Come?» domandò con voce sorda, senza distogliere lo sguardo dal giardino buio, non osando incrociare lo sguardo del fratello. Temeva che altrimenti sarebbe successo qualcosa di cui anche la possibilità teorica era inammissibile.

E al tempo stesso non aveva dubbi su cosa fosse, e in lei l'orrore e il disgusto si fondevano già all'interesse. La testa le bolliva e non vedeva più nulla davanti a sé, sentendo sulla guancia, con terrore, ribrezzo e curiosità, il respiro caldo e intenso di lui, che le smuoveva i capelli e le faceva formicolare la schiena nuda sotto lo scialle.

«Così...» rispose Sanin, e gli mancò la voce.

Lida sentì un fulmine correrle in tutto il corpo, si raddrizzò in un istante e, senza neppure riflettere su cosa faceva, si piegò sul tavolo e spense la lampada.

« ora di dormire!» disse e tirò a sé la finestra.

Con la lampada spenta, il cortile appariva più chiaro, e si distinguevano chiaramente la figura di Sanin e il suo viso illuminato dalla luce blu della luna. Stava in piedi nell'erba alta coperta di rugiada, e rideva.

Lida si allontanò dalla finestra e si lasciò cadere sul letto. Le pulsava e tremava tutto il corpo, e in testa i pensieri le si confondevano. Udì i passi di Sanin che si allontanava sull'erba frusciante, e si premette una mano sul cuore che batteva all'impazzata.

«Ma che, sono impazzita? pensò con ribrezzo: Che schifo! Basta una frase detta a caso, e io subito... Cos'è, ninfomania? Possibile che sia così schifosa, marcia dentro? Come sono scesa in basso, a pensare...».

E d'un tratto Lida, sprofondando la testa nel cuscino, scoppiò a piangere di un pianto amaro e silenzioso.

«Ma perché piango, poi?» Si chiese, non capendo da dove le venissero quelle lacrime e sentendosi solo infelice, umiliata e miserabile. Piangeva perché si era data a Zarudin, e perché non era più pura e orgogliosa come prima, e perché negli occhi del fratello aveva visto una luce spaventosa e offensiva. Pensava che prima non avrebbe mai potuto guardarla così, che lo aveva fatto solo perché lei aveva capitolato.

Ma c'era un sentimento più forte, acuto e definito: si sentiva oltraggiata e addolorata dal fatto che era una donna adesso, e che d'ora in poi, finché fosse rimasta giovane, forte, sana e bella, avrebbe riservato le sue migliori energie a concedersi agli uomini, a dar loro piacere e ad essere tanto più disprezzata da essi quanto più piacere procurava a loro e a se stessa.

«Perché, poi? Chi gli dà il diritto? Sono una persona libera... si diceva Lida, gli occhi fissi nell'oscurità che si addensava nella camera. Possibile che non vedrò mai un'altra vita, una vita migliore?».

Tutto il suo corpo giovane e forte affermava con forza il suo diritto a prendere dalla vita tutto quello che le interessava, le piaceva, le serviva, e il proprio diritto a fare tutto quello che voleva con il suo corpo bellissimo, vivo e forte, che apparteneva a lei sola.

Ma questo pensiero si impigliò in una qualche rete ingarbugliata, si ritrovò stretto in una morsa che alla fine lo spezzò, e cadde come un giocattolo rotto, gettato via.

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