Copertina
Autore Elizabeth von Arnim
Titolo La moglie del pastore
EdizioneBollati Boringhieri, Torino, 2003, Varianti , pag. 436, dim. 137x220x23 mm , Isbn 978-88-339-1440-4
OriginaleThe pastor's wife
EdizioneVirago, London, 2000 [1914]
TraduttoreSimona Garavelli
LettoreAngela Razzini, 2003
Classe narrativa australiana , narrativa inglese
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 9

Capitolo 1


Al suo corpo affrancato dal dolore parve, quel pomeriggio d'aprile, che tutte le violaciocche del mondo si fossero ammassate all'imbocco di Regent Street, affinché lei potesse camminare immersa nel loro profumo.

Quella ragazza dalla figura esile e dagli abiti grigio topo, che scivolava in direzione sud provenendo da Harley Street, si trovava in uno stato di esaltazione, poiché si era appena fatta estrarre un dente. Dopo settimane di miserabile indifferenza la sua gamma di reazioni tornava nuovamente a palpitare, e ora riassaporava il gusto della vita, il suo aroma pungente e l'allegria che le comunicavano il trambusto della città e quei passanti frettolosi che la superavano. E la bellezza di tutto ciò, l'incredibile bellezza, pensò, combattendo il desiderio di indugiare nel bel mezzo del traffico per concedersi un appagante attimo di osservazione: la meraviglia del cielo oltre i tetti delle case, la delicatezza della foschia che aleggiava laggiù, passata la curva della strada, l'incanto conferito dalle luci che iniziavano a sfolgorare nelle vetrine. Senza dubbio, la tavolozza dei colori di Londra era cosa sublime. Mentre sfumava nel tramonto, quel pomeriggio sembrava di madreperla, ricco di sfumature pallide e preziose, ornate da leggere ombre azzurrastre. Per quanto riguardava il profumo, poi, si chiese se persino in paradiso esistesse fragranza più soave; e se sì, non doveva certo essere un odore altrettanto interessante.

«E in ogni caso», si disse, sollevando per un attimo il viso in un gesto d'apprezzamento, «non altrettanto vivo».

Di sicuro, lei stessa non si era mai sentita così viva. Le pareva di essere pervasa da un'onda di elettricità e non si sarebbe affatto stupita se alcune scintille avessero iniziato a crepitare oltre la punta dei suoi guanti di sobria fattura. Non solo si era improvvisamente e incredibilmente sgravata da un dolore acuto, ma per la prima volta nei ventidue anni che costituivano la sua esistenza si ritrovava sola. Già questo semplice fatto, senza considerare la vicenda del dente, sarebbe stato sufficiente a far vibrare di gioia una figlia deferente e volonterosa, nonché indefessa lavoratrice. Si sarebbe sentita percorrere da un fremito anche se le si fosse presentata la gloriosa opportunità di un'intera giornata tutta per sé semplicemente all'interno delle pareti grigie che circondavano il giardino a casa; ma l'essere libera e senza alcun compito da svolgere, lontana dagli altri, cioè dai componenti della sua famiglia, impossibilitati per forza di cose a rivolgerle la parola, la loro immagine resa già così scolorita e pallida dalla distanza! Eppure non li aveva lasciati più tardi di quella stessa mattina; erano trascorse solo nove ore da quando suo padre, bello come un arcangelo, con la chioma argentata e le gambe inguainate nelle ghette, l'aveva salutata sulla soglia di casa con offesa rassegnazione. «E non ritornare, Ingeborg», la sua voce l'aveva raggiunta fin dentro la carrozza dove sedeva tentando di tenere la testa ben ferma senza sobbalzare, fino a che non ti sarai completamente ristabilita. Anche se fosse necessaria una settimana. Persino dieci giorni. Fatteli sistemare tutti».

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 51

Non aveva ancora percorso distanze ragguardevoli nell'esplorazione delle proprie risorse, ma ultimamente aveva iniziato a credere di essere un po' troppo remissiva. Lo trovava deplorevole, ma sentiva che la tendenza a lasciarsi sottomettere facilmente e, il più delle volte, a imboccare la direzione auspicata dalle persone che le stavano a fianco e che esercitavano su di lei la propria influenza era una sua peculiare caratteristica. Vero che era anche capace di allontanarsi con un balzo non appena la stretta si allentava, come sorprendentemente aveva scoperto a Londra, ma sembrava che i suoi balzi sortissero effetti gravidi solo di conseguenze penose. E, dato che il suo addestramento alla più totale acquiescenza e disistima di sé era ormai stato portato a compimento, come poteva sperare che una volta a casa non avrebbe assunto per l'ennesima volta quell'avvilente postura a testa china? Che, di fronte a suo padre, sarebbe riuscita a dissociarsi dalle opinioni che lui avrebbe espresso? Sapeva fin troppo bene quale sarebbe stato il giudizio del vescovo riguardo a Herr Dremmel. Voleva davvero dissociarsene? Spinse all'indietro la sedia, e prese a camminare in lungo e in largo per la stanza angusta. Dissociarsene avrebbe necessariamente significato il matrimonio, e un matrimonio del genere costituiva una chiara sfida a tutto il suo mondo. La comunità di Redchester sarebbe inorridita. La diocesi si sarebbe messa in gramaglie per il suo vescovo. All'ora del tè Ingeborg sarebbe stata l'oggetto di innumerevoli dispute attorno a centinaia di tavoli. E lei dove sarebbe stata mentre tutto ciò avveniva? Sentì il proprio sangue accelerare la corsa. Come era già accaduto a Londra, si sentiva in preda allo sconfinato desiderio di scrollarsi di dosso tutto e tutti e di voltarsi in direzione di ciò che era completamente nuovo. Mentre tutte queste persone se ne stavano ad annuire malignamente e a bisbigliare nel loro mondo saturo di quell'atmosfera soffocante e stantia, lei sarebbe stata in salvo nella Prussia orientale, un luogo che sembrava lontano anni luce, un luogo che Herr Dremmel aveva descritto come pieno di foreste, corsi d'acqua e immensi campi di segale. Là, le rive dei laghi erano orlate di giunchi e lambite dalla foresta; inoltre il giardino di casa sua terminava in un viottolo che si apriva un varco attraverso una siepe di lillà e che conduceva giù, tra i campi di segale, fino ai giunchi, all'acqua e ai primi, imponenti alberi di pino. Oh, come lo conosceva bene oramai, proprio come se l'avesse visto di persona; quante volte, infatti, l'aveva indotto a descriverlo! Di certo lui non lo considerava un luogo eccelso; anzi, ne parlava con disgusto definendolo un posto dimenticato da Dio. Bene, era proprio uno di quei luoghi dimenticati da Dio a cui anelavano ora il suo corpo e la sua anima. Spazi aperti, libertà, quiete; il vento che increspava i campi d'avena, il placido sciabordio dell'acqua contro lo scafo del barchino (dai suoi racconti aveva evinto che ve n'era uno); il crescendo del canto delle allodole all'alba; le nuvole luminose che attraversavano pigre il cielo azzurro. Dopo gli anni di assordante trambusto trascorsi a Redchester voleva restar sola con tutto questo; sentiva quel desiderio albergarle in seno, una sensazione pungente come la nostalgia. Le pareva di ricordare che, in qualche modo, in passato era già stata in compagnia di quegli elementi; tanto tempo fa, lontano... Forse era accaduto quando, da piccola, se ne stava sull'erba a pancia in giù, beandosi della presenza di tutte quelle piccole cose deliziose che profumavano di buono - le foglie delle fragole di bosco e una pianticella aromatica dai fiori bianchi a forma di stella che se veniva sfregata tra le dita...

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 177

Egli gettò via il sigaro e, afferrandola tra le braccia, iniziò a produrle sonori bisbigli in un orecchio.

«Cosa?» continuava a dire Ingeborg, «Cosa? Insomma, mi fai il solletico... cosa? Non capisco...»

Ma alla fine capì e si scostò un po' da lui per guardarlo con un'espressione di rinnovato interesse. Le sembrava assolutamente incredibile che Robert, sempre così occupato, sempre in qualche altro luogo con la testa, così intensamente e frequentemente assente dalla vita reale, così assorbito dal suo lavoro da ricordarsi a malapena di avere una moglie, desiderasse dotare la sua persona di un'ennesima appendice, quale sarebbe stata un figlio; e altresì che lei, invece, che nella vita reale ci viveva sempre, che assaporava il gusto di ogni singolo minuto dei suoi giorni e che era padrona del suo tempo, che non perdeva mai il contatto con il presente e la cui coscienza mai per un solo istante aveva allentato la presa sul visibile e sull'immediato, non dovesse nutrire tale desiderio.

«Ma noi», disse, «siamo felici così. Felici così come siamo».

« ancora niente in confronto alla felicità che ci attende».

«Ma io non mi sono ancora abituata a questa felicità... a quella di adesso».

«Ti garantisco che preferirai di gran lunga la felicità che deve ancora venire».

«Robert... non mettermi fretta, ti prego. Non perdiamo l'opportunità di apprezzare il presente; prendiamoci il tempo di assaporare ciò che già abbiamo. Godiamoci prima tutto questo...»

Egli la guardò con aria seria. «Siamo già sposati da due mesi», disse. «Mi sembra giunta l'ora. Questa sera... non trovo le parole per dirti quanto sia stato felice. E poi... tutto è finito in niente».

Mentre lo fissava, sentì che sulle sue spalle si andava ad assommare il peso di un nuovo dovere; quelle ultime parole, pronunciate in un tono che sino a quel momento non aveva avuto modo di conoscere, suscitarono in lei un senso di colpa.

«Robert...» disse prontamente, allungando la mano per sfiorare la sua con un movimento dolce, carezzevole.

Ciò che desiderava sopra ogni altra cosa era renderlo perfettamente felice. Aveva sempre adorato rendere felici le persone. Inoltre gli era così grata per la libertà che aveva acquisito per suo tramite che anche solo per gratitudine, anche qualora non l'avesse amato, Ingeborg si sarebbe sentita in dovere di compiacere a ogni suo desiderio. Lei, comunque, lo amava. Non vi era alcun dubbio al riguardo. Ed ecco che ora sembrava vi fosse qualcosa, al di sopra di ogni altra, che egli desiderava avere e che lei sola poteva donargli.

Mentre lui voltava il viso per celarlo alla sua vista, Ingeborg scorse un luccichio nei suoi occhi, come un brillare di lacrime.

Commossa, lo cinse con le braccia all'istante. «Ma certo che... certo che anch'io ne desidero uno», disse, sfregando la guancia su e giù sul suo impermeabile, «ne avremo un mucchio... certo che li avremo... tutti ne hanno... inizierò presto... non badare al fatto che non sono stata male questa sera... mi dispiace tanto, starò male, vedrai... caro Robert... non sapevo di dover star male... ma lo farò presto, sono certa che mi ammalerò quanto prima, anzi, già mi sembra di star poco bene...»

Egli, sempre tenendo il viso voltato via da lei, le diede dei piccoli colpetti amorevoli sul viso dicendo: «Brava la mia mogliettina».

Ingeborg, in un empito di partecipazione e solidarietà, si sentì più vicina a lui di quanto mai prima. Aveva visto le lacrime di un uomo. Quali straordinarie profondità emotive segnalavano? Da un ricordo imprecisato le affiorò alla mente la frase Le lacrime di un uomo forte che non riusciva a togliersi dalla mente. Si strinse a lui, animata dallo sconfinato desiderio di renderlo completamente felice, di proteggerlo da qualsiasi sentimento che potesse procurargli pena. Lo tenne così, a lungo, fino all'arrivo a casa, poggiando la sua guancia sul braccio e sfregandovela di tanto in tanto per mostrargli quanto bene comprendesse. Quando, dinanzi alla porta, egli la sollevò per aiutarla a scendere dalla carrozza, lei fece scivolare la mano sulla nuca del marito tenendovela un attimo con il più tenero, più languido dei tocchi.

| << |  <  |