Copertina
Autore Matilde Asensi
Titolo Tutto sotto il cielo
EdizioneSonzogno, Milano, 2007 , pag. 468, cop.ril.sov., dim. 14x22,3x4,5 cm , Isbn 978-88-454-1414-5
OriginaleTodo bajo el Cielo [2006]
LettorePiergiorgio Siena, 2007
Classe narrativa spagnola
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Pagina 11

Un certo mezzogiorno, dopo l'interminabile sequela di nausee e di malesseri vari che mi aveva tormentata durante la traversata a bordo della Andre Lebon, una sorprendente calma si era impossessata della nave costringendomi allo spiacevole sforzo di aprire un poco gli occhi, come se in quel modo avessi potuto scoprire perché il postale, per la prima volta in sei settimane, aveva smesso di sbattere contro le onde. Sei settimane! Quaranta giorni infami durante i quali ricordavo di essere salita in coperta soltanto una o due volte, e anche per quelle scarse uscite c'era voluto molto coraggio. Non avevo visto né Porto Said, né Gibuti né Singapore. E non ero nemmeno stata in grado di affacciarmi agli oblò della mia cabina mentre attraversavamo il canale di Suez o attraccavamo a Ceylon e a Hong Kong. Nausea e depressione mi avevano tenuta sdraiata sulla branda della mia cabina di seconda classe sin dal giorno della nostra partenza da Marsiglia, cioè dal mattino della domenica 22 luglio, e nemmeno gli infusi di zenzero e le inalazioni di laudano, che mi intontivano, erano riusciti ad alleviare la nausea.

Il mare non faceva per me. Io ero nata a Madrid, nell'entroterra, nella meseta castigliana, a molta distanza dalla costa, e il fatto di salire su una nave e di attraversare mezzo mondo galleggiando e cercando di mantenermi in equilibrio non mi sembrava naturale. Avrei preferito mille volte fare il viaggio per ferrovia, ma Rémy diceva sempre che era molto più rischioso, e indubbiamente, dalla rivoluzione dei bolscevichi in Russia, attraversare la Siberia rappresentava una vera follia. Così non avevo potuto fare altro che comprare i biglietti per quell'elegante postale a vapore della Compagnie des Messageries Maritimes sperando ardentemente che il dio dei mari, compassionevole, non sentisse lo stravagante desiderio di portarci sul fondo, dove saremmo stati divorati dai pesci e dove la melma avrebbe coperto per sempre le nostre ossa. Ci sono cose che non portiamo con noi nascendo e io, certamente, non ero venuta al mondo con lo spirito marinaro.

Quando la quiete e lo sconcertante silenzio della nave mi rianimarono osservai intensamente le familiari pale girevoli del ventilatore appeso al soffitto. In un momento della traversata avevo giurato a me stessa che, se fossi arrivata a posare di nuovo i piedi a terra, avrei dipinto quel ventilatore così come lo vedevo sotto i confusi effetti del laudano; forse sarei riuscita a venderlo al mercante d'arte Kahnweiler, appassionato delle opere cubiste dei miei connazionali Picasso e Juan Gris. Ma la visione confusa delle pale del ventilatore non mi aiutò a capire perché la nave si era arrestata e, siccome non si sentivano nemmeno i segnali tipici dell'arrivo nei porti né le corse chiassose dei passeggeri che si dirigevano in coperta, ebbi di colpo un brutto presentimento... In fin dei conti ci trovavamo nei pericolosi mari della Cina dove, ancora in quell'anno, il 1923, temibili pirati orientali abbordavano le imbarcazioni di passaggio per rubare e assassinare. Il cuore cominciò a battermi forte e le mani a sudare, e proprio in quel momento risuonarono alla mia porta dei colpetti inquietanti.

"Permesso, zia?" indagò la voce spenta di quella nipote appena acquisita che avevo vinto alla lotteria senza aver comprato nessun biglietto.

"Avanti", mormorai reprimendo una leggera nausea. Siccome Fernanda veniva a trovarmi solo per portarmi l'infuso contro il mal di mare, ogni volta che compariva nella mia cabina mi si scombussolava lo stomaco.

La sua figura grassoccia varcò faticosamente la soglia. La ragazza teneva una tazza di porcellana in una mano e il suo sempiterno ventaglio nero nell'altra. Non si separava mai dal ventaglio e non scioglieva mai i capelli, sempre raccolti in una crocchia all'altezza della nuca. Sorprendeva il duro contrasto tra la freschezza dei suoi diciassette anni e il severo vestito a lutto che non toglieva mai, troppo antiquato anche per una signorina di Madrid e del tutto inadeguato ai torridi calori che si pativano a quelle latitudini. Anche se io le avevo offerto alcuni capi del mio guardaroba (delle camicette più leggere, molto chic, e delle gonne più corte, al ginocchio, come si usava a Parigi), da buona erede di un carattere scostante e poco riconoscente lei aveva rifiutato con fermezza la mia offerta facendosi il segno della croce e abbassando lo sguardo sulle mani, con un gesto categorico che chiudeva la questione.

"Perché si è fermata la nave?" chiesi tirandomi su adagio e annusando l'aroma aggressivo di quella pozione che i cuochi del postale preparavano abitualmente per diversi passeggeri.

"Abbiamo lasciato il mare", disse sedendosi sul bordo del letto e avvicinandomi la tazza alla bocca. "Ci troviamo in un luogo chiamato Woosung o Woosong, non so... a quattordici miglia da Shanghai. L'André Lebon avanza lentamente perché stiamo risalendo un fiume e potremmo incagliarci. Arriveremo entro alcune ore."

"Finalmente!" esclamai, notando che la vicinanza di Shanghai mi dava più sollievo della tisana allo zenzero. Ma non mi sarei sentita bene fino a quando non avessi lasciato quella maledetta cabina che sapeva di salsedine.

Fernanda, che insisteva ad avvicinarmi la tazza alle labbra per quanto io mi scostassi, fece una smorfia che voleva essere un sorriso. La poverina era identica a sua madre, la mia insopportabile sorella Carmen, scomparsa cinque anni prima durante la terribile epidemia di influenza del 1918. [...]

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Pagina 59

Dormii tutta la notte di un sonno profondo che mi fece recuperare completamente le forze. Quel mattino avrei avuto bisogno di tempo e di tranquillità per riordinare le idee; mi avrebbe fatto bene sedermi un po' a disegnare, prendere appunti in giardino; ero sicura cosi di poter riacquistare la lucidità perduta per il nervosismo del giorno prima. Avevo la testa confusa: rapide immagini e frammenti delle conversazioni avute con il signor Julliard, con il console Wilden, con il console Palencia e con sua moglie e, soprattutto, con Tichborne venivano e se ne andavano in fretta senza controllo. L'incubo della rovina economica mi schiacciava come una pietra tombale. Di solito ero rapida ed efficiente nel prendere le decisioni - vivevo da sola da tanto tempo e avevo dovuto sbrogliarmela fin da ragazza -, ma i problemi che si erano abbattuti su di me mi rendevano poco perspicace, tarda di mente, e acuivano i miei attacchi di nervi. Rassegnata, mi dissi che, se non potevo disegnare, almeno dovevo tentare di scendere da quel letto orientale e fare uno sforzo per darmi coraggio.

Feci colazione con Fernanda, alla quale dovetti cavare con le tenaglie un breve riassunto della sua lunghissima conversazione con padre Castrillo. Sembrava che i due fossero diventati buoni amici, per quanto strana possa apparire un'amicizia tra un anziano sacerdote e un'orfana di diciassette anni appena compiuti. Il padre aveva invitato Fernanda ad andare nella sua chiesa la domenica e a visitare le istituzioni che gli agostiniani di El Escorial gestivano a Shanghai, in particolare l'orfanotrofio in cui c'era un ragazzo che parlava perfettamente lo spagnolo e poteva essere utile a Fernanda come domestico e come interprete. La ragazza voleva andarci dopo colazione; fui costretta a scombinare i suoi piani comunicandole che doveva venire con me allo Shanghai Club, per quella strana visita che dovevo fare a Tichborne. Preferivo andarci accompagnata perché il rischio che ne potesse soffrire la mia reputazione era reale, anche se, con una certa faciloneria, mi era stato detto il contrario.

Dopo colazione mi chiusi con mia nipote nello studio e le raccontai, a voce bassa, la strana storia dell'irlandese. Non solo non credette nemmeno a una parola, ma rimase impassibile quando le dissi che ci trovavamo nella stessa stanza in cui Rémy era stato torturato e assassinato. Dimostrò una lieve apprensione solo quando seppe che dovevamo andare non in un luogo pubblico, bensì proprio nella camera dell'hotel in cui viveva il giornalista. Visto il suo scetticismo non potevo che trattenerla accanto a me mentre facevo entrare la signora Zhong; se questa avesse confermato ciò che mi aveva detto Tichborne, la ragazza avrebbe dovuto credere al mio racconto. La signora Zhong però si rivelò un osso duro. Continuava a negare di fronte alle accuse con proteste sempre più esagerate, finché non comparve una nota isterica nella difesa dell'onore suo e di tutto il personale di servizio. E siccome usare il bastone per costringerla a confessare non rientrava nei miei piani e provavo orrore alla sola idea di fare del male a un altro essere umano, dovetti ricorrere alla fine a forti pressioni non so se più civili, ma senza dubbio un po' meno brutali: le dissi che l'avrei gettata in strada in malo modo e avrei fatto lo stesso con il resto della servitù, condannandoli a patire la fame e a vagare per il mondo dato che a Shanghai e in tutta la Cina, in quei tempi di rivolte e di signori della guerra, c'era poco lavoro. Di fronte alla minaccia la signora Zhong vacillò. Dalle sue suppliche capii che aveva una figlia e tre nipoti nel sordido quartiere di Pootung - quello da cui provenivano gli assassini di Rémy - che lei manteneva con parte degli avanzi della casa. La cosa mi spezzò il cuore, comunque dovevo sostenere un'immagine di durezza e di inflessibilità nonostante mi sentissi la persona più crudele della terra. Lo stratagemma raggiunse lo scopo e la vecchia domestica parlò.

"Quella notte", raccontò rimanendo devotamente in ginocchio davanti a noi come se fossimo immagini sacre di Buddha, "suo marito è rimasto sveglio fino a molto tardi. Tutti noi domestici eravamo andati a dormire, meno Wu, quello che apre il portone e getta la spazzatura, perché il signore lo aveva mandato a comprare delle medicine che aveva terminato."

"Oppio", mormorai.

"Sì, oppio", ammise malvolentieri la signora Zhong. "Quando Wu ritornò, dei malviventi lo stavano aspettando alla porta per infilarsi in casa. Wu non è responsabile di niente, tai-tai: aprì la porta e quei farabutti gli si buttarono addosso e lo bastonarono lasciandolo in giardino. Noi ci svegliammo per i rumori. Tse-hu, il cuoco, si avvicinò per verificare che cosa stava succedendo e quando tornò ci raccontò che aveva visto il signore colpito a bastonate."

Lo stomaco mi si contrasse nell'immaginare le sofferenze del povero Rémy e sentii le lacrime bruciarmi gli occhi.

"Quando ci fu di nuovo silenzio", continuò a raccontare la domestica, "uscii di corsa per aiutare suo marito, tai-tai, ma non potei fare niente per lui."

Abbassò gli occhi verso il pavimento, tra la scrivania e la finestra di fronte, quasi stesse vedendo il corpo di Rémy come lo aveva trovato quella notte.

"Mi parli degli assassini, signora Zhong..."

Lei ebbe un tremito e mi guardò angosciata. "Non mi chieda questo, tai-tai. meglio che lei non sappia niente."

"Signora Zhong..." la ammonii ricordandole le mie minacce.

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Pagina 247

Sul tavolo dello studio, ora completamente sgombro di libri, le tavolette di bambù che formavano la vecchia lettera dell'architetto Sai Wu erano di nuovo unite, per la prima volta da quella notte del 1662 in cui il principe di Gui tagliò i cordoni di seta che le legavano facendone tre frammenti che consegnò ai suoi più fedeli amici perché li nascondessero lungo il letto del fiume Yangtze. Come pensavamo, l'ultima parte della lettera indicava l'ubicazione della tomba perduta del Primo Imperatore e il modo di entrarvi evitando le frecce delle balestre e le pericolose trappole meccaniche disposte contro i saccheggiatori (cioè contro di noi). Per questo la lettura completa dello jiance aveva tanta importanza, e persino Fernanda, che era ritornata di corsa quando Biao era andato a prenderla, era visibilmente nervosa, china sulle tavolette come se potesse capire ciò che vedeva. Lao Jiang, alla fine, le ordinò con fermezza di spostarsi dal tavolo, poi si sedette e inforcò gli occhiali. Ci sistemammo alle sue spalle, in assoluto silenzio.

"Che dice il nuovo frammento?" chiesi dopo un bel po'.

L'antiquario scosse il capo lentamente.

"Gli ideogrammi sono un po' più piccoli, e alcuni sono illeggibili perché l'inchiostro è consumato", disse infine.

"Questo lo avevamo messo in conto", mormorai avvicinandomi. "Legga quello che può."

Lui borbottò qualcosa di indecifrabile e tese una mano verso Biao.

"Passami la lente d'ingrandimento che è su quei libri."

Il ragazzo volò e ritornò prima che l'antiquario avesse terminato la frase.

"Bene. Vediamo... In questo punto dice: 'Quando tu, figlio mio, arriverai al mausoleo, il sacrificio di tutti noi che abbiamo lavorato qui si sarà compiuto e nessun altro saprà dove si trova'."

"A che età Sai Wu pensava che il figlio orfano avrebbe saccheggiato la tomba?" chiese Fernanda, sorpresa per la rapidità con cui l'architetto credeva che un'opera di tale grandezza e importanza sarebbe stata dimenticata.

"Immagino al raggiungimento della maggiore età, come indicava nel primo frammento", rispose Lao Jiang, togliendosi gli occhiali per guardarla. "Tra i diciotto e i vent'anni, dopo aver mandato il figlio a casa di un amico a... dov'era? Chaoxian?, sì, a Chaoxian", confermò spostando lo sguardo sulle prime tavolette. "Ma non è strano che nessuno ricordasse l'ubicazione della tomba del Primo Imperatore dopo così poco tempo; ci avevano lavorato soltanto i condannati ai lavori forzati e i loro capi, gli architetti e gli ingegneri. E tutti erano morti con Shi Huang Di, dopo essere stati sepolti vivi. La gente comune, le 'teste nere', come si chiamavano gli uomini liberi, non conosceva il luogo della costruzione, che era segreto. Lo conoscevano solo i ministri e la famiglia imperiale, il cui compito era di provvedere alle offerte funerarie, ma, in questo caso, tre anni dopo la morte di Shi Huang Di, in seguito alle cospirazioni di corte, alle rivolte dei contadini e alle ribellioni degli antichi signori feudali, nessuno era rimasto in vita. La dinastia fondata perché durasse diecimila anni ne durò appena tre."

"Potrebbe continuare a leggere, per favore?" chiesi, portandomi le mani sui fianchi con un gesto spontaneo che mi sorprese.

"Naturalmente", acconsentì l'antiquario rimettendosi gli occhiali e appoggiando la lente d'ingrandimento sulle tavolette. "Dove eravamo?... Ecco, qui. 'Osserva la mappa, Sai Shi Gu'er. L'entrata segreta si trova nel lago artificiale formato dalla diga di contenimento delle acque del piarne Shahe. Immergiti dove ho messo il segno e scendi a quattro ren... di profondità.'"

"Un momento, un momento!" esclamai, avvicinando al tavolo uno degli sgabelli per mettermi più comoda. "Dovremmo esaminare la mappa. Io non sono riuscita a distinguere niente, nonostante ci abbia provato a lungo. Forse ora, con le indicazioni di Sai Wu, capiremo queste macchie d'inchiostro."

Lao Jiang si voltò verso di me e sorrise.

"Ma è molto chiaro, Elvira. Guardi, osservi attentamente questo quadrato", disse indicandomi un minuscolo segno in un angolo della mappa, in alto a sinistra. C'è scritto 'Xianyang', l'antica capitale del primo impero cinese, la città di Shi Huang Di. Era logico supporre che il mausoleo si trovasse relativamente vicino, a non più di cento chilometri in una direzione qualsiasi. Xianyang, oggi, deve essere solo un mucchio di rovine, ammesso che rimanga qualcosa; a breve distanza si trova la grande città di Xi'an che erroneamente passa per quella vecchia capitale. Come vede, Xi'an non compare nella mappa, la qual cosa dimostra la sua autenticità, perché questa città fu fondata alcuni anni dopo la morte di Shi Huang Di."

"E Xi'an dista molto da qui, da Wudang?"

Lao Jiang chinò il capo, pensieroso.

"Penso sia alla stessa distanza di Hankow, in direzione ovest-nord", rispose infine. "Xi'an è la capitale della vicina provincia di Shensi, al nord, e Wudang si trova al confine con Shensi, quindi ci saranno circa... quattrocento chilometri, forse meno. Ma il problema sono le montagne. Tra Wudang e Shensi si trova la catena dei monti Qin Ling, per cui ci vorrà un altro mese o un mese e mezzo per arrivarci."

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Pagina 370

"I Cinque elementi sono in stretta relazione tra loro", mi spiegò. "Il loro legame può essere creativo o distruttivo. Se è creativo, il Metallo si nutre della Terra, la Terra del Fuoco, il Fuoco del Legno, il Legno dell'Acqua e l'Acqua del Metallo, chiudendo così il ciclo. Se invece la relazione è distruttiva, il Metallo viene distrutto dal Fuoco, il Fuoco dall'Acqua, l'Acqua dalla Terra, la Terra dal Legno e il Legno dal Metallo."

Qualche Bian Zhong risuonò nella mia mente nel sentire quella filastrocca di elementi che si nutrivano e si distruggevano reciprocamente.

"Potrebbe ripetermi il primo ciclo, per favore? Quello creativo?" chiesi al maestro Rosso.

Mi guardò stupito, ma fece un cenno affermativo. "Il Metallo si nutre della Terra, la Terra del Fuoco, il Fuoco del Legno, il Legno dell'Acqua e l'Acqua del Metallo."

"Incomincia dal Metallo per una ragione o potrebbe farlo con qualsiasi altro elemento?"

"L'ho imparato in quest'ordine e quest'ordine di solito compare nei libri più antichi, però se vuole posso ripeterle il ciclo cominciando dall'Elemento che mi chiederà."

"No, non è necessario, grazie. Potrebbe ripeterlo completo ancora una volta?"

"Di nuovo?" domandò allarmato Lao Jiang.

"Certo, madame", acconsentì gentilmente il maestro. "Il Metallo si nutre della Terra..."

Cinque campane con l'ideogramma Metallo; cinque più quattro, nove campane con l'ideogramma Terra.

"... la Terra si nutre del Fuoco..."

Nove campane con l'ideogramma Terra; nove più quattro, tredici campane con l'ideogramma Fuoco.

"... il Fuoco si nutre del Legno..."

Tredici campane con l'ideogramma Fuoco; tredici più quattro, diciassette campane con l'ideogramma Legno.

"... il Legno si nutre dell'Acqua..."

Diciassette campane con l'ideogramma Legno... Qui non mi tornavano i conti perché diciassette più quattro fa ventuno e c'erano ventidue campane con l'ideogramma Acqua.

"... e l'Acqua si nutre del Metallo chiudendo così il ciclo per ricominciare daccapo. Perché le interessa tanto il ciclo creativo dei Cinque Elementi?"

Gli parlai del numero crescente delle campane secondo il ciclo creativo, della campana dell'Acqua che avanzava, anche se non sapevo il perché.

Il maestro ci riflette su.

"Il ciclo creativo..." ripetè infine sussurrando.

"Sì, il ciclo creativo", gli confermai. "Che cosa succede in questo ciclo?"

"La nutrizione, madame, il sostentamento che da vigore e robustezza, un elemento che alimenta il seguente perché sia più forte e potente e possa, a sua volta, alimentarne un altro, e così via fino a ritornare al punto di partenza. C'è qualcosa a cui lei non ha prestato la giusta attenzione. Supponiamo che quella campana dell'elemento Acqua che è in più, in realtà non avanzi, ma che sia il principio, l'origine della catena di elementi che si rinforzano a vicenda. Incominceremmo dunque da una campana dell'elemento Acqua alla quale ne sommeremmo quattro per continuare con quell'aumento che lei ha scoperto, e che cosa avremmo? Cinque campane dell'Elemento Metallo, quelle che lei situava al primo posto, e in questa maniera troverebbero una logica anche le ventuno Bian Zhong che prima la scombussolavano tanto perché ne contava ventidue. Quindi che cosa abbiamo? Un piano di nutrizione tra i Cinque Elementi che comincia e finisce con l'Acqua, fondamento e segno rappresentativo del Primo Imperatore. "

"E che c'entra tutto questo con le campane?" chiese Lao Jiang piuttosto disorientato.

"Ancora non lo so, Da Teh", rispose il maestro rialzandosi con agilità e andando verso il Bian Zhong, "però non è una casualità numerica. Probabilmente ci siamo imbattuti nella partitura musicale. Purtroppo non sappiamo interpretarla."

L'antiquario e io lo seguimmo e ci collocammo accanto a lui, di fronte alla grande struttura di bronzo, ma non vidi niente che non avessi già visto prima, né mi venne in mente come adattare quel ciclo creativo alle sessantasei campane con decorazioni in oro e argento che pendevano tranquille dai loro eleganti ganci.

"Cominciamo a suonare la campana di Acqua più grande?" azzardai.

"Proviamo", acconsentì questa volta Lao Jiang anticipandomi nel prendere le mazze. Con passo deciso si diresse a destra della struttura, in cui c'erano i Bian Zhong più grandi, cercò l'ideogramma dell'elemento Acqua e colpì. Il suono cupo e ovattato vibrò a lungo, ma non successe nulla.

"Ora dovrei suonare le cinque campane dell'elemento Metallo?" chiese Lao Jiang.

"Avanti", disse il maestro. "Prosegua per dimensioni, dalla più grande alla più piccola. Se non funziona, lo faremo al contrario. "

Ma neanche così successe nulla. E neanche dopo, quando fece suonare le nove campane di Terra, le tredici di Fuoco, le diciassette di Legno e le ventuno di Acqua. Un momento prima Lao Jiang si era lamentato del rumore che facevo io colpendo le campane, ora invece pareva divertirsi molto con le mazze. Vedere per credere. Quando le faceva suonare lui il rumore non lo infastidiva. Nemmeno la ripetizione della serie al contrario produsse un risultato, per cui finimmo per sederci di nuovo a terra, del tutto scoraggiati e mezzo assordati.

"Che cosa ci sta sfuggendo?" chiesi avvilita. "Perché non riusciamo a trovare la chiave di questa benedetta partitura?"

"Perché non è una partitura, tai-tai, è una combinazione di pesi", disse una voce timida alle nostre spalle.

Tai-tai?... Biao?... Fernanda!

"Fernanda!" gridai alzandomi con un balzo e dirigendomi verso i pioli di ferro a tutta velocità per guardare in su, verso la botola. "Fernanda! Biao! Che diavolo ci fate qui?"

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Pagina 443

Quando arrivammo a Pechino con l'espresso proveniente da Xi'an, la città stava affrontando una delle abituali tempeste di sabbia gialla del deserto del Gobi, e il vento, un vento che non cessò nemmeno un attimo, mentre eravamo lì, provocava sgradevoli mulinelli in ogni strada, viale e viuzza. Quella benedetta polvere gialla seppelliva tutto; entrava negli occhi, nella bocca, nelle orecchie, nei vestiti, nel cibo e persino nel letto. Inoltre faceva un freddo tremendo. Le persone portavano copriorecchie di lana e camminavano infagottate in enormi cappotti di pelliccia che le facevano sembrare degli orsi polari. E gli alberi dai rami spogli davano alla capitale imperiale un aspetto triste e spettrale. Non era il momento migliore per visitare Pechino.

Fernanda e io recuperammo finalmente il nostro aspetto occidentale, e per fare questo, con il denaro che ci era rimasto dopo aver pagato i quattro biglietti del treno - denaro che avevo portato con me da Shanghai - dovemmo comprare vestiti femminili adeguati nei negozi del cosiddetto Quartiere delle Legazioni, una piccola città straniera dentro la grande città cinese, fortemente protetta da eserciti di tutti i Paesi con presenza diplomatica (era ancora vivo il ricordo dei cinquantacinque giorni di terrore vissuti durante la rivolta dei Boxer del 1900). Abbigliate di nuovo come europee e dopo essere andate al salone di bellezza per sistemarci i capelli, che ci erano cresciuti molto durante i tre mesi e più di viaggio, trovammo alloggio al Grand Hotel des Wagons-Lits, di antiquato e signorile stile francese, con stanze da bagno, acqua calda e servizio in camera. Biao e il maestro Rosso, per essere ammessi nel Quartiere delle Legazioni dove chiaramente sarebbero stati più al sicuro, dovettero farsi passare per nostri domestici e dormire sul pavimento del corridoio dell'albergo davanti alla porta della nostra camera. Il regime rigidamente coloniale di quel quartiere ci obbligava, per non attirare l'attenzione, a trattarli in pubblico in un modo dispotico e sprezzante che eravamo molto lontane dal sentire, ma non pensavamo di fermarci a Pechino più del necessario. Una volta venduti i preziosi oggetti del mausoleo, ce ne saremmo andati via.

Non tutti, però, saremmo ritornati a Shanghai. Il maestro Rosso anelava a recuperare la sua tranquilla vita di studio a Wudang, e poteva farlo solo tornando a Xi'an, riprendendo i cavalli e le mule che avevamo lasciato nella sosta di T'ieh-lu sotto la custodia del proprietario del negozietto di alimentari e attraversando di nuovo i monti Qin Ling in direzione sud. Una volta avuto il denaro, lo avremmo diviso in tre parti: una per il monastero, un'altra per Paddy Tichborne, e la terza per i ragazzi e per me. Dovevamo ancora inventare una buona storia che giustificasse agli occhi di Paddy il denaro che gli avremmo dato senza essere obbligati a rivelargli i pericolosi segreti sulla morte di Lao Jiang, che potevano risvegliare in lui il desiderio di mettersi a indagare nei circoli politici del Kuomintang e del Partito Comunista per scrivere un buon reportage.

Il primo giorno visitammo i mercanti dell'oro di Pechino, i più importanti, e contrattammo per ottenere i prezzi che consideravamo giusti per i nostri articoli. Nessuno di loro sembrò meravigliarsi vedendo due donne europee con oggetti cinesi di tanto valore, e non chiesero neanche da dove provenissero. Il giorno dopo ci recammo nei migliori negozi di pietre preziose, con un risultato identico. Infine visitammo gli antiquari che si trovavano nella via della "Pace Terrena", dei quali ci avevano parlato molto bene dicendoci che erano estremamente seri e discreti. Quanto aveva raccontato Lao Jiang sulla compravendita di antichità provenienti dalla Città Proibita era vero. Si vendevano in quantità sorprendenti e a prezzi irrisori mobili, strumenti da calligrafia, rotoli di pitture e oggetti ornamentali, evidentemente troppo preziosi perché non arrivassero dall'altra parte delle alte mura che separavano Pechino dal palazzo del destituito imperatore Puyi. Mi fece una certa impressione pensare che lì, tanto vicino, si trovasse quel giovane e ambizioso Puyi che ci stava facendo inseguire da mesi. Lui non era mai uscito dalla Città Proibita, e se mai l'avesse fatto, si diceva nel Quartiere delle Legazioni, sarebbe stato senza dubbio per andare in esilio.

Ricavammo una quantità di denaro talmente vergognosa che dovemmo aprire in tutta fretta vari conti in diverse banche per non richiamare troppo l'attenzione. Ma questo stratagemma risultò inutile. I direttori degli uffici della Banque de l'Indo-Chine, del Crédit Lyonnais e della succursale dell'Hongkong and Shanghai Banking Corp non poterono fare a meno di presentarsi per riverirmi cerimoniosamente quando veniva loro comunicata la quantità di denaro che stava entrando nelle loro banche. Tutti mi offrirono lettere di credito illimitato e cominciarono ad arrivare all'hotel regali e inviti a cene e feste.

E questo fu un altro problema. Quando l'ambasciatore francese e il ministro plenipoteziario spagnolo, marchese de Dosfuentes, seppero che la ricca ispano-francese della quale parlavano tanto i banchieri era alloggiata al Grand Hotel des Wagons-Lits, si ostinarono a organizzare ricevimenti ufficiali per presentarmi i personaggi più illustri di entrambe le comunità. Dovetti scusarmi per liberarmi da queste situazioni, come pure per sfuggire alle cronache mondane della stampa internazionale di Pechino, perché, tra l'altro, avevamo già le valigie nel bagagliaio dell'automobile affittata che ci avrebbe portati alla stazione. Lì avremmo preso il treno per Shanghai, un espresso di lusso protetto dall'esercito della Repubblica del Nord, che aveva il compito di garantire la sicurezza degli stranieri e dei cinesi abbienti che dovevano recarsi al sud.

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