Copertina
Autore Kate Atkinson
Titolo I casi dimenticati
EdizioneEinaudi, città, 2007, I coralli , pag. 394, cop.fle., dim. 13,6x21,2x2,2 cm , Isbn 978-88-06-18575-6
OriginaleCase Histories [2004]
TraduttoreAda Arduini
LettoreGiorgia Pezzali, 2007
Classe narrativa statunitense , gialli
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Pagina 3

I.

Caso n. I 1970

Complotto di famiglia


Era o non era una fortuna? Un'ondata di caldo proprio nel bel mezzo delle vacanze scolastiche, com'era giusto che fosse. La mattina il sole si alzava molto prima di loro, facendosi beffe delle vaporose tende estive che pendevano flosce dalle finestre della camera da letto, un sole già caldo e appiccicoso di promesse ben prima che Olivia aprisse gli occhi. Olivia, puntuale come un gallo, sempre la prima ad alzarsi, tanto che da quand'era nata, tre anni prima, in casa nessuno usava piú la sveglia.

Olivia, la piú piccola e quindi l'attuale occupante della stanzetta sul retro con la carta da parati con i personaggi delle filastrocche, una stanza in cui tutte loro, a turno, avevano dormito e da cui erano state scacciate. Olivia, bella come il sole, su questo erano tutti d'accordo, anche Julia che ci aveva messo parecchio a rassegnarsi al fatto di non essere piú la piccolina della famiglia, ruolo che prima dell'arrivo di Olivia aveva ricoperto per cinque anni ricchi di soddisfazioni.

Rosemary, la madre, diceva che avrebbe voluto che Olivia restasse piccola per sempre, perché era cosí adorabile. Non l'avevano mai sentita usare quell'aggettivo per descrivere una di loro. Non si erano mai nemmeno rese conto che quella parola esistesse nel suo vocabolario, di solito limitato a comandi noiosi - venite qui, andate via, state buone e, il piú usato di tutti, smettetela. A volte entrava in una stanza o si presentava in giardino, lanciava loro un'occhiataccia e diceva: «qualunque cosa stiate facendo, non fatela», e poi se ne andava, lasciandole in preda a una sensazione di rabbia e ingiustizia, anche quando le coglieva con le mani nel sacco, impegnate a combinare una marachella, di solito escogitata da Sylvia.

La loro capacità di combinare disastri, soprattutto se guidate dalla spericolata Sylvia, sembrava illimitata. Le tre piú grandi erano (a detta di tutti) "delle pesti", troppo vicine per età perché la madre riuscisse a distinguerle, al punto che si erano trasformate in una bambina collettiva a cui lei non riusciva ad attribuire caratteristiche individuali e a cui si rivolgeva in modo impreciso - Julia - Sylvia - Amelia - o quello che è - e in tono esasperato, come se fosse colpa loro se erano così tante. Di solito Olivia era esclusa da quella fiacca litania; Rosemary non la confondeva mai con le altre.

Avevano creduto che Olivia sarebbe stata l'ultima a occupare la cameretta sul retro e che un giorno la carta da parati con le filastrocche sarebbe finalmente stata strappata via (dalla madre esasperata, perché il padre diceva che chiamare un tappezziere professionista equivaleva a buttare i soldi dalla finestra) e sostituita da una piú da grandi - fiori, oppure dei pony, qualunque cosa era meglio di quel rosa cerotto della camera che Julia e Amelia dividevano, colore che sulla mazzetta dei campioni era parso loro cosí piacevole, ma sulle pareti era diventato allarmante e che la madre non aveva né il tempo né il denaro (o l'energia) per sostituire.

Ora invece veniva fuori che Olivia avrebbe dovuto sottoporsi allo stesso rito di iniziazione delle sorelle maggiori e si sarebbe lasciata alle spalle quelle file un po' storte di Humpty Dumpty e Vispe Terese per far posto a un fuori programma il cui avvento era stato annunciato da Rosemary, in modo piuttosto sbrigativo, il giorno prima, sul prato, mentre serviva un pranzo improvvisato a base di panini con carne e spremuta d'arancia.

- Ma il fuori programma non era Olivia? - disse Sylvia rivolta a nessuno in particolare, e alle parole della figlia maggiore Rosemary si accigliò come se si fosse accorta della sua esistenza solo in quell'istante. Sylvia, che aveva tredici anni e fino a poco prima era stata una bambina piena di entusiasmo (anzi, molti l'avrebbero definita iperentusiasta), prometteva un'adolescenza piena di caustico cinismo. Sylvia, goffa e occhialuta, con i denti da poco imprigionati in un orribile apparecchio ortodontico, aveva i capelli unti, una risata ululante e mani e piedi dalle dita lunghe e sottili di una creatura extraterrestre. Le persone benevole la chiamavano "brutto anatroccolo" (glielo dicevano in faccia, come se fosse un complimento, ma Sylvia non lo prendeva certo come tale), immaginando una futura Sylvia che, senza piú apparecchio, con un paio di lenti a contatto e un po' di seno, sbocciava diventando un cigno. In lei, Rosemary un cigno non lo vedeva di certo, soprattutto quando un filamento di carne le rimaneva incastrato nell'apparecchio. Sylvia aveva da poco maturato un'insana ossessione per la religione e sosteneva che Dio le avesse parlato. Rosemary si era chiesta se fosse una normale fase adolescenziale, e se Dio fosse semplicemente un'alternativa alle pop star o ai pony. ma poi aveva deciso che era meglio ignorare i téte-à-téte di sua figlia con l'Onnipotente. Almeno le conversazioni con Dio erano gratuite, mentre mantenere un pony le sarebbe costato una fortuna.

E quegli strani svenimenti che secondo il dottore erano dovuti al fatto che Sylvia «era cresciuta troppo in fretta»? Spiegazione quanto meno ambigua dal punto di vista medico, almeno secondo Rosemary, che aveva deciso di ignorare anche quelli. Probabilmente Sylvia cercava solo di attirare l'attenzione.

Rosemary aveva sposato il loro padre, Victor, a diciotto anni - solo cinque piú di Sylvia. Trovava ridicola l'idea che di lì a cinque anni sua figlia potesse essere abbastanza grande da sposare qualcuno, e questo non faceva che confermarle che i suoi genitori sarebbero dovuti intervenire e impedirglielo, spiegandole che era soltanto una bambina, mentre lui era un uomo di trentasei anni. Spesso provava il desiderio di rimproverare ai suoi quella mancanza di attenzioni che avrebbero dovuto avere in quanto genitori, ma sua madre era morta di cancro allo stomaco poco dopo la nascita di Amelia e suo padre si era risposato e trasferito a Ipswich, dove trascorreva gran parte delle giornate nelle agenzie di scommesse e tutte le serate al pub.

Se di lì a cinque anni Sylvia fosse arrivata a casa con un fidanzato trentaseienne, di quelli che se le scelgono ancora in fasce (soprattutto se si vantava di essere un grande matematico), Rosemary gli avrebbe probabilmente cavato il cuore con il coltello dell'arrosto. Era una fantasia cosí appagante che l'annuncio del fuori programma fu per il momento dimenticato e Rosemary permise alle figlie di precipitarsi verso il furgoncino dei gelati che aveva melodiosamente annunciato il suo arrivo.

Il trio Sylvia-Amelia-Julia sapeva benissimo che non si trattava di un fuori programma e che il "feto", come Sylvia insisteva nel chiamarlo (era un'appassionata di questioni scientifiche), che rendeva la madre cosí irritabile e letargica era probabilmente l'ultimo tentativo del padre di procurarsi un maschio. Non era di quelli che stravedevano per le figlie femmine e non mostrava alcuna predilezione speciale per nessuna di loro; solo Sylvia, ogni tanto, si conquistava il suo rispetto perché era «brava con i numeri». Victor era un matematico e conduceva un'esistenza mentale esclusiva dove la sua famiglia aveva divieto d'accesso. La cosa gli era facilitata dal fatto che trascorreva pochissimo tempo con loro: o era al dipartimento o nelle sue stanze al college, e quand'era a casa si rinchiudeva nello studio, ogni tanto con qualche studente ma piú spesso da solo. Non le aveva mai portate alla piscina all'aperto di Jesus Green, non si era mai lasciato coinvolgere in giochi come rubamazzo o asino, non le aveva mai lanciate in aria per poi acchiapparle, non le aveva mai spinte sull'altalena, non le aveva mai portate in barca sul fiume, a passeggiare nelle Fens o a fare una gita istruttiva al museo Fitzwilliam. La sua era piú un'assenza che una presenza: tutto ciò che era - e non era - era rappresentato dallo spazio inviolabile del suo studio.

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Amelia si svegliò presto, troppo presto. A casa - la sua vera casa, quella di Oxford - non sarebbe stato un problema, ma non voleva andarsene in giro da sola in quel posto e Julia si sarebbe alzata soltanto dopo parecchie ore. A volte si chiedeva se i geni di sua sorella non fossero stati incrociati con quelli di un gatto. Julia disprezzava gli "orari provinciali" di Amelia - da quand'erano arrivate non era mai andata a letto prima delle due del mattino per poi rispuntare a mezzogiorno con gli occhi annebbiati, implorando un caffè con voce roca («Per favore, tesoro») come se avesse vissuto una grande avventura notturna che le aveva messo a dura prova nervi e spirito, e non avesse invece trascorso tutto il tempo sdraiata sul divano con una bottiglia di vino rosso a guardare film ormai dimenticati alla televisione via cavo.

Erano rimaste stupefatte quando avevano scoperto che Victor - che nessuna delle due ricordava di avere mai visto davanti al televisore - non soltanto possedeva un enorme apparecchio widescreen, ma aveva anche l'abbonamento ai canali via cavo, proprio tutti, non solo sport e film ma anche luci rosse. Amelia ne era rimasta scioccata, non tanto per via dei contenuti "per soli adulti" (anche se lo trovava piuttosto disgustoso), ma perché non riusciva immaginare suo padre seduto, notte dopo notte, su quella poltrona a guardare Ragazze bollenti e Dio solo sa quali altre schifezze. Provò un certo sollievo quando si rese conto che anche Julia - che di solito era cosí allegramente tollerante verso le pecche del sesso maschile - era rimasta schifata quanto lei. Una delle prime cose che fecero fu sbarazzarsi di quella poltrona.

Amelia guardava soltanto il telegiornale e i documentari, la domenica ogni tanto anche l' Antiques Roadshow, e restò sconvolta quando si rese conto di quali porcherie venissero trasmesse ventiquattr'ore su ventiquattro. Forse questo offriva alla gente qualcosa su cui fantasticare? Ma le persone credevano davvero che quelle stupidaggini rappresentassero uno dei traguardi dell'evoluzione? - Su, Milly, rilassati, - disse (prevedibilmente) Julia, - ma cosa t'importa di quello che fa la gente? In fondo, alla fine moriamo tutti.

- Be', ovvio, - rispose Amelia.


Non appena avessero liberato la casa da Victor e dalle sue proprietà mondane, avrebbero potuto metterla in vendita e farla finita. O almeno sistemarla per la vendita, visto che il notaio di Victor aveva borbottato con tetraggine dickensiana «il testamento è valido». Le ultime volontà erano molto chiare, tutto andava diviso a metà, Sylvia non avrebbe avuto niente perché pareva che l'avesse chiesto lei. - Come Cordelia, - disse Julia e Amelia aggiunse: - Non direi - e incredibilmente la conversazione fini lí. Dalla morte di Victor, avvenuta due giorni prima, litigavano meno. Tra loro, mentre passavano in rassegna i suoi vestiti (buoni soltanto a fare stracci) e gettavano via vecchie padelle d'alluminio bucherellate e libri di matematica che si disintegravano al primo tocco, era nata una nuova aria di cameratismo. In casa tutto sembrava sgradevole e in cucina e nel bagno Amelia infilò i guanti di gomma e pulí tutto con lo spray disinfettante. - Non aveva mica la peste, - commentò Julia, ma in tono poco convinto, perché le lenzuola e gli asciugamani che usavano loro li aveva già bolliti.

Anche se era luglio e faceva caldo, la casa di Victor aveva un clima autonomo, umido e freddo, che pareva scollegato dal mondo esterno. Ogni sera, da quand'erano arrivate, accendevano il fuoco e restavano sedute davanti al caminetto del soggiorno con la stessa devozione che gli uomini preistorici dovevano avere tributato alle fiamme, tranne che gli uomini preistorici non potevano usufruire di un pacchetto completo di canali via cavo. Di giorno era sorprendente uscire nel giardino soffocato dalle erbacce per respirare un po' d'aria fresca e scoprire che sopra di loro splendeva un sole caldo, bianco e mediterraneo.


Amelia dormiva nella vecchia camera di Sylvia, quella in cui la sorella aveva vissuto prima di scoprire la sua assurda e inspiegabile vocazione. Naturalmente si era già convertita al cattolicesimo, cosa che aveva provocato a Victor un colpo apoplettico, ma quando per entrare in convento aveva rinunciato al posto al Girton College, dove avrebbe dovuto laurearsi in matematica, avevano temuto che suo padre l'ammazzasse. Julia e Amelia, che andavano ancora a scuola, trovavano che rinunciare al mondo ed entrare in un ordine di clausura fosse una tecnica inutilmente teatrale per sfuggirgli. (Avevano davvero intenzione di cremarlo il giorno seguente, ridurlo in cenere? Che cosa straordinaria avere il permesso di fare una cosa del genere a un altro essere umano. Sbarazzarsene, come se fosse un rifiuto).

Ovviamente Sylvia non aveva dovuto affrontare le conseguenze della morte del padre. Essere una sposa di Cristo era un modo meraviglioso di cavarsela. Julia amava raccontare alla gente che sua sorella si era fatta suora, perché la notizia suscitava sempre reazioni stupefatte («Tua sorella?»), ma Amelia lo trovava imbarazzante. Dio parlava con Sylvia regolarmente, ma lei era sempre reticente riguardo al contenuto di quelle conversazioni, si limitava a un sorriso da santa (enigmatico ed esasperante). Chiunque ne avrebbe dedotto che Dio era una sua intima conoscenza, qualcuno con cui Sylvia discuteva di filosofia esistenziale bevendo vino da quattro soldi nel séparé di un pub vecchio stile sulla riva del fiume. A quanto Amelia riusciva a ricordare, Dio e Sylvia si parlavano da sempre. Sylvia ci credeva davvero? Sicuramente si illudeva che fosse vero. Come minimo era isterica. Sentiva le voci, come Giovanna d'Arco. Anzi, non era proprio Giovanna d'Arco quella con cui parlava? Anche prima della morte di Rosemary o della scomparsa di Olivia. Qualcuno aveva mai preso in considerazione l'idea che fosse schizofrenica? Se Dio le avesse parlato, Amelia avrebbe pensato di essere impazzita. Avrebbero dovuto occuparsi delle bizzarrie di Sylvia, avrebbero proprio dovuto.

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Jackson iniziò a preoccuparsi di essere in ritardo. Tornando al parcheggio dovette combattere contro una mandria di studenti stranieri inconsapevoli dell'esistenza degli altri abitanti del pianeta, tranne gli adolescenti come loro. D'estate, invasa da un miscuglio di turisti e ragazzini stranieri, tutti quanti apparentemente creati al solo scopo di bighellonare, Cambridge si trasformava per Jackson in un inferno. Gli studenti d'inglese parevano in assetto da combattimento, portavano pantaloni militari e capi mimetici, come se fosse scoppiata la guerra e fossero loro l'esercito (per carità, che Dio ci aiuti). E le biciclette: perché la gente pensava che le biciclette fossero una buona cosa? Perché i ciclisti erano cosí tronfi? Perché passavano sui marciapiedi quando c'erano ottime piste ciclabili? E chi aveva pensato che fosse una buona idea noleggiare biciclette agli studenti italiani? Se esisteva l'inferno, e Jackson ne era certo, era sicuramente governato da un gruppo di quindicenni italiani in bicicletta.

E per quanto riguardava i turisti... affascinati dai college, dalla storia, non volevano vedere cosa c'era dietro, il denaro e il potere. I vasti terreni che i college possedevano, non solo a Cambridge, anche se erano i padroni di quasi tutta la città. I college avevano una grossa influenza su licenze e affitti e Dio solo sa su cos'altro. Una volta aveva sentito dire che si poteva percorrere a piedi tutta l'Inghilterra senza mai lasciare i terreni di proprietà del Trinity College. E tutti quei magnifici giardini: per entrarci bisognava pagare. Tutte quelle ricchezze e privilegi nelle mani di pochi, mentre le strade erano piene di gente che non aveva niente, mendicanti, alcolizzati, matti. Cambridge pareva avere un'incidenza particolarmente alta di follia.

Però - anche se di poco - Jackson preferiva la popolazione estiva ai fighetti arroganti del periodo scolastico. Era soltanto l'invidia delle classi inferiori? La voce che sentiva nella testa era quella di suo padre? Jackson temeva di diventare un vecchio brontolone. Ma forse diventare un vecchio brontolone non era necessariamente una brutta cosa. Certo, avere il mal di denti perenne non aiutava affatto. («Trattamento endodontico» gli aveva mormorato all'orecchio Sharon in tono seducente durante l'ultima visita).

Jackson parcheggiò in doppia fila fuori dalla casa. Alle finestre c'erano veneziane di legno sollevate in modo da lasciargli scorgere il soggiorno - librerie alte fino al soffitto, palme in vaso, grandi divani - squallido ma artistico, da docente universitario. La strada era intasata da enormi Suv, veicoli tipici delle madri borghesi, che sui lunotti posteriori esibivano gli immancabili adesivi "Bambino a bordo" e "Neonato a bordo". Jackson si accese una sigaretta e mise su, come antidoto, Sweet Old World di Lucinda Williams. Al cancello erano stati legati dei palloncini che la contrassegnavano ufficialmente come casa en féte. Dal giardino sul retro si alzarono grida isteriche di bambine, che riempirono l'aria come richiami di terrificanti uccelli preistorici. I Suv erano vuoti, le conducenti erano tutte dentro, ma Jackson decise di restare in auto. Non se la sentiva di affrontare l'inquisitorio calore femminile che lo accoglieva tutte le volte che faceva il suo ingresso in un branco di madri.

Sfogliò alcune delle numerose carte e cartelle che si era portato dietro da casa di Theo. La stanza - la sala operativa, cioè - non era la camera da letto di Laura, quella si trovava sul retro, e dava sul giardino. Jackson si aspettava che fosse stata preservata come il giorno in cui la ragazza ne era uscita per l'ultima volta - era già entrato in sacrari del genere, che diventavano anno dopo anno sempre piú tristi e sbiaditi - ma con sua grande sorpresa scopri che nella stanza di Laura non era rimasta alcuna traccia di lei. Era arredata in colori neutri, come una camera d'albergo, e sembrava riservata agli ospiti. «Anche se io di ospiti non ne ho» aveva precisato Theo, con quel suo sorriso triste e abbacchiato. Sembrava un grosso cane malinconico, un terranova o un sanbernardo. Oh no, stava cominciando a ragionare come Julia. Che cane era, lui? Aveva detto labrador perché era il primo che gli era venuto in mente. Jackson non conosceva i cani, non ne aveva mai avuto uno, nemmeno da ragazzo. Suo padre li detestava.

Jackson pensò a com'era la camera di Laura Wyre dieci anni prima. Una trapunta patchwork, un acquario di pesci tropicali, un mucchio di orsacchiotti sul letto. Libri ovunque, vestiti sul pavimento, cosmetici, fotografie. Disordinata come ci si può aspettare dalla camera da letto di una diciottenne. Ma non era questa l'impressione che Theo dava di Laura, ora. La morte aveva cancellato tutti i suoi difetti, a cominciare dal disordine. Nel ricordo del padre era diventata una santa, una ragazza perfetta. Jackson si disse che forse era naturale.

Dieci anni prima alla parete c'era una fotografia incorniciata - una fotografia di Laura con un cane. Lei era carina, aveva un bel sorriso. Pareva proprio una brava ragazza, non una santa, ma una brava ragazza. Jackson pensò a Olivia, al sicuro nel portafoglio, nella sua tasca, che sorrideva, non vista, nelle tenebre. "Clausura" . Questo aveva detto Amelia quando le aveva domandato se avevano invitato la sorella al funerale. («Neanche Sylvia?») - Certo che gliel'abbiamo detto, - aveva risposto, - ma non può venire, non glielo permettono. in clausura.

Anche Olivia era in clausura da qualche parte, sotto un pavimento, sottoterra? Poco piú che un mucchietto di ossicini da leprotto, in attesa di essere trovato.

Jackson era entrato nella camera di Laura per fatalità. All'epoca lavorava a un altro caso, una ragazza di nome Kerry-Anne Brockley, scomparsa dalla zona urbana di Chesterton. Kerry-Anne aveva sedici anni, era disoccupata e sicuramente non era vergine. Era stata uccisa mentre tornava a casa dopo una serata con gli amici - violentata, strangolata e scaricata in un campo fuori città. Rientrava a piedi dalla discoteca alle due del mattino, molto truccata e in abiti succinti, e qualcuno aveva insinuato che quello che le era successo se l'era cercato, in fondo. Ma non quelli della squadra di Jackson. Se avesse anche solo immaginato che uno dei suoi agenti poteva pensare una cosa simile, gliel'avrebbe fatta pagare.

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Pagina 268

A Christs Pieces un uomo tagliava l'erba seduto su una di quelle piccole falciatrici a forma di trattore. Theo ci vedeva a malapena a causa delle lacrime che gli scendevano sul viso. Il fazzoletto che teneva premuto contro il naso era già fradicio. La gente gli lanciava strane occhiate, ma lui prosegui con andatura stentata, senza curarsene. Gli autobus della stazione di Drummond Street facevano rombare i motori come belve meccaniche e a Theo sembrò proprio di sentire in bocca il sapore dei gas di scarico. Ma a chi era venuto in mente di costruire una stazione degli autobus accanto a un'area verde? Sentiva il rumore del proprio respiro nel petto, fragoroso come quello della falciatrice. Essere allergico all'estate gli pareva in qualche modo sbagliato. Sua moglie, Valerie, non l'aveva mai capito e pensava che le allergie e l'asma fossero l'ennesima dimostrazione della sua debolezza di carattere. Non avevano avuto animali domestici fino a quando Laura non aveva compiuto quattordici anni, ma lei desiderava cosí tanto un cane che alla fine si erano arresi, erano andati in auto fino al canile municipale ed erano tornati con Poppy. Aveva ancora pochi mesi; qualcuno l'aveva gettata fuori da un'auto in corsa. Chi aveva avuto il coraggio di fare una cosa del genere? Che razza di persona era capace di infliggere tali sofferenze? Laura aveva dichiarato che per rimediare avrebbe "soffocato" Poppy d'amore. E Theo si era gradualmente abituato ai peli, era perfino arrivato a lasciarsela sedere in grembo e ad accarezzarla. Anche lui voleva bene a quel cane. Era stato terribile quando l'avevano investita, minuscola premonizione di ciò che sarebbe accaduto in seguito.

Avverti una stretta al petto. Iniziò ad ansimare e infilò la mano in tasca alla ricerca del Ventolin. Non era al solito posto. Provò in tutte le tasche e poi rivide l'immagine chiara e fulminea dell'inalatore sul tavolino dell'ingresso, in attesa di essere trasferito da una giacca all'altra. Il panico lo colpi come un pugno al cuore. Le gambe furono sul punto di cedergli e barcollò fino a una panchina del Princess Diana Memorial Rose Garden, cercando di restare calmo e tenere a bada il terrore. Intorno a quella giornata di sole si era formato un orlo nero e davanti agli occhi gli danzavano delle macchie. Sentiva un nodo doloroso allo sterno e si chiese se non si trattasse di attacco cardiaco.

Lottò per respirare. Avrebbe dovuto fare segno a qualcuno che aveva bisogno d'aiuto, che non era soltanto un ciccione sudato sulla panchina di un parco, ma un ciccione che stava morendo. Il panico gli attanagliava il petto, soffocandolo. Udiva i rumori orribili che produceva cercando di prendere fiato. C'era qualcuno che lo sentiva?

«Passerà anche questa», pensò, ma non accadde. Ormai avrebbe dovuto sentirsi in pace, provare un senso di accettazione, la carenza di ossigeno avrebbe dovuto prepararlo alla morte, ma il corpo stava ancora lottando, con ogni nervo e fibra. Che ne avesse voglia o meno, sarebbe morto combattendo.

Davanti a lui si stagliò una sagoma scura, una persona che schermava la luce del sole, e pensò che era Laura che lo riportava a casa. Avrebbe voluto pronunciarne il nome ma non riusciva a parlare, non riusciva a vedere né a respirare. Gli stava dicendo qualcosa, ma le parole parevano pronunciate sott'acqua. Gli toccò il braccio, aveva le dita gelate. La udí dire: «Posso aiutarla?» e quelle parole gli rimbombarono e gli si infransero nell'orecchio come un'ondata e una parte di lui avrebbe voluto dire: «No, sto benissimo» perché non voleva che si preoccupasse. ma un altra parte una parte forte e insistente, che non riusciva a controllare, annaspava nell'aria cercando di comunicare la propria disperazione. Adesso sentiva altre voci. Qualcuno gli ficcò qualcosa in bocca e gli ci volle un secondo per rendersi conto che era un inalatore.

Poi, il buio. E l'ambulanza, dove si sentì nauseato e debole, ma la maschera dell'ossigeno in faccia era straordinariamente rassicurante. Il paramedico la sollevò appena in modo da lasciarlo parlare, lui gli chiese se si trattava di attacco cardiaco, il paramedico scosse la testa e rispose: - No, non credo -. Poi Theo si addormentò.

Si svegliò in un letto, in una corsia laterale. Nell'altro letto c'era un vecchio collegato a un sacco di tubi. Si rese conto di essere collegato a un sacco di tubi anche lui. Quando si risvegliò il vecchio era scomparso e al risveglio successivo si trovò in una corsia diversa, era l'orario delle visite e la gente entrava a frotte con riviste, frutta e borse di plastica piene di vestiti. Girò la testa per seguire il flusso dei visitatori e vide una ragazza seduta su una sedia accanto al suo letto. A un tratto si rese conto di due cose: primo, che era la mendicante con i capelli giallo uovo, e poi che era stata lei ad aiutarlo, a Christ's Pieces. Non Laura.


Era là anche il pomeriggio successivo, attentamente seduta sull'orlo della sedia come se non la credesse in grado di sopportare il suo peso, benché fosse magra come un grissino. Non gli aveva portato riviste, frutta o quelle cose che portavano gli altri, ma gli premette qualcosa nella mano chiusa e quando la apri vide che era un sasso, liscio e ancora caldo del suo palmo asciutto e sudicio: gli parve un dono stranamente intimo. Theo si chiese se tosse una sempliciotta. Era certo che esistesse un termine piú politicamente corretto, ma non gli veniva in mente. Aveva il cervello annebbiato, probabilmente per colpa dei farmaci.

Lei non aveva tanta voglia di parlare, ma andava bene cosí, perché non ne aveva tanta voglia nemmeno lui. Però gli disse che si chiamava Lily-Rose, lui commentò: - Che nome carino - e lei gli rivolse un sorriso piccolo e timido dicendo: - Grazie, è il mio vero nome, - risposta abbastanza strana.

Venne un'infermiera a misurargli la temperatura. Gli ficcò il termometro in bocca e, sorridendo a Lily-Rose, disse: - Credo che suo padre sarà dimesso domani -. Lily-Rose rispose: - Bene - e Theo non disse niente perché aveva ancora il termometro in bocca.

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