Copertina
Autore Paul Auster
Titolo Follie di Brooklyn
EdizioneEinaudi, Torino, 2005, Supercoralli , pag. 266, cop.ril.sov., dim. 140x222x20 mm , Isbn 978-88-06-17257-2
OriginaleThe Brooklyn Follies [2005]
TraduttoreMassimo Bocchiola
LettoreRenato di Stefano, 2005
Classe narrativa statunitense
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice

  3 Ouverture
 12 Un incontro inatteso
 20 Addio alla corte
 22 Purgatorio
 30 Un muro cade
 33 Rivelazioni inquietanti
 46 Dei furfanti
 49 In carne e ossa
 59 La sorpresa alla banca dello sperma
 70 La Regina di Brooklyn
 79 Della stupidità degli uomini
 86 Una serata di mangiare e bere
 95 Pausa sigaretta
 97 Della stupidità degli uomini (2)
106 Intrighi e raggiri
115 Qualcuno ha bussato
127 Verso nord
136 La nostra bambina, o bevete Coca-Cola
145 Giorni da sogno all'Hotel Esistenza
175 Doppio gioco
182 Al contrattacco
189 Adieu
195 Ulteriori sviluppi
208 Hawthorn Street o Hawthorne Street?
216 La Bambina che Ride
224 In volo verso nord
238 Una nuova vita
253 «Proprio come Tony»
258 Ispirazione
264 La croce silla mappa

 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 3

Ouverture


Stavo cercando un posto tranquillo per morire. Qualcuno mi raccomandò Brooklyn e cosí la mattina dopo partii dalla contea di Westchester e andai fin là per fare un sopralluogo. Non ci tornavo da cinquantasei anni, e non ricordavo nulla. I miei genitori avevano lasciato la metropoli quando avevo tre anni, ma l'istinto mi richiamò nel quartiere dove avevamo vissuto, trascinandomi come un cane ferito verso il luogo natio. Un agente immobiliare della zona mi mostrò sei o sette appartamenti brownstone, e prima che finisse il pomeriggio ne avevo preso uno in affitto - piano-terra, due camere da letto e un piccolo giardino privato - in First Street, ad appena mezzo isolato da Prospect Park. Non avevo idea di chi fossero i miei vicini e non me ne importava. Lavoravano tutti dalle nove alle cinque e nessuno aveva bambini, quindi il palazzo era relativamente silenzioso. E io, questo desideravo piú di ogni altra cosa. Una fine silenziosa per la mia vita triste e ridicola.

Il contratto di vendita della casa di Bronxville era già stato stipulato, per cui a fine mese la transazione sarebbe stata conclusa e avrei avuto soldi in abbondanza. La mia ex moglie e io pensavamo di dividerci il ricavato, e quattrocentomila dollari in banca sarebbero stati piú che sufficienti a mantenermi finché non avessi esalata l'ultimo respiro.

Nei primi tempi ero disorientato. Per trentun anni avevo fatto il pendolare tra i sobborghi e Manhattan, dove c'era la sede della Mid-Atlantic Accident and Life, ma adesso che non avevo piú il lavoro c'erano troppe ore nella giornata. Circa una settimana dopo il mio trasloco nella casa nuova venne a trovarmi in auto dal New Jersev mia figlia Rachel, che è sposata. Sentenziò che dovevo lasciarmi coinvolgere da qualcosa, inventarmi un progetto. Rachel non è una sciocca: si è specializzata in biochimica alla University of Chicago e lavora come ricercatrice in una grande casa farmaceutica vicino a Princeton. Ma in una cosa è identica a sua madre: che salvo rare eccezioni, quando parla dice solo ovvietà - tutto quel repertorio di frasi fatte e idee usate che riempie le pattumiere della saggezza contemporanea.

Le spiegai che probabilmente entro l'anno sarei morto, e non me ne fregava un cazzo di fare progetti. Per un attimo Rachel sembrò sul punto di piangere, ma poi sbatté le palpebre e disse che ero crudele ed egoista. Niente di strano, aggiunse, che «mami» alla fine avesse chiesto il divorzio, che non mi sopportasse piú. Essere la moglie di un uomo come me doveva essere stata una tortura senza fine, l'inferno in terra. L'inferno in terra. Ahi, ahi, povera Rachel... proprio non ne poteva fare a meno. La mia unica figlia stava al mondo da ventinove anni e non era mai riuscita a produrre una frase originale, con un qualcosa di totalmente e irriducibilmente suo.

Sí... temo di essere un po' cattivo, a volte. Ma non sempre - e non per principio. Nelle giornate sí sono l'uomo piú amabile e affettuoso che esista. Non puoi vendere con successo assicurazioni sulla vita come ho fatto io se ti rendi antipatico ai tuoi clienti, e comunque non puoi farcela per trenta lunghi anni. Devi entrare in sintonia. Devi sapere ascoltare. Devi saper piacere alla gente. Io possiedo tutte queste qualità, e anche altre. Non nego di avere avuto anche dei momenti negativi, ma tutti sappiamo quanti rischi si nascondono dietro le porte chiuse della vita familiare. Questa può essere un veleno per coloro che vi sono coinvolti, specialmente quando scopri che in partenza non eri tagliato per sposarti. Mi piaceva molto far l'amore con Edith, ma dopo quattro o cinque anni la passione sembrava al capolinea, e lí smisi di essere un marito modello. Secondo Rachel lasciavo a desiderare anche come padre. Ora, non per contraddire i suoi ricordi, ma la verità è che a modo mio volevo bene a tutt'e due, e anche se a volte finivo tra le braccia di altre donne non presi mai sul serio nessuna di quelle scappatelle. E non fui io a volere il divorzio. Malgrado tutto, ero deciso a restare con Edith fino alla fine. Fu lei quella che volle dire basta, e dato il numero di peccati e sbandate in cui ero incorso negli anni, francamente non potei condannarla. Trentatre anni di vita sotto lo stesso tetto, e quando ci lasciammo per andare in direzioni opposte la somma fra noi due era praticamente zero.

Avevo detto a Rachel che avevo i giorni contati, ma fu solo una replica stizzita al suo consiglio importuno, un guizzo nella pura iperbole. Il mio tumore ai polmoni era in remissione, e da quanto l'oncologo mi aveva detto dopo gli ultimi esami potevamo nutrire un cauto ottimismo. Questo però non significa che gli credetti. Lo shock del cancro era stato cosí terribile che non vedevo come avrei potuto sopravvivergli. Mi ero dato per morto, e quando mi ebbero rimosso il tumore e mi fui sottoposto al supplizio della radio e della chemioterapia, quando ebbi sofferto le lunghe nausee e i capogiri, la perdita dei capelli, della volontà, del lavoro, la perdita di mia moglie, faticavo a immaginarmi come avrei fatto ad andare avanti. Da qui Brooklyn. Da qui l'inconsapevole ritorno al luogo dove la mia storia era iniziata. Avevo quasi sessant'anni e non sapevo quanto tempo mi sarebbe rimasto. Forse altri vent'anni; o forse pochi mesi. Qualunque fosse la prognosi dei dottori sulla mia salute, l'essenziale era non dare nulla per scontato. Essendo vivo, dovevo trovare un modo per ricominciare a vivere; ma anche se non fossi vissuto, ero costretto a fare qualche cosa di piú che mettermi a sedere e aspettare la fine. Come al solito la mia figlia scienziata aveva ragione, anche se ero troppo testardo per ammetterlo. Dovevo tenermi occupato. Alzare il culo e muovermi.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 13

[...] Leggere per me era evasione e conforto, era la mia consolazione, il mio stimolante preferito: leggere per il puro gusto della lettura, per il meraviglioso silenzio che ti circonda quando ascolti le parole di un autore riverberate dentro la tua testa. Tom aveva sempre condiviso questa passione con me, e da quando aveva cinque o sei anni mi ero assunto l'impegno personale di mandargli dei libri diverse volte all'anno... non solo per il suo compleanno o a Natale, ma ogni volta che trovavo qualcosa che secondo me avrebbe potuto piacergli. A undici anni l'avevo iniziato a Poe, ed essendo Poe uno degli scrittori di cui si era occupato nella tesi di laurea, era la cosa piú naturale che avesse voluto parlarmi del lavoro fatto - e altrettanto naturale che io avessi avuto voglia di ascoltarlo. Ormai il pranzo era finito e tutti gli altri erano andati a sedersi in cortile, ma io e Tom restammo in sala da pranzo a terminare il vino.

- Alla tua salute, zio Nat, - mi disse lui alzando il bicchiere.

- Alla tua, Tom, - gli risposi. - E a quella di Eden immaginari: la vita della mente in America prima della Guerra Civile.

- Scusa il titolo pretenzioso. Ma non sono riuscito a trovare di meglio.

- Pretenzioso va bene. Richiama l'attenzione dei professori, li fa drizzare un po' sulla sedia. Ti hanno dato il massimo, no?

Con la sua solita modestia Tom agitò una mano come per dire che il voto non contava. Io ripresi: - Mi dicevi che è in parte su Poe. E in parte su chi?

- Thoreau.

- Poe e Thoreau.

- Edgar Allan Poe e Henry David Thoreau. Una rima un po' infausta, non trovi? Con tutte quelle o a riempirti la bocca... mi fa pensare sempre a qualcuno sotto shock, in uno stato di perenne stupore. Oh! Oh no! Oh Poe! Oh Thoreau!

- Un problema secondario, Tom. Però, mal capitò a chi studiò Poe e si scordò Thoreau. O no?

Tom fece un ampio sorriso poi alzò un'altra volta il bicchiere. - Alla tua salute, zio Nat.

- E alla tua, dottor Thumb, - dissi. Bevemmo un altro sorso di Bordeaux. Mentre posavo il bicchiere sul tavolo gli chiesi di spiegarmi brevemente la sua tesi.

- Parla dei mondi che non esistono, - rispose mio nipote. - uno studio del rifugio interno, una mappa del luogo dove un uomo si reca quando non è piú possibile la vita nel mondo reale.

- La mente.

- Esatto. Prima parlo di Poe e analizzo tre delle sue opere meno studiate: Filosofia dell'arredamento, Il villino di Landor e Le terre di Arnheim. Presi singolarmente non sono niente di più che scritti curiosi, stravaganti. Ma se li metti insieme, quello che ottieni è l'elaborazione sistematica e piena di un anelito umano.

- Non ne ho letto nessuno. Credo di non averne mai neanche sentito parlare.

- Quella che ti forniscono è una descrizione della stanza ideale, della casa ideale e del paesaggio ideale. Dopo salto a Thoreau e prendo in considerazione la stanza, la casa e il paesaggio come li presenta lui in Walden.

- Quello che si chiama uno studio comparativo.

- Nessuno parla mai di Poe e di Thoreau contestualmente. Certo, stanno agli estremi opposti del pensiero americano. Ma è questo il bello. Un alcolizzato del Sud... reazionario in politica, con atteggiamenti aristocratici e una fantasia spettrale. E un astemio del Nord... di idee rivoluzionarie, puritano nella condotta e chiaroveggente nella sua opera. Poe era artificio, e il buio di una mezzanotte al chiuso. Thoreau era semplicità, e la radiosità della vita all'aperto. Ma con tutte le loro differenze, nacquero ad appena otto anni di distanza, quindi furono quasi esattamente contemporanei. E morirono giovani: l'uno a quaranta, l'altro a quarantacinque anni. Fra tutti e due misero insieme una sola vita di vecchio, e né l'uno né l'altro lasciarono figli. Molto probabilmente Thoreau discese nella tomba vergine. Poe sposò la cugina adolescente, ma è ancora controverso se il matrimonio sia stato consumato prima della morte di Virginia Clemm. Chiamali paralleli, chiamale coincidenze... ma questi fatti esterni contano meno dell'intima verità delle loro vite. Ciascuno a modo suo, e in un modo follemente idiosincratico, si assunsero il compito di reinventare l'America. Nelle recensioni e negli interventi critici Poe si batteva a favore di una nuova letteratura autoctona, una letteratura americana libera dagli influssi inglesi ed europei. L'opera di Thoreau rappresenta un attacco ininterrotto allo stato delle cose, una battaglia per trovare una via nuova per vivere qui. Entrambi credevano nell'America, ed entrambi credevano che l'America fosse precipitata all'inferno, che fosse sempre piú stritolata dalla crescita di una montagna di macchine e di soldi. Come poteva, un uomo, pensare in mezzo a tutto quel clamore? Entrambi vollero venirne fuori. Thoreau si eclissò nei dintorni di Concord fingendo un esilio volontario nei boschi - al solo scopo di dimostrare che la cosa era fattibile. Purché avesse il coraggio di rifiutare quello che la società gli diceva di fare, un uomo poteva vivere secondo le proprie regole. A quale scopo? Allo scopo di essere libero. Ma libero a quale scopo? Allo scopo di leggere libri, di scrivere libri, di pensare. Di essere libero di scrivere un libro come Walden. Dal canto suo Poe si ritrasse in un sogno di perfezione. Se dài uno sguardo a Filosofia dell'arredamento ti renderai conto che la sua stanza immaginaria fu progettata esattamente per lo stesso fine. Un luogo dove leggere, scrivere e pensare. una catacomba contemplativa, un santuario senza rumore dove l'anima infine può trovare una misura di pace. Utopistico, assurdo? Sí. Ma anche una saggia alternativa alle condizioni dei tempi. Perché il fatto è che l'America era davvero precipitata all'inferno. Era un paese spaccato in due, e tutti sappiamo che cosa accadde solo un decennio piú tardi. Quattro anni di distruzione e morte. Un bagno di sangue umano determinato proprio da quelle macchine che avrebbero dovuto rendere tutti ricchi e felici.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 25

Non fosse stato per Harry Brightman, chissà quanto sarebbe rimasto in quel purgatorio. La libreria di Harry era in Seventh Avenue, a pochi isolati dalla casa di Tom, e lui aveva preso l'abitudine di far tappa al Brightman's Attic come un momento della routine quotidiana. Raramente comprava dei libri, ma gli piaceva trascorrere una mezz'ora o un'ora prima del suo turno a curiosare tra i volumi usati al pianoterra. Lí, su quegli scaffali, si accalcavano migliaia di libri - di tutto: dizionari non piú ristampati e bestseller caduti nell'oblio, raccolte di Shakespeare rilegate in pelle - e Tom si era sempre sentito a proprio agio in quella specie di mausoleo cartaceo, a sfogliare tra cataste di volumi scartati inspirando gli antichi odori polverosi. In una delle sue ultime visite aveva fatto a Harry una domanda su una certa biografia di Kafka e si erano messi a chiacchierare. Era stata la prima di una serie di brevi conversazioni, e anche se quando entrava Tom Harry non era sempre in negozio (perlopiú era di sopra), nei mesi successivi parlarono abbastanza di frequente perché Harry venisse a sapere il nome della città natale di Tom, l'argomento della sua tesi abortita (Clarel: il mastodontico e illeggibile poema epico di Melville), e accettasse la realtà che Tom non era interessato alle amicizie erotiche maschili. Nonostante quest'ultima delusione, Harry capí in fretta che Tom sarebbe stato un assistente ideale per il commercio di manoscritti e libri rari di cui lui si occupava al primo piano. Gli offrí il lavoro una volta, glielo rioffrí una dozzina di volte, e anche se Tom continuava a rifiutare Harry non disperò mai che un giorno gli avrebbe detto di sí. Capí che Tom era come ibernato, che stava combattendo alla cieca contro un angelo nero di disperazione, e che alla fine la sua situazione sarebbe cambiata. Non c'era dubbio anche se lui, Tom, non lo sapeva ancora. Ma appena se ne fosse reso conto tutta quella assurdità del taxi sarebbe diventata in un momento come i vestiti sporchi del giorno prima.

A Tom piaceva parlare con Harry perché era un uomo cosí ameno e diretto, dall'eloquio cosí pungente e dalle contraddizioni cosí stravaganti che non si sapeva mai cosa gli sarebbe uscito di bocca. A guardarlo sembrava la solita checca newyorkese vecchia e inacidita. Tutta l'esteriorità era centellinata nel modo piú ovvio per conseguire quell'unico effetto - le chiome e le sopracciglia tinte, i panciotti di seta e i blazer blu in stile yachtman, le affettazioni nella parlata -, ma dopo un po' che lo conoscevi Harry si rivelava un uomo sagace e stimolante. C'era una qualche provocazione nel suo aggredirti di continuo, un'intelligenza piena di scatti e affondi che ti invogliava a rispondere a tono quando iniziava a spiattellare le sue domande sornione e troppo personali. Con Harry non era mai sufficiente rispondere e basta. In quello che dicevi doveva esserci un po' di verve, un'effervescenza che dimostrasse che eri qualcosa di meglio del solito fessacchiotto che arranca sulla strada della vita. E poiché in quel periodo era cosí che Tom sostanzialmente si vedeva, parlando con Harry doveva darsi un gran daffare per non perdere il passo. Questa fatica era l'aspetto delle loro conversazioni che gli piaceva di piú. Tom era contento di dover pensare in fretta e trovava tonificante essere obbligato, per una volta, a spingere la mente in direzioni insolite, essere costretto ad alzarsi sulla punta dei piedi. Tre o quattro mesi dopo il loro primo colloquio - in una fase in cui erano appena conoscenti, neanche lontanamente amici o soci in affari - Tom capí che tra tutte le persone che frequentava a New York non c'era uomo o donna con cui parlasse piú apertamente che con Harry Brightman.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 128

Mentre Lucy alle spalle rimuginava e sonnecchiava, davanti io e Tom parlavamo. Lui non guidava piú la macchina da gennaio, quando aveva smesso di fare il tassista, e il solo ritrovarsi al volante sembrò avere l'effetto di un tonico per il suo organismo. Nelle ultime due settimane l'avevo visto quasi ogni giorno, e mai mi era sembrato piú sereno o piú allegro di quel mattino all'inizio di giugno. Dopo averci fatto sgusciare attraverso il traffico cittadino, imboccò la prima delle varie strade che ci avrebbero portato al Nord e fu lí fuori, su quelle vie sgombre, che Tom incominciò a rilassarsi, a gettare il fardello delle sue pene e smettere temporaneamente di odiare il mondo. Un Tom rilassato era anche un Tom loquace. Questa era la ricetta dell'ex dottor Thumb, e dalle otto e mezza circa di mattina fino a ben dopo mezzogiorno mi investí con un torrente di parole - un vero diluvio di storie, barzellette, lezioni, su temi pertinenti e reconditi.

Incominciò con un'osservazione sul Libro della follia umana, l'opera trascurabile e un po' stupida che stavo scrivendo. Voleva sapere come stava venendo, e quando gli risposi che proseguivo a testa bassa senza vedere un termine, che ogni storia che scrivevo sembrava partorire un'altra storia e poi un'altra e poi un'altra ancora, mi diede una pacca sulla spalla con la mano destra e pronunciò questa stupefacente sentenza: - Sei uno scrittore, Nathan. Stai diventando un vero scrittore.

- No, non lo sono, - replicai. - Sono soltanto un assicuratore in pensione che non ha di meglio da fare. Mi aiuta per passare il tempo, nient'altro.

- Sbagli, Nathan. Dopo aver peregrinato nel deserto per anni finalmente hai trovato la tua vera vocazione. Ora che non devi piú lavorare per soldi stai facendo il lavoro che avresti dovuto fare da sempre.

- Ridicolo. Nessuno diventa scrittore a sessant'anni.

L'ex dottorando e studioso di letteratura si schiarí la voce e chiese licenza di dissentire. Disse che quando si parla di scrittura non esistono regole. Basta studiare le vite dei poeti e dei romanzieri, e quello in cui ci si ritrova è un puro e semplice caos, un papocchio infinito di eccezioni. Il motivo è che scrivere è una malattia, continuò Tom, una cosa che si potrebbe definire un'influenza o infezione dello spirito, e quindi può colpire chiunque in qualsiasi momento. Giovani e vecchi, forti e deboli, alcolizzati e astemi, savi e folli. Se scorri l'elenco dei giganti e semigiganti, scoprirai autori che hanno incarnato ogni orientamento sessuale, ogni posizione politica e ogni caratteristica dell'uomo - dal piú altero idealismo alla piú maligna corruzione. Erano criminali e avvocati, spie e medici, soldati e zitelle, viaggiatori e sedentari. E se non si poteva escludere nessuno, cosa impediva a un ex assicuratore quasi sessantenne di entrare tra le loro fila? Quale legge escludeva che Nathan Glass fosse stato colpito dalla malattia?

Feci spallucce.

- Joyce ha scritto tre romanzi, - disse Tom. - Balzac novanta. Che differenza fa adesso per noi?

- Per me nessuna, - risposi.

- Kafka ha scritto il suo primo racconto in una notte. Stendhal ha scritto La certosa di Parma in quarantanove giorni. Melville ha scritto Moby Dick in sedici mesi. Flaubert è rimasto cinque anni su Madame Bovary. Musil ha lavorato diciotto anni all' Uomo senza qualità, ed è morto prima di riuscire a finirlo. Ci importa qualche cosa di tutto questo, ora?

La domanda sembrava non chiedere risposta.

- Milton era cieco. Cervantes aveva un solo braccio. Christopher Marlowe fu ucciso a coltellate in una rissa da bettola prima di compiere trent'anni. Sembra che il coltello gli abbia trapassato un occhio. Cosa dovremmo pensarne, noialtri?

- Non lo so Tom. Dimmelo tu.

- Niente. ùn bel cavolo di niente.

- Penso di essere d'accordo con te.

- Thomas Wentworth Higginson «corresse» le poesie di Emily Dickinson. Un trombone ignorante che definiva Foglie d'erba un libro immorale osò toccare l'opera della divina Emily. E il povero Poe, che morí pazzo e alcolizzato in un buco di Baltimora, ebbe la sventura di scegliere come curatore postumo della sua opera Rufus Griswold. Senza sapere che Griswold lo disprezzava, che quella sottospecie di amico e paladino avrebbe passato anni a tentare di distruggere la sua reputazione.

- Povero Poe.

- Eddie non era fortunato. Non lo era da vivo, e non lo è stato neanche dopo morto. Lo seppellirono nel 1849 in un cimitero di Baltimora, ma ci vollero ventisei anni prima che mettessero una lapide sopra la sua tomba. Un suo parente ne aveva ordinata una subito dopo la sua morte, ma finí in uno di quei macabri casini per cui ti chiedi chi ha le redini del mondo. A proposito di follia umana, Nathan. Il laboratorio del marmista, tu pensa, si trovava sotto un tratto di ferrovia sopraelevato. Proprio mentre stavano finendo di tagliare il marmo, un treno deragliò, si abbatté nel cortile del marmista e distrusse la lapide; e dato che il parente non era abbastanza ricco per ordinarne un'altra, Poe giacque il quarto di secolo successivo in una tomba senza nome.

- Come conosci tutte queste cose, Tom?

- Sono note.

- A me no.

- Perché non hai fatto il dottorato. All'età in cui tu eri in giro a salvare la democrazia nel mondo, io me ne stavo seduto in una biblioteca a farcirmi il cervello di nozioni superflue.

- Ma alla fine... chi pagò la lapide?

- Un gruppo di insegnanti locali costituí un comitato per raccogliere i fondi. Che tu lo creda o no, ci misero sei anni. Quando ebbero finito il monumento, i resti di Poe furono esumati, trasportati su un carro attraverso la città e tumulati in un cimitero di Baltimora. La mattina dell'inaugurazione si tenne una speciale cerimonia in un posto chiamato Western Female High School. Un nome strepitoso, vero? La Scuola Superiore Femminile dell'Ovest. Invitarono tutti i maggiori poeti americani, ma sia Whittier sia Longfellow sia Oliver Wendell Holmes trovarono scuse per non intervenire. Solo Walt Whitman si sobbarcò il viaggio. E dato che la sua opera da sola vale piú di quelle di tutti gli altri messi insieme, lo considero un atto di sublime giustizia poetica. L'interessante è che quel mattino era presente anche Stéphane Mallarmé. Non in carne e ossa... ma il suo famoso sonetto Le tombeau d'Edgar Poe fu composto per l'occasione, e anche se non riuscí a finirlo in tempo per la cerimonia, fu presente in spirito. Mi piace molto, Nathan... Whitman e Mallarmé, padri gemelli della poesia moderna, in piedi alla Western Female High School per rendere omaggio insieme al loro avo comune, il disonorato e infamato Edgar Allan Poe, il primo vero scrittore che l'America abbia dato al mondo.

| << |  <  |