Copertina
Autore Paul Auster
Titolo Timbuctú
EdizioneEinaudi, Torino, 2000 [1999], Tascabili Letteratura 781 , pag. 156, dim. 120x195x10 mm , Isbn 978-88-06-15622-0
OriginaleTimbuktu [1999]
TraduttoreMassimo Bocchiola
LettoreAngela Razzini, 2002
Classe narrativa statunitense
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Pagina 3 [ inizio libro ]

Capitolo primo


Mr Bones sapeva che Willy non sarebbe rimasto a lungo in questo mondo. La tosse era dentro di lui da piú di sei mesi, e non c'era ombra di possibilità che se ne liberasse. Lentamente, inesorabilmente, senza mai deviare verso un miglioramento, il male aveva assunto vita autonoma, crescendo dal leggero rantolo catarroso nei polmoni del 3 di febbraio alle parossistiche danze di espettorazione e allo sputare convulso di piena estate. Tutti elementi già abbastanza tragici: ma nelle ultime due settimane si era insinuata nella musica dei bronchi una tonalità nuova - un che di rigido, martellante, pietroso - e ora gli attacchi erano cosí frequenti che praticamente non si interrompevano mai. Ogni volta che iniziavano, Mr Bones pensava che il corpo di Willy stesse per scoppiare a causa della pressione che deflagrava come un fuoco artificiale contro le pareti della sua cassa toracica. Immaginava che il gradino successivo sarebbe stato il sangue, e quando alla fine quel fatale momento arrivò, un sabato pomeriggio, fu come se tutti gli angeli del cielo avessero aperto la bocca e si fossero messi a cantare. Mr Bones ne fu testimone sul ciglio della strada fra Washington e Baltimora, mentre Willy espettorava nel fazzoletto qualche misero grumo rosso, e in quel luogo, in quel momento, seppe che anche l'ultimo filo di speranza era spezzato. L'odore della morte si era insediato in Willy G. Christmas e di certo, come è certo che il sole sia una lampada tra le nubi che si accende e si spegne ogni giorno, si stava avvicinando la fine.

Cosa poteva fare un povero cane? Mr Bones era stato con Willy da quando era un cucciolo neonato, e ormai gli era praticamente impossibile immaginare un mondo senza il suo padrone. Ogni pensiero, ogni ricordo, ogni particella di terra e d'aria erano sature della presenza di Willy. L'abitudine è forte, e senza dubbio c'è del vero nel proverbio del lupo che perde il pelo, ma non erano solo l'affetto e la devozione a suscitare in Mr Bones tanta ansia riguardo all'avvenire. Era puro terrore ontologico. Sottraendo Willy al mondo, era probabile che il mondo stesso cessasse di esistere.

Questi erano i dubbi che si paravano di fronte a Mr Bones quel mattino d'agosto, mentre arrancava sulle vie di Baltimora insieme al padrone malato. Un cane solo è un cane morto, e quando Willy avesse esalato l'ultimo respiro, non gli restava altra prospettiva che la propria fine imminente. Erano ormai molti giorni che Willy lo catechizzava su questo possibile sviluppo, e Mr Bones conosceva a memoria tutto il vademecum: come evitare gli accalappiacani e i poliziotti, i furgoni blindati e le auto civetta, gli ipocriti del cosiddetto umano consorzio. Anche se pronunciata nel tono piú suadente, la parola canile era sinonimo di guai. Avrebbero cominciato con le reti e i proiettili soporiferi per proseguire in un incubo di gabbie e luci al neon e chiudere la partita con un'iniezione letale o una dose di gas asfissiante. Se Mr Bones fosse appartenuto a una razza riconoscibile avrebbe avuto qualche chance nelle quotidiane sfide di bellezza a uso e consumo dei potenziali proprietari, ma il miglior amico di Willy era un potpourri di linee genetiche - un po' collie, un po' Labrador, un po' spaniel e un po' puzzle canino - e peggio ancora, dalle filacce del suo pelo spuntavano ponfi, gli puzzava la bocca, e una tristezza iniettata di sangue indugiava perennemente nei suoi occhi. Nessuno avrebbe avuto voglia di salvarlo. Come amava ripetere il bardo senza casa, il finale era inciso nella pietra. Se Mr Bones non trovava al piú presto un altro padrone, era un quattrozampe all'avanguardia verso l'oblio.

«E se non ti fregano con le pistole soporifere, - proseguí Willy in quel mattino di nebbia a Baltimora, reggendosi a un lampione per non cadere a terra, - possono fregarti in un sacco di altri modi. Ti avverto, Sancho. Ti conviene cambiare registro, se no hai i giorni contati. Basta che tu dia un'occhiata a questo cupo borgo. A ogni isolato trovi un ristorante cinese, e se non pensi che vedendoti passare a molti verrà l'acquolina in bocca, be', allora di cucina orientale non sai un bel niente. Per loro il sapore di cane è una leccornia, amico. I cuochi raccattano i randagi e li macellano nel vicolo dietro la cucina... dieci, venti, trenta capi alla settimana. Sul menú possono anche spacciarli per anitre o maiali, ma i veri esperti sanno la verità, i buongustai non si lasciano ingannare neanche un secondo. Se non hai l'ambizione di finire in un piatto di moo moo gai pan, pensaci due volte prima di scodinzolare davanti a una bettola di gialli. Hai afferrato il mio stile, Mr Bones? Conosci il tuo nemico, e poi stagli alla larga».

Mr Bones capí. Lui capiva ogni cosa che gli diceva Willy. A quanto poteva ricordare era cosí da sempre, e a questo punto la sua conoscenza dell'ingluso non era inferiore a quella di qualsiasi immigrato che calcasse la terra americana da sette anni. Naturalmente restava una seconda lingua, per di piú ben diversa da quella imparata da sua madre: ma anche se la pronuncia lasciava a desiderare, ormai conosceva alla perfezione ogni segreto della grammatica e della sintassi. Niente di strano o di insolito, in questo, per un animale dell'intelligenza di Mr Bones. La maggioranza dei cani accumula una buona competenza professionale della parlata bipede, ma Mr Bones in piú aveva la fortuna che il suo padrone non lo trattava da inferiore. Erano stati allegri compagnoni fin dall'inizio, e se si aggiunge che Mr Bones non era solamente il migliore amico di Willy, ma anche l'unico; e se si considera che Willy era un uomo innamorato del suono della propria voce, un logomane autentico, integrale, che praticamente non taceva mai dalla mattina quando apriva gli occhi fino alla notte quando, ubriaco, si addormentava, era logico che Mr Bones legasse tanto con l'idioma indigeno. A conti fatti, anzi, lo strano era che non avesse imparato a parlarlo meglio. Ma non per poca forza di volontà: piuttosto, gli era contro la biologia, e insomma: con la conformazione del muso, dei denti e della lingua che il destino gli aveva assegnato, il massimo che poteva fare era lanciare una serie di uggiolii e latrati e ululati, una parlata frammentaria e confusa. Lui era dolorosamente consapevole di quanto lontani fossero quei suoni dall'eloquenza, ma Willy gli permetteva sempre di dire la sua, e alla fine era questo che contava. Mr Bones era libero di dare il suo piccolo contributo, e in ogni circostanza Willy gli prestava molta attenzione; e a guardare il suo volto mentre osservava l'amico teso nello sforzo di somigliare a un membro della tribú umana, avresti giurato che pendesse dalle sue labbra.

Ma a Baltimora, quella triste domenica, Mr Bones tenne la bocca chiusa. Erano gli ultimi giorni che passavano insieme, forse le ultime ore, e non era il momento di perdersi in lunghi e arzigogolati discorsi, i tempi goliardici erano finiti. Certe situazioni richiedevano tatto e disciplina, e nelle attuali angustie era stato molto meglio frenare la lingua e comportarsi da bravo cane fedele. Lasciò che Willy gli mettesse il guinzaglio senza protestare. Non si mise a guaire perché era digiuno da trentasei ore; non fiutò l'aria alla ricerca di tracce femminili; non si fermò a fare pipí su tutti i lampioni e gli idranti. Si limitò a corricchiare al fianco di Willy, a seguire il padrone che batteva i viali deserti alla ricerca del numero 316 di Calvert Street.

A Mr Bones Baltimora non stava antipatica in sé. Non aveva un odore piú cattivo di qualunque altra città dove si erano accampati in quegli anni; ma pur comprendendo la finalità del viaggio, lo addolorava il pensiero che un uomo potesse decidere di passare gli ultimi momenti della sua vita in un posto che non aveva mai visto. Un cane non avrebbe mai fatto un errore cosí grossolano. Prima si sarebbe rimesso in pace con il mondo, e poi sarebbe andato a render l'anima su un terreno familiare. A Willy però prima di morire restavano ancora due cose da fare, e con la sua classica cocciutaggine si era ficcato in testa che esisteva soltanto una persona capace di aiutarlo. Il suo nome era Bea Swanson, e dato che l'ultima residenza conosciuta di questa Bea Swanson era Baltimora, erano venuti a cercarla fin lí. Per questo niente da dire: ma se il piano di Willy non avesse funzionato, Mr Bones sarebbe rimasto abbandonato in quella città di ristoranti di granchi e scalinate di marmo, e poi cosa avrebbe fatto? Una telefonata poteva risolvere tutto in mezzo minuto, ma Willy nutriva una filosofica avversione a servirsi del telefono per le questioni importanti. Preferiva camminare per giorni che prendere in mano uno di quegli aggeggi e parlare con qualcuno che non vedeva. Cosí eccoli, dopo trecento chilometri di strada, a vagare per Baltimora senza neanche una carta, alla ricerca di un indirizzo che poteva anche essere inesistente.

Delle due cose che Willy ancora sperava di fare prima di morire, nessuna aveva la precedenza sull'altra. Entrambe erano di assoluta importanza, e dato che ormai restava troppo poco tempo per sperare di sistemarle una a una, tentava quello che chiamava un Doppio Gambetto, cioè un espediente estremo per prendere due piccioni con una fava. Il primo obiettivo è già stato esposto nei capoversi precedenti: trovare un nuovo alloggio per l'amico peloso. Il secondo era tutelare i suoi interessi postumi curando di lasciare i manoscritti in buone mani. In quel momento, tutte le sue opere erano stipate in un armadietto della consegna automatica alla stazione dei pullman in Fayette Street, due isolati e mezzo a nord rispetto alla loro attuale posizione. La chiave l'aveva in tasca, e se non trovava una persona di valore adeguato a riceverla, ogni parola da lui scritta sarebbe andata perduta, eliminata fra i bagagli che nessuno va a reclamare.

Nei ventitre anni trascorsi da quando aveva assunto il cognome di Christmas, Willy aveva riempito le pagine di settantaquattro quaderni con i suoi scritti. Fra essi si contavano poesie, racconti, saggi, pagine di diario, epigrammi, meditazioni autobiografiche, e i primi milleottocento versi di un poema epico in-progress, Giorni Vagabondi. La maggioranza di queste opere era stata composta al tavolo di cucina dell'appartamento di sua madre a Brooklyn, ma dopo la sua morte, quattro anni prima, era stato costretto a scrivere all'aperto, spesso lottando contro gli elementi in parchi pubblici e vicoli polverosi pur di mettere sulla carta i suoi pensieri. In fondo in fondo, Willy non accarezzava illusioni su se stesso. Sapeva di essere un'anima persa e inadatta a questo mondo: ma sapeva anche che nei quaderni si trovava un bel po' di lavoro di buon livello, e almeno per questo poteva permettersi di andare a testa alta. Forse se fosse stato piú attento alla salute, o se il suo corpo fosse stato un po' piú robusto, o non gli fossero piaciuti tanto i liquori e la birra e il baccano dei bar, avrebbe potuto produrre di piú. Possibilissimo, ma ormai era tardi per rivangare errori e rimpianti. Willy aveva scritto l'ultima frase della sua vita, e gli restavano solo pochi tic tac d'orologio. Le parole nell'armadietto erano tutto quello che aveva da mostrare di sé. Sparendo quelle parole, sarebbe stato come se non fosse mai vissuto.

E qui che entra in scena Bea Swanson. Willy sapeva di fare un salto nel buio, ma era certo che, se e quando fosse riuscito a trovarla, lei avrebbe fatto di tutto per dargli una mano. Tanti anni prima, quando il mondo era ancora giovane, Mrs Swanson era stata la sua professoressa d'inglese delle superiori, e se non fosse stato per lei dubitava che avrebbe mai trovato il coraggio di pensarsi nei panni di scrittore. All'epoca era ancora William Gurevitch, un sedicenne sparuto con la passione dei libri e del bee-bop; e lei lo aveva preso sotto l'ala protettrice riversando sui suoi primi lavori degli elogi cosí eccessivi, cosí sproporzionati al loro merito reale, che Willy si convinse di essere il prossimo astro nascente della letteratura americana. Che l'insegnante avesse ragione o torto a comportarsi cosí non è fondamentale, perché in quello stadio i risultati contano meno delle promesse; e Mrs Swanson aveva ravvisato il suo talento, aveva colto una scintilla nella sua anima in erba, e nessuno può approdare a niente nella vita senza che qualcun altro creda in lui. un fatto comprovato, e mentre il resto della penultima classe della Midwood High vedeva Mrs Swanson come una tarchiata signora sui quaranta con le braccia grassocce che si agitavano e sobbalzavano ogni volta che scriveva alla lavagna, per Willy era bellissima, un angelo sceso dal cielo assumendo forma umana.

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Capitolo secondo


Non successe niente. Per un tempo lunghissimo sembrò che tutto il quartiere avesse smesso di respirare. Nessun passante, nessun automezzo, neanche una persona che entrava o usciva di casa. Come Mr Bones aveva previsto incominciò a piovere a catinelle, ma poi si calmò tornando a sgocciolare come prima finché pian piano cessò del tutto. Durante queste variazioni atmosferiche Willy non mosse un muscolo. Rimase sempre inerte, appoggiato alla casa di mattoni, con gli occhi chiusi e la bocca socchiusa, e se non fosse stato per il suono ruvido e raschiante che usciva a intermittenza dai suoi polmoni, Mr Bones avrebbe potuto pensare che il suo padrone fosse già trapassato nel mondo dopo.

Era là che finivano i morti. Quando la tua anima veniva separata dal corpo, il corpo lo mettevano sottoterra, e l'anima fuggiva nel mondo dopo. Nelle ultime settimane Willy aveva battuto su questo punto, e ormai nella mente del cane non sussistevano dubbi sull'esistenza del mondo dopo. Si chiamava Timbuctú, e da quello che Mr Bones riuscí a capire, si trovava nel centro di un deserto lontano da New York e Baltimora, lontano dalla Polonia come da qualunque altra città che avevano visitato nei loro viaggi. A un certo punto Willy lo descrisse come «un'oasi dello spirito». Un'altra volta disse: - Dove termina la carta geografica di questo mondo, laggiú incomincia quella di Timbuctú -. Per arrivarci, sembrava che si dovesse attraversare un'immensa distesa di sabbia e calore, un dominio del nulla eterno. A Mr Bones sembrava un viaggio molto difficile e scomodo, ma Willy gli assicurò che non era cosí, che un battito di palpebre bastava per coprire l'intera distanza. E una volta arrivati, aggiunse, una volta superati i confini di quel territorio, non dovevi piú preoccuparti di mangiare o dormire la notte o svuotare la vescica. Eri tutt'uno con l'universo, un frammento di antimateria accolto nel cervello di Dio. Mr Bones stentava a immaginare come sarebbe stata la vita in un posto simile, ma Willy ne parlava con tanto desiderio, con una voce che riverberava tanta tenerezza, che alla fine il cane smise di avere timore. Tim-buc-tú. Ormai il suono della parola bastava a renderlo felice. La scabra combinazione di vocali e consonanti non mancava quasi mai di agitarlo nel profondo dell'anima, e ogni volta che le tre sillabe affluivano dalla lingua del padrone, un'ondata di misterioso benessere si frangeva per tutta la lunghezza del suo corpo... come se la semplice parola fosse una promessa, una garanzia di tempi migliori.

Non importa se faceva molto caldo. Non importa se non c'era niente da mangiare, né da bere, né da annusare. Se era là che sarebbe andato Willy, voleva andarci anche lui. Quando fosse venuto il suo momento di lasciare il mondo, gli sembrava come minimo equo vivere nell'aldilà con lo stesso individuo a cui aveva voluto bene nell'aldiquà.

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Pagina 48

[...] Dimentica le Pall Mall e gli exit poll, Milton Berle e Burl Ives, il sapone Ivory e il pancake mix di Aunt Jemima. Non ne ho bisogno, giusto? Non dove devo andare, eppure sono lí, mi marciano nel cervello come fratelli persi di vista. Questo è il know-how americano per tutti. Continua a venirti addosso, e a ogni momento c'è della nuova spazzatura che spinge fuori la vecchia. Tu ormai pensi di esserci arrivato, di essere rinsavito e immune alle patacche, ma alla gente non basta mai. Applaudono, sventolano bandiere, ingaggiano bande musicali. Sí, sí, cose mirabili, cose miracolose, macchine per scrollare l'immaginazione, ma non dimentichiamo, oh, no, non dimentichiamo, che non siamo soli in questo mondo. Il know-how non conosce confini, e se pensi al compenso che ci inonda da oltremare, quello sí che ti abbassa la cresta e ti rimette a posto. Non intendo soltanto le cose ovvie, come la macedonia dalla Macedonia o il chili dal Cile. Dico anche la mancia dalla Francia. Voglio dire la cagna dalla Spagna e la balia dall'Italia, e i ciechi dalla Cecoslovacchia e l'alopecia dalla Grecia. Il patriottismo ha il suo ruolo, ma alla lunga è un sentimento che è meglio tenere in custodia. Massí, gli yankee avranno dato al mondo lo zip e lo Zippo, per non parlare di Zeppo Marx, ma siamo anche responsabili della bomba H e dello hula-hoop. Alla fine tutto ritorna in equilibrio, no? proprio quando ti credi un opulento padrone, sei un povero cane. E non parlo di te, Mr Bones. Il cane come metafora, se capisci cosa intendo, il cane come emblema degli oppressi, e tu non sei un modo di dire, ragazzo mio, sei reale quanto mai.

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