Copertina
Autore Gaston Bachelard
Titolo La terra e il riposo
SottotitoloUn viaggio tra le immagini dell'intimità
EdizioneRed, Milano, 2007 [1994], Economici di Qualità 96 , pag. 272, cop.fle., dim. 12,5x19x2 cm , Isbn 978-88-7447-509-4
OriginaleLa Terre et les RÍveries du repos. Essai sur les images de l'intimité
EdizioneJosé Corti, Paris, 1948
TraduttoreMariella Citterio, Anna Chiara Peduzzi
LettoreFlo Bertelli, 2007
Classe psicanalisi , psicologia , semiotica , storia letteraria
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice

  5 Prefazione


    PRIMA PARTE

 13 Le rÍveries dell'intimità materiale
 53 L'intimità contesa
 69 L'immaginazione della qualità.
    Ritmanalisi e tonalizzazione


    SECONDA PARTE

 83 La casa natale e la casa onirica
109 Il complesso di Giona
151 La grotta
173 Il labirinto


    TERZA PARTE

215 Il serpente
237 La radice
263 Il vino e la vigna degli alchimisti

 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 5

Prefazione


                    La terra è un elemento molto adatto a nascondere
                       e a mostrare le cose che le vengono affidate.

                                                    'Le Cosmopolite'



1

Abbiamo iniziato lo studio dell'immaginazione materiale dell'elemento terrestre nel libro La terra e le forze, in cui abbiamo studiato soprattutto le impressioni dinamiche o, più precisamente, le sollecitazioni dinamiche che si risvegliano in noi quando formiamo le immagini materiali delle sostanze terrestri. Le materie terrestri, infatti, quando le prendiamo con mano curiosa e volonterosa, sembrano eccitare in noi la volontà di lavorarle. Abbiamo pertanto ritenuto di poter parlare di un' immaginazione attivistica e abbiamo presentato numerosi esempi di una volontà che sogna e che, sognando, attribuisce un futuro alla sua azione.

Se si potessero sistematizzare tutte queste sollecitazioni che ci provengono dalla materia delle cose, crediamo che sarebbe possibile correggere quanto c'è di troppo formale in una psicologia dei progetti. Si potrebbe distinguere il progetto di chi controlla il lavoro da quello del lavoratore e si capirebbe che l' homo faber non è un mero aggiustatore, ma anche un modellatore, un fonditore, un fabbro. Egli vuole, sotto la forma precisa, una materia adeguata, la materia che può realmente sostenere la forma. Con l'immaginazione egli vive questo sostegno; ama la durezza materiale che, sola, può conferire durata alla forma. L'uomo, allora, è come all'erta per un'attività di opposizione, attività che presentisce e prevede la resistenza della materia. Così si fonda una psicologia della preposizione contro che va dalle impressioni di un contro immediato, immobile, freddo, a un contro intimo, protetto da molteplici difese, un contro che non cessa di resistere. In questo modo, studiando nel libro precedente la psicologia del contro, abbiamo iniziato la disamina delle immagini del profondo.

Le immagini del profondo, tuttavia, non hanno soltanto questa impronta di ostilità, ma possiedono anche aspetti accoglienti, invitanti, e tutta una dinamica d'attrazione, di fascino, di richiamo, che è stata un po' immobilizzata dalle potenti forze delle immagini terrestri di resistenza. Il nostro primo studio sull'immaginazione terrestre, scritto sotto il segno della preposizione contro, deve dunque essere completato da uno studio delle immagini che si trovano sotto il segno della preposizione dentro.

» allo studio di queste ultime immagini che dedichiamo quest'opera, che si presenta pertanto come una naturale continuazione della precedente.


2

Scrivendo questi due libri, del resto, non abbiamo affatto cercato di separare i due punti di vista. Le immagini non sono concetti, non si isolano nel loro significato, ma tendono proprio a superarlo. L'immaginazione è allora multifunzionale. Per cogliere anche solo i due aspetti che abbiamo appena distinto, ecco che bisogna riunirli. In moltissime immagini materiali della terra, infatti, si può riscontrare l'azione di una sintesi ambivalente che unisce dialetticamente il contro e il dentro e che mostra un'indissolubile solidarietà tra il processo di estroversione e quello di introversione. Fin dai primi capitoli del nostro libro La terra e le forze, abbiamo mostrato con che rabbia l'immaginazione desidererebbe penetrare nella materia. Tutte le grandi forze umane, quand'anche si esplichino esteriormente, sono immaginate in un' intimità.

In quest'opera, perciò, non trascureremo ciò che dipende da un'immaginazione dell' ostilità della materia, così come non abbiamo esitato a segnalare, nel libro precedente, a proposito delle immagini incontrate, tutto ciò che dipende dall' intimità della materia.

Se qualcuno ci obiettasse che l'introversione e l'estroversione devono essere definite partendo dal soggetto, risponderemmo che l'immaginazione non è altro che il soggetto trasferito nelle cose. Le immagini portano dunque l'impronta del soggetto e questa traccia è così evidente che alla fine è per mezzo delle immagini che si può avere la più sicura diagnostica dei temperamenti.


3

In questa breve prefazione vogliamo semplicemente attirare l'attenzione su alcuni aspetti generali della nostra tesi, riservando la messa a punto dei problemi particolari al momento in cui incontreremo le immagini. Dimostriamo dunque rapidamente che ogni materia immaginata, ogni materia meditata, è immediatamente l'immagine di un'intimità. Si ritiene che questa intimità sia remota; i filosofi ci spiegano che ci è per sempre nascosta, che non appena un velo è tolto, subito un altro ricopre i misteri della sostanza. L'immaginazione, però, non si ferma di fronte a queste buone ragioni e trasforma immediatamente una sostanza in un valore. Le immagini materiali trascendono dunque immediatamente le sensazioni: le immagini della forma e del colore possono benissimo essere delle sensazioni trasformate. Le immagini materiali ci impegnano in un'affettività più profonda, poiché si radicano negli strati più intimi dell'inconscio. Le immagini materiali sostanzializzano un interesse.

Questa sostanzializzazione condensa immagini numerose, varie, spesso nate da sensazioni così lontane dalla realtà presente che tutto un universo sensibile sembra trovarsi in potenza nella materia immaginata. Allora l'antico dualismo del Cosmo e del Microcosmo, dell'universo e dell'uomo, non basta più a esprimere tutta la dialettica delle rÍveries rivolte al mondo esterno. Si tratta proprio di un Ultracosmo e di un Ultramicrocosmo. Si sogna al di là del mondo e al di qua delle realtà umane meglio definite.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 173

Il labirinto


                            Il peso dei muri chiude tutte le porte.

                                   Paul Eluard, Poesia ininterrotta



1

Uno studio completo della nozione di labirinto deve prendere in considerazione problemi molto diversi poiché questa nozione comprende sia la vita notturna sia la vita da svegli. Ovviamente tutto ciò che la vita conscia ci insegna nasconde le realtà oniriche profonde. Il turbamento di un viaggiatore che smarrisce il cammino in una campagna solcata da sentieri, la confusione di un visitatore sperduto in una grande città, sembrano fornire la materia emotiva di tutte le angosce del labirinto dei sogni. Da questo punto di vista, per suscitare delle angosce dovrebbe essere sufficiente accrescere le contrarietà. Cominceremo con il tracciare un piano del labirinto delle nostre notti, così come lo psicologo costruisce un 'labirinto' con dei tramezzi disposti a zig-zag per studiare il comportamento dei ratti. Inoltre, sempre seguendo un ideale di intellettualizzazione, molti archeologi credono ancora che potrebbero contribuire alla comprensione delle leggende trovando la pianta della costruzione di Dedalo. Comunque, per quanto possano essere utili le ricerche dei fatti, non esiste una buona archeologia storica senza un'archeologia psicologica. Tutte le opere di immediata comprensione conservano un margine d'ombra. Le fonti dell'esperienza del labirinto sono dunque nascoste e le emozioni, che questa esperienza implica, sono profonde e originarie: 'Si supera l'emozione che sbarra il cammino». Ancora una volta bisogna porre davanti all'immaginazione delle forme, davanti alla geometria dei labirinti un'immaginazione materiale. Nei nostri sogni siamo talvolta una materia labirintica, una materia che vive distendendosi, perdendosi nei propri meandri. » quindi necessario anteporre i turbamenti inconsci all'imbarazzo della coscienza chiara. Se fossimo indenni dall'angoscia del labirinto, non ci spazientiremmo all'angolo di una strada quando non riusciamo a ritrovare il cammino. Ogni labirinto possiede una dimensione inconscia che noi dobbiamo caratterizzare; ogni difficoltà possiede una dimensione d'angoscia, una profondità. Le numerose e monotone immagini dei sotterranei e dei labirinti devono rivelarci proprio questa dimensione d'angoscia.

Ci rendiamo conto innanzi tutto che il sogno del labirinto, vissuto in un sonno talmente particolare che potrebbe essere chiamato sinteticamente 'sonno labirintico', è un'associazione costante di sensazioni profonde. Esso può fornire un buon esempio degli archetipi evocati da C.G. Jung. Robert Desoille ha precisato questa nozione di archetipo affermando che, se si riduce l'archetipo a un'unica immagine, non lo si può comprendere appieno, poiché un archetipo è piuttosto una serie di immagini «che riassumono l'esperienza ancestrale dell'uomo di fronte a una situazione tipica, cioè in circostanze in cui può venirsi a trovare non un solo individuo, ma chiunque...» Camminare nel bosco oscuro o nella grotta tenebrosa, perdersi, smarrirsi, ecco delle situazioni tipiche che forniscono innumerevoli immagini e metafore all'attività più conscia dello spirito, sebbene nella vita moderna le esperienze reali a questo riguardo siano, tutto sommato, molto rare. Pur amando molto le foreste, non ricordo di essermi mai smarrito in esse. Temiamo di perderci senza esserci mai persi.

Quale strana concrezione del linguaggio ci induce a usare la stessa parola per due esperienze tanto differenti: smarrire un oggetto, smarrire noi stessi! Come possiamo meglio renderci conto che alcune parole sono cariche di associazioni? Chi ci spiegherà le possibilità dell' essere smarrito? L'anello, forse, o la felicità o la moralità? E che consistenza psichica quando sono sia l'anello sia la felicità sia la moralità! Allo stesso modo, l'essere nel labirinto è contemporaneamente soggetto e oggetto conglomerati nell' esserre smarrito. Nel sogno labirintico riviviamo questa situazione tipica dell' essere smarrito. Smarrirsi, con tutte le emozioni che questo fatto implica, è dunque una situazione palesemente arcaica. Alla minima complicazione, concreta o astratta che sia, l'essere umano può ritrovarsi in questa situazione. «Quando cammino in un luogo oscuro e uniforme,» racconta George Sand, «mi interrogo e mi rimprovero...» Invece certe persone pretendono di possedere il senso dell'orientamento e ne fanno l'oggetto di una vanità che forse maschera un'ambivalenza.

Insomma, nei nostri sogni notturni riprendiamo inconsciamente la vita dei nostri avi viaggiatori. Si è detto che nell'uomo «tutto è cammino»; riferendosi agli archetipi più remoti, bisogna aggiungere: nell'uomo tutto è cammino smarrito. Associare sistematicamente la sensazione di essere smarrito a ogni avanzare inconscio vuol dire ritrovare l'archetipo del labirinto. Camminare a fatica in sogno significa essersi smarriti e vivere quindi la sofferenza dell'essere smarrito. Questo semplice elemento del cammino difficile diventa la sintesi delle sofferenze. Facendo un'analisi accurata, sentiremo che ci smarriamo alla minima svolta, che ci facciamo prendere dall'angoscia alla più piccola strettoia. Nelle cantine del sonno ci stiriamo sempre: pigramente o dolorosamente.

Si possono comprendere meglio alcune sintesi dinamiche considerando le immagini consce. Così, nella vita da svegli, seguire una lunga gola o trovarsi all'incrocio di diverse strade suscita due angosce in qualche modo complementari. Ci si può addirittura liberare di una tramite l'altra. Iniziamo questo angusto cammino, così non esiteremo più; ritorniamo all'incrocio, così non saremo più trascinati. L'incubo del labirinto, però, somma queste due angosce e il sognatore vive una strana esitazione: esita nel mezzo di un unico cammino e diviene materia esitante, una materia che dura esitando. Sembra che la sintesi data dal sogno labirintico riunisca l'angoscia di un passato di sofferenza e l'ansietà per un avvenire di infelicità. L'essere è preso fra un passato bloccato e un avvenire ostruito, è imprigionato lungo il proprio cammino. Infine, strano fatalismo del sogno del labirinto, si ritorna talvolta allo stesso punto, ma non si ritorna mai sui propri passi.

| << |  <  |