Copertina
Autore Anita Rau Badami
Titolo Le donne di Panjaur
EdizioneMarsilio, Venezia, 2008 , pag. 400, cop.ril.sov., dim. 137x218x34 mm , Isbn 978-88-317-9456-5
OriginaleCan you hear the nightbird call [2006]
TraduttoreFabio Zucchella
LettorePiergiorgio Siena, 2008
Classe narrativa indiana , paesi: India , narrativa canadese
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


    Parte prima - Bibi-ji

 13 Infanzia
 29 Il furto
 45 La colpa
 63 Il Delhi Junction

    Parte seconda - Leela

 79 Metà e metà
 99 Archi caduti
111 La Rete di Indra
125 Presentazioni
133 Coincidenze

    Parte terza - Nimmo

143 Un contenitore per il grano
161 Dare e avere

    Parte quarta - Qua e là

187 L'istruzione di Jasbeer
211 Le piccole gioie
219 Interludio
231 Scritte sul muro
241 Carte geografìche, monete e bandiere
249 Una magnifica giornata
257 Lo stato d'emergenza
265 Il ritorno del dottor Randhawa
281 L'uccello notturno

    Parte quinta - Finali

289 Un senso d'appartenenza
299 Il Tempio d'Oro
319 Sussurri nel vento
329 Loro
353 Bibi-ji
357 Il posto più sicuro
363 Silenzi
365 Volo Air India 182
375 Epilogo

385 Nota storica
389 Ringraziamenti
391 Glossario

 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 13

1.
Infanzia
Panjaur, 1928



Anni prima di appropriarsi del destino di sua sorella Kanwar e di navigare da un capo all'altro del mondo, dall'India al Canada, prima di diventare Bibi-ji, lei era Sharanjeet Kaur. I suoi ricordi partivano dall'epoca in cui aveva sei anni e viveva in un villaggio, Panjaur, un puntolino di quella miriade disseminata tra le fertili pianure del Punjab occidentale, villaggi che s'assomigliavano tutti per la brama annuale di piogge monsoniche e per il raccolto copioso. La casa dove Bibi-ji, o Sharan come la chiamavano allora in famiglia, viveva con i genitori e la sorella maggiore Kanwar era modesta quanto i dintorni. Faceva parte di un piccolo gruppo di case sikh e indù, separate dalle case musulmane da campi di ondeggiante canna da zucchero. Costruita con fango e paglia, era molto più piccola di quella di mattoni e malta più in basso, nella gola polverosa. Quella casa apparteneva a Jeeti, la migliore amica di Sharan, e aveva sempre creato una turbolenta invidia nel suo cuore di bimba. Benché volesse bene a Jeeti, Sharan era risentita perché lei aveva moltissimo: una casa di mattoni, servitori che svolgevano i lavori domestici, bei vestiti e un padre che non se ne stava a oziare tutto il giorno su una branda mentre la moglie e le figlie sgobbavano. Ma la cosa che più invidiava era la fornitura di sapone alla lavanda di Jeeti, che il padre, Sher Singh, le spediva sempre dal Canada.

Anni dopo, quando avrebbe posseduto abbastanza denaro da costruirsi una casa interamente di sapone, se l'avesse desiderata, a malapena Sharan riusciva a ricordare il viso di Jeeti o la sua lussuosa abitazione. E da quando, dopo la Spartizione, Panjaur stesso svanì in quella zona grigia tra India e Pakistan dove i riflettori mettevano in crudo risalto ogni dettaglio, il filo spinato si rizzava minaccioso e i soldati montavano la guardia per tutto l'anno, lei non poteva neanche più ritornare al luogo delle sue origini, cosa necessaria per mantenere vivi i ricordi. Eppure, alcuni di quei giorni le erano rimasti impressi nella memoria, taglienti e netti come schegge di vetro.

Il primo era il giorno in cui scomparve suo padre, Harjot Singh. In vita sua aveva lasciato la famiglia solo in due occasioni, ma la seconda volta non fece più ritorno.

Quel giorno, alle cinque del mattino, Sharan era stata svegliata dalla madre, Gurpreet Kaur. Stava per sorgere il sole di fine settembre, avvolto nella foschia. Era sdraiata su una stuoia nel cortile di casa, con gli occhi neri tenuti ben chiusi, le mani premute strette contro le orecchie per ostacolare il suono della voce della madre che trapassava la confortevole coltre di sonno. «Devo fare tutto io, in questa casa?» gridò Gurpreet dalla cucina, dove era già al lavoro per la colazione, benché fosse appena sorta l'alba.

«Guardate un po' la principessa! Ha la servitù! Cameriere e chaprassi! Sharanjeet! Svegliati immediatamente, altrimenti ti arriva un secchio d'acqua sulla faccia.»

Che ingiustizia, pensò Sharan. Avrebbe mai avuto la possibilità di dormire fino a che il sole fosse alto in cielo? Una lacrima cominciò a scenderle lungo la guancia. Un'altra lacrima si unì alla prima, e di lì a poco una tempesta di pianto scosse il suo corpicino. «Perché devo alzarmi?» singhiozzò. «Non voglio»

«In questa casa non c'è posto per i desideri, memsahib!» gridò bruscamente Gurpreet, sbattendo con energia un mestolo contro il bordo di una pentola. La figlia sapeva bene come usasse con efficacia gli utensili da cucina per indicare i vari gradi di seccatura, dal lieve sdegno all'ira. «Ai bisogni, sì, a quelli posso badare» continuò, «ma i desideri sono per i ricchi! Capito?» Un altro tac-tac di metallo contro metallo. Stavolta più energico, più insistente. Una mano calda scese sulla spalla tremante di Sharan e la scosse con dolcezza.

«Alzati, piccolina» disse suo padre. «Amma ti chiama.» Sharan singhiozzò un po' più forte, si tolse le mani dalle orecchie e si voltò per far vedere a suo padre che stava piangendo. Aprì gli occhi con aria afflitta, sporse il labbro inferiore e fece sì che tremasse, nella speranza di assumere un'aria tragica e che lui prendesse le sue difese, come spesso accadeva. Non era la sua figlia prediletta? Non era lei la sola persona che prestava ascolto alle sue interminabili storie sulla nave Komagata Maru e su un viaggio che si concludeva in un nulla di fatto?

Ma non arrivò alcun aiuto. Sveglia, sveglia! Era questo il destino che gli dei le avevano scritto sulla fronte, pensò Sharan con grande infelicità, mentre si girava per mettersi seduta e si asciugava il viso bagnato con l'orlo del suo kameez scolorito - il suo miserabile destino era di svegliarsi e immergere le mani in mucchi di escrementi. Tutte le mattine, da quando aveva quattro anni, doveva iniziare la giornata raccogliendo la fumante merda puzzolente che le loro due vacche spargevano per il cortile. Poi, con quella disgustosa robaccia doveva fare delle palle e spiaccicarle sotto forma di tortine rotonde contro i muri di casa. Ma la puzza, quella puzza le rovinava la giornata e le infettava i sogni e le guastava persino i cibi: soprattutto questo detestava, perché le piaceva mangiare. La gioia che provava alla vista del cibo trasformava la più semplice combinazione di riso e dal in un banchetto, ma quando si portava il cibo alla bocca riusciva a sentire solo la puzza insopportabile che le era penetrata nella pelle, invece delle fragranze della curcuma, del riso appena cotto, del burro che si scioglie sulle phulka calde, dei peperoncini verdi fritti. In quei momenti desiderava con tutto il cuore, come la principessa araba di una favola che le aveva raccontato il cantastorie errante, di svegliarsi e ritrovarsi in una casa completamente diversa, trasportata lì da geni al servizio di un bel principe.

Anni dopo, a Vancouver, quando aveva perduto il suo passato, avrebbe provato vergogna dello sconsiderato desiderio provato da ragazzina. Si struggeva perché i tempi in cui la sua famiglia esisteva ancora potessero tornare - sua madre Gurpreet Kaur accovacciata vicino alla stufa di argilla, i tratti spigolosi e scavati del viso esausto messi in risalto dal bagliore del fuoco, suo padre Harjot Singh con lo sguardo perso, e soprattutto sua sorella Kanwar, la forte e affettuosa sorella perduta. Perduta perché lei, Sharanjeet Kaur, era stata avida di qualcosa di molto più grande del mondo in cui viveva.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 29

2.
Il furto
Panjaur, 1938



«Ahi, Amma, che male!» si lamentò Sharan, strofinandosi la testa nel punto in cui la madre aveva appena passato sgarbatamente il pettine come un rastrello tra i capelli.

Alzò lo specchio e si contemplò, soddisfatta alla vista del viso ovale incorniciato nel vetro risplendente, degli occhi (che un perdigiorno del villaggio aveva paragonato a un cielo notturno con una sola stella al centro di entrambi), delle labbra carnose e del naso sottile. Era bella e lo sapeva.

Un altro brusco strattone ai capelli. Le lacrimarono gli occhi per il dolore e allontanò di scatto la testa dalle mani spieiate della madre. «Perché me li tiri così?» si lamentò.

«Ma guarda! Adesso la nostra principessa non sopporta neanche un po' di dolore?» disse Gurpreet, che afferrò una ciocca dei folti capelli e riavvicinò a sé Sharan con uno strattone. Era uno dei suoi giorni neri. Era furiosa con il mondo intero: con Harjot, perché l'aveva lasciata da sola a occuparsi delle bizzarrie della vita, con Kanwar, perché era troppo insignificante, e con Sharan, perché era più bella del necessario. Kanwar, che aveva già ventiquattro anni, era ancora in attesa di un marito. Ma tutti quelli che andavano in visita volevano invece la sedicenne Sharan.

Era trascorsa una settimana dal passaggio dell'ultimo pretendente. Anche lui, come tutti gli altri, aveva cambiato idea quando aveva posato lo sguardo sulla sorella minore.

«Quella bella» aveva fatto sapere il mattino stesso dal sensale di matrimoni. «Quella con la pelle che assomiglia a un manto di luce lunare, quella con gli occhi simili al cielo notturno, è lei che voglio sposare.»

«Non è giusto» riflette Gurpreet mentre faceva scorrere più dolcemente il pettine tra i capelli di Sharan.

«Cosa non è giusto?» chiese Sharan.

«Che una abbia tanto e l'altra proprio niente» rispose Gurpreet. «A essere sinceri certe volte le vie di Chi Sta Lassù mi confondono la testa.»

Sharan guardò accigliata il sole che, sorto ora in modo più nitido, aveva sciolto i fumosi contorni della notte rivelando un mattino luminoso. «Perché sei sempre così arrabbiata con me, Amma? Non ho fatto niente!»

«Non hai fatto niente?» le fece eco la madre con un tono sempre più alto. «Non hai fatto niente? E allora perché, disgraziata, ti sei fatta vedere da quell'imbecille che la scorsa settimana è venuto a fare visita a tua sorella? Se tu non l'avessi fatto, forse adesso saremmo qui a festeggiare il suo fidanzamento! Certo che non hai fatto niente!»

Gli occhi di Sharan si riempirono di lacrime. Non le era piaciuto neanche uno degli uomini che si erano presentati - erano tutti contadini del villaggio vicino. Che colpa ne aveva lei se Kanwar non era affascinante? Che colpa ne aveva se Kanwar parlava ad alta voce di faccende maschili come il prezzo del grano o il momento migliore per il raccolto della canna da zucchero e annoiava gli uomini che venivano a farle visita? Che colpa ne aveva se lei, Sharanjeet Kaur, era cosi graziosa che si voltavano al suo passaggio per guardarla con attenzione persino i vecchietti mezzi ciechi seduti intorno al baniano?

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 45

3.
La colpa
Vancouver, 1951



Sharan - Bibi-ji, come veniva chiamata adesso - sedeva alla cassa immersa nella luce fievole dell'East India Foods and Groceries. Con le lunghe dita della mano grassoccia tamburellava un ritmo fuori tempo sulla superficie di legno di fronte a lei. Il sole dell'autunno inoltrato la riscaldava dolcemente attraverso i vetri della finestra che puliva ogni mattina, in modo da poter vedere il mondo limpido e privo dell'unto e della polvere del giorno precedente. E così il mondo, è ovvio, vedeva lei, Bibi-ji, moglie di Khushwant Singh, o Pa-ji, indiscusso proprietario - anzi no, titolare, che sembrava più altisonante - dell'East India Foods and Groceries, al 2034 di Main Street. Nonché proprietario dell'appartamento sopra il negozio - con due camere da letto, una stanza da bagno e un bagno di servizio, un soggiorno-sala da pranzo e una cucina attrezzata di una batteria di pentole e padelle spropositata per i suoi bisogni.

Sì, Bibi-ji ce l'aveva proprio fatta. Adesso la sua esistenza era arricchita da ogni sorta di oggetti di lusso che l'ardente Pa-ji le riversava in grembo, anche se non sempre poteva permetterseli.

Pa-ji era assai munifico. Amava la sensazione di potere che provava ogni volta che entrava in un negozio, estraeva il portafoglio e acquistava qualcosa per la giovane moglie. Amava spendere perché poteva farlo. C'era stato un tempo, e non così lontano, in cui aveva dovuto contare ogni centesimo. Nella maggior parte delle persone l'esperienza della povertà estrema suscita un'estrema parsimonia, ma Pa-ji era diverso. Dimenticava il passato godendosi il presente. Questi regali a Bibi-ji si aggiungevano a quelli che acquistava ai compleanni, agli anniversari e a ogni festività che riusciva a trovare sul calendario. Sosteneva di essere pluriconfessionale in materia di festività, e così le celebrava tutte: Baisakhi, Diwali, Eid, Hannukà, Natale. Se non c'erano motivi per comprare un regalo, lui ne scovava uno. Quando Bing Crosby venne a esibirsi al Sunset Community Centre l'anno in cui Bibi-ji arrivò a Vancouver, Pa-ji decise di festeggiare il duplice arrivo comprando un grammofono e due dischi della star del cinema. Il primo giorno d'inverno veniva salutato con nuove berrette e guanti coordinati per Bibi-ji e per sé. La comparsa delle gemme sui ciliegi, l'arrivo di una coppia di ghiandaie azzurre nel giardino della casa dietro la loro - qualsiasi cosa era un buon motivo. Talvolta Pa-ji s'inventava le occasioni. «Stasera gli affari sono andati a gonfie vele» o «Churchill è venuto in negozio per comprare del riso basmati», oppure la sua favorita - che strappava sempre una risata a Bibi-ji, anche se l'aveva ripetuta spesso: «Sono stato appena eletto primo ministro-ji del Canada.»

Tuttavia Bibi-ji era divisa tra il desiderio per gli oggetti lussuosi di cui la ricopriva Pa-ji e lo spavento di fronte a tanto sperpero. La povertà della sua infanzia l'aveva resa prudente nelle spese. Con piacere accumulava e contava il denaro, assicurandosi che in futuro ne arrivasse ancora di più. «Perché mi compri tutte queste cose?» domandava a Pa-ji, anche mentre si spruzzava su tutto il corpo il profumo alla lavanda preferito, sceglieva una borsetta nuova per scendere in negozio alla mattina o provava l'ennesimo paio di scarpe.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 125

8.
Presentazioni
Vancouver, 1967



Quel sabato Balu mantenne la promessa e fece fare a Leela e ai bambini un giro per la città, prima di portarli a pranzare al Delhi Junction. Quando entrarono era già pieno. Un anziano uomo bianco era seduto da solo a un tavolo nel mezzo del locale, agitava una copia del Vancouver Sun e faceva gesti infastiditi.

«Ecco il colonnello Samuel Hunt» mormorò Balu all'orecchio di Leela. «Un personaggio. Te ne accorgerai. Storie senza fine sulle ribellioni degli indigeni e sul coraggio britannico.»

«Ridicolo! Intollerabile!» farfugliò il vecchio.

Dalla sua postazione dietro la cassa un imponente sikh, con un turbante turchese e la barba grigia, gridò: «Cosa succede, colonnello-ji? Cosa la infastidisce, oggi?»

«Quello è Pa-ji, il nostro padrone di casa» Balu informò Leela, mentre faceva strada a lei e ai bambini verso un tavolo accanto alla cassa. «E questo è il mio caro amico, il dottor Alok Majumdar.»

Un uomo alto e magro trascinò indietro la sedia e si alzò in piedi. I suoi vestiti, notò Leela, erano molto eleganti. Ricordò che Balu le aveva raccontato che aveva sempre visto Majumdar vestito con completo, cravatta, scarpe lucidate perfettamente e che non riusciva a immaginarlo con qualcosa di diverso addosso nemmeno a letto. «E lei deve essere Leela» Majumdar la salutò e le sorrise, porgendole la mano.

Leela l'afferrò timidamente, non abituata a toccare la mano di uno sconosciuto.

Majumdar accarezzò la testa dei bambini. «E tu sei Arjun, e questa piccolina deve essere Preethi, giusto? Venite, venite a sedervi e a unirvi al divertimento.» «Cos'è che agita il nostro colonnello?» chiese Balu. «L'articolo sul giornale di oggi» disse Majumdar e gli passò la sua copia, indicando un articolo. «Parla di un giovane del Pakistan orientale.» L'uomo, raccontò Majumdar, che soddisfò la loro curiosità senza esitare, era il secondo figlio di un contadino che aveva arato il suo piccolo quadrato di terreno fino a quando non vi era rimasta più vita. Alla fine, incapace di affrontare le catastrofi annuali - cicloni, alluvioni, siccità e malattie - aveva deciso di espatriare clandestinamente a Londra, dove si era infilato tra le ruote di un aereo diretto a Toronto. Mentre i passeggeri sgranocchiavano noccioline, sonnecchiavano, bevevano, giocavano a carte e leggevano libri, quel ragazzo era attaccato alla zampa del gigantesco uccello di metallo, gli mancò l'ossigeno e si congelò fino al midollo. Non si staccò per tutto il lungo volo attraverso l'Atlantico, ma quando l'aereo volteggiò sopra il cielo di Toronto in preparazione dell'attcrraggio le sue braccia congelate si staccarono dalla presa e il corpo dell'uomo, cadavere ormai da molto tempo, cadde attraverso l'aria glaciale della notte e si spiaccicò sulla pista.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 150

Alle nove Nimmo restò sola. I bambini erano usciti per andare a scuola, con Pappu che teneva ben stretta la mano di Jasbeer, e Satpal era andato alla sua officina. Nimmo sperò che Jasbeer ricordasse le severe istruzioni che gli aveva impartito: non farsi scappare suo fratello, camminare sul marciapiede ed evitare di parlare con gli sconosciuti. Pensò alla lettera di Bibi-ji, resistendo alla tentazione di rileggerla prima di aver finito le faccende di casa. Si spostò qua e là tranquilla, lavò i piatti, li ripose, mise in ammollo i vestiti sporchi, spazzò e pulì i pavimenti. Sulla pulizia era inflessibile e ogni giorno ripassava la piccola casa da cima a fondo. Il suo corpo robusto trovava piacere nel lavoro. Il rumore tutt'intorno si era attenuato, se si escludeva il noioso rombare del traffico proveniente dalla strada vicina. Nimmo lavorò senza fermarsi, amava quel silenzio che sarebbe stato tutto suo fino al ritorno dei bambini da scuola. Alle undici aveva terminato. La casa era talmente linda che sembrava lei l'unica persona ad abitarci. I panni sventolavano appesi alla corda tesa nel piccolo cortile anteriore, e il pasto pomeridiano per i figli era pronto.

Era indecisa se andare o meno dal fruttivendolo un isolato più in là, per comperare un po' di banane. Decise di no; aprì invece la lettera arrivata dal Canada e iniziò a leggerla forse per la centesima volta.

Indubbiamente sarà sorpresa di ricevere una lettera da una sconosciuta che vive dall'altra parte del mare. Il mio nome è Sharanjeet Kaur, ma ora mi chiamano Bibi-ji... Il suo indirizzo me l'ha dato una donna che è stata portata all'aeroporto da suo marito, Satpal Singh, e scrivo nella speranza che lei abbia legami familiari con mia sorella, Kanwar Kaur, che era sposata con Pardeep Singh, del villaggio di Dauri Kalan...

Nimmo premette la lettera al petto e si piegò in avanti per guardarsi allo specchio il viso lungo e levigato, gli occhi timidi e le labbra, che teneva strette come temendo ciò che avrebbe potuto lasciarsi scappare. Fece un respiro profondo per rilassarsi, cercando di reprimere i cupi ricordi riportati in vita dagli eventi più inaspettati, dinanzi ai quali non era mai riuscita a essere pronta. Una volta era stata un'improvvisa brezza che aveva trasportato il profumo dei champa in fiore - era accaduto un giorno vicino alla bancarella del fioraio, al mercato. Un'altra volta era stata una donna che chiamava suo figlio. Questi ricordi erano come spiriti maligni, mutevoli, irrisolti, che la lasciavano in uno stato di anelante trepidazione. Qual era quello reale? Una bambina corre in mezzo alle fruscianti ombre delle alte canne da zucchero, il cui profumo melenso si mischia all'odore pungente del fumo dal tetto dì paglia in fiamme.

Era quello? Forse no. Eccone un altro. Una bimba di cinque anni tiene il broncio vicino al pozzo, arrabbiata perché il padre, quella mattina, non ha voluto portarla con sé e i fratelli nei campi. Si sporge sul bordo del pozzo e vi getta una pietra, attendendo di sentire il rumore lontano dello spruzzo. Dall'oscurità riecheggiante una voce si spande su fino a lei: corri, corri, corri.

Neanche questo. Mettilo da parte. Eccone uno che potrebbe essere reale. Allora è questo; Una bambina gioca con la terra fuori da una casa con il tetto basso di mattoni e argilla, da poco imbiancata.

Nimmo era sicura di un dettaglio. Sul muro, di fianco alla porta d'entrata, c'erano le impronte di tre paia di piccole mani e, dall'altra parte, di due paia più grandi. Lei, Nirmaljeet Kaur, era l'autrice delle impronte più piccole. Le altre appartenevano ai suoi fratelli maggiori. Qualche volta i loro nomi si divertivano ad affacciarsi alla sua mente e lei avrebbe voluto raggiungerli di soppiatto attraversando l'ombroso paesaggio dei ricordi, sperando di imprigionare nelle mani i nomi dei suoi fratelli. Ma erano sempre più veloci di lei. Qualche volta si chiedeva addirittura se avesse mai avuto dei fratelli. Non aveva difficoltà a ricordare il nome di sua madre, Kanwar Kaur, e di suo padre, Pardeep Singh. Il villaggio era Dauri Kalan. Almeno, questo era ciò che era scritto su una cartolina di tanto, tanto tempo prima, quella dal Canada, con la fotografia di un minaccioso orso nero sullo sfondo di verdi alberi indistinti. Ma cosa provava che Kanwar fosse veramente sua madre e Pardeep suo padre? Su quella cartolina non c'era una parola che provasse il legame di Mimmo con quelle due persone, Kanwar Kaur, c/o Pardeep Singh. E la persona che aveva spedito la cartolina: Tua sorella minore, Sharan. Questa donna era veramente sua zia? Tutto ciò che riguardava il suo passato confondeva Nimmo.

Lesse ancora un po' la lettera di Bibi-ji, un foglio ricoperto di ordinati caratteri punjabi proveniente da una donna distante migliaia di chilometri, e si chiese se il suo arrivo l'avesse cambiata in qualche modo. Estrasse la fotografia di Bibi-ji allegata alla lettera: quella donna era imponente ed elegante, con un salwar-kameez giallo intenso, il viso truccato come quello delle signore ricche che guidavano l'automobile e facevano acquisti al Khan Market.

Sua madre assomigliava in qualche modo a Bibi-ji? Nimmo non poteva esserne sicura. Però ricordava di essere stata accanto a una donna, che presumeva fosse sua madre, sulla porta di casa, mentre un uomo alto e curvo con un turbante verde che gli avvolgeva ordinatamente il folto groviglio di capelli e due ragazzini si allontanavano da loro verso i campi.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 211

13.
Le piccole gioie
Nuova Delhi, marzo 1971



Una calda mattina di marzo. Gli alberi di gulmohur erano in pieno sboccio e i loro fiori si stagliavano come fiamme contro il ciclo argentato. Nimmo stava in piedi al lato della strada, come faceva da tanti anni, a guardare Pappu che trotterellava giù per il vicolo.

«Stai attento quando attraversi la strada» gridò, e suo figlio, più alto e più sottile a nove anni, si voltò per salutarla. Nimmo pensò ad altre mattine, quando i bimbi che camminavano verso la scuola erano due, ed ebbe una dolorosa stretta al cuore. Cosa stava facendo Jasbeer in quel momento?, si chiese. Aveva uno smisurato desiderio di vederlo. Due mesi prima era arrivata una lettera di Bibi-ji in cui le riferiva quanto fosse bravo a scuola, ma del ragazzo non c'era una parola. Nimmo sospettava che non tutto fosse così meraviglioso come Bibi-ji faceva intendere, ma era comunque contenta di sentire che Jasbeer sarebbe tornato a casa in dicembre. Rimase a osservare Pappu fino a quando non si mescolò agli innumerevoli rivoli di persone che sfociavano sulla strada principale.

Un camioncino fece marcia indietro verso Nimmo, allora lei si spostò di lato velocemente. La campagna per le elezioni generali era in pieno svolgimento, e ogni giorno portava con sé un altro furgone con manifesti e striscioni di un diverso partito. Le mura della città ne erano ricoperte. Pendevano dagli alberi ed erano appesi sui vicoli alle sbarre delle finestre dei piani più alti. Caribi hatao!, eliminiamo la povertà, esortava lo striscione del partito di Indirà Gandhi. Indirà hatao!, gridavano gli striscioni dell'opposizione, esortando il popolo con ugual fervore a eliminare invece Indirà. Nimmo rise per il gioco di parole e tornò in casa. Lei sapeva già per chi avrebbe votato. Amava la signora Gandhi per la sua forza ostinata, per il suo rifiuto di essere messa da parte da tutti gli uomini potenti che la circondavano nel consiglio dei ministri e nei partiti d'opposizione, e per il messaggio che dava alle donne in tutto il paese: se lei riusciva a sopravvivere in quelle condizioni potevano farlo anche loro. Sarebbero riuscite a sopravvivere proprio a tutto e avrebbero trionfato, avevano soltanto bisogno di convinzione e perseveranza. Il voto di Nimmo era già assegnato.

Quando rientrò in casa, Satpal sbucò fuori dalla camera da letto con in braccio Kamal, la loro figlia di tre anni. «Ecco, tienila» disse, porgendo la bambina a Nimmo. «Non vuole che la metta giù.»

«L'hai viziata tenendola in braccio tutto il tempo, così adesso è diventata un'abitudine.» Nimmo strofinò il viso contro il nasino della piccola e disse: «Il tuo papà ti ha viziata, non è così?» Posò la bambina sul pavimento e disse con fermezza: «Vieni, mangiamo un po' di latte e halwa, d'accordo?»

La bambina annuì e trotterellò verso la cucina, dove si sedette sul pavimento e incrociò le gambette. Nimmo sedette di fronte a lei e la imboccò con delle piccole palline di halwa, assicurandosi che ci fosse un'uvetta in ogni boccone.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 315

«Allora il coprifuoco è stato sospeso?» chiese Bibi-ji con un sospiro di sollievo.

«No, no, il coprifuoco c'è ancora. Ma l'esercito vuoi far evacuare i pellegrini dagli edifici, donne, bambini e anziani. Ho sentito che trattengono tutti gli uomini, nel caso in cui tra loro ci fossero terroristi.»

«Ma questi bus ci porteranno dove vogliamo?» chiese dubbiosa Bibi-ji. «Così in tanti?»

Un ometto accanto a loro si voltò e disse: «Hai ragione, non ci porteranno dove vogliamo. Perché dovrebbero? Ci porteranno alle stazioni di polizia e ci tratterranno lì fino alla fine del coprifuoco. Poi ci lasceranno prendere un bus o un risciò per tornare a casa. Ma non so cosa faranno quelli che vengono da fuori città. I confini di Amritsar sono sigillati. Non entra e non esce nessuno. Neanche i treni sono in funzione. Siamo tutti intrappolati qui.»

Kashmir lanciò uno sguardo impaurito alla compagna. «Rani, io non me ne vado da qui. Dove andiamo con questi bambini, se non possiamo prendere un bus per tornare al nostro villaggio?»

«Hai ragione» sospirò Rani. Si riprese i due bambini che teneva per mano Bibi-ji. «Sorella, vai per la tua strada. Vedremo cosa riusciremo a fare.»

Bibi-ji annuì e si fece strada verso l'accoglienza e verso Pa-ji. «Hai telefonato a Balraj?» chiese speranzosa.

«La linea telefonica è stata interrotta» disse Pa-ji.

«Cosa faremo una volta fuori di qui? tutto chiuso. Come ce la caveremo?»

«Esattamente come tutte queste altre persone» rispose Pa-ji. Prese le mani di Bibi-ji nelle sue, calde e risolute, e si fecero strada fuori dalla foresteria verso un piccolo gruppo di pellegrini. Sembrava che fossero i soli fuori dagli edifici bui, notò Bibi-ji. «Dove sono tutti? Dove sono i soldati?» sussurrò a Pa-ji. «Credevo che ci sarebbero stati dei soldati a proteggerci.»

Pa-ji scosse la testa. «Non so. Magari dovremmo tornare dentro.»

Bibi-ji guardò l'orologio. Erano le cinque. Non vedeva più l'elicottero. Adesso il canto degli uccelli era a malapena udibile sopra il brusio delle voci intorno a lei.

All'improvviso si avvertì un suono acuto e una donna in testa al gruppo cadde sulle ginocchia. Un'altra donna si chinò per offrirle aiuto e cominciò a urlare. Le cose stavano prendendo una pessima piega. Un anziano accanto a Bibi-ji fu il primo a capire ciò che stava succedendo. Si girò verso la foresteria, trascinando con sé due ragazzine.

«Dentro!» gridò passando di fianco a Bibi-ji. «Sparano! Tornate dentro!»

Qualcun altro ripetè il suo grido. «Sparano, oh Dio, ci stanno sparando addosso!»

La gente cominciò ad agitarsi, cercando una via di fuga. Chi stava sparando a chi? Nessuno sembrava saperlo. Bibi-ji sentì che qualcuno la spingeva con forza alle spalle, qualcuno con una fretta disperata di ritornare alla foresteria. Barcollò e si rese conto che la sua mano era stata strappata da quella di Pa-ji.

«Pa-ji?» Si fermò bruscamente, si girò e gridò: «Pa-ji!» Si dibattè per cercare di raggiungere Pa-ji, che era stato trascinato via da lei, lontano dalla foresteria, dalla folla che si muoveva in preda al panico. Individuò la sua figura alta, il suo turbante azzurro, avvolto impeccabilmente come sempre, malgrado la stanza fosse illuminata da una sola candela. Lui si voltò e le fece dei segni insistenti. Rientra, diceva la sua mano, rientra.

Si sentì un altro sparo. Bibi-ji vide il marito cadere in avanti come se qualcuno lo avesse spinto con forza alle spalle. Aspettò che si rialzasse. Non vedeva più la folla e non sentiva più la donna gridare accanto a un altro corpo caduto. Era cosciente solo di se stessa mentre stava lì in piedi e di Pa-ji steso a terra pochi passi più in là. Quando lo raggiunse si inginocchiò lentamente, e la sua dupatta si posò sul corpo immobile. «Pa-ji?» disse, nel tono con cui lo svegliava al mattino per il suo tè. «Vieni, Pa-ji. Qui non sei al sicuro.»

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 329

24.
Loro
Nuova Delhi, 31 ottobre 1984



Un corvo gracchiava con insistenza sul prato all'inglese della residenza di Indirà Gandhi, mentre nelle vicinanze uno stormo di merli si azzuffava cinguettando. Le rose, che solo una settimana prima erano gonfie e in pieno sboccio, avevano perso la maggior parte dei loro petali.

Indirà Gandhi terminò in fretta di fare colazione assieme alla sua famiglia. Era di corsa perché doveva incontrare il regista Peter Ustinov, che stava preparando un documentario su di lei per la Bbc. Vestita con il prediletto sari arancione di cotone, tagliò attraverso l'area cintata verso un'apertura nella siepe che separava casa sua dai giardini dell'ufficio. Dietro la sua minuta e nervosa figura arrancava un poliziotto che portava un ombrello per cercare di ripararla dal sole. Ma Indirà Gandhi camminava molto più in fretta di lui, che a malapena riusciva a starle dietro. La seguiva un corteo di persone, come tanti anatroccoli. Per essere una donna di sessantasette anni, il primo ministro era decisamente pieno di energia.

Raggiunse l'apertura nella siepe, quasi senza prestare attenzione alla guardia armata in piedi sull'attenti. Dietro, nella postazione di controllo, un'altra guardia aspettava imbracciando un mitra Sten. Quando lei si avvicinò alla postazione, la prima guardia estrasse il revolver e lo scaricò nello stomaco e nel petto di Indirà Gandhi. Nello stesso istante, l'altra venne fuori e sparò molti altri colpi su di lei. Quando le guardie con il turbante ebbero completato la loro missione, ventidue pallottole erano state conficcate nell'esile corpo del primo ministro. Indirà Gandhi morì alle nove e quindici. Sempre alle nove e quindici di quella stessa mattina, anche il bus che portava Satpal a Modinagar uscì dalla stazione interstatale di Nuova Delhi.

La notizia dell'assassinio venne divulgata soltanto nel tardo pomeriggio. E comunque si parlò solo di ferimento e non di morte. Radio India interruppe la regolare programmazione per trasmettere musica, meste canzoni suonate ripetutamente. A Delhi, occupata con la sua classe di bambini al gurudwara locale, Nimmo non ebbe il minimo sentore che fosse accaduto qualcosa capace di distruggere la bella giornata fino alla pausa per il pranzo, quando il capo sacerdote li riunì tutti e riferì la notizia. Indirà Gandhi era stata uccisa a colpi d'arma da fuoco. Dalle sue stesse guardie, entrambe sikh.

«Credo che dobbiamo andare a casa e starcene chiusi dentro» disse con una certa ansia il sacerdote. Indicò il suo turbante. «Non è difficile individuarci, siamo un facile bersaglio per tutti quelli che vogliono attaccarci. Se il primo ministro è davvero morto e se gli assassini sono sikh, temo che ci siano guai in vista.»

Nimmo si affrettò a tornare a casa augurandosi di riuscire a contattare Satpal, che doveva già essere arrivato a Modinagar. Aveva sentito dell'assassinio? Era al sicuro? E i suoi figli? Kamal era andata a scuola come sempre e Pappu era al lavoro. Non le restava altro da fare che aspettarli.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 347

Pappu sentì che Shanti apriva la porta. Si guardò intorno nel minuscolo bagno rendendosi conto che non c'era un posto dove nascondersi, nessuna uscita, tranne una fragile porta di legno, marcia nella parte inferiore dove era continuamente bagnata dall'acqua.

«Cosa c'è, gente? Eh? Vi ho detto che mio marito non è in casa. questo il modo di comportarsi con una donna?» li sgridò Shanti.

«Dov'è il sardar?» chiese una voce, la stessa che aveva minacciato di buttare giù la porta.

Guardandosi intorno terrorizzato, Pappu vide sul lavandino il vecchio rasoio di Mohan Lai e lo afferrò. Si tolse il turbante e si slegò i capelli. Tenendo il rasoio ben stretto in mano, cominciò a recidere le ciocche, maledicendone la foltezza.

Shanti gridò: «Chiedi a chiunque, questa è una casa di indù! Non ci sono sardar qui. Adesso vado a chiamare i vicini, se non ve ne andate all'istante.»

Qualcuno rise. «Arrey, zietta, un tuo vicino ci ha detto che hai un sardar che si nasconde qui come un sorcio. E a noi non piacciono i sorci, per questo siamo qui per catturarlo.»

L'uomo che aveva parlato per primo disse con lo stesso tranquillo tono uniforme: « questo il bagno dove stavi poco fa? Perché la porta è chiusa? Chi c'è là dentro?»

Pappu si osservò nello specchio macchiato e rovinato sopra il lavandino. Non era nemmeno riuscito a togliersi la metà dei capelli. E sul viso, quanti peli aveva sul viso. Cosa doveva fare con tutti quei peli? E in così poco tempo? Dio, pregò, fa' un miracolo. Farò tutti i seva che vorrai in tuo onore, pulirò i pavimenti di ogni tempio di questo paese per un anno, per due anni, dedicherò la mia vita ai poveri, o Dio, fa' un miracolo. Affrontò il viso, raschiandosi barba e baffi, tagliandosi dappertutto per la fretta. Il sangue sgorgò dalla pelle e gli colò sul collo. Non importa, pensò, non importa.

«Nel bagno?» La voce di Shanti era tesa. Pappu riusciva a percepirlo. Afferrò un ciuffo di barba e lo tirò con forza, cercando di strapparselo dalle radici, con gli occhi pieni di lacrime per il dolore lancinante. «Adesso c'è mia figlia. Chi altro potrebbe esserci?»

«Tua figlia? Andate in bagno una dopo l'altra? per qualcosa che avete mangiato, eh? Chiedile di uscire allora. Non vogliamo fare del male a degli innocenti, zietta-ji» disse l'uomo tranquillo.

«Sì, adesso vado, ma se sta facendo il bagno potrebbe metterci un paio di minuti.»

«Chi è che fa il bagno così tardi al mattino?» si informò uno degli uomini.

«Noi povera gente dobbiamo fare il bagno quando c'è acqua nei rubinetti» disse Shanti con coraggio. «Alle sei, alle dieci, chi lo sa? così che funziona in questa parte del mondo! Ma le dico di sbrigarsi. Potete aspettare di fuori.»

«Oh no, zietta-ji, fuori fa freddo. Aspettiamo qui, e tu puoi prepararci del tè mentre la tua affascinante figlia fa il bagno» disse l'uomo tranquillo.

Pappu sentì Shanti avvicinarsi alla porta del bagno e gridare: «Figlia, questi signori vogliono assicurarsi che non ci siano uomini lì dentro. Finisci in fretta il bagno ed esci vestita in modo conveniente.»

Il pavimento del bagno era ricoperto di capelli. Pappu non sapeva che fare. Travestirsi da donna? Guardò nello specchio il viso con la mascella squadrata, rasato a metà, ispido e sanguinante laddove il rasoio aveva tagliato la pelle, gonfio dove aveva cercato di strappare i peli, e lo scempio perpetrato ai lunghi capelli, tagliati in modo irregolare. E ci rinunciò. Era inutile, l'avrebbero catturato in ogni caso. Non ci sarebbe stato nessun miracolo per lui, oggi, ora lo sapeva. Con mano ferma finì di radersi la faccia, cercando di non pensare al sacrilegio che stava commettendo. Poi raccolse i capelli rimasti in una coda di cavallo. Spinse in un angolo la sporcizia sul pavimento e uscì dal bagno.

Quando comparve lo accolse il silenzio, seguito da uno scoppio di risa. «Arrey, zietta-ji, guarda cosa ha fatto quel bagno a tua figlia! Si è trasformata in un uomo! Là dentro c'è un demone che fa incantesimi?»

Mentre ridevano, trascinarono fuori Pappu nel vicolo silenzioso. Uno degli uomini lo immobilizzò con il copertone di un'auto, bloccandogli le braccia ai fianchi, gli versò addosso del cherosene, accese un fiammifero e gli diede fuoco.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 371

Leela prese la grande borsa di stoffa che Arjun le aveva regalato per il viaggio. All'interno erano sistemati molti sacchetti a chiusura ermetica con idli, paratha, tramezzini con pomodoro. Tutti sapevano che il cibo sull'aereo era pessimo. Niente spezie, nessun sapore, solo un terribile odore di cose congelate. Si sistemò le pieghe del sari di seta verde scuro in modo che ricadessero perfettamente sulle eleganti pantofole verdi e dorate che le aveva comprato Balu a un prezzo ridicolo in Main Street.

«Va bene, parto e torno, eh?» Parto e torno. Il saluto tradizionale, un addio e una promessa di ritorno. Perché il viaggio si compie solo al ritorno, solo quando è stato tracciato un cerchio, solo quando ci si ritrova dinanzi alle persone lasciate. Parto e torno.

Davanti a lei l'uomo che era riuscito a spedire i suoi bagagli direttamente in India attraversava il terminal a passo spedito e sicuro di sé. Certa gente, pensò Leela indignata, certa gente ha proprio tutte le fortune. Accelerò il passo per raggiungerlo e lanciargli un'occhiataccia, ma lui camminava più velocemente e ben presto si perse tra la folla di persone dirette ai controlli di sicurezza.

L'attesa a Toronto fu più lunga del previsto. C'era un problema con uno dei motori. Leela fece amicizia con due ragazze adolescenti che ritornavano dai loro nonni per le vacanze estive e trascorse un paio di ore piacevoli a parlare con loro, non accorgendosi del ritardo quasi fino al momento di imbarcarsi sull'aereo Air India per Delhi.

Si sistemò nel velivolo ronzante, stipato di persone, appoggiò la testa al sedile e pensò: Torno a casa. Un dubbio s'insinuò spontaneamente nella mente. Dov'era precisamente casa sua? Alle sue spalle, a Vancouver, oppure in India, dove si stava dirigendo? Aveva dimenticato, aveva perso i punti di riferimento. Questa è la casa che costruì Rama Shastri. E questo è il pozzo nella casa che costruì Rama.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 385

Nota storica



La storia del Punjab, che fa da sfondo a questo romanzo, è lunga e complessa. Le seguenti note, che ne rappresentano una breve sintesi, potrebbero essere d'aiuto ai lettori per comprendere la trama.

Il Punjab, situato a nord-ovest dell'India, è bagnato da quattro fiumi, che lo rendono una delle regioni più fertili e prospere del paese. Dal VII secolo circa, però, a causa della sua posizione strategica per entrare in India, il suo destino è stato quello di diventare un campo di battaglia fra gli invasori stranieri, che vi facevano irruzione attraverso i passi montagnosi dell'Afghanistan, e i sovrani locali.

Durante il XV secolo, un periodo particolarmente violento per il Punjab, guru Nanak Dev fondò la religione sikh, che fu sviluppata dai nove guru che gli succedettero nei due secoli seguenti, caratterizzati da turbolenze politiche. Fu il decimo e ultimo guru, Gobind Singh, a configurare il sikhismo come lo conosciamo oggi, con il battesimo ufficiale di cinque uomini che sarebbero poi diventati il nucleo di una comunità egualitaria e senza vincoli di casta.

Questa comunità assunse il nome di Khalsa, ovvero "i puri". Gli uomini che venivano battezzati rinunciavano ai loro nomi per assumere il cognome Singh, ovvero "leone", che simboleggiava la loro volontà di combattere coraggiosamente tutte le ingiustizie. Le donne venivano chiamate Kaur, "principessa" o "leonessa". Cinque segni distinguevano gli uomini battezzati: i capelli lunghi e la barba incolta, un pettine per la cura dei capelli, pantaloni corti al ginocchio, un braccialetto d'acciaio al polso destro, e un kirpan o spada alla cintola. L'insieme di questi cinque segni simboleggiava il soldato-santo che avrebbe maneggiato armi solo per una giusta causa.

Fin dall'inizio del XVIII secolo il Punjab fu un puzzle variegato di piccoli regni costantemente in guerra gli uni contro gli altri o contro potenze più grandi come i marathi, i rajputani, i mongoli e gli inglesi. In seguito, nel 1801, un giovane ambizioso, Ranjit Singh, conquistò i regni frammentati e li unificò per creare un'unica nazione, favorendo così, per la prima volta, una coscienza dell'identità punjabi che abbracciava allo stesso modo indù, musulmani e sikh. Per circa tre decenni continuò a espandere il suo regno, trasformandolo in uno dei più potenti in Asia. Dopo la sua morte, nel 1839, il regno cominciò tuttavia a disgregarsi, nuovamente preda delle fazioni belligeranti. Arrivarono gli inglesi, che a quei tempi erano assai radicati in India politicamente e commercialmente e che dietro la facciata di neutralità avevano a lungo coltivato piani per assumere il controllo della ricca e ambita regione del Punjab, per via della sua ottima posizione strategica.

Durante il secolo successivo la regione si ritrovò in una condizione di continuo fermento, fino al 1947, quando gli inglesi abbandonarono finalmente l'India, tracciando arbitrariamente una linea attraverso il paese per creare due nuove nazioni - l'India, a maggioranza indù, e il Pakistan, con una popolazione in gran parte musulmana. Il Punjab fu diviso in due piccole parti e la metà occidentale fu ceduta al Pakistan. Questa divisione, e la grande migrazione che ne seguì, causò un'imponente perdita di vite, di territorio atavico, di storia e di memorie e creò ferite e risentimenti che covarono e crebbero fino all'inizio degli anni ottanta quando, a causa delle diversità di posizione tra il governo indiano e quello sikh sui diritti territoriali e relativi all'acqua, il Punjab si trasformò da granaio del paese in un frammentato campo di battaglia. Tra il 1983 e il 1993 gli atti di brutalità e di terrorismo - perpetrati sia dal governo indiano sia da gruppi di militanti che chiedevano una patria indipendente per i sikh - furono all'ordine del giorno.

La violenza si intensificò fino al giugno del 1984, quando Indirà Gandhi, allora primo ministro dell'India, ordinò alle truppe dell'esercito di entrare nel Tempio d'Oro, il più sacro dei templi sikh, nel tentativo di sbarazzarsi dei gruppi di militanti armati che si erano asserragliati nel complesso di edifici che circondavano il santuario. Nella battaglia che si scatenò il tempio restò danneggiato e furono uccisi molti militanti e soldati e parecchie centinaia di pellegrini (più di duemila, secondo alcune stime).

La rabbia generata dall'invasione del tempio sfociò nell'assassinio di Indirà Gandhi, perpetrato da due sue guardie del corpo sikh nell'ottobre del 1984. Ciò a sua volta causò una vendetta sistematica con uccisioni di sikh innocenti in tutta l'India; nella sola Delhi ne vennero uccisi migliaia. Dopo ventidue anni e nove commissioni di inchiesta, solo uno dei responsabili è stato consegnato alla giustizia, anche se ne sono stati individuati molti altri.

Un anno dopo l'invasione del Tempio d'Oro, nel giugno del 1985, il volo 182 dell'Air India, in viaggio dal Canada all'India via Londra, esplose sull'Oceano Atlantico al largo delle coste irlandesi, provocando la morte di tutti i 329 passeggeri. Quindici anni dopo, nel settembre del 2000, due sikh canadesi vennero infine accusati di avere collocato la bomba. Entrambi furono assolti nel marzo del 2005 per insufficienza di prove.

La violenza nel Punjab si interruppe improvvisamente nel 1995, ma la tragica catena di eventi che distrusse molte vite innocenti continua ancor oggi a essere scolpita nella memoria.

Anche se tutti questi noti eventi storici formano lo sfondo del mio lavoro, vorrei sottolineare che il mio è un romanzo di invenzione e che tutti i personaggi e le loro azioni, i loro pensieri e i loro sentimenti sono del tutto fittizi e non intendono rappresentare o ritrarre alcun personaggio reale.

| << |  <  |