Copertina
Autore J.A. Baker
Titolo Il falco pellegrino
EdizioneMuzzio, Roma, 2006 [1995], Nature 16 , pag. 206, cop.fle., dim. 14x21x1,5 cm , Isbn 978-88-7413-138-9
OriginaleThe Peregrine [1967]
PrefazioneAntonio Canu
TraduttoreVincenzo Mantovani
LettoreElisabetta Cavalli, 2007
Classe natura , ecologia
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


Prefazione di Antonio Canu       9

Gli inizi                       13

Falchi pellegrini               21

Vita da cacciatore              39


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 13

Gli inizi


A est della mia casa, la lunga catena montuosa grava sull'orizzonte come lo scafo schiacciato di un sottomarino. Sopra, il cielo orientale brilla dei riflessi di acque lontane, e c'è una sensazione di vele oltre la terra. Gli alberi della collina s'ammassano in una foresta di guglie nere, ma quando mi dirigo verso di loro s'aprono lentamente, a ventaglio, il cielo sprofonda tra l'una e l'altra, e sono querce e olmi solitari, ciascuno col suo vasto territorio d'ombra invernale. La calma, la solitudine degli orizzonti m'attira verso di loro, per superarli e passare ad altri. Margottano la memoria come le propaggini di una pianta.

[...]

Quello fu il mio primo pellegrino. Ne ho visti molti, da allora, ma nessuno l'ha mai superato in velocità e in ardore. Per dieci anni ho passato tutti gli inverni cercando quell'inquieto fulgore, la passione improvvisa e la violenza che i pellegrini fanno sbocciare nel cielo. Per dieci anni ho cercato, lassù, quell'àncora che morde le nubi, quella balestra scagliata nell'aria. L'occhio diventa insaziabile di falchi. Scatta verso di loro con estatico furore, proprio come l'occhio del falco rotea e si dilata davanti alle sagome allettanti dei gabbiani e dei piccioni.

Per essere riconosciuto e accettato da un falco pellegrino devi portare la stessa roba, viaggiare per la stessa strada, compiere le tue azioni nello stesso ordine. Come tutti gli uccelli, teme l'imprevedibile. Entra ed esci dagli stessi campi ogni giorno alla stessa ora, placa la sua ferocia con un rituale di gesti invariabile come il suo. Vela la torva espressione degli occhi, maschera il pallido tremore delle mani, ripara il viso, duro e specchiante, assumi l'immobilità di un albero. Nulla teme, il falco pellegrino, di ciò che riesce a scorgere con chiarezza e da lontano. Avvicinalo in aperta campagna con moto regolare e risoluto. Che la tua forma s'ingrandisca senza mutare contorno. Non nasconderti mai, se l'occultamento non è completo. Sii solo. Evita la furtiva stranezza dell'uomo, fuggi gli occhi ostili delle fattorie. Impara ad aver paura. Avere la stessa paura è il legame più forte di tutti. Il cacciatore diventi la cosa che caccia. Quel che è, lo è oggi, e deve avere la vibrante intensità di una freccia che si pianta in un albero. Ieri è vago e monocromo. Una settimana fa non eri nato. Insisti, continua, segui, osserva.

La caccia al falco aguzza la vista. Dilagando dietro l'uccello in movimento, la terra fugge via dall'occhio in delta di colori laceranti. L'occhio angolato frusta le scorie superficiali come l'ascia inclinata incide un albero fino al cuore. Un acuto senso dello spazio si sviluppa come un altro membro. La direzione ha colore e significato. Il sud è un posto sbarrato e luminoso, opaco e soffocante; l'ovest è un infittirsi della terra in alberi, un ammassarsi, il gran fianco carnoso dell'Inghilterra, l'anca celestiale; il nord è aperto, squallido, una strada verso il nulla; l'est è un'accelerazione nel cielo, un accenno di luce una tempestosa subitaneità di mare. Il tempo è misurato da un orologio di sangue. Quando si è attivi, vicini al falco, all'inseguimento, il polso accelera, il tempo passa più in fretta; quando si è immobili, in attesa, il polso si acquieta, il tempo rallenta. Sempre, quando si dà la caccia al falco, si ha l'opprimente sensazione che il tempo si contragga verso l'interno come una molla sotto pressione. Si odia il moto del sole, la continua alterazione della luce, l'aumento della fame, l'irritante metronomo del battito cardiaco. Quando si dice "le dieci" o "le tre", questo non è il tempo, grigio e contratto, delle città; è il ricordo di una certa fulminazione o declinazione della luce unica quel giorno per quell'ora e quel posto, un ricordo, per il cacciatore, vivido come un lampo di magnesio. Appena esce di casa il cacciatore di falchi sa la direzione del vento, sente il peso dell'aria. Lontano, alle sue spalle, par che veda il giorno del falco procedere con regolarità verso la luce del loro primo incontro. Il tempo e la stagione tengono falco e osservatore tra i loro due poli rotanti. Quando il falco è scoperto, il cacciatore può ripensare con amore al tedio e all'infelicità della ricerca e dell'attesa che ha dovuto sopportare. Tutto è trasfigurato, come se le colonne infrante di un tempio in rovina avessero improvvisamente ritrovato l'antico splendore.

Mi proverò a chiarire l'aspetto sanguinoso della caccia. Troppo spesso s'è voluto sorvolare su questo punto da parte di coloro che difendono i falchi. L'uomo che mangia carne non è affatto superiore. così facile amare i morti. Troppo s'è abusato della parola "rapace". Tutti gli uccelli, in una fase della loro vita, mangiano carne viva. Si pensi al tordo, col suo occhio freddo, quell'agile carnivoro dei prati, accoltellatore di vermi, micidiale schiacciatore di lumache. Non dovremmo fare del sentimentalismo sul suo canto, e scordare le prede che lo sostentano.

Nel mio diario di un inverno ho cercato di mantenere un'unità, collegando l'uccello, l'osservatore e il posto che entrambi li contiene. Tutto ciò che descrivo ha avuto luogo mentre l'osservavo io, ma non credo che basti osservare imparzialmente. Anche i sentimenti e la condotta dell'osservatore sono fatti, e vanno fedelmente riportati.

Per dieci anni ho seguito il pellegrino. Ne ero posseduto. Per me era un Graal. Ora se n'è andato. La lunga ricerca è finita. Restano pochi falchi pellegrini, saranno sempre meno, forse non sopravvivranno. Molti muoiono rovesciati sul dorso, artigliando follemente il cielo nelle ultime convulsioni, bruciati e inariditi dal polline sordido e insidioso dei prodotti chimici usati in agricoltura. Prima che sia troppo tardi, ho cercato di richiamare alla memoria la straordinaria bellezza di quest'uccello e di abbozzare un ritratto della splendida terra in cui viveva, una terra, per me, prodiga e gloriosa come l'Africa. un mondo che muore, come Marte, ma che irradia ancora il suo fulgore.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 21

Falchi pellegrini


La cosa più difficile di tutte è vedere quel che c'è in realtà. I libri sugli uccelli contengono illustrazioni del falco pellegrino, il testo è ricco di notizie. Grande e isolato nello scintillante candore della pagina, il falco risponde al tuo sguardo, audace, statuario, vivamente colorato. Ma, quando hai chiuso il libro, quell'uccello non lo vedrai mai più. Paragonata all'immagine statica e vicina, la realtà sembrerà scialba e deludente. L'uccello vivo non sarà mai così grande, così lustro e splendente. Sarà immerso nel paesaggio, e sempre più lontano, sempre in procinto d'essere perduto. Le illustrazioni sono statue di cera accanto all'appassionata mobilità dell'uccello vivo.

I pellegrini femmina, noti col nome di falconi, sono lunghi da quarantadue a cinquanta centimetri: la lunghezza, all'incirca, del braccio di un uomo dal gomito alla punta delle dita. I maschi, o terzuoli, sono otto o dieci centimetri più corti: da trentacinque a quaranta centimetri. Anche il peso varia: quello dei falconi da ottocento a millecento grammi, dei terzuoli da seicento a ottocento grammi. Tutto varia, nei pellegrini: colore, dimensioni, peso, personalità, stile: tutto.

Gli adulti sono azzurri, azzurro-neri o grigi nella parte di sopra; biancastri sotto, barrati trasversalmente di grigio. Durante il loro primo anno di vita, e spesso anche per gran parte del secondo, gli esemplari più giovani sono marrone sopra e color camoscio sotto: striato verticalmente di marrone. Questo marrone va dal rosso volpino al seppia; il camoscio dal crema chiaro al giallo chiaro. I pellegrini nascono tra aprile e giugno. Non cominciano a mutare le penne giovanili fino al marzo seguente; molti cominciano solo quando hanno più di un anno. Alcuni mantengono il piumaggio marrone per tutta la durata del secondo inverno, anche se di solito cominciano a mostrare qualche penna adulta da gennaio in poi. Perché la muta sia completa possono intercorrere anche sei mesi. Il caldo l'affretta, il freddo la ritarda. I pellegrini non figliano prima dei due anni, ma uccelli di un anno possono scegliersi un nido e difendere un territorio.

Il pellegrino è atto all'inseguimento e all'uccisione di uccelli in volo. La sua forma è aerodinamica. La testa arrotondata e il largo petto si assottigliano progressivamente fino alla stretta coda cuneiforme. Le ali sono lunghe e appuntite: le penne maestre lunghe ed esili per la velocità, le remiganti secondarie lunghe e larghe per aiutarlo a sollevare e trasportare le prede pesanti. Il becco adunco può strappare la carne dalle ossa. Ha un dente sulla mandibola superiore, che entra in una tacca di quella inferiore. Questo dente può essere inserito tra le vertebre cervicali di un uccello in modo che, premendo e torcendo, il pellegrino riesce a spezzare il midollo spinale. Le zampe sono grosse e muscolose, le dita dei piedi lunghe e robuste. Le dita dei piedi hanno, nella parte inferiore, dei cuscinetti pieni di protuberanze che servono a rendere più salda la presa. Il dito posteriore, quello che serve a uccidere gli uccelli, è il più lungo dei quattro, e può essere usato separatamente per colpire la preda a terra. I grossi muscoli pettorali danno forza e resistenza nel volo. Il piumaggio scuro intorno agli occhi assorbe la luce e riduce il riverbero. Il contrastante motivo facciale bianco e marrone può anche avere l'effetto di spaventare la preda facendole spiccare bruscamente il volo. Mimetizza, fino a un certo punto, anche i grandi occhi che riflettono la luce.

[...]

I pellegrini fanno il bagno tutti i giorni. Preferiscono l'acqua corrente, profonda dai quindici ai venti centimetri; una profondità inferiore ai cinque centimetri o superiore ai trenta è per loro inaccettabile. Il letto del ruscello dev'essere sassoso e compatto, con una pendenza leggera e graduale dalla sponda verso il centro della corrente. I pellegrini accordano il loro favore a quei posti dove il colore del letto del torrente somiglia al colore del loro piumaggio. Amano nascondersi dietro sponde ripide o sotto cespugli spioventi. I ruscelli poco profondi, i torrenti o i fossati abbastanza profondi sono preferiti ai fiumi. Di rado si ricorre all'acqua salata. A volte la scelta cade su canali foderati di cemento, ma solo se il cemento ha ormai perduto il colore. I guadi poco profondi, dove i sentieri venati di bruno scompaiono sotto le acque precipitose di un ruscello, sono i loro posti preferiti. Per sapere se l'uomo si avvicina, fanno assegnamento sul loro udito, straordinariamente sensibile, e sulle grida d'allarme degli altri uccelli. La ricerca di un posto adatto per fare il bagno è una delle principali attività quotidiane del pellegrino, e le zone dedicate alla caccia e al riposo vengono scelte in relazione a questa ricerca. Fanno il bagno sovente per liberarsi dei propri parassiti e di quelli che possono essere passati su di loro dalla preda che hanno ucciso. poco probabile che questi nuovi parassiti abbiano vita lunga, una volta lasciata la specie ospite naturale, ma costituiscono un motivo d'irritazione supplementare al quale il falco è quanto mai sensibile. Se non si controlla con bagni regolari il numero dei parassiti che infestano le penne del falco, può verificarsi un rapido deterioramento della salute; circostanza pericolosa per un uccello giovane che sta ancora imparando a cacciare e uccidere la preda.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 59

20 ottobre

Il pellegrino volteggiava sui prati lungo il fiume, grande e lucente entro nere spirali di storni, contro il forte vento di mezzodì e il fresco del sole mattutino. salito girando in cerchio, poi ha eseguito una languida picchiata, roteando su se stesso mentre cadeva, gli artigli dorati lampeggianti al sole. precipitato a capofitto, avvitandosi come una pavoncella, disperdendo gli storni. Cinque minuti dopo è tornato a levarsi nell'aria, girando in cerchio, planando, salendo verso la parte più luminosa del cielo, come un pesce che fende, obliquamente, la tiepida azzurrità dell'acqua, lontano dalle reti cadenti degli storni.

A trecento metri d'altezza s'è fermato e ha cominciato a farsi portare dal vento, abbassando lo sguardo ai piccoli campi verdi sotto di lui. Il corpo splendeva fulvo e dorato dal sole, chiazzato di bruno come le scaglie d'una trota. La parte inferiore delle ali era argentea; le remiganti secondarie erano ombreggiate da un motivo a ferro di cavallo di righe nerastre, che tracciava una curva verso l'interno dall'articolazione radiocarpica all'attacco delle ascelle. Dondolava e scarrocciava come un'imbarcazione all'àncora, poi è salpato lentamente verso il quadrante settentrionale del cielo. Ha allungato i suoi cerchi in ellissi e, guadagnando rapidamente quota, s'è fatto sempre più piccino. Uno stuolo di pavoncelle s'è alzato sotto di lui, virando, ondeggiando, disperdendosi. Lui ha picchiato in mezzo a loro, ruotando su se stesso in spirali tigrine. Una luce dorata sprizzava dagli artigli mulinanti. Era un tuffo splendido, ma dimostrativo, e non credo che abbia fatto centro.

Il fiume mandava un azzurro scintillio, tra campi verdi e tane, mentre seguivo il falco lungo il versante della collina. All'una è arrivato veloce dal nord, dove i gabbiani seguivano l'aratro. S'è posato su un palo, acceso e sfrenato nei movimenti, col vento impetuoso che gli arruffava il lungo vello di piume sul petto, increspato di giallo come grano maturo. Ha indugiato un momento e poi s'è buttato avanti, volando basso su un campo di cavoli, facendone alzare i colombacci. Ha ripreso quota e s'è tuffato su uno di essi, allungando la zampa come un astore. Ma era solo una finta, un colpo a vuoto che ha fallito il bersaglio di parecchi metri. Ha continuato a volare senza soste, tenendosi basso, la groppa risplendente sotto un sole d'un colore caldo tra il mogano e il marocchino, quello dell'argilla coperta da una fitta ruggine d'ossido di ferro.

Uscendo dal campo, ha fatto una virata, controvento, ed è sceso sopra il fiume, stagliandosi sullo sfondo del sole. Le ali erano mollemente sospese nella planata, le spalle cascanti; pareva che aggettassero dalla parte di mezzo del corpo, più simile nella forma a quello d'un piviere dorato che d'un pellegrino. In genere le spalle sono così ingobbite, e così puntate in avanti, che non è mai visibile la lunghezza del corpo e del collo dalle ali in su.

Di là dal fiume s'è involato verso levante, e non l'ho più visto. Centinaia di corvi e gabbiani sono scaturiti dall'orizzonte, girando in cerchio e lasciandosi portare dal vento, diradandosi e tornando a sprofondare, messi in fuga dal falco durante il suo viaggio verso la costa.

Giù, accanto al ruscello, ho visto il mio primo beccaccino dell'autunno, e mi sono avvicinato a una pernice. Il motivo marrone a ferro di cavallo che aveva sul petto sembrava spiccare in rilievo, affilato dai raggi del sole. Alle due e mezzo il pellegrino è passato sopra gli alberi, inseguito da un corvo. Del corvo aveva quasi le stesse dimensioni; il petto era più largo e più bariliforme di quello del terzuolo, le ali più ampie e meno appuntite. Descriveva rapidi cerchi, schivando il corvo, e cominciava a salire. Ha continuato a volare verso oriente, a grandissima altezza, muovendosi attraverso il cielo della collina, bruno-dorato e pieno di nuvole che sembravano foglie, e fuori, nella torreggiante nube di luce sospesa sull'acqua lontana.

| << |  <  |