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| << | < | > | >> |Pagina 3 [ inizio libro ]La Costa d'Oro- C'è l'oro, Wayne, polvere d'oro dappertutto! Svegliati! Le strade d'America sono tutte pavimentate d'oro! In seguito, quando attraccarono l'Apollo al molo abbandonato della Cunard, nella parte più bassa di Manhattan, Wayne ricordò, con rinnovato divertimento, l'eccitazione di McNair. Il giovane capotecnico, testardo ma solitamente timido, gesticolava scompostamente e la barba risplendeva come una lanterna accesa. - Wayne, questo è quello che abbiamo sempre sognato! Guardalo almeno una volta: anche se c'è il rischio d'esserne abbagliati! Per poco McNair non scaraventò Wayne giù dall'amaca. Sostenendosi contro il soffitto di metallo, Wayne osservò la barba di fiamma del capotecnico. Nell'ambiente entrava una bizzarra luce color rame che lo circondava ricoprendolo di tappeti d'oro, quasi fossero entrati nell'occhio di un ciclone radioattivo. - Aspetta, McNair. Parla un attimo con il dottor Ricci. Forse tu... Ma McNair se n'era già andato per dare la notizia a tutta la nave. Wayne lo senti parlare forte ai due stupefatti fuochisti, in caldaia. Quel pomeriggio, mentre stava dormendo - era smontato dal lungo quarto di notte alle otto di mattina - l'Apollo aveva gettato le ancore mezzo miglio al largo di Brooklyn, probabilmente per permettere al professor Summers e agli scienziati della spedizione di analizzare l'atmosfera. Ora la nave era pronta a ripartire e ad entrare nel porto di New York. Il primo sbarco da quando avevano lasciato Plymouth. Gli argani stridevano e scricchiolavano, la catena dell'ancora grattava contro le piastre rugginose della prua. Wayne scese dall'amaca e si vesti in fretta, guardandosi di sfuggita nello specchio crepato appeso alla porta. Vide una faccia dorata dagli occhi stupiti sotto una gran massa di capelli biondi: una faccia da angelo timido. Quando sali sul ponte una nube di particelle fuligginose uscì dalla ciminiera, ricoprendo la vela di trinchetto di centinaia di lucciole. Equipaggio e passeggeri si accalcavano alla battagliola, impazienti, mentre le antiche macchine dell'Apollo, molto provate dalla traversata dell'Atlantico durata sette settimane, faticavano contro l'acqua torpida sottocosta. Prendendosela con se stesso - tremava già d'eccitazione come un bambino - Wayne guardò verso la terraferma. Un'immensa coltre d'oro ricopriva la costa di Brooklyn, riflessa dai moli e dai magazzini silenziosi. Il sole pomeridiano risplendeva sopra le vie deserte di Manhattan, e la sua luce si aggiungeva a quella della coltre risplendente. Per un attimo Wayne pensò che le strade e i cavalcavia silenziosi si fossero ricoperti dei tesori più rari proprio in occasione della sua visita.
Dietro l'Apollo si stendeva il gran ponte sospeso
dedicato a Giovanni da Verrazzano.
Una vista familiare per Wayne, che aveva osservato a lungo
le antiche diapositive conservate nella biblioteca della
Società Geografica di Dublino. Le aveva guardate per ore
quelle fotografie - e anche migliaia d'altre immagini
americane - ma le dimensioni imponenti e la forma enigmatica
del ponte lo trovarono impreparato. Chissà come, il ponte
aveva trovato modo di ingigantirsi, nel corso del secolo
in cui nessuno l'aveva guardato. Molti cavi verticali erano
rotti, e la grande struttura color rame, rugginosa e
verdastra, sembrava un'arpa abbandonata che avesse suonato
per l'ultima volta per un mare indifferente.
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