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| << | < | > | >> |Pagina 9La prima persona che incontrai a Eden-Olympia fu uno psichiatra, e forse il fatto che sia stato proprio uno specialista in malattie mentali a farmi da guida in questa "città intelligente" sulle colline sopra Cannes non fu affatto un caso. Adesso mi rendo conto che sui palazzi di uffici dei parco tecnologico incombeva una specie di follia, come uno stato di guerra non dichiarata. Certo è che per la maggior parte di noi il dottor Wilder Penrose si rivelò un amabile Prospero, lo psicopompo capace di portare i nostri sogni più tenebrosi alla luce del giorno. Ricordo il suo sorriso entusiasta quando ci salutammo, e gli occhi sfuggenti che mi indussero a diffidare della sua mano tesa. Solo quando imparai finalmente ad apprezzare quest'uomo labile e pericoloso riuscii a pensare di ucciderlo. Invece di imbarcarci su un volo da Londra a Nizza, un viaggio rapido come uno di quei pasti aerei serviti su un vassoio di plastica, Jane e io avevamo deciso di raggiungere la Costa Azzurra in macchina, e di concederci qualche giorno di libertà prima di farci assorbire da Eden-Olympia e dal rigoroso stile di vita dell'ambiente aziendale europeo. Jane aveva ancora molti dubbi sull'incarico che per sei mesi l'avrebbe destinata alla clinica privata del parco tecnologico. Il suo predecessore, un giovane medico inglese che si chiamava David Greenwood, era morto in circostanze tragiche e non ancora chiarite, dopo essersi messo a scorrazzare qua e là con un fucile in preda a un raptus omicida. Jane aveva conosciuto Greenwood per caso quando lavoravano entrambi al Guy's Hospital, e a me capitava spesso di pensare a quel medico attraente con l'aria da ragazzino, cui bastava un sorriso per conquistare un intero reparto femminile. Appena la Jaguar era scesa dal traghetto che attraversa la Manica e le gomme avevano cominciato a girare sull'acciottolato francese a Boulogne, avevamo trovato reminiscenze di Greenwood ad attenderci ovunque. In una tabaccheria, dove era entrata per procurarsi un pacchetto di Gitanes - durante i mesi trascorsi all'ospedale erano state le sigarette, proibitissíme, a mantenere la sanità mentale di entrambi - Jane aveva comprato una copia del "Paris-Match" con la faccia di Greenwood in copertina, sotto un titolo che si riferiva al mistero irrisolto. Mentre era seduta sul cofano della Jaguar, sola e intenta a fissare le vivide fotografie delle vittime dell'eccidio e le mappe che cercavano di tracciare il percorso del massacro, mi resi conto che una deviazione di qualche chilometro prima di raggiungere Eden-Olympia non avrebbe potuto che giovare alla mia giovane moglie, una ragazza coraggiosa ma insicura. E così, anziché surriscaldare il motore della vecchia Jaguar oltre che l'immaginazíone di Jane, decisi di evitare l'Autoroute du Soleil e di prendere invece la RN7. All'altezza di Parigi seguimmo per un po' la Périphérique, poi, dopo aver lasciato la tangenziale, ci fermammo nel bosco vicino a Fontainebleau e passammo la prima notte in un albergo vetusto, elencandoci a vicenda, una dopo l'altra, le attrattive di Eden-Olympia e cercando di non notare il vecchio fucile da caccia sopra il caminetto della sala da pranzo. Il giorno dopo attraversammo la "linea degli olivi", divorando chilometri e chilometri accompagnati dal frinire delle cicale, gli stessi che avevano percorso mia madre e mio padre quando mi avevano portato per la prima volta sul Mediterraneo da ragazzo. Con mia sorpresa, molti punti di riferimento di allora erano ancora lì, i ristoranti familiari e le librerie colte, i campi d'aviazione per velivoli leggeri e gli aerei sparsi qua e là, che per la prima volta avevano acceso in me la voglia di diventare pilota. Non smettevo un momento di parlare, nel tentativo di distrarre Jane. Durante i pochi mesi del nostro matrimonio avevo raccontato ben poco di me alla mia moglie-medico, e quel viaggio in macchina finì per diventare una sorta di autobiografia ambulante che ripercorreva la mia vita passata, assieme a tutti quei chilometri di polvere, insetti e sole. I miei genitori erano morti ormai da vent'anni, ma volevo lo stesso che Jane li conoscesse, mio padre, un avvocato distrettuale donnaiolo e beone, e mia madre, una donna malinconica e sognatrice, sempre impegnata a riprendersi dall'ennesima relazione disastrosa. | << | < | > | >> |Pagina 94"Vediamo un po' se indovino." Bevvi il vino che rimaneva e appoggiai il bicchiere vuoto di fronte a Penrose, chiedendomi quanto ci avrebbe messo a rovesciarlo di nuovo. "I personaggi non si incontrano mai, tranne in ufficio. Nessun dramma e nessun conflitto. Non ci sono circoli ricreativi né scuole serali...""Non ne abbiamo bisogno. Non hanno nessun ruolo." "Nessuna opera pia, né feste in chiesa. E nemmeno gala di beneficenza." "Sono tutti ricchi. O almeno decisamente benestanti." "Niente polizia e nessun sistema legale." "Non ci sono né criminalità, né problemí sociali." "Nessuna responsabilità democratica. Nessuno che vada a votare. E dunque chi manda avanti la baracca?"
"Noi. Siamo noi a gestire tutto." Penrose aveva un tono
pacato, ed esponeva le sue unghie rosicchiate come cercasse
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