Copertina
Autore J. G. Ballard
Titolo Regno a venire
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2006, I Canguri , pag. 296, cop.fle., dim. 142x220x20 mm , Isbn 978-88-07-70180-1
OriginaleKingdom Come [2006]
TraduttoreFederica Aceto
LettoreAngela Razzini, 2006
Classe narrativa inglese
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Pagina 7

1.
LA CROCE DI SAN GIORGIO



I quartieri residenziali sognano la violenza. Addormentati nelle loro sonnacchiose villette, protetti dai benevoli centri commerciali, aspettano pazienti l'arrivo di incubi che li facciano risvegliare in un mondo più carico di passione...


Pie illusioni, mi dissi, mentre l'aeroporto di Heathrow rimpiccioliva nello specchietto retrovisore. Un atteggiamento a dir poco stupido, come l'inveterata abitudine, tipica di chi fa pubblicità, di assaggiare la confezione invece del prodotto. Ma era difficile accantonare quei pensieri. Mi spostai con la mia Jensen nella corsia per veicoli lenti della M4 e cominciai a leggere i segnali stradali che mi davano il benvenuto nelle cittadine alle porte di Londra. Ashford, Staines, Hillingdon: destinazioni impossibili che appaiono solo sulle mappe mentali di gente disperata che lavora nel mondo del commercio. Oltre Heathrow c'erano gli imperi del consumismo, e il mistero che mi aveva ossessionato fino al giorno in cui avevo lasciato per sempre la mia agenzia. Come si poteva risvegliare un popolo addormentato che possedeva tutto, che aveva comprato anche i sogni che si possono comprare con il denaro, sapendo di aver fatto un affare?

Sul cruscotto lampeggiava fastidioso il segnale della freccia a sinistra, un comando che ero certo di non aver azionato. Ma a cento metri c'era uno svincolo autostradale che in un certo senso sapevo mi stava aspettando. Rallentai e uscii dall'autostrada, immettendomi in un cunicolo con i bordi verdi che si ripiegava su se stesso. Passai accanto a un cartellone che mi invitava a visitare una nuova zona commerciale e un centro conferenze. Frenai di colpo, con l'idea di tornare in autostrada. Ma poi non lo feci. Meglio lasciare sempre che sia la strada a decidere...


Come molti di coloro che abitano nel centro di Londra, percepivo sempre un senso d'inquietudine quando mi allontanavo dalla città per avventurarmi nelle zone residenziali dell'hinterland. Anche se, in realtà, nel corso della mia carriera di pubblicitario avevo flirtato a lungo con l'idea di un'esistenza in un posticino tranquillo. Lontane dalla vita febbrile della metropoli, che mette a dura prova le sinapsi umane, le cittadine satellite che sonnecchiavano protette dalla M25 erano praticamente un'invenzione dell'industria pubblicitaria. O almeno così amavano pensare gli account executive come me. Avremmo potuto credere fino all'ultimo giorno della nostra vita che quei posti erano trasfigurati dai prodotti che vendevamo loro, da marchi e loghi che davano un senso alla loro esistenza.

Eppure, in qualche modo si ribellavano, diventavano eleganti e sicuri, il vero centro della nazione, tenendoci per sempre a distanza. Mentre osservavo il placido mare di tetti rossi, piacevoli giardinetti e cortili di scuole, provai un improvviso risentimento, la stessa fitta di dolore che ricordavo di aver avvertito quando mia moglie mi aveva dato un bacio affettuoso, facendo un timido cenno di saluto dalla soglia del nostro appartamento di Chelsea, e mi aveva lasciato. L'affetto a volte si rivela nei momenti più crudeli.

Ma la mia inquietudine aveva una ragione speciale: solo poche settimane prima, quei graziosi sobborghi si erano acquattati ringhiosi in attesa di sferrare l'attacco e uccidere mio padre.


Alle nove di quella mattina, due settimane dopo il funerale di mio padre, lasciai Londra per Brooklands, una cittadina tra Weybridge e Woking sviluppatasi negli anni trenta attorno a un circuito automobilistico. Mio padre aveva trascorso l'infanzia a Brooklands e, dopo una vita passata sugli aerei, il vecchio pilota di linea era tornato lì a fare il pensionato. Mi ero rivolto ai suoi legali, per vedere se l'esecuzione del testamento procedeva, per mettere in vendita il suo appartamento, ponendo così formalmente fine a una vita della quale non avevo mai fatto parte. Secondo quanto diceva l'avvocato Geoffrey Fairfax, dall'appartamento si poteva vedere il vecchio autodromo, un sogno di velocità che evidentemente ricordava al vecchio tutte le piste aeree che riempivano ancora i suoi pensieri. Quando misi via le sue uniformi e chiusi la porta, un'ultima barriera si alzò davanti all'ex pilota della British Airways, un padre assente che un tempo avevo adorato come un eroe, ma che non vedevo praticamente mai.

Quando avevo cinque anni, mio padre lasciò mia madre, una donna dalla volontà di ferro, ma con un carattere particolarmente difficile. Aveva fatto milioni di chilometri, atterrando in alcuni tra gli aeroporti più pericolosi del mondo, era sopravvissuto a due tentativi di dirottamento e alla fine era rimasto ucciso da una pallottola vagante in un centro commerciale di una cittadina alle porte di Londra. Quel giorno, un paziente in libera uscita da un ospedale psichiatrico era andato nel Metro-Centre di Brooklands e aveva sparato a caso tra la folla, all'ora di pranzo, uccidendo tre persone e ferendone quindici. Mio padre era stato stroncato da una singola pallottola. Un tipo di morte che uno si aspetterebbe a Manila, a Bogotà o a Los Angeles est, non in una cittadina inglese con tanto verde attorno. Purtroppo tutti i suoi parenti e gran parte dei suoi amici erano morti prima di lui. Mi occupai del funerale ed ebbi modo di dargli l'ultimo saluto.

Mentre l'autostrada si allontanava alle mie spalle, l'idea di girare la chiave nella toppa della porta di casa di mio padre mi appariva sul parabrezza come un visualizzatore head-up vagamente inquietante. Lì avrei trovato ancora molto di lui: il suo sudore sugli asciugamani e sui vestiti, il bucato nella cesta della biancheria, quel puzzo tipico dei vecchi bestseller sugli scaffali. Ma la sua presenza sarebbe stata inscindibile dalla mia assenza, quei vuoti che avrei trovato ovunque come cellule vacanti di un alveare, spazi che neanche suo figlio era stato in grado di riempire quando lui aveva abbandonato la famiglia per un universo fatto di cieli.

Quegli spazi erano anche dentro di me. Invece di trascinarmi in giro per Harvey Nichols con mia madre, o sorbirmi un'infinità di tè da Fortnum & Mason, sarei dovuto stare insieme a mio padre, a costruire il mio primo aquilone, a giocare a cricket in giardino, a imparare ad accendere un falò e ad andare sul dinghy. Avevo deciso di intraprendere una carriera nel mondo della pubblicità; una carriera che sarebbe stata brillante fino al giorno in cui commisi l'errore di sposare una collega, ritrovandomi così con una rivale che non avrei mai potuto sperare di battere.

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Cercando lenzuola e federe nello stanzino, notai la scrivania ad angolo dove c'era il computer. Le e-mail indirizzate a mio padre continuavano ad accumularsi, messaggi e calendari di incontri sportivi delle squadre per cui faceva il tifo. Diedi una scorsa ai dettagli riguardanti partite di hockey sul ghiaccio, pallacanestro e gare di tiro con l'arco. Mio padre seguiva un sacco di squadre e percorreva chilometri tra campi di hockey su ghiaccio, stadi di calcio e piste di atletica.

Ma i libri sullo scaffale vicino alla scrivania furono un'ulteriore sorpresa. Accanto all'annuario di un fabbricante di pistole, c'erano le biografie di Perón, Góring e Mussolini, una storia di Oswald Mosley e della British Union of Fascists. Tirai giù una guida illustrata di distintivi nazisti e uniformi da cerimonia del Terzo Reich. Quelle pesanti pagine di carta patinata erano consumate per quanto erano state sfogliate. Quasi mi sembrava di vedere mio padre seduto alla scrivania che girava le pagine e osservava le foto dei manganelli del Reichmarschall e dei soprabiti di pelle delle SS.

Ora nell'appartamento si era insinuato un odore più inquietante. Mi appoggiai allo schienale della poltrona e aprii il cassetto di metallo della scrivania. C'era tutta una serie di cianfrusaglie del Metro-Centre: tessere fedeltà gold e abbonamenti, inviti a circoli di consumatori e a eventi sportivi. Un fermacarte con sopra l'effigie di un bulldog teneva insieme una decina di bollettini del Metro-Centre pieni di fotografie di cene di club sportivi. Tutti gli invitati indossavano le loro brave magliettine con la croce di san Giorgio. Le squadre apparivano eleganti e disciplinate come unità paramilitari.

In molte foto di gruppo c'era anche David Cruise, il presentatore del canale via cavo del Metro-Centre, con quella sua faccia da attore, bello ma inespressivo, un'abbronzatura da spot pubblicitario e un sorriso senza traccia di umorismo. La mascella volitiva mi fece pensare a Werner von Braun in posa accanto a un missile Redstone in Arizona, con un passato nazista alle spalle e un futuro in attesa.

Mio padre un sostenitore del Fronte nazionale? In quell'appartamento avrei faticato a prendere sonno ancor più di quanto potessi aver immaginato all'inizio. Aprii la finestra cercando di disperdere quell'aura sgradevole e notai uno stendardo appeso al muro, dietro la porta. Era il simbolo di una squadra di calcio locale, i Brooklands Eagles. Sullo sfondo rosso campeggiavano due rapaci ricamati con filo dorato, con un cipiglio fiero e artigli ricurvi in modo quasi grottesco.

Gli interessi di mio padre lo avevano portato a sconfinare in scenari inquietanti. Quella modesta scrivania era quasi un piccolo altare neofascista. Mi fermai davanti agli indumenti ordinatamente piegati sull'asse da stiro. Presi una delle magliette, la spiegai e vidi la croce di san Giorgio, ormai familiare, e le aquile sulla spalla sinistra. Mi portai la maglia all'altezza del petto e immaginai mio padre con addosso quell'inquietante costume con le aquile urlanti: l'hooligan più anziano di Brooklands.

Mi guardai nello specchio a mezza figura che stava sopra il bollitore e la scatola di biscotti. La sciarpa piena di nappe appesa alle mie spalle. Mi sembrava di stare su un podio davanti a un pubblico festoso. Sembravo più aggressivo, non come uno di quei bulli da strada che avevano cacciato l'imam dalla sua moschea suburbana; ma in un senso più cerebrale, come gli avvocati, i dottori, gli architetti che si erano arruolati nei corpi speciali di Hitler. Per loro le divise nere e il teschio rappresentavano una forma di violenza mentale, mentre l'aggressività e la crudeltà erano parte di un codice radicale che negava il bene e il male in favore della patologia che decidevano di abbracciare. La moralità lasciava il posto alla volontà e la volontà alla follia.

Cercai di sorridere, ma sotto quella maglietta c'era un altro me stesso. La mia visione del mondo moderata, impostami da una madre nevrotica, aveva fatto spazio a qualcosa di molto meno solipsistico. Mi concentrai prima sugli occhi e la parte alta della fronte e poi mi guardai la bocca e le mascelle. I muscoli della mia faccia erano più pronunciati, come i lacci di un appetito più violento, una fame più consapevole...

Lanciai la maglietta nella cesta vuota della biancheria da lavare.


A che razza di gioco pericoloso stava giocando mio padre? Evidentemente anni di atterraggi in scalcagnati aeroporti del Terzo mondo provocavano nei piloti anziani una brutta forma di razzismo. Oppure era il volo stesso ad avere qualcosa di fascista? La morte non aveva posto fine alla sua vita, anzi, aveva aperto la porta a tanti possibili futuri. Era già diverso dall'uomo saggio e comprensivo che avevo immaginato. Che padre sarebbe mai stato? Pensai alla mia infanzia libera e tranquilla, quasi senza controllo da parte di una madre troppo distratta, e mi figurai al suo posto un regime di disciplina. La disciplina come mezzo per trasmettere amore?...

In quell'appartamento mancava l'aria, e io avevo bisogno di fare quattro passi in un parcheggio per schiarirmi le idee. Chiusi la porta d'ingresso e lasciai l'appartamento, ascoltando il rumore dei miei passi sulla ghiaia, una sorta di scivolo orizzontale dove nulla aveva un equilibrio stabile.

Ero al volante della Jensen, e aspettavo che la mia bussola mentale si riorizzontasse, quando nel parcheggio arrivò una Audi grigia che venne a fermarsi accanto a me. Ne uscì un uomo asiatico, alto, sulla quarantina, con un completo tutto spiegazzato. Lo osservai calpestare la ghiaia con le sue scarpe enormi, diretto verso il portone, e notai che aveva un giornale arrotolato nella mano destra. Lo agitava in aria, come un direttore d'orchestra che batteva il tempo. Le dimensioni del petto e delle spalle mi fecero pensare all'intruso che avevo messo al muro qualche giorno prima.

"Mi scusi, signore, può aspettare un secondo?..."

Lo raggiunsi nell'atrio del palazzo e lo trovai che cercava le chiavi del suo appartamento al piano terra. Entrai di corsa e lo feci trasalire. Le chiavi gli caddero sul pavimento di mattonelle. Nessuno dei miei vicini era passato a farmi le condoglianze, ma senz'altro quel tizio asiatico doveva avermi visto entrare e uscire, doveva aver capito chi ero.

Cercando di rassicurarlo mi presentai. "Salve, sono Richard Pearson, il figlio del capitano Pearson che è morto nell'attentato al Metro-Centre. Ricorda?"

"Ma certo. Le faccio le mie condoglianze." I suoi occhi studiarono velocemente il mio completo e la mia cravatta, entrambi grigi, e poi si fissarono sul portone, come se sospettasse che io potessi avere un complice appostato fuori. "Una cosa sconvolgente, anche per una città come Brooklands."

"Anche per una città come Brooklands?..." Mi chinai a raccogliere le chiavi e gliele porsi, e notai il giornale arrotolato e una fasciatura al polso destro. "Mi dica, signor... A proposito, come si chiama, scusi?"

"Kumar. Nihal Kumar. Abito qui da molti anni."

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11.
L'ARIA PESANTE DELLA NOTTE



Come qualsiasi cosa nella vita inglese in genere, niente a Brooklands era ciò che sembrava. Passai i tre giorni successivi nell'appartamento di mio padre, cercando di capire quella cittadina di provincia, apparentemente abitata da persone civili – una cittadina i cui notabili, avvocati importanti e il capo della polizia prendevano parte a una rivoluzione tascabile. Ero capitato per caso in quella messa in scena che stava prendendo forma attorno a me? Mio padre era stato uno dei cospiratori?

La rissa davanti allo stadio, orchestrata da Geoffrey Fairfax sotto gli occhi del sovrintendente di polizia, mi aveva sconvolto non poco. Dopo aver esagerato con il whisky del vecchio, osservai il parcheggio davanti alla casa di mio padre, sperando di vedere il signor Kumar e convincerlo che non stavo insieme a quelli che lo avevano aggredito. Nel parapiglia qualcuno mi aveva dato un pugno sulla fronte e sopra l'occhio sinistro avevo l'impronta di un anello con un sigillo a forma di stella. Guardai il mio viso riflesso nello specchio dell'ingresso e mi sembrò quasi di vederlo che si trasformava in quello tumefatto di Duncan Christie.

Tutto sommato, la mia prima esperienza con la politica di strada mi aveva fatto sentire come un attaccante di rugby fuori forma in mezzo a una mischia. Ma come aveva fatto mio padre a settantacinque anni a reggere tutta quella violenza e quel teppismo? La sera, guardando la televisione senza volume e con le tendine chiuse, sentivo i tifosi allo stadio che inneggiavano alle squadre del Metro-Centre. Le strade erano percorse da ambulanze con le sirene spiegate mentre le autopompe sferragliavano tra i quartieri degradati di Brooklands e la M25.

Le cittadine ai margini dell'autostrada erano sotto la coltre pesante della notte, molto più pesante della nebbiolina rosa del centro di Londra. Con la scusa di un calendario di eventi sportivi senza soluzione di continuità, stava avvenendo un'operazione di pulizia etnica con l'apparente connivenza delle forze dell'ordine. Ripensai al sergente Falconer che lampeggiava alla Range Rover di Fairfax. Servendosi delle squadre di tifosi con le loro divise patriottiche, prendevano d'assalto gli immigrati e li cacciavano con la forza dalle loro strade fatiscenti, per fare così posto a nuovi centri commerciali, porticcioli turistici e quartieri residenziali di lusso.

Ma non si trattava soltanto di un'espropriazione. Ogni sera c'erano partite di calcio, di rugby, gare di atletica, occasioni in cui le squadre del Metro-Centre si battevano contro quelle rivali delle altre città lungo l'autostrada. File di fari illuminavano la notte come le luci perimetrali di una colonia di campi di prigionia, un nuovo gulag in cui si scontava la pena con i lavori forzati dello shopping e dei soldi da spendere.

E quando finivano gli incontri sportivi la gente cominciava a tirare pugni sui tetti delle macchine, un incitamento tribale alla violenza. Le Audi, le Nissan e le Renault erano come moderni tamtam. Il giornale locale parlava di attacchi a un ostello per rifugiati, oppure di un take away incendiato i cui proprietari erano originari del Bangladesh, delle ferite riportate da un giovane kosovaro scaraventato oltre la recinzione di un complesso industriale. Gli addetti alla sicurezza del Metro-Centre – così finivano di solito gli articoli – erano riusciti a prevenire ulteriori violenze.

David Cruise sorrideva con aria furbetta agli ospiti del suo programma pomeridiano sul canale via cavo. Osservavo quell'attore di terza categoria – all'apparenza affascinante e simpatico – che stendeva una patina di vernice su terribili forme di violenza.

"...Adesso non vorrei prendere le difese del Metro-Centre, ma il consumismo è qualcosa di molto più complesso del semplice acquisto di merci. Sei d'accordo anche tu, Doreen? Bene. È il modo migliore per esprimere i nostri valori tribali, per entrare in contatto con le speranze e le ambizioni dei nostri simili. In questo momento è in atto un conflitto tra diversi modi di concepire il tempo libero; è un conflitto tra stili di vita completamente differenti. Da una parte c'è la gente come noi – quelli che godono dei comfort offerti dal Metro-Centre, quelli che fanno affidamento sui valori e gli alti ideali sostenuti dal centro commerciale e dai suoi negozianti. Forse questa gente è in grado di rappresentare i vostri reali interessi più di quanto non lo sia il deputato che avete mandato in parlamento. Non intendo mancare di rispetto a nessuno, quindi adesso per piacere non cominciate a subissarci di e-mail. Dall'altra parte ci sono le ambizioni da quattro soldi delle comunità di immigrati. Le donne di quelle comunità sono soffocate, esuli interne che non avranno mai la dignità e la libertà di scelta di cui invece godiamo noi in questo paradiso consumistico. Sei d'accordo, Sheila?"

Come sempre i suoi interlocutori annuivano vigorosamente in segno di assenso. Erano seduti su un divano di pelle nera nello studio del piano ammezzato. Sullo sfondo si vedevano gli orsacchiotti giganti. Ma quella sera c'erano stati attacchi a negozi gestiti da persone asiatiche da parte di gruppi di tifosi di rugby e di hockey su ghiaccio. E come sempre la polizia era arrivata dieci minuti dopo i pompieri. Sulla stampa nazionale non se ne era praticamente parlato, dato che gli incidenti venivano inseriti nel resoconto degli scontri sportivi e delle bevute serali nelle cittadine di provincia.

Che ruolo aveva avuto mio padre in tutto ciò? Ripensai al vecchio pilota seduto davanti al computer del suo stanzino, con l'asse da stiro pieno di magliette con la croce di san Giorgio in mezzo alla sua inquietante raccolta di libri, un altare in onore di dèi eversivi. Era stato la vittima di un golpe di estrema destra, un anziano soldato di fanteria che aveva perso l'equilibrio sull'erba scivolosa di un campo da guerra politico? Si capiva che, molto probabilmente, non si trattava soltanto di un passante innocente, ma del vero obiettivo del cecchino.

Forse quell'attacco era stato un tentativo di danneggiare il Metro-Centre? Su un numero speciale dedicato al centro commerciale, il "Financial Times" diceva che nel corso dell'ultimo anno le visite si stavano diradando visto che ormai la novità non era più motivo di richiamo e la gente cominciava a frequentare altri complessi commerciali più abbordabili.

Quella sparatoria, con tanto di clienti morti e feriti, gli era costata in termini di diminuzione delle vendite, nonostante le dichiarazioni entusiastiche di Tom Carradine. Ma nessun complotto ben congegnato si sarebbe servito di uno squilibrato come Duncan Christie per sparare tra la folla. Allo stesso tempo facevo fatica a credere alla sincerità dei testimoni che lo avevano scagionato. Ripensai a Julia Goodwin, seduta tra i corpulenti sceriffi sul sedile posteriore della Range Rover di Fairfax, mentre Fairfax e Maxted consultavano il loro percorso bellico.

Avevo voglia di rivederla, anche se era una persona troppo sfuggente. All'Holiday Inn, accanto alle acque tranquille del laghetto artificiale, si era comportata in modo nervoso e aggressivo, aveva cercato di nascondere con troppa ostinazione i veri motivi per cui era venuta al funerale di mio padre. E allo stesso tempo ero sicuro che voleva dirmi qualcosa a proposito della sua morte, forse anche più di quanto non volessi sapere io stesso.

Tutta quella serata era stata un'elaboratissima messa in scena, una goffa visita guidata di Brooklands e dei luoghi dove erano avvenuti degli incidenti. Lei sapeva che ci sarebbe stato quello scontro razziale, e voleva che io vi assistessi. Stava forse cercando di mandarmi via? O voleva reclutarmi nella sua cospirazione borghese di provincia? Ormai la finzione era parte integrante della vita della classe media, tanto che l'onestà e la franchezza sembravano subdoli stratagemmi. La bugia più sfacciata era quella che più si avvicinava alla verità.

Pensando a quella giovane dottoressa così imprevedibile, presi il mio bicchiere di whisky e andai nello stanzino. Ero brillo. Fissai il computer silenzioso e le biografie di leader fascisti. Posai il bicchiere sull'asse da stiro e sfiorai una delle magliette con la croce di san Giorgio. Quasi senza rendermi conto di quello che facevo, ne presi una, la liberai dalle sue pieghe geometriche e me la infilai.

Davanti allo specchio vidi che quello scontro di strada mi aveva reso la pelle più lucente. Nel corso degli ultimi anni le spalle di mio padre si erano rimpicciolite, come avevo potuto notare dalle varie fotografie che lo ritraevano, e quella maglia mi stringeva il petto come l'abbraccio di un genitore soddisfatto.

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Ci incamminammo lungo il corridoio e il corpo enorme di Sangster riempiva quasi tutto l'angusto spazio. Si era notevolmente rilassato, e ora mi dava delle pacche sulle spalle, come se fossi uno degli allievi della sua scuola che avesse mostrato un'improvvisa propensione per il calcolo differenziale. Chiuse la porta del suo ufficio, lasciando fuori la segretaria incuriosita, prese due bicchieri e una bottiglia di sherry dal tavolino e si mise a sedere dietro la scrivania. Indossava ancora il soprabito. Rimase seduto a guardarmi mentre scolavo quel liquido dolciastro. Ora le sue labbra infantili imitavano le mie.

"Sherry dei genitori," disse. "Mi aiuta ad accorciare le giornate. In un certo senso si può considerare un aiuto professionale."

"E perché no? Io non la invidio, sa? Cercare di insegnare qualcosa a seicento ragazzini davanti a un circo." Indicai il centro commerciale che si vedeva dalla finestra. "Ci sono tante di quelle grotte di Aladino, centinaia di palazzi di luci pieni di tesori."

"Le uniche cose reali sono i miraggi. Quelli li sappiamo gestire. Eppure mi creda, so come si sente, Richard. Un uomo anziano che viene ucciso senza motivo. Il minimo comune denominatore è il Metro-Centre. In qualche modo questo spiega ogni cosa."

"Mio padre e l'incubo consumistico? Credo che ci sia un legame. Un sacco di gente sta impazzendo senza rendersene conto."

"Tutti questi centri commerciali, la cultura degli aeroporti e delle autostrade. È una nuova forma di inferno..." Sangster si alzò e si portò le manone alle guance, come se cercasse di sgonfiarsele. "Questa è la prospettiva di Hampstead, il punto di vista dalla Tavistock Clinic. L'ombra della statua di Freud che si staglia sulla terra e funge da Agente arancio dell'anima. Mi creda, qui le cose sono diverse. Dobbiamo preparare i nostri ragazzi a un nuovo tipo di società. Non ha senso parlare loro della democrazia parlamentare, della chiesa e della monarchia. I vecchi ideali di educazione civica che erano alla base della nostra istruzione sono concetti alquanto egoistici. Tutta quell'enfasi sui diritti dell'individuo, sull' habeas corpus, sulla libertà del singolo contrapposto alla massa..."

"E la libertà di parola, il diritto alla privacy?"

"Che senso ha avere libertà di parola se non si ha nulla da dire? Ammettiamolo: la maggior parte delle persone non ha proprio nulla da dire, e lo sanno anche loro. E la privacy che senso ha se è soltanto una prigione personalizzata? Il consumismo è un'impresa collettiva. Le persone hanno voglia di condividere, di celebrare, vogliono sentirsi unite. Quando andiamo a fare shopping partecipiamo a una cerimonia collettiva di affermazione."

"Quindi essere moderni al giorno d'oggi significa essere passivi?"

Sangster diede una manata sulla scrivania, facendo cadere il portapenne. Si sporse verso di me, e l'enorme soprabito lo avvolse in tutta la sua grandezza.

"Lasci stare la modernità. Si rassegni, Richard. La missione a favore della modernità è sempre stata profondamente controversa. I fautori della modernità ci hanno insegnato a non fidarci di noi stessi e a non amarci. Tutte quelle storie sulla coscienza individuale, sul dolore solitario. La modernità si basava sulla nevrosi e sull'alienazione. Basta guardare l'arte, l'architettura che hanno espresso. Hanno qualcosa di molto freddo."

"E il consumismo, invece?"

"Celebra la possibilità di consumare insieme. I sogni e i valori sono condivisi, come le speranze e i piaceri. Il consumismo è un atteggiamento ottimista e lungimirante. Naturalmente ci chiede di imparare a rispettare la regola del più forte. Il consumismo è una nuova forma di politica di massa. È qualcosa di molto teatrale, ma in fondo ci piace. È spinto dalle emozioni, ma le sue promesse sono raggiungibili, e non si tratta solo di ampollosa retorica. Una macchina nuova, un nuovo lettore cd."

"E la razionalità? Non c'è posto per la razionalità, immagino."

"La ragione, be'..." Sangster tornò dietro la scrivania, portandosi sulle labbra le dita con le unghie rosicchiate. "È parente stretta della matematica. E la maggior parte delle persone se la cava male in aritmetica e, comunque, in generale il mio consiglio è quello di stare alla larga dalla razionalità. Il consumismo celebra il lato positivo dell'equazione. Quando compriamo qualcosa inconsciamente crediamo che ci sia stato fatto un regalo."

"E la politica richiede che ci sia un costante flusso di regali? Un altro ospedale, un'altra scuola, un'autostrada?..."

"Proprio così. E sappiamo cosa succede ai bambini che non ricevono mai giocattoli. Oggi siamo tutti come bambini. Che ci piaccia o no, soltanto il consumismo può tenere unita la società moderna perché muove le giuste corde emotive."

"Ma allora... il liberalismo, la libertà, la ragione?"

"Hanno fallito! La gente non vuole più che le si parli in nome della razionalità." Sangster si piegò in avanti e fece scivolare il bicchiere di sherry sulla scrivania, come se si aspettasse che si potesse alzare da solo. "Il liberalismo e l'umanitarismo sono dei grossi freni per la società. Fanno leva sul senso di colpa e sulla paura. Le società sono più felici quando la gente può spendere e non risparmiare. Adesso abbiamo bisogno di un consumismo delirante, quel genere di comportamento che si vede in occasione dei motorshow. Spettacoli visivamente entusiasmanti, una specie di eterna campagna elettorale. Il consumismo riempie quel vuoto che è alla base delle società secolari. La gente ha un enorme bisogno di autorità che soltanto il consumismo può soddisfare."

"Compra un nuovo profumo, un nuovo paio di scarpe e sarai una persona migliore, più felice? E come riesce a comunicare tutto questo ai suoi adolescenti:""

"Non ce n'è bisogno. È nell'aria che respirano. Non lo dimentichi mai, Richard: il consumismo è un'ideologia di redenzione. Quando funziona cerca di estetizzare la violenza, anche se spesso non ci riesce..."

Sangster si alzò sorridendo fra sé, con un'espressione che esprimeva quasi serenità. Si guardò le grosse mani, felice di accettarle come avamposti militari di sé.

Ci salutammo sui gradini davanti all'ingresso. Quell'uomo mi stava simpatico, anche se avevo la sensazione che nel momento stesso in cui gli avrei dato le spalle si sarebbe dimenticato di me. Mi allontanai, facendomi largo tra gli incarti di barrette di cioccolata, le lattine di Coca-Cola, i pacchetti di sigarette e le confezioni di preservativi sparsi sul vialetto.

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