Copertina
Autore Alice Banfi
Titolo Tanto scappo lo stesso
SottotitoloRomanzo di una matta
EdizioneNuovi Equilibri, Viterbo, 2008, Eretica , pag. 120, cop.fle., dim. 12x16,8x1 cm , Isbn 978-88-6222-033-0
LettoreGiangiacomo Pisa, 2010
Classe narrativa italiana , psichiatria
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Pagina 14

Non ho il senso del tempo, non l'ho mai avuto.

Da bambina non sapevo mai che giorno era, che ora era e dov'ero.

La mia vita era scandita dalle passioni violente per le persone che amavo.

Ricordo il mio trasporto per l'amichetta del cuore, Sofia Caramella. Solo il nome...

" il mio diamante", dicevo.

La ricoprivo di baci, sempre.

Un giorno mi tossì in faccia il suo bicchiere di latte, io ne fui felice perché l'aveva bevuto lei che adoravo.

Adoravo le sue caramelle ciucciate e anche la sua tosse di latte.

In altro modo adoravo mia sorella Annina. Lei, con i suoi capelli lunghi e lisci, mi sembrava la Madonna, mentre io mi sentivo un rospo.

Ero convinta che Annina fosse dotata di un'intelligenza superiore a qualunque altro essere umano, bambino o adulto che fosse, quindi pendevo dalle sue labbra...

Infatti, di tanto in tanto, mi donava una perla di saggezza.

Più spesso mi convinceva di grandiose minchiate.

Una sera, in montagna, Annina decise che dovevamo scappare di casa.

Dopo aver fatto i bagagli che consistevano in una copertina da bambola di 50x40 centimetri circa, la "Belle", il suo pupazzo preferito e per finire un pezzo di pane e una mela.

Io avevo poco più di quattro anni, lei otto...

Erano le cinque del pomeriggio, era già buio.

C'inoltrammo nel bosco innevato.

Faceva un freddo cane! Ma mia sorella aveva in mente un'idea geniale.

Per passare la notte al sicuro e al caldo avremmo costruito un igloo.

Al dodicesimo mattoncino avevamo i guanti zuppi e i piedini congelati.

Annina mi coprì con la microcopertina, ma io la guardai: "Ho freddo, ho paura".

Lei per paura che morissi assiderata mi riportò a casa.

Caspita, per colpa mia non eravamo riuscite a finire l'igloo!

Pensavo che mia mamma fosse la più forte del mondo.

Mi difendeva sempre e ce n'era bisogno! Perché io mi trovavo spesso nei guai.

I bambini "grandi" del cortile se la prendevano con me, e i "grandi, grandi" lo stesso.

Io, frastornata com'ero, ammettevo ogni colpa, sia se ero responsabile, sia che non lo fossi.

Allora interveniva la mia mamma che mi sembrava un drago sputafuoco.

Li stendeva tutti e io ero salva.

Però ero convinta che questa mamma forte non avesse bisogno di me; perché aveva già mia sorella bella e suo marito, Roberto B, come diceva Annina, i suoi bambini mongolini, ai quali faceva fisioterapia.

Io sentivo di non appartenere a quella famiglia, pensavo non avessero bisogno di me.

Mio papà abitava qualche villetta più in là, da solo.

Da solo per modo di dire... perché, quando scendevo le scale, per arrivare alla cucina e alla sala, dovevo addentrarmi in una nebbia fumosa... Poi arrivavo.

Vedevo tutte quelle gambe, e sentivo tutte quelle voci e persone al tavolo a giocare a carte, "una a fiori" ...boh!

E persone a discutere sulle carte.

Quello era già più divertente. S'insultavano come matti, urlavano, bestemmiavano. Poi c'era sempre la tv accesa e un pentolone sul fuoco; menu fisso: pasta con sugo e salsiccia, piatto unico.

In quel caos, dovevo trovare papà.

Gli amici di papà mi adoravano: "Andrea, Andrea, c'è l'Alice".

Lo trovavo seduto al tavolo con una sigaretta in bocca e una dietro l'orecchio che giocava a carte.

"Papà... Papà! Papaaà!!!".

E, sempre solamente al terzo 'papà' urlato, mi rispondeva.

Forse è per questo che è diventato sordo.

Ma quando la casa non era popolata dai soliti ospiti papà mi sembrava veramente solo al mondo.

Pensavo che avremmo potuto vivere per sempre insieme, io e lui.

Poi la mamma mi chiamava, per andare a cena da lei.

Io mi sentivo tremendamente in colpa, sentivo di abbandonarlo.

"Tesoro non ti preoccupare, vai pure..." mi diceva. Io andavo.

Sentivo però un vuoto enorme dentro di me e dopo un dolore che mi riempiva tutta.

Poi c'era Michele, il mio fratellino maggiore, figlio di mio padre e di Teresa.

Da piccola dicevo a tutti, anche alla bidella delle elementari, di avere due mamme e tre papà.

Mia mamma, chiaramente la numero uno, e Teresa la numero due. Teresa sapeva fare le cose che mia mamma non sapeva fare, come cucire alla perfezione vestitini per le Barbie mie, di Annina e Michele, e prepararci gustose merende.

Ricordo le enormi tazze di ricotta e zucchero ricoperte di nesquik che i miei fratelli si gustavano ogni pomeriggio da lei...

Ci cascavo sempre, la imploravo di prepararlo anche a me. Quel pastrocchio era così invitante, ma alla prima cucchiaiata mi si cementava in bocca.

Odiavo la ricotta! L'ho sempre odiata in qualunque forma, dolce poi era uno schifo.

La lasciavo sempre tutta e Teresa non solo non mi sgridava mai, ma me la rifaceva sempre!

Non ricordo quando ho smesso di intestardirmi con la ricotta.

Teresa, se avevo bisogno, era lì. Era la mamma di mio fratello, dunque era anche la mia, ovvio no?

Beh, non valeva così proprio per tutti, non per i tre papà. I tre papà erano Andrea, il mio e di Michele, Roberto B, marito di mia mamma e Roberto S, papà di Annina. Ne parlerò più in là.

Sono ancora al ricordo della ricotta, di Annina e Michele che se la mangiavano meticolosamente.

Erano calmi in tutto, anche nel giocare con i loro schemi e regole.

Io ero un uragano, sconvolgevo ogni loro piano, mutilavo le loro Barbie di mani e piedi.

Rispettivamente, mangiavo i piedi alle bambole di Annina e fondevo le mani a quelle di mio fratello con una tecnica micidiale: appoggiavo le mani della Barbie prescelta su una lampadina rovente e le osservavo deformarsi e sciogliersi.

Però non ho mai strappato la coda di una lucertola!

Michele mi rispondeva in modo immediato: decapitazione per la Barbie preferita di Alice, e sparizione perenne della testa.

A distanza di ventiquattro anni non vuole ancora dirmi dove ha buttato la testa della mia Barbie spagnola.

Mio fratello maggiore è sempre stato per me il mio fratellino, un po' da proteggere perché rientrava in quel quadro di soli e abbandonati che mi ero immaginata da bambina. Quindi se voleva, poteva venire anche lui, nel mio assurdo sogno, a vivere per sempre con papà, tutti soli, e tutti vicini, noi tre uguali.

Oltre a due mamme avevo tre papà.

Il marito di mia mamma, Roberto B, nei primi anni della mia vita è stato un orso buono, nella mia mente. Ero sempre in braccio a lui, attaccata alla sua barbona. Mi consolava la sera, quando piangevo, perché mi veniva il blocco dello sbadiglio. Rimanevo minuti interminabili con la bocca spalancata, senza riuscire a respirare, poi finalmente sbadigliavo, ma dopo un attimo ero ancora boccheggiante. Lui mi teneva sulle ginocchia e sbadigliava con me, per tutto il tempo necessario.

Al mattino mi veniva a svegliare. Non aprivo gli occhi e lui mi prelevava dal letto e mi posizionava direttamente e perfettamente sul gabinetto.

Usciva e chiudeva la porta. Solo dopo la pipì aprivo gli occhi ed ero pronta a svegliarmi.

Questo si è ripetuto tutte le mattine per almeno sei anni, se non di più.

Però, mentre continuava a portarmi sulla tazza del water, non so come si è trasformato nel mio immaginario, ed è stato per anni l'uomo nero.

Quello che mette in castigo, che ti manda a letto presto, che spegne la luce anche se hai paura del buio, che controlla se hai fatto i compiti, che ti sgrida quando fai una cazzata.

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Pagina 81

Elena, un angelo, solo diciotto anni, occhi azzurri e capelli biondi lunghi fino a metà schiena.

E non esagero, aveva anche le guanciotte rosse!

Disturbo di personalità borderline.

"Anche tu?".

"Sì. Piacere, io sono Alice".

Prima di pronunciare il nome si diceva sempre la diagnosi, la malattia, come se quello fosse il vero nome, il biglietto da visita.

Le giornate erano la solita noia. Eterne.

Gli unici eventi a stravolgerle, erano dodici ore di contenzione. Sia io che Elena spesso ci procuravamo autolesioni; esasperate da quel luogo assurdo, da quelle finestre chiuse, alla fine ci tagliavamo.

Finivamo sempre legate al letto, in un attimo.

E se una delle due era libera, consolava l'altra, ma anche questo non era permesso.

Finimmo per stufarci e cercare un altro modo per fuggire.

La stanza n. 19, quella con la vasca da bagno, poteva diventare il nostro rifugio.

Cominciammo ad andarci tutti i giorni, anche tre volte.

Prendevamo schiume da bagno, saponi, creme, sigarette e lo stereo.

L'infermiere chiudeva la porta a chiave così che nessuno potesse entrare...

E noi due immerse nella vasca bollente, coperte di schiuma.

Finalmente, con la musica accesa e la sigaretta in bocca, ridevamo.

Il tempo spariva, il reparto, le fascette, i tagli, il sangue, il dolore, le lacrime, le urla... più niente.

Quando uscivamo da quel bagno, quando aprivano la porta, la realtà ci arrivava addosso come uno schiaffo.

Era ancora tutto lì, uguale, tremendo, tremendo da morire.

Elena tornava a piangere, a chiudersi in stanza, tentando invano di tagliarsi con la linguetta di una lattina.

E io? Io scoppiavo di rabbia. Una volta presi una pianta con tutto il vaso, una piantaccia orrenda, sistemata di fronte all'infermeria, che noi usavamo come posacenere, la afferrai per il tronchetto, e la lanciai contro la porta d'ingresso. Che per me era la porta d'uscita, o almeno, ci speravo.

Vibrò solo un po', quella dannata porta, e già mi erano addosso tre infermieri.

La solita tecnica: due davanti, pronti ad afferrarti braccia e gambe e uno dietro.

Era Tavolaccio, il più bastardo di tutti.

Con il braccio mi stringeva attorno al collo, premeva sulla carotide ogni volta che provavo a dimenarmi.

Mi soffocava, mi faceva diventare viola in faccia.

Finché non ti lasciavi andare, non cedevi, lui continuava a stringere.

Alla fine, cedevano tutti.

Invece quella volta ero preparata.

Quando arrivò il suo braccio a soffocarmi, buttai la testa all'indietro, con forza, e lo presi in piena faccia. Mollò la presa.

Questo mi risparmiò solo lo strangolamento, non la contenzione.

Fui legata, come al solito.

Fascette mani e piedi, parecchi giri di nastro adesivo per renderle ben strette per i miei polsi sottili.

Più tardi, come al solito, mi sarei contorta a rosicchiare lo scotch fino a liberarmi una mano, poi l'altra, infine, con più fatica, i piedi.

Ma, come al solito, mi legavano di nuovo.

Prima con un'aggiunta di scotch da pacchi e garze adesive in diversi giri, poi, quando mi slegavo per la seconda volta, con il solito spallaccio.

Lo spallaccio è un lenzuolo arrotolato, passato dietro la testa, sulle spalle e poi sotto le ascelle, che poi viene legato dietro e sotto la spalliera del letto da due infermieri. Il nodo viene bagnato con un'intera bottiglia d'acqua, così che non si possa sciogliere.

Con lo spallaccio tutto il corpo è immobilizzato, il busto aderente al materasso, le mani e i piedi bloccati dalle fascette: com'essere in croce.

Ma riuscivo ancora a slegarmi.

Alla quarta volta lo spallaccio lo stringevano in tre.

Il giorno dopo avevo i lividi sotto le ascelle, il collo che mi doleva ed ero diventata docile come un agnellino.

Non ne avevo più di rabbia.

Li imploravo.

"Fra quanto mi slegate?".

"Quando arriva il turno dei medici".

"Ma sono le sette! Arrivano fra tre ore!".

"Non posso farci niente, mi dispiace".

"Almeno lo spallaccio, ti prego, toglimelo".

A volte li convincevo e mi veniva tolto.

"Grazie, davvero, grazie".

E che sollievo, potersi sedere sul letto, anche se le mani e i piedi erano legati. Non sembrava vero, scollarmi da quel materasso.

Poi con grande calma arrivavano i medici.

Prendevano il caffè e solo dopo venivo slegata.

Tutto ricominciava, uguale a prima.

E mille passi, avanti e indietro per il corridoio, a fumare, aspettando la notte.

Luigi mi ha raccontato che a volte non ero in grado di slegarmi.

Entrava di nascosto nella mia stanza. Mi racconta che ero così sedata che avevo gli occhi girati all'indietro.

Le fascette così strette dal nastro adesivo, che non mi passava il sangue e le mani erano gonfie e viola.

Lui si accovacciava accanto a me, con calma, allentava lo scotch, mi faceva respirare le mani qualche minuto, poi lo riavvolgeva con cura e usciva dalla stanza.

A volte non riusciva a entrare perché un infermiere rimaneva in piedi davanti alla porta a far la guardia.

Quando arrivava la notte, Luigi rientrava, toglieva di nuovo lo scotch e tornava a rimettermelo solo il mattino dopo, prima che gli infermieri se ne potessero accorgere.

A volte era impossibile aiutare un amico legato, portargli l'acqua, una sigaretta.

A volte venivamo chiusi a chiave nelle nostre stanze, legati e sedati. Era come essere morti.

Non c'era alcuna via di fuga. Potevi rimanere così giorni e giorni senza nemmeno accorgertene.

Dopo esser stata contenuta nel mio letto non so più quante volte, mi convinsi che quella era la cura.

Erano i miei medici, i miei infermieri, e io mi fidavo di loro... di più: li amavo.

Cominciai a chiedere io, ai miei curanti, di legarmi al letto non per molto, solo per tre, quattro ore al giorno.

Ogni giorno, verso le sei di sera, quando mi sentivo più insofferente, più ansiosa e mi veniva voglia di fuggire, di bere, lo chiedevo.

Mi sdraiavo sul letto, con calma e mi facevo legare mani e piedi.

Mia madre stava lì, seduta accanto a me.

"Mamma, quanto tempo è passato?".

"Un'ora...".

"Resisto, resisto".

Lo ripetevo cento volte dentro di me: "Resisto, resisto, resisto...".

Pensavo: "Ora sono brava!", ed ero certa che tutti lo pensassero di me, i medici, gli infermieri, mia mamma.

Così ero adeguata all'ospedale, aderivo alle cure, mi dovevano voler bene per forza.

A distanza di dieci anni rivivo e ripercorro quei giorni.

Guardo i volti e le mani di quei medici, li metto tutti in fila nella mia mente.

Vorrei, oggi, guardarli uno a uno negli occhi e fargli mille domande.

Ma la prima, l'unica che mi viene in mente limpida e chiara, è una, è semplice:

"COSA STAVATE FACENDO?!".

Cosa diavolo stavano facendo? Quale era la cura?

Non posso credere che non avessero capito i miei meccanismi, i miei schemi autolesivi e il mio malessere.

In cosa si erano laureati tutti quanti?

In agraria?!


Rosalia aveva meno di cinquant'anni, ma ne dimostrava di più, il volto e gli occhi erano consumati dall'alcol, le mancavano almeno tre denti. Era mia amica.

Amica di bevute.

Raccoglievamo quanti più soldi possibili, tra collette, prestiti e furtarelli, lì in reparto, e poi io mi preparavo per la spedizione.

Chiedevo il permesso per uscire dieci minuti, correvo al bar dell'ospedale, compravo fino a sette lattine di birra e i cioccolatini al rum.

Prima di rientrare m'infilavo le lattine ovunque: nelle maniche della giacca, nelle calze, nei pantaloni.

Una la bevevo in tutta fretta, un secondo prima di suonare il campanello.

Mi apriva la porta un infermiere. Non controllavano mai niente.

Andavo da Rosalia, che mi aspettava, con gli occhi spiritati. Si infilava rapidamente in camera mia e poi con me nel bagno.

Volevamo bercele con tranquillità, le nostre birre, non certo tappate nel bagno.

Quindi con calma e precisione le travasavo tutte nelle bottiglie vuote del tè freddo e, quando la schiuma si era tutta depositata, le chiudevo.

Una bottiglia la tenevamo io e Rosalia. Cominciavamo a bercela tranquillamente, fumandoci una sigarettina, passeggiando per il corridoio.

L'altra bottiglia la consegnavo agli infermieri.

"Scusa Pietronilla, potresti mettere in frigo il mio tè?".

"Certo! Quando vuoi berlo dimmelo, ci scrivo sopra il tuo nome".

Che furbi! Me la mettevano anche in fresco!

Io più tardi me l'andavo a prendere, mi sdraiavo sul letto, accendevo la musica e finivo di ubriacarmi dolcemente, con la sigaretta in bocca.

Non mi accorgevo che nel frattempo Rosalia e almeno altri due, che avevano attinto al nostro tè speciale, vagavano ubriachi per il repartino.

Gli infermieri a volte se ne accorgevano, a volte no.

Ma non cambiava molto, non aveva importanza finché non davamo fastidio, non aveva alcuna importanza.

La notte di Capodanno, la cosa diede un certo fastidio.

Nonostante molti non la pensassero così, noi eravamo persone come tutti e, come tutti, l'ultimo giorno dell'anno volevamo festeggiare.

Ci sbagliavamo di grosso.

Ognuno di noi, in un modo o in un altro, si era organizzato, si era fatto portare una bottiglietta di spumante, una canna, alla peggio una birra, e poi dolci, patatine.

Eravamo tutti riuniti nella sala comune, avevamo già brindato, a tre a tre, chiusi nei nostri bagni, io avevo acceso lo stereo e c'era chi ballava.

Che bello, era festa!

Mancavano una quindicina di minuti a mezzanotte, e non ci sfiorava l'idea che gli infermieri, per poter brindare all'anno nuovo, dovevano prima assicurarsi che fossimo tutti buoni e calmi, nelle nostre stanze, nei nostri letti...

Chi sa quali follie faceva la gente fuori di lì quella stessa notte in cui tutto era permesso...

Sicuramente spogliarsi.

Accennai uno spogliarello, non feci a tempo nemmeno a slacciarmi le scarpe, che gli infermieri fecero irruzione nella sala, spingendo un letto.

Mi fermai, si spense la musica, ci fu un silenzio immediato.

Guardai quel letto, al centro della sala, era il mio.

Guardai meglio, c'erano già le fascette, ben fissate a ogni lato. Scoppiai a ridere, non potevo crederci.

"Ma siete scemi?".

No, erano serissimi. Mi legarono. Io incredula mi lasciai legare.

Mi veniva solo da ridere, non mi sembrava reale, non c'era motivo, e poi era Capodanno!

Quando gli infermieri se ne andarono, gli altri vennero attorno a me.

"Alice... mi dispiace, che stronzi...".

"Ma chi se ne frega! Sono loro che non sono normali!".

Poi tutti vennero allontanati, un infermiere mi fece una puntura.

"Buon anno eh!", gli dissi.

Non mi rispose, spense la luce e chiuse la porta dietro di sé.

Così, a mezzanotte precisa, ero legata al letto, nel mezzo di quello stanzone buio a fissare il soffitto.

E quando urlai con tutto il fiato che avevo in gola che dovevo fare pipì, gli infermieri dovevano essere così intenti nei loro festeggiamenti che non mi sentirono, o semplicemente non vollero sentirmi.

Il primo dell'anno lo passai immersa nella mia urina, con mani e piedi legati...

Tanti auguri!

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