Copertina
Autore Enrico Baraldi
Titolo Psicofarmaci agli psichiatri
EdizioneNuovi Equilibri, Viterbo, 2007, Eretica , pag. 144, cop.fle., dim. 12x16,7x1 cm , Isbn 978-88-7226-998-5
LettoreAngela Razzini, 2007
Classe narrativa italiana , copyright-copyleft
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Pagina 8

(1)

Viadotto della Pistolesa, Valle Mosso.

Più precisamente: nel vuoto tra il viadotto e il greto del fiume, in un attimo durato il tempo di tutti i ricordi.


Ci sono momenti, nella vita, che sono accompagnati da una luce che ci appare diafana e smarginata, come dopo un temporale ai tropici.

C'è già il sole, ma ancora sta piovendo: ci si sente troppo giovani per avere nostalgie o rimpianti, e troppo vecchi per coltivare aspirazioni plausibili. Bisogna augurarsi allora che in breve tempo il sole si imponga vincitore o, in alternativa, che torni a piovere decisamente, perché noi uomini non siamo fatti per reggere a lungo a questa luce particolare.

Mentre precipitavo, nel baratro che mi risucchiava vidi il bagliore scoppiettante di mille fuochi d'artificio: erano tutti quanti i miei sensi che aprivano le danze per restare aggrappati alla vita. Un boato di muto terrore esplose nella mia testa, e il fumo prodotto dalle inutili macerie di quello che una volta era stato il mio cervello mi offuscò la vista.

Per mia fortuna, l'occhio di riguardo del mio destino ci vedeva ancora benissimo, e mi fece rimbalzare su quell'amaca di Itamaracà, l'isola magica dove mi era parso di cogliere l'essenza stessa del movimento del mondo.

Oludu appoggiava una mano sul mio fianco e mi spingeva lontano; poi, quando tornavo planando verso di lei, mi offriva sorprese ogni volta diverse, morbide come le sue labbra morbide, che cantavano il portoghese con la cadenza dell'italiano, e l'italiano con la cadenza del portoghese. Trovavo sorprese morbide e anfratti muschiosi, quando ad accogliere il mio ritorno non c'erano solo le sue mani, i suoi capelli o la sua bocca, ma tutto il suo corpo, a quell'altezza equidistante dal mare e dalle stelle che per un attimo o poco più ospitava la mia inquietudine, trasformandola in felicità.

Era una felicità intermittente, perché l'amaca aveva una sua ritmata cadenza. In virtù di essa i pensieri si dissolvevano, i rimpianti svanivano, le nostalgie perdevano di senso: quella metodica penetrazione tornava a proporsi scandita dal suono delle onde smorzate, dal tempo delle maree e dalle fasi della luna. Aspettavo ogni volta che uno tzunami devastasse quel ritmo per me così insolito... e invece no... era la dura legge dell'alternanza che Oludu applicava con precisione: se aprivo gli occhi la vedevo per un attimo così vicina da arrivare a confondermi, e subito dopo così lontana da poterla ammirare. Un piccolo mondo di meraviglie, incorniciato dall'immagine del suo vestito, steso ad asciugare accanto ai miei pensieri che non mi pesavano più.

Lenta, com'era lento quel sogno, Oludu accompagnava la canzone dei nostri corpi con una cantilena che sembrava provenire dal luogo dove nascono i desideri, e vi rimangono sospesi.

Non c'è andata
che sia uguale al suo ritorno.
Non c'è ritorno uguale
a quello che ti aspettavi
all'andata.

Così, ad ognuno di quegli andarivieni, maturavo la convinzione che il mio temporale si fosse finalmente placato, mentre la luce linda che mi avvolgeva l'anima mi impediva di vedere oltre o di cogliere il senso di quella canzone. E mai mi ero sentito così tanto vivo come in quel frangente in cui avevo l'impressione di stare morendo.

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(2)

Questa dell'amaca fu la prima delle immagini che la mia mente iniziò a scansionare quando realizzai che i freni dell'auto erano imballati e che loro (i freni), lei (l'auto) e io, cominciavamo a confonderci con il panorama mentre volavamo giù dal ponte mirando al fiume là in basso.

Poi, come mi era capitato a volte di leggere senza mai capire come fosse possibile, cominciò a scorrere davanti ai miei occhi tutta la storia, un'immagine dopo l'altra, senza fretta. Deve essere così, che la velocità alla quale un'auto precipita nel vuoto è inversamente proporzionale al numero dei ricordi di una vita, perché tutti, in ordine sparso, ebbero nel mio caso il tempo di ripresentarsi.

Venivo da esperienze che mi avevano sconvolto l'esistenza, e stavo andando ad incontrare la donna che poteva aiutarmi a dare un senso a quanto era accaduto; ero fiducioso che da quei giorni trascorsi insieme sarebbero dipesi cambiamenti decisivi per me, per lei, per la ragazza dell'isola, e per molte persone sofferenti.

Due sere prima, Ketti mi aveva proposto di trascorrere con lei qualche giorno in montagna. Mi aveva stretto in un abbraccio spontaneo, senza più barriere tra noi, e per una volta non aveva terminato i suoi discorsi seri, o i suoi discorsi allegri, o i suoi discorsi e basta, con un finale che rovinava tutto, trasformando in nemici gli amici, e in odio l'amore. Per una volta, e da allora sarebbe stato per sempre, lei non era più la mia ex-paziente e io non ero più il suo ex-psichiatra.

Le mie mani avevano cercato le sue nello spazio di un'intimità sconosciuta, mentre la colpa per quel sentimento anomalo svaniva, alleviata dalle parole che Ketti ripeteva prendendosi gioco di me:

«Siamo una coppia clandestina, ma clandestino è tutto quello che di bello c'è al mondo... clandestino è il latte della mamma, clandestino il nostro fiato, clandestini i tuoi pensieri. Clandestino sei tu amore mio, che non devi mai amare le tue pazienti, ma solo una, solo me».

I suoi occhi promettevano conforto e alleanza là dove c'erano state le fiamme di una guerra: mi avvolgeva la certezza di non essere più solo, e l'idea di avere un compito importante da svolgere mi faceva un po' meno paura. Cresceva in me la convinzione che un po' della pace lasciata su quell'amaca sarebbe tornata, che le parole ascoltate sull'isola mi si sarebbero ripresentate.


Non poteva che accadere lassù, lontano da tutti, nell'ultimo albergo dell'ultima valle, dove la luce dura poche ore, come a proteggere i rari villeggianti di un ottobre senza senso turistico. Lì nessuno poteva condannare senza appello una donna in fuga d'amore e uno psichiatra che, confondendo terapia e setting, evidenziava a sé, a lei, alle montagne, al mondo, che non ci sono in realtà terapia e setting, ma che in ogni rapporto e allora anche in un rapporto di cura tutto quello che veramente conta è clandestino.

Vedevo avvicinarsi il lungo ponte che ancora ci separava, la strada correva veloce e la curva che imboccava il viadotto richiedeva maggiore prudenza: cercai il pedale del freno, che sentii insolitamente molle, come se spingessi il piede direttamente nell'acqua del fiume di sotto.

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(3)

Quando la mia vita incontrò Oludu e la sua amaca, la storia professionale con Ketti era finita da un pezzo. Terminata la terapia, non avevo più sentito parlare di lei, ma negli ultimi mesi un vero uragano mediatico mi aveva travolto per causa sua.

In un lampo di quel precipitare mi apparvero davanti al parabrezza, in un tempo assolutamente compresso, i cinque anni in cui ci eravamo frequentati con una continuità, una puntualità e una dedizione incoraggianti.

Ketti arrivava senza eccezione alcuna ogni giovedì pomeriggio alle tre, suonava alla porta del mio studio, incrociava il mio sguardo e il mio sorriso, stringeva la mia mano, si sfilava il cappotto se era inverno, poi compiva nove passi verso la sua poltroncina, guardandosi in giro alla ricerca di qualche novità anche piccola, poi si sedeva e aspettava che io dicessi: «Eccoci». Allora cominciava.

Dopo un'ora il colloquio finiva, a volte pochi minuti in più le consentivano di completare un argomento. Io la accomiatavo dicendole: «Va bene, ci vediamo giovedì». Lei sistemava i soldi ben ordinati sul tavolino che separava le nostre poltrone e si dirigeva verso la porta, dove ci stringevamo nuovamente le mani.

Solo in poche occasioni all'«Arrivederci» si aggiungeva un «Buon Natale» o «Buone vacanze» e poco altro... questo per cinque lunghi anni.

Con un'unica eccezione, quando un giorno ormai sulla soglia mi disse: «Domenica ho visto la sua auto parcheggiata dove c'è la multisala; però dalla macchina non è sceso lei, ma una persona che soltanto le somigliava. Dalla sua auto dovrebbe scendere lei, e non persone che sono diverse anche se somigliano a lei».

Qualche settimana più tardi tornò sull'argomento nel corso della seduta, ma io la interruppi in modo fermo: «Non si inquieti» le dissi «quella domenica l'auto serviva a mio figlio».


Avevo conosciuto Ketti in occasione di un ricovero turbolento, nel bel mezzo del corridoio del reparto di Psichiatria. Era circondata dai lettighieri di un'ambulanza parcheggiata all'ingresso con i lampeggianti ancora accesi, e da almeno tre carabinieri, incerti se considerare il loro intervento uno spreco di tempo o una missione impossibile.

Ketti veniva ricoverata per un T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio), e mentre scorrevo gli incartamenti del sindaco e dei due medici che ne avevano decretato il destino, sopraggiunsero il padre e la sorella.

Da una decina di giorni la donna intratteneva un rapporto personale e reale con Gesù, così come si può intrattenere un rapporto personale e reale con un familiare o con un fidanzato.

Da tre giorni non mangiava e non beveva, perché il dialogo con Gesù le occupava ogni momento della giornata e buona parte della notte.

Da quella mattina non si muoveva neanche più, compresa in un'estasi catatonica che convinse i familiari a non procrastinare oltre il ricovero.

Quando arrivarono nella sua stanza così tante persone per prelevarla, con lo sguardo perso all'altezza dell'unico interlocutore che lei vedeva, disse soltanto: «Vieni anche tu con me».

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(4)

Non fu solo il sapore della nostalgia a sciogliersi tra la lingua e il palato in quel volo breve e lunghissimo dell'auto dal viadotto.

Ancora un attimo prima, mentre calcavo inutilmente i freni per rallentare, masticavo il vuoto, una, cento, mille volte: l'auto, anziché decelerare, aumentava la sua velocità. Poi, quando ebbi sfondato il guard-rail, quel poco di sgradevole al gusto, quella nota acre e pungente di olio bruciato di colpo mutò, e io smisi di annaspare. Una ventata d'aria fresca mi sferzò il viso: il parabrezza era esploso e veleggiava sopra di me, mentre il timore di volar fuori mi fece aggrappare con forza al volante. Che assurdità! Come se dentro a quella macchina senza controllo io fossi più al sicuro che precipitando col solo mio corpo. L'auto si sarebbe sfracellata comunque, e io con lei.

Mescolato al sapore della mia paura, respiravo adesso un odore preciso, forte e pulito: era l'odore del cielo in una fredda mattina d'autunno, fredda ma limpida, con qualche nuvola poco minacciosa che interrompeva l'azzurro. Chiusi gli occhi e mi lasciai andare contro lo schienale. L'azzurro si confuse con l'azzurro di un altro cielo, e il pesante oscillare di quella danza nel vuoto mi cullò nel dolce ricordo di un'amaca.


Mi rividi là. Uno psichiatra affermato che prolungava il suo viaggio dopo il congresso di Rio de Janeiro, sdraiato sulla spiaggia semideserta dell'isola più lontana, lontano dalle preoccupazioni di una vicenda professionale che lo stava travolgendo.

Oludu si allontanava dall'amaca per raggiungere il mare dove bagnarsi, e i piccoli piedi alzavano nubi di sabbia che andavano a incorniciare il disegno sottile delle sue caviglie.

Io mi godevo quella visione, appena sconcertato da un senso di déjà vu che non sapevo spiegare. C'era qualcosa in lei che me la rendeva familiare, una sensazione impalpabile che mi inseguiva dal primo giorno sull'isola. Ma fu solo quando il suo bacino finì per corrispondere in un tutt'uno con la linea dell'orizzonte, che la sua immagine si traspose su un ricordo perfettamente aderente. Non saprei dire se si trattò di uno scherzo della luce, o della mia mente, perché quel gioco di specchi occupò lo spazio di un attimo.

La mia meraviglia era invece destinata a durare più a lungo, molto più a lungo, oltre la mia stessa capacità di comprensione dei fatti.

Mi sentivo schiavo di un magico e inquietante destino, che mi fece finalmente riconoscere Olinda in Oludu: la mia regina di Itamaracà era la paziente che avevo seguito in tanti anni di inutili cure, scomparsa improvvisamente senza un motivo e senza un dove, senza più dare notizie di sé. Tornai a guardarla con più attenzione, e l'acqua che l'accarezzava mi rimandò, come in un fotogramma schizzato dalle gocce di un liquido bollente, all'acqua che un'altra donna voleva invece disperatamente evitare. L'aroma che avevo respirato nel fiato di Oludu fino a pochi attimi prima mi riportò, in un contrasto stridente, all'odore insopportabile di un corpo seminudo che veniva ricoverato dopo mesi di abbandono.

Oludu "era" Olinda. Come avevo fatto a non riconoscerla? Sicuramente lei, la camareira della Pousada Cristal de Luz immersa in quel paradiso terrestre nel cuore dell' Ilha, mi aveva riconosciuto da subito: gli psichiatri, o gli uomini, non cambiano in modo così decisivo. Oludu si era dunque presa un po' gioco di me: prima le chiacchiere al tavolino della barraca con i piedi affondati nella sabbia, con tante parole in portoghese e poche in italiano, poi le lunghe passeggiate sul bagnasciuga, e i bagni sotto le stelle; infine quegli incontri sull'amaca che erano un modo di fare l'amore che solo lì, solo lei, avrebbe potuto farmi conoscere.

Avrei dovuto nutrire qualche dubbio, non credere che coincidenze così remote potessero realizzarsi nella realtà, ma più guardavo l'ultima piega sottile della sua schiena iniziare un pendio ormai dissolto dal mare, più mi convincevo che dubbi non ce n'erano.

E quell'identità adesso stava scivolando nel mare e diventava, nei miei pensieri, della sua stessa consistenza.

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(5)

Mi rividi là, come un allocco, con un unico pensiero in mezzo ai mille pensieri di prima: «Madonna, quanto è cambiata!». Avrei dovuto dirmi migliorata. Ma non può migliorare un profumo, non può migliorare la fragranza dell'amore, non può migliorare il paradiso. Migliorare era un verbo che avevo sentito ripetere troppe volte in vita mia, ma che adesso, lì, non funzionava più.

Mi ero lasciato cadere sulla sabbia, volevo raggiungerla in fretta, senza più chiedermi se lei era Oludu oppure Olinda, se era una presenza reale oppure il fantasma di un ricordo. Volevo solo immergermi in lei e in quel mare che tutto sembrava placare.

L'acqua era tiepida e l'azzurro mi penetrava prepotente negli occhi. La sua pelle brunita induceva pensieri di democrazia globale più che di ruoli professionali, di ecologia solidale più che di setting terapeutici, di fluidi dell'anima più che di gocce di psicofarmaci.

Forse avevo preso un abbaglio, favorito dal sole e dalla mia vena estatica, forse ero incorso in un "falso riconoscimento", come accade alle persone anziane in ospedale, quando confondono l'infermiera con la figlia, perché è la figlia che vorrebbero avere accanto.

Insomma, allo stato dei fatti avrei dovuto desiderare di essermi soltanto confuso, ma in realtà non mi importava più nulla dei problemi che potevano conseguire a quella scoperta.

Pochi metri ancora, un po' camminando, un po' nuotando, e l'avrei avvolta in un abbraccio, con la certezza che sarebbe stata lei ad avvolgere me e tutta la mia vita, e che il suo corpo fosse nato in quel momento dal mare soltanto per me, per darmi sollievo.

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