Copertina
Autore Alessandro Baricco
Titolo Oceano mare
EdizioneRizzoli, Milano, 1999 [1993], BUR La Scala , pag. 234, dim. 130x200x16 mm , Isbn 978-88-17-10610-8
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe narrativa italiana , mare
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


       Libro Primo
       Locanda Almayer        pag.   7

       Libro Secondo
       Il ventre del mare           99

       Libro Terzo
       I canti del ritorno         125

 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 9

Sabbia a perdita d'occhio, tra le ultime colline e il mare - il mare - nell'aria fredda di un pomeriggio quasi passato, e benedetto dal vento che sempre soffia da nord.

La spiaggia. E il mare.

Potrebbe essere la perfezione - immagine per occhi divini - mondo che accade e basta, il muto esistere di acqua e terra, opera finita ed esatta, verità - verità - ma ancora una volta è il salvifico granello dell'uomo che inceppa il meccanismo di quel paradiso, un'inezia che basta da sola a sospendere tutto il grande apparato di inesorabile verità, una cosa da nulla, ma piantata nella sabbia, impercettibile strappo nella superficie di quella santa icona, minuscola eccezione posatasi sulla perfezione della spiaggia sterminata. A vederlo da lontano non sarebbe che un punto nero: nel nulla, il niente di un uomo e di un cavalletto da pittore.

Il cavalletto è ancorato con corde sottili a quattro sassi posati nella sabbia. Oscilla impercettibilmente al vento che sempre soffia da nord. L'uomo porta alti stivali e una grande giacca da pescatore. Sta in piedi, di fronte al mare, rigirando tra le dita un pennello sottile. Sul cavalletto, una tela.

come una sentinella - questo bisogna capirlo - in piedi a difendere quella porzione di mondo dall'invasione silenziosa della perfezione, piccola incrinatura che sgretola quella spettacolare scenografia dell'essere. Giacché sempre è così, basta il barlume di un uomo a ferire il riposo di ciò che sarebbe a un attimo dal diventare verità e invece immediatamente torna ad essere attesa e domanda, per il semplice e infinito potere di quell'uomo che è feritoia e spiraglio, porta piccola da cui rientrano storie a fiumi e l'immane repertorio di ciò che potrebbe essere, squarcio infinito, ferita meravigliosa, sentiero di passi a migliaia dove nulla più potrà essere vero ma tutto sarà - proprio come sono i passi di quella donna che avvolta in un mantello viola, il capo coperto, misura lentamente la spiaggia, costeggiando la risacca del mare, e riga da destra a sinistra l'ormai perduta perfezione del grande quadro consumando la distanza che la divide dall'uomo e dal suo cavalletto fino a giungere a qualche passo da lui, e poi proprio accanto a lui, dove diventa un nulla fermarsi - e, tacendo, guardare.

L'uomo non si volta neppure. Continua a fissare il mare. Silenzio. Di tanto in tanto intinge il pennello in una tazza di rame e abbozza sulla tela pochi tratti leggeri. Le setole del pennello lasciano dietro di sé l'ombra di una pallidissima oscurità che il vento immediatamente asciuga riportando a galla il bianco di prima. Acqua. Nella tazza di rame c'è solo acqua. E sulla tela, niente. Niente che si possa vedere.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 17

Alla locanda Almayer ci potevi arrivare a piedi, scendendo per il sentiero che veniva dalla cappella di Saint Amand, ma anche in carrozza, per la strada di Quartel, o su una chiatta, scendendo il fiume. Il professar Bartleboom ci arrivò per caso.

- Questa è la locanda della Pace?

- No.

- La locanda di Saint Amand?

- No.

- L'Albergo della Posta?

- No.

- L'Aringa reale?

- No.

- Bene. C'è una stanza?

- Sì.

- La prendo.

Il librone con le firme degli ospiti aspettava aperto su un leggio di legno. Un letto di carta appena rifatto che aspettava i sogni di nomi altrui. La penna del professore si infilò voluttuosamente tra le lenzuola.

Ismael Adelante Ismael prof. Bartleboom

Con svolazzi e tutto. Una cosa ben fatta.

- Il primo Ismael è mio padre, il secondo mio nonno.

- E quello?

- Adelante?

- No, non quello lì... questo.

- Prof.?

- Eh.

- Professore, no? Vuol dire professore.

- Che nome scemo.

- Non è un nome... io sono professore, insegno, capite? Io vado per la strada e la gente mi dice Buongiorno professor Bartleboom, Buonasera professor Bartleboom, ma non è un nome, è quello che faccio, insegno...

- Non è un nome.

- No.

- Va be'. Io mi chiamo Dira.

- Dira.

- Sì. Vado per la strada e la gente mi dice Buongiorno Dira, Buonanotte Dira, sei bella oggi Dira, che bel vestito che hai Dira, Hai mica visto Bartleboom per caso, no, è nella sua stanza, primo piano, l'ultima in fondo al corridoio, questi sono gli asciugamani, tenete, si vede il mare, spero che non vi dia fastidio.

Il professar Bartleboom - da quel momento semplicemente Bartleboom - prese gli asciugamani.

- Signorina Dira...

- Sì?

- Posso permettermi una domanda?

- Sarebbe?

- Ma voi quanti anni avete?

- Dieci.

- Ah ecco.

Bartleboom - da poco ex professar Bartleboom - prese le valigie e si incammino verso le scale.

- Bartleboom...

- Sì?

- Non si chiede l'età alle signorine.

- , vero, scusate.

- Primo piano. L'ultima in fondo al corridoio.


Nella stanza in fondo al corridoio (primo piano) c'erano un letto, un armadio, due sedie, una stufa, un piccolo scrittoio, un tappeto (blu), due quadri identici, un lavabo con specchio, una cassapanca e un bambino: seduto sul davanzale della finestra (aperta), con le spalle alla stanza e le gambe a penzoloni nel vuoto.

Bartleboom si esibì in un misurato colpetto di tosse, così, tanto per fare un rumore qualsiasi.

Niente.

Entrò nella stanza, posò le valigie, si avvicinò a guardare i quadri (uguali, incredibile), si sedette sul letto, si tolse le scarpe con evidente sollievo, si rialzò, andò a guardarsi allo specchio, constatò che era sempre lui (si sa mai), diede un'occhiata nell'armadio, ci appese il mantello e poi si avvicinò alla finestra.

- Fai parte del mobilio o sei qui per caso?

Il bambino non si mosse di un millimetro. Ma rispose.

- Mobilio.

- Ah.

Bartleboom tornò verso il letto, si slacciò la cravatta e si sdraiò. Macchie di umidità, sul soffitto, come fiori tropicali disegnati in bianco e nero. Chiuse gli occhi e si addormentò. Sognò che lo chiamavano a sostituire la donna cannone al Circo Bosendorf e lui, arrivato sulla pista, riconosceva in prima fila sua zia Adelaide, donna squisita ma dai discutibili costumi, che baciava prima un pirata, poi una donna uguale a lei e infine la statua lignea di un santo che poi tanto statua non era se d'improvviso prese a camminare e ad andare diritto verso di lui, Bartleboom, gridando qualcosa che non si riusciva bene a capire e che tuttavia sollevò lo sdegno di tutto il pubblico, tanto da costringere lui, Bartleboom, a scappare a gambe levate, rinunciando perfino al sacrosanto compenso concordato col direttore del circo, 128 soldi, per la precisione. Si svegliò, e il bambino era ancora lì. Però era voltato e lo guardava. Anzi, gli stava parlando.

- Ci siete mai stato, voi, al Circo Bosendorf?

- Prego?

- Vi ho chiesto se ci siete mai stato, al Circo Bosendorf.

Bartleboom si drizzò seduto sul letto.

- Che ne sai tu del Circo Bosendorf?

- Niente. Solo che l'ho visto, è passato da qui l'anno scorso. C'erano gli animali e tutto. C'era anche la donna cannone.

Bartleboom si domandò se non fosse il caso di chiedergli notizie della zia Adelaide. vero che era morta da anni, ma quel bambino sembrava saperla lunga. Alla fine preferì limitarsi a scendere dal letto e avvicinarsi alla finestra.

- Ti spiace? Avrei bisogno di un po' d'aria.

Il bambino si spostò un po' più in là sul davanzale. Aria fredda e vento da nord. Davanti, fino all'infinito, il mare.

- Cosa ci fai tutto il tempo seduto qua sopra?

- Guardo.

- Non c'è molto da guardare...

- Scherzate?

- Be', c'è il mare, d'accordo, ma il mare è poi sempre quello, sempre uguale, mare fino all'orizzonte, se va bene ci passa una nave, non è che sia poi la fine del mondo.

Il bambino si girò verso il mare, si rigirò verso Bartleboom, si girò ancora verso il mare, si rigirò ancora verso Bartleboom.

- Quanto vi fermerete qui? -, gli chiese.

- Non so. Qualche giorno.

Il bambino scese dal davanzale, andò verso la porta, si fermò sulla soglia, rimase per un po' a studiare Bartleboom.

- Voi siete simpatico. Magari quando ve ne andrete sarete un po' meno imbecille.

Cresceva, in Bartleboom, la curiosità di sapere chi li aveva educati, quei bambini. Un fenomeno, evidentemente.


Sera. Locanda Almayer. Stanza al primo piano, in fondo al corridoio. Scrittoio, lampada a petrolio, silenzio. Una vestaglia grigia con dentro Bartleboom. Due pantofole grigie con dentro i suoi piedi. Foglio bianco sullo scrittoio, penna e calamaio. Scrive. Bartleboom. Scrive.


Mia adorata,

sono arrivato al mare. Vi risparmio le fatiche e le miserie del viaggio: ciò che conta è che ora sono qui. La locanda è ospitale: semplice, ma ospitale. sul colmo di una piccola collina, proprio davanti alla spiaggia. La sera si alza la marea e l'acqua arriva fin quasi sotto alla mia finestra. come stare su una nave. Vi piacerebbe.

Io non sono mai stato su una nave.

Domani inizierò i miei studi. Il posto mi sembra ideale. Non mi nascondo la difficoltà dell'impresa, ma Voi sapete - Voi sola, al mondo - quanto io sia determinato a portare a termine l'opera che è stata mia ambizione concepire e intraprendere in un giorno fausto di dodici anni fa. Mi sarà di conforto immaginarvi in salute e in letizia d'animo.

Effettivamente non ci avevo mai pensato prima: ma davvero non sono mai stato su una nave.

Nella solitudine di questo luogo appartato dal mondo, mi accompagna la certezza che non vorrete, nella lontananza, smarrire il ricordo di colui che Vi ama e che sempre rimarrà il Vostro

Ismael A. Ismael Bartleboom


Posa la penna, piega il foglio, lo infila in una busta. Si alza, prende dal suo baule una scatola di mogano, solleva il coperchio, ci lascia cadere dentro la lettera, aperta e senza indirizzo. Nella scatola ci sono centinaia di buste uguali. Aperte e senza indirizzo. Ha 38 anni, Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle

- Ti aspettavo.

Lei aprirà la scatola e lentamente, quando vorrà, leggerà le lettere una ad una e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu si prenderà gli anni - i giorni, gli istanti - che quell'uomo, prima ancora di conoscerla, già le aveva regalato. O forse, più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti a quella buffa nevicata di lettere sorriderà dicendo a quell'uomo

- Tu sei matto.

E per sempre lo amerà.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 74

PLASSON - ...

BARTLEBOOM - ...

PLASSON - ...

BARTLEBOOM - Voi facevate ritratti alla gente?

PLASSON - Sì.

BARTLEBOOM - Accidenti, sono anni che vorrei farmi fare un ritratto, davvero, adesso vi sembrerà una cosa stupida, ma...

PLASSON - Quando facevo i ritratti alla gente iniziavo dagli occhi. Dimenticavo tutto il resto e mi concentravo sugli occhi, li studiavo, per minuti e minuti, poi li abbozzavo, con la matita, e quello era il segreto, perché una volta che voi avete disegnato gli occhi... (stop)

BARTLEBOOM - ...

PLASSON - ...

BARTLEBOOM - Cosa succede una volta che avete disegnato gli occhi?

PLASSON - Succede che tutto il resto viene da sé, è come se tutti gli altri pezzi scivolassero da soli intorno a quel punto iniziale, non c'è nemmeno bisogno di... (stop)

BARTLEBOOM - Non ce n'è nemmeno bisogno.

PLASSON - No. Uno può quasi evitare di guardare il modello, tutto viene da sé, la bocca, la curva del collo, perfino le mani... Ma quel che è fondamentale è partire dagli occhi, capite?, e qui sta il vero problema, il problema che mi fa impazzire, sta esattamente qui:... (stop)

BARTLEBOOM - ...

PLASSON - ...

BARTLEBOOM - Avete un'idea di dove stia il problema, Plasson?

D'accordo: era un po' macchinoso. Ma funzionava. Si trattava solo di disincagliarlo. Ogni Volta. Con pazienza. Bartleboom, come si poteva dedurre dalla sua singolare vita sentimentale, era un uomo paziente.

PLASSON - Il problema è: dove cavolo sono gli occhi del mare? Non riuscirò mai a combinare nulla finché non lo scoprirò, perché quello è il principio, capite?, il principio di tutto, e finché non capirò dov'è continuerò a passare i miei giorni a guardare questa maledetta distesa d'acqua senza... (stop)

BARTLEBOOM - ...

PLASSON - ...

BARTLEBOOM - ...

PLASSON - Questo è il problema, Bartleboom:

Magia: questa volta era ripartito da solo.

PLASSON - Questo è il problema: dove inizia il mare?

Bartleboom tacque.

Andava e tornava, il sole, tra una nuvola e l'altra. Era il vento da nord, sempre lui, a organizzare il silenzioso spettacolo. Il mare continuava imperturbabile a recitare i suoi salmi. Se aveva occhi, in quel momento non era lì che stava guardando.

Silenzio.

Silenzio per minuti.

Poi Plasson si girò verso Bartleboom e disse tutto d'un fiato

- E voi... voi cosa studiate con tutti quei vostri buffi strumenti?

Bartleboom sorrise.

- Dove finisce il mare.

Due pezzi di puzzle. Fatti l'uno per l'altro. Da qualche parte del cielo un vecchio Signore, in quell'istante, li aveva finalmente ritrovati.

- Diavolo! Lo dicevo Io che non potevano essere scomparsi.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 78

Ann Deverià che cammina lungo la riva, nel suo mantello viola. Accanto, una ragazzina che si chiama Elisewin, con il suo ombrellino bianco. Ha sedici anni. Forse morirà, forse vivrà. Chissà. Ann Deverià parla senza staccare gli occhi dal niente che ha davanti. Davanti in molti sensi.

- Mio padre non voleva morire. Invecchiava ma non moriva. Se lo consumavano, le malattie, e lui, imperterrito, rimaneva aggrappato alla vita. Alla fine non usciva nemmeno più dalla sua stanza. Dovevano fargli tutto. Anni, così. Si era asserragliato in una specie di roccaforte, tutta sua, costruita nell'angolo più invisibile di se stesso. Rinunciò a tutto, ma si tenne strette, con ferocia, le uniche due cose di cui davvero gli importava qualcosa: scrivere e odiare. Scriveva faticosamente, con la mano che ancora riusciva a muovere. E odiava con gli occhi. Parlare, non parlò più, fino alla fine. Scriveva e odiava. Quando morì - perché morì, finalmente - mia madre prese quelle centinaia di fogli scarabocchiati e li lesse, uno ad uno. C'erano i nomi di tutti quelli che aveva conosciuto, uno in fila all'altro. E vicino ad ognuno, la descrizione minuziosa di una morte orrenda. Io non li ho letti, quei fogli. Ma gli occhi - quegli occhi che odiavano, ogni minuto di ogni giorno, fino alla fine - li avevo visti. Eccome li avevo visti. Ho sposato mio marito perché aveva gli occhi buoni. Era l'unica cosa che mi importava. Aveva gli occhi buoni.

Poi non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa strada. Così... Io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo... salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l'onestà, essere buoni, essere giusti. No. Sono i desideri che salvano. Sono l'unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l'ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. lì che salta tutto, non c'è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatta tanto di quel male che tu non te lo puoi nemmeno immaginare.

Sai cos'è bello, qui? Guarda: noi camminiamo, lasciamo tutte quelle orme sulla sabbia, e loro restano lì, precise, ordinate. Ma domani, ti alzerai, guarderai questa grande spiaggia e non ci sarà più nulla, un'orma, un segno qualsiasi, niente. Il mare cancella, di notte. La marea nasconde. come se non fosse mai passato nessuno. come se noi non fossimo mai esistiti. Se c'è un luogo, al mondo, in cui puoi pensare di essere nulla, quel luogo è qui. Non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera. tempo. Tempo che passa. E basta.

Sarebbe un rifugio perfetto. Invisibili a qualsiasi nemico. Sospesi. Bianchi come i quadri di Plasson. Impercettibili anche a se stessi. Ma c'è qualcosa che incrina questo purgatorio. Ed è qualcosa da cui non puoi scappare. Il mare. Il mare incanta, il mare uccide, commuove, spaventa, fa anche ridere, alle volte, sparisce, ogni tanto, si traveste da lago, oppure costruisce tempeste, divora navi, regala ricchezze, non dà risposte, è saggio, è dolce, è potente, è imprevedibile. Ma soprattutto: il mare chiama. Lo scoprirai, Elisewin. Non fa altro, in fondo, che questo: chiamare. Non smette mai, ti entra dentro, ce l'hai addosso, è te che vuole. Puoi anche far finta di niente, ma non serve. Continuerà a chiamarti. Questo mare che vedi e tutti gli altri che non vedrai, ma che ci saranno, sempre, in agguato, pazienti, un passo oltre la tua vita. Instancabilmente, li sentirai chiamare. Succede in questo purgatorio di sabbia. Succederebbe in qualsiasi paradiso, e in qualsiasi inferno. Senza spiegare nulla, senza dirti dove, ci sarà sempre un mare, che ti chiamerà.

Si ferma, Ann Deverià. Si china, si toglie le scarpe. Le lascia sulla sabbia. Riprende a camminare, a piedi nudi. Elisewin non si muove. Aspetta che lei si allontani di qualche passo. Poi dice, a voce abbastanza alta da farsi sentire:

- Io fra qualche giorno partirò da qui. E andrò nel mare. E guarirò. Questo è quello che desidero. Guarire. Vivere. E, un giorno, diventare bella come voi.

Ann Deverià si volta. Sorride. Cerca le parole. Le trova.

- Mi porterai con te?

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 136

Si voltò e lentamente tornò sui suoi passi. Non c'era più vento, non c'era più notte, non c'era più mare, per lei. Andava, e sapeva dove andare. Questo era tutto. Sensazione meravigliosa. Di quando il destino finalmente si schiude, e diventa sentiero distinto, e orma inequivocabile, e direzione certa. Il tempo interminabile dell'avvicinamento. Quell'accostarsi. Si vorrebbe non finisse mai. Il gesto di consegnarsi al destino. Quella è un'emozione. Senza più dilemmi, senza più menzogne. Sapere dove. E raggiungerlo. Qualunque sia, il destino.

Camminava - ed era la cosa più bella che avesse mai fatto.

Vide la locanda Almayer avvicinarsi. Le sue luci. Lasciò la spiaggia, arrivò sulla soglia, entrò e chiuse dietro di sé quella porta da cui, insieme agli altri, chissà quanto tempo prima, era uscita di corsa, senza ancora nulla sapere.

Silenzio.

Sul pavimento di legno, un passo dopo l'altro. Granelli di sabbia che scricchiolano sotto i piedi. In un angolo, per terra, il mantello caduto a Plasson, nella fretta di corrersene via. Nei cuscini, sulla poltrona, l'orma del corpo di madame Deverià, come se si fosse appena alzata. E al centro della stanza, in piedi, immobile, Adams.

Che la guarda.

Un passo dopo l'altro, fino ad arrivargli vicino. E dirgli:

- Non mi farai del male, vero?
Non le farà del male, vero?
- No.
No.
Allora
Elisewin
prese
tra le mani
il volto
di quell'uomo,
e
lo baciò.

Nelle terre di Carewall, non smetterebbero mai di raccontare questa storia. Se solo la conoscessero. Non smetterebbero mai. Ognuno a modo suo, ma tutti continuerebbero a raccontare di quei due e di un'intera notte passata a restituirsi la vita, l'un l'altra, con le labbra e con le mani, una ragazzina che non ha visto nulla e un uomo che ha visto troppo, uno dentro l'altra - ogni palmo di pelle è un viaggio, di scoperta, di ritorno - nella bocca di Adams a sentire il sapore del mondo, sul seno di Elisewin a dimenticarlo - nel grembo di quella notte stravolta, nera burrasca, lapilli di schiuma nel buio, onde come cataste franate, rumore, sonore folate, furiose di suono e velocità, lanciate sul pelo del mare, nei nervi del mondo, oceano mare, colosso che gronda, stravolto - sospiri, sospiri nella gola di Elisewin - velluto che vola - sospiri ad ogni passo nuovo in quel mondo che valica monti mai visti e laghi di forme impensabili - sul ventre di Adams il peso bianco di quella ragazzina che dondola musiche mute - chi l'avrebbe mai detto che baciando gli occhi di un uomo si possa vedere così lontano - accarezzando le gambe di una ragazzina si possa correre così veloci e fuggire - fuggire da tutto - vedere lontano - venivano dai due più lontani estremi della vita, questo è stupefacente, da pensare che mai si sarebbero sfiorati, se non attraversando da capo a piedi l'universo, e invece nemmeno si erano dovuti cercare, questo è incredibile, e tutto il difficile era stato solo riconoscersi, riconoscersi, una cosa di un attimo, il primo sguardo e già lo sapevano, questo è il meraviglioso - questo continuerebbero a raccontare, per sempre, nelle terre di Carewall, perché nessuno possa dimenticare che non si è mai lontani abbastanza per trovarsi, mai - lontani abbastanza - per trovarsi - lo erano quei due, lontani, più di chiunque altro e adesso - grida la voce di Elisewin, per i fiumi di storie che forzano la sua anima, e piange Adams, sentendole scivolare via, quelle storie, alla fine, finalmente, finite - forse il mondo è una ferita e qualcuno la sta ricucendo in quei due corpi che si mescolano - e nemmeno è amore, questo è stupefacente, ma è mani, e pelle, labbra, stupore, sesso, sapore - tristezza, forse - perfino tristezza - desiderio - quando lo racconteranno non diranno la parola amore - mille parole diranno, taceranno amore - tace tutto, intorno, quando d'improvviso Elisewin sente la schiena spezzarsi e la mente sbiancare, stringe quell'uomo dentro, gli afferra le mani e pensa: morirò. Sente la schiena spezzarsi e la mente sbiancare, stringe quell'uomo dentro, gli afferra le mani e, vedi, non morirà.