Copertina
Autore Giangaetano Bartolomei
Titolo Come scegliersi lo psicoanalista
EdizioneRosenberg & Sellier, Torino, 2000 , pag. 142, dim. 120x210x10 mm , Isbn 978-88-7011-780-6
LettoreGiovanna Bacci, 2003
Classe psicanalisi , medicina
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Indice

 11 Capitolo primo

    La babele dei nomi

 37 Capitolo secondo

    Gli attrezzi dello psicoanalista

 37 1. La mente dello psicoanalista
 43 2. Normalità e stravaganze degli psicoanalisti

 49 Capitolo terzo

    Il primo incontro

 49 1. Cominciamo dal di fuori
 58 2. Il colloquio
 65 3. Le cose che uno psicoanalista non dovrebbe dire

 71 Capitolo quarto

    Differenti tipi di psicoanalisti

 71 1. Gioie e dolori della « cura »
 80 2. Quanto conta la personalità dell'analista
 86 3. Le teorie dello psicoanalista
 94 4. Curare il paziente o la malattia?
103 5. La psicoanalisi come professione (e i suoi rischi)
108 6. I difetti degli psicoanalisti

113 Capitolo quinto

    Conoscersi e cambiare

113 1. Gli scopi del trattamento psicoanalitico
119 2. La psicoanalisi come conoscenza di sé stessi
127 3. Il ruolo del buon analista
135 4. Cambiamento e guarigione

 

 

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Caratteristiche del metodo psicoanalitico

Come abbiamo già accennato, sono quasi innumerevoli i mezzi e i metodi adoperati per alleviare, curare, guarire i disturbi o i malesseri psichici. Tra questi come non ricordare la grande varietà di farmaci oggi fortunatamente disponibili, e di solito piuttosto efficaci per trattare stati di ansia, attacchi di panico, disturbi dell'umore fino alle più gravi malattie mentali, come la schizofrenia? Sarebbe poco saggio avere pregiudizi nei confronti di questi farmaci i quali consentono spesso, se somministrati adeguatamente, di recuperare a una vita normale o, nei casi peggiori, sopportabile persone che solo cinquant'anni fa erano condannate a soffrire con poche speranze. Qualunque controversia «ideologica» sull'uso di queste medicine (psicofarmaci) dovrebbe tenere conto, per esempio, di come era la vita di quel tipo di «depresso» che, nei vecchi testi di psichiatria, era denominato «melanconico», quando non c'erano farmaci che lo soccorressero: un vero e proprio inferno (non a caso il suicidio era molto frequente in questa categoria di malati, mentre oggi lo è molto meno, se essi sono curati con le medicine giuste alle dosi giuste).

Detto questo, verrebbe da domandarsi: «Ma allora, non possiamo mandare in pensione la psicoanalisi e le psicoterapie psicoanalitiche?» La risposta a questa domanda richiede un po' di equilibrio e di buon senso. Da una parte sarebbe assurdo negare i progressi e l'efficacia del trattamento farmacologico dei disturbi psichici, dall'altra si può intuire che: 1) non tutti gli stati di malessere psichico sono risolvibili con i farmaci: questi ultimi, talora, alleviano il sintomo (ed è già una gran cosa), ma non sono in grado di eliminare o ridurre le cause; 2) ci sono «condizioni esistenziali» dolorose e talora drammatiche dalle quali non si può uscire prendendo delle pasticche (per es., decidere se separarsi o no dal proprio coniuge; non riuscire a stabilire relazioni sociali o amorose soddisfacenti o abbastanza durevoli; cercare di trovare un adattamento alla realtà che sia meno frustrante ecc.).

Insomma, ci sono migliaia di persone che vivono male perché non sanno come affrontare delle situazioni in cui la vita li ha messi (o loro stessi si sono messi), senza che si rendano conto di dove stia il bandolo della matassa, di che cosa debbano fare per uscirne e magari di quello che, inconsapevolmente, continuano a fare per restare in quelle brutte situazioni. Quasi sempre il problema sta nel fatto che noi vogliamo cambiare senza, però, rinunciare a nulla. Invece, come amava ripetere Freud, «Per fare una frittata bisogna rompere delle uova» (riutilizzeremo questo proverbio nell'ultimo capitolo, come stimolo per qualche approfondimento).

I trattamenti di cui stiamo parlando intendono proprio aiutare i pazienti a compiere un cammino di conoscenza di sé, in modo che giungano non solo a conoscere meglio quel che sono, ma anche a sapere di più «quel che fanno», giacché una grande parte della nostra ignoranza su noi stessi riguarda proprio il nostro non renderci conto di quel che facciamo a noi stessi ed agli altri nel nostro agire quotidiano e degli effetti che tale modo di agire, abituale e ripetitivo, ha sulla nostra esistenza. Come se fossimo simili a macchine programmate per compiere certe operazioni, ma che non sono consapevoli di eseguire un programma né conoscono il programma stesso. Bisognerà allora, nel lavoro psicoanalitico e psicoterapeutico, da una parte mettere in evidenza la natura «programmata» dei comportamenti abituali e ripetitivi (per esempio, un uomo che ha sempre relazioni amorose infelici con donne più grandi di lui e già sposate) e, dall'altra, arrivare a conoscere il più dettagliatamente possibile il «programma». Fatto questo, ci sono buone possibilità di pervenire a un mutamento nel programma o addirittura del programma. Fa parte del trattamento anche portare alla luce la «visione della realtà», spesso implicita e talora persino misconosciuta o negata, che ci guida nei nostri rapporti con gli altri e in generale nel nostro pensare e nel nostro agire.

Così, la psicoterapia psicoanalitica può essere utilissima (o addirittura indispensabile) per affrontare taluni stati di sofferenza o di disagio psichico, mentre può essere del tutto inefficace per trattare talune condizioni psichiatriche. Non dobbiamo mai dimenticare, infatti, che l'uomo è un'unità psicofisica o psicosomatica, una tale fusione di corpo e mente, che molte alterazioni del funzionamento chimico del cervello (o anche di altri organi) producono effetti sui sentimenti, sulle emozioni, sui modi di pensare e anche sulla logica dei ragionamenti. Perciò sarebbe assurdo aspettarsi dallo psicoanalista che egli curasse alterazioni mentali o emotive prodotte da stati di intossicazione cronica, da malattie infettive, degenerative ecc. Sebbene si debba riconoscere che, in parecchi di questi casi, una psicoterapia psicoanalitica può aiutare il malato, doverosamente curato con farmaci, ad affrontare meglio la propria condizione (persino i malati terminali di cancro possano trarre sollievo da una psicoterapia analitica, giacché, nel momento in cui siamo costretti a guardare in faccia la nostra morte, spesso affiorano in noi immagini, fantasie, angosce che rendono ancora più dolorose quelle ore estreme e che ci è di grande sollievo poter comunicare a qualcuno che sia disposto a condividerle con noi).

In conclusione, sarebbe un grave errore pensare che gli psicoanalisti «funzionino» come dei farmaci che eliminano ansia, insonnia, depressione ecc. Anzi, come già si augurava Freud, la comparsa di una grande varietà di psicofarmaci efficaci ha, per così dire, sollevato lo psicoanalista dall'obbligo di «curare i disturbi», consentendogli di prendersi cura esclusivamente della persona. Potremmo dunque dire che oggi le indicazioni più promettenti per sottoporsi a un trattamento psicoanalitico o a una psicoterapia a orientamento psicoanalitico sono legate a stati di disagio esistenziale che non potrebbero essere semplificati appiccicandogli sopra un semplice etichetta diagnostica né potrebbero essere risolti dai farmaci. Ragazzi che si arenano negli studi, adulti che non riescono a formare una relazione di coppia durevole o appagante (o, al contrario, che non riescono a sciogliere un legame di coppia che li rende infelici), persone che non riescono a mettere a frutto la propria intelligenza e la propria creatività, donne che non sanno decidersi se avere o no un figlio; e poi lutti, divorzi, separazioni, maternità problematiche, cambiamenti di lavoro che angosciano, gravi malattie ecc. : sono, queste, tutte situazioni e condizioni che possono trovare un grande giovamento nella psicoanalisi o nella psicoterapia psicoanalitica. Lo psicoanalista non decide per noi, né ci suggerisce la scelta migliore, ma, aiutandoci a veder più chiaro in noi stessi, ci mette nelle condizioni migliori per fare una scelta sensata.

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Capitolo secondo

GLI ATTREZZI DELLO PSICOANALISTA


1. La mente dello psicoanalista

Lo psicoanalista, come lo psicoterapeuta orientato psicoanaliticamente, ha un solo strumento di lavoro: sé stesso, la propria personalità, la propria mente. Deve usarlo per capire bene quel che gli dice il paziente, per capire quel che sta succedendo nel paziente, per capire quel che sta succedendo in sé stesso sotto l'influenza di quel che gli dice il paziente. Capire, capire bene, o almeno non cadere in grossolani fraintendimenti, è il primo passo, indispensabile, per poter poi agire bene in senso psicoanalitico, cioè dire la cosa giusta al momento giusto e nella maniera giusta.

Il fatto che gli psicoanalisti possano dare l'impressione, in parte fondata, di fare tutto questo con estrema naturalezza e persino con facilità non deve ingannare: si tratta di una capacità (che a volte tocca il virtuosismo) acquistata con una grande esperienza e con un grande esercizio, avendo come base di partenza un tipo particolare di sensibilità e di intelligenza (almeno nei casi migliori). Anche per questo ci vuole una diecina d'anni per sfornare uno psicoanalista: più o meno lo stesso tempo che ci voleva, nei secoli andati, per addestrare a puntino un bravo capo cannoniere della marina di Sua Maestà Britannica.

In particolare, lo psicoanalista deve essere in grado di pensare al posto del paziente, quando quest'ultimo è troppo angosciato e cieco su sé stesso per essere in grado di usare liberamente il proprio pensiero introspettivo. E dev'essere capace, anche, di pensare insieme al paziente, quando è necessario far cooperare le due menti per vederci più chiaro.

Nessun microscopio o telescopio è perfetto: tutti danno immagini più o meno alterate nella forma o nei colori, o in entrambi. Chi li adopera deve conoscerne bene i difetti, deve sapere quale tipo di distorsioni, e di quale entità, introducono nella rappresentazione della realtà. Altrimenti rischia di scambiare per caratteristiche dell'oggetto osservato le alterazioni prodotte dallo strumento. Ora, siccome, come si è detto, l'unico strumento di lavoro dello psicoanalista è la sua mente, non è forse lecito aspettarsi che egli conosca meglio di altri sé stesso, la propria personalità, la propria mente e le distorsioni che tende a introdurre nella sua percezione della realtà? Inoltre, come tutti sanno, ci sono situazioni sperimentali di laboratorio, nelle quali lo strumento di osservazione e di misura influenza l'andamento del fenomeno osservato o misurato. Il ricercatore lo sa e quindi ne tiene conto. La stessa cosa accade in ogni momento anche tra gli esseri umani. un'esperienza banale che tutti abbiamo fatto: se una persona sa di essere osservata, il suo comportamento cambia. Uno psicoanalista deve essere in grado di capire a volo in che modo la sua semplice presenza influenza il comportamento di quel paziente lì, in qual modo e misura influisce su ciò che quel paziente dice, su come lo dice, o sul suo silenzio, anche quando sembra che il paziente non tenga alcun conto di lui.

Come può, uno psicoanalista, arrivare a conoscere bene il proprio strumento di lavoro (la propria mente) e a rendersi conto degli effetti che lo «strumento di osservazione» esercita sull'andamento dei fenomeni? C'è un solo modo: essere passato attraverso una profonda esperienza psicoanalitica dalla parte del «paziente», cioè essere stato a propria volta psicoanalizzato.

Questa è la garanzia minima che lo psicoanalista conosca decentemente sé stesso (sempre che l'analisi, cui si è sottoposto, sia stata sufficientemente profonda e accurata) e sia quindi al riparo da uno degli errori più gravi e dannosi che egli possa commettere nell'esercizio della propria attività di psicoanalista: attribuire ai propri pazienti, addebitandoli magari al loro «inconscio», pensieri, sentimenti, fantasie ecc. , che appartengono, invece, soltanto a lui solo.

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Le persone psichicamente sofferenti non sono, di solito, esperte in teorie e scuole di psicoanalisi o di psicoterapia né conoscono bene la fama o le capacità degli psicoanalisti presenti sulla piazza. Perciò spesso capitano per la prima volta nello studio di uno psico-qualcosa per suggerimento di amici o conoscenti, per consiglio del medico di famiglia e persino scartabellando le pagine gialle. Queste persone non sono in grado di cercare in maniera «mirata» uno psicoanalista freudiano, junghiano, kleiniano, bioniano ecc., e ancor meno di controllare se l'analista scelto appartiene a una «scuola» seria o è membro di una associazione psicoanalitica seria. Anzi, spesso si trovano nello studio di qualcuno, che è stato indicato loro come uno «psicoanalista», senza avere alcuna idea (o soltanto quelle idee che si possono trarre da qualche film di successo) di che cosa sia la psicoanalisi e di che cosa sia uno psicoanalista. Hanno bisogno, talora disperatamente, di aiuto e sono quindi portate a fidarsi e ad affidarsi. Proprio a loro è destinato questo libretto, che vorrebbe poterle aiutare a evitare gli errori più grossolani nella scelta dello psicoanalista o dello psicoterapeuta. Giacché è ben vero che uno psicoanalista inadeguato difficilmente danneggia in modo irreparabile un paziente (non abbiamo questi poteri straordinari, né nel bene né nel male!), ma di sicuro gli fa perdere tempo e danaro, prolunga inutilmente le sue sofferenze, può ridurre le sue possibilità di provarci una seconda volta, con un analista migliore o più adatto a lui.

Come si vede, il problema è doppio: 1) scegliere un vero psicoanalista, serio e preparato; 2) tra tutti gli psicoanalisti seri e preparati scegliere quello che va bene per noi. Perciò prima di consegnare la nostra «anima» nelle mani di uno sconosciuto, compiamo un ultimo sforzo per fare una buona scelta.

Di quali elementi disponiamo per decidere se quel dottore è serio e adatto a noi? Di pochi, e per giunta non infallibili. Ma le partite si giocano con le carte che si hanno in mano; e quei pochi elementi di valutazione vanno sfruttati al meglio, se non per altro, per evitare una scelta clamorosamente e rovinosamente negativa. Suggerisco, quindi, di usare l'intuito, lo spirito di osservazione, i segnali spontanei che ci vengono «dal di dentro» e, se possibile, il buonsenso per farci un'idea del tipo di persona nel cui studio siamo entrati per la prima volta.

Cominciamo dal di fuori, e cioè proprio dallo studio, da come è sistemato, da come è arredato. Infatti, il modo in cui arrediamo, o ci facciamo arredare, il nostro ambiente può essere un utile indizio per far capire a un osservatore attento che genere di persona siamo. Io credo che, nel caso di uno psicoanalista (vero o sedicente tale), ogni eccesso in questo campo debba metterci in guardia. Ma è mia opinione che, comunque, tra i due estremi, sia più sospetto l'eccesso di lusso e di stravaganza. Non perché un eccellente analista non possa amare il lusso o essere stravagante, ma perché non dovrebbe esibire né l'uno né l'altra dinanzi a persone che vanno nel suo studio in una condizione, di solito, di sofferenza. Riferirò un caso concreto' per spiegarmi meglio.

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