Copertina
Autore L. Frank Baum
Titolo Il mago di Oz
SottotitoloIllustrazioni di W. W. Denslow
EdizioneRizzoli, Milano, 1978, BUR 243 , pag. 278, cop.fle., dim. 108x177x19 mm
OriginaleThe Wonderful Wizard of Oz [1900]
PrefazioneRenato Gorgoni
TraduttoreNini Agosti Castellani
Classe ragazzi
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Indice

CAPITOLO I
Il ciclone

CAPITOLO II
Discorrendo coi Succhialimoni

CAPITOLO III
Come Dorothy salvó lo Spaventapasseri

CAPITOLO IV
Il sentiero nel bosco

CAPITOLO V
Come fu salvato il Boscaiolo di Stagno

CAPITOLO VI
Il Leone codardo

CAPITOLO VII
Il viaggio alla Città degli Smeraldi

CAPITOLO VIII
Il campo di papaveri

CAPITOLO IX
La Regina dei Topi di Campo

CAPITOLO X
Il Guardiano della Città

CAPITOLO XI
La meravigliosa città del Mago

CAPITOLO XII
Alla ricerca della Perfida Strega

CAPITOLO XIII
Alla riscossa

CAPITOLO XIV
Le Scimmie Volanti

CAPITOLO XV
Rivelazione di Oz il Terribile

CAPITOLO XVI
Le arti magiche del Grande Ciarlatano

CAPITOLO XVII
Il volo in pallone

CAPITOLO XVIII
In cammino verso il Sud

CAPITOLO XIX
La lotta contro gli alberi viventi

CAPITOLO XX
Il paese della porcellana

CAPITOLO XXI
Le Leone diventa Re degli Animali

CAPITOLO XXII
Nel Regno dei Gingillini

CAPITOLO XXIII
La Fata esaudisce il desiderio di Dorothy

CAPITOLO XXIV
Di ritorno a casa


 

 

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Pagina 27

Capitolo I
Il ciclone



DOROTHY viveva nel cuore delle grandi praterie del Kansas con lo zio Enrico che faceva il fattore e la zia Emma che era sua moglie. Avevano una casetta piccina, perché il legno per costruirla aveva dovuto esser trasportato su un carro per miglia e miglia. C'erano quattro muri, un pavimento e un tetto che costituivano un'unica stanza; e questa stanza conteneva un vecchio fornello dall'aria arrugginita, una credenza per i piatti, un tavolo, tre o quattro sedie e i letti. Lo zio Enrico e la zia Emma occupavano un grande letto in un angolo del locale e Dorothy aveva invece un lettino nell'altro angolo. Non c'era nemmeno un solaio, né una cantina vera e propria, ma solo un piccolo vano scavato nel suolo che si chiamava «cantina anticiclone», dove la famigliola poteva rifugiarsi nel caso fosse scoppiato uno di quei terribili uragani di quei luoghi, forte abbastanza per abbattere qualsiasi edificio sulla sua strada. Alla cantina si accedeva per mezzo di una botola nel centro del pavimento, da cui partiva una scaletta a pioli che conduceva giù nel piccolo rifugio buio.

Se Dorothy si metteva sulla soglia di casa e si guardava intorno, non vedeva altro che l'immensa prateria. Non un albero, non una casa che interrompesse la vasta distesa della campagna ovunque confinante con l'orizzonte. Il sole aveva talmente bruciato il terreno arato da ridurlo come una grande massa grigia, screpolata da sottili fessure. Nemmeno i prati erano verdi perché il sole aveva inaridito le cime dei lunghi fili d'erba così da non lasciar scorgere nulla all'infuori dello stesso color grigio dappertutto. Un tempo la casetta era stata dipinta di fresco, ma il sole aveva disseccato la vernice e le piogge l'avevano lavata via, tanto che la casa era ormai diventata triste e grigia come tutto il resto.

Quando la zia Emma era venuta a vivere lì era una mogliettina giovane e graziosa; ma il sole e il vento avevano trasformato anche lei. Avevano tolto ai suoi occhi la loro bella luce viva e li avevano lasciati di un tranquillo color grigio, avevano fatto sparire il rosso dalle sue gote e dalle labbra, ormai anche loro grige. Era smunta e sottile, la zia Emma, e non rideva mai adesso. Quando Dorothy, che non aveva più né papà né mamma, era venuta a vivere da lei, la zia Emma era stata così sorpresa del riso della bimba che s'era messa a gridare stringendosi le mani sul cuore nell'udire la vocetta allegra della nipotina: e ancor'oggi guardava stupita la bimbetta, meravigliandosi che potesse rider di qualche cosa.

Nemmeno lo zio Enrico rideva mai. Lavorava accanitamente da mattina a sera e non sapeva che cosa fosse la gioia. Anche lui era tutto grigio, dalla lunga barba agli stivali di ruvido cuoio: aveva un aspetto severo e solenne e non parlava quasi mai.

Era Totò che faceva ridere Dorothy e fu lui che le impedì di diventar grigia e seria come tutto quel che le stava attorno. Totò non era grigio, lui: era un bel cagnolino nero, dal lungo pelo che pareva seta e dagli occhietti scuri che scintillavano furbescamente ai due lati del muso birichino. Totò giocava tutto il giorno, e Dorothy giocava con lui, e gli voleva molto bene.

Quel giorno, però, non giocavano. Lo zio Enrico stava seduto sull'uscio di casa e fissava preoccupato il cielo più grigio del solito. Dorothy stava sulla soglia tenendo in braccio Totò, e guardava il cielo anche lei. La zia Emma, intanto, lavava i piatti.

Dal lontano Nord udirono il cupo ululato del vento, e Dorothy e lo zio Enrico videro l'erba alta ondeggiare all'approssimarsi dell'uragano. Ad un tratto echeggiò nell'aria un fischio acuto proveniente dal Sud e, volgendo lo sguardo, videro che l'erba nei prati si increspava anche in quella direzione.

Lo zio Enrico s'alzò di scatto.

Sta per venire un uragano, Emma esclamò rivolto alla moglie; vado a guardare le bestie. E corse nella stalla dove riposavano le mucche e i cavalli.

La zia Emma interruppe il suo lavoro e venne sulla porta. Le bastò un'occhiata per rendersi conto dell'imminenza del pericolo.

Presto, Dorothy! gridò; corri in cantina!

Totò saltò giù dalle braccia della bimba e andò a nascondersi sotto il letto. Dorothy, allora, si mise ad inseguirlo. La zia Emma, molto spaventata, spalancò la botola del pavimento e scese giù per la scaletta a pioli nel piccolo rifugio buio. Finalmente Dorothy riuscì ad acchiappare Totò e s'incamminò per raggiungere la zia. Quando fu a metà della stanza, il vento lanciò un fischio tremendo e la casetta fu scossa con tanta violenza che la piccina perdette l'equilibrio e si trovò seduta per terra.

Allora accadde una cosa straordinaria.

La casa turbinò nell'aria due o tre volte, poi vi si librò tranquilla. A Dorothy pareva di fare un viaggio in pallone.

Il vento del Nord e il vento del Sud si scontrarono proprio nel punto in cui sorgeva la casa, e fecero di essa il centro dell'uragano. In pieno ciclone, di solito, l'aria è ferma, ma la forte pressione del vento su tutti e due i lati della casa la sollevava sempre più in alto, finché raggiunse proprio il vertice della tromba d'aria: lì rimase, e il vento la trasportò lontana per miglia e miglia, come avrebbe trasportato una piuma.

Intorno a lei era molto buio e il vento ululava forte forte, ma a Dorothy pareva di fare un viaggio divertentissimo. Dopo i primi due o tre mulinelli e dopo che la casa si fu inclinata ancora una volta violentemente, le sembrò di esser cullata da una mano gentile, come un bambino nella culla.

Ma Totò non era soddisfatto. Correva su e giù per la stanza, di qua e di là, abbaiando disperatamente; Dorothy invece se ne stava seduta sul pavimento, aspettanda tranquilla che succedesse qualcosa.

Una volta Totò si avvicinò troppo alla botola ancora aperta e scomparve, tanto che la bambina credette di averlo perduto per sempre. Ma poco dopo vide un'orecchietta spuntare dal buco: la forte pressione dell'aria aveva sostenuto il cagnolino in modo da non lasciarlo cadere. Dorothy accorse e lo agguantò per l'orecchio, trascinandolo di nuovo nella stanza, ed ebbe poi cura di richiudere la botola per evitare nuovi incidenti.

Le ore passavano, e presto Dorothy non ebbe più paura: ma si sentiva sola e il vento continuava a fischiare con tanta violenza intorno a lei che credeva di diventar sorda. In un primo tempo aveva avuto timore di sfracellarsi quando la casa fosse nuovamente caduta al suolo, ma poiché il tempo passava senza che accadesse nulla di terribile, smise di tormentarsi e decise di aspettare pazientemente quel che le avrebbe portato il futuro. Infine scivolò sul pavimento instabile fino a raggiungere il suo lettino, e vi si sdraiò: Totò la seguì e si accucciò vicino a lei.

La casa continuava a essere trasportata dal vento furioso, ma Dorothy non tardò a chiudere gli occhi e si addormentò profondamente.

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