Copertina
Autore Zygmunt Bauman
Titolo Dentro la globalizzazione
SottotitoloLe conseguenze sulle persone
EdizioneLaterza, Roma-Bari, 2001 [1999], Economica 211 , pag. 154, dim. 140x210x12 mm , Isbn 978-88-420-6258-5
OriginaleGlobalization. The Human Consequences
EdizionePolity Press - Blackwell, Cambridge-Oxford, 1998
TraduttoreOliviero Pesce
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe economia politica , politica , sociologia , globalizzazione , lavoro
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Indice


    Introduzione                              3

1.  Tempo e classe                            9

    I proprietari assenti: la versione dei
        nostri giorni, p.12
    Libertà di movimento e «costituzione» delle
        società civili, p. 15
    Nuova velocità, nuova polarizzazione, p. 22

2.  Guerre spaziali: una cronaca             33

    La battaglia delle mappe, p. 35
    Dalla cartografia alla progettazione dello
        spazio, p. 41
    L'agorafobia e il rinascimento della
        località, p. 52
    C'è una vita dopo il Panopticon?, p. 55

3.  E dopo lo stato-nazione?                 63

    Diventare universali o lasciarsi
        globalizzare?, p. 67
    La nuova espropríazione: stavolta dello
        stato, p. 73
    La gerarchia globale della mobilità, p. 78

4.  Turisti e vagabondi                      87

    Consumatori nella società dei consunti,
        p. 89
    Divisi muoviamo, p. 95
    Attraversare il mondo o vederselo passare
        accanto, p. 100
    Uniti nella buona e nella cattiva sorte,
        p. 104

5.  Legge globale, ordini locali            113

    Fabbriche di immobilità, p. 116
    Le prigioni nell'era post-correzionale,
        p. 124
    Sicurezza: un mezzo tangibile per un fine
        elusivo, p. 129
    I disadattati, p. 135

    Note                                    141

    Indice dei nomi                         151

 

 

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Pagina 3

Introduzione



La parola «globalizzazione» è sulla bocca di tutti; è un mito, un'idea fascinosa, una sorta di chiave con la quale si vogliono aprire i misteri del presente e del futuro; pronunciarla è diventato di gran moda. Per alcuni, «globalizzazione» vuol dire tutto ciò che siamo costretti a fare per ottenere la felicità; per altri, la globalizzazione è la causa stessa della nostra infelicità. Per tutti, comunque, la «globalizzazione» significa l'ineluttabile destino del mondo, un processo irreversibile, e che, inoltre, ci coinvolge tutti alla stessa misura e allo stesso modo. Viviamo tutti all'interno della «globalizzazione», ed essere «globalizzatí» vuol dire per ciascuno di noi, più o meno, la stessa cosa.

Tutte le parole in voga hanno un destino comune: quante più esperienze pretendono di chiarire, tanto più esse stesse diventano oscure. Quanto più numerose sono le verità ortodosse che esse negano e soppiantano, tanto più rapidamente si trasformano in norme che non si discutono. Spariscono le varie pratiche umane che il concetto tentava all'inizio di mettere in luce, e ora il termine sembra «individuare alla perfezione» «i fatti», o la qualità «del mondo reale», con l'ulteriore pretesa di immunizzarsi da qualsiasi critica. Il termine «globalizzazione» non fa eccezione alla regola.

Questo volume prova a dimostrare che il fenomeno della globalizzazione presenta molti più aspetti di quanto comunemente non si pensi; ne mette in luce le varie radici e le varie conseguenze di ordine sociale, per tentare così di diradare parte della nebbia che avvolge un termine che pretende di fare chiarezza sulla condizione umana dei nostri giorni.

Nella frase «compressione dello spazio e del tempo» racchiudiamo le multiformi trasformazioni che stanno investendo la condizione dell'uomo d'oggi. Quando saremo andati a guardare le cause di tale compressione e le conseguenze che esercita nella società, apparirà evidente che i processi di globalizzazione non presentano quella unicità di effetti generalmente attribuita loro. Gli usi del tempo e dello spazio sono non solo nettamente differenziati, ma inducono essi stessi differenze tra le persone. La globalizzazione divide tanto quanto unisce; divide mentre unisce, e le cause della divisione sono le stesse che, dall'altro lato, promuovono l'uniformità del globo. In parallelo al processo emergente di una scala planetaria per l'economia, la finanza, il commercio e l'informazione, viene messo in moto un altro processo, che impone dei vincoli spaziali, quello che chiamiamo «localizzazione». La complessa e stretta interconnessione dei due processi comporta che si vadano differenziando in maniera drastica le condizioni in cui vivono intere popolazioni e vari segmenti all'interno delle singole popolazioni. Ciò che appare come conquista di globalizzazione per alcuni, rappresenta una riduzione alla dimensione locale per altri; dove per alcuni la globalizzazione segnala nuove libertà, per molti altri discende come un destino non voluto e crudele. La mobilità assurge al rango più elevato tra i valori che danno prestigio e la stessa libertà di movimento, da sempre una merce scarsa e distribuita in maniera ineguale, diventa rapidamente il principale fattore di stratificazíone sociale dei nostri tempi, che possiamo definire tardomoderni o postmodemi.

In movimento siamo un po' tutti, che lo si voglia o no, perché lo abbiamo deciso o perché ci viene imposto. Siamo in movimento anche se, fisicamente, stiamo fermi; l'immobilità non è un'opzione realistica in un mondo in perpetuo mutamento. Eppure gli effetti indotti dalla nuova condizione creano radicali diseguaglianze. Alcuni di noi divengono «globali» nel senso pieno e vero del termine; altri sono inchiodati alla propria «località» - una condizione per nulla piacevole né sopportabile in un mondo nel quale i «globali» danno il là e fissano le regole del gioco della vita.

Insomma, essere «locali» in un mondo globalízzato è un segno di inferiorità e di degradazione sociale. Il peso di un'esistenza limitata a un luogo è aggravato oltre misura da una circostanza: oggi che gli spazi di interesse pubblico sfuggono all'ambito della vita per così dire «localizzata», gli stessi luoghi stanno perdendo la loro capacità di generare e di imporre significati all'esistenza; e dipendono in misura crescente dai significati che vengono loro attribuita e da interpretazioni che non possono in alcun modo controllare - quali che siano le opinioni espresse in merito dagli intellettuali globalizzati, venditorí di sogni comunitari che servono solo a consolare.

La crescente segregazione, separazione ed esclusione nello spazio è parte integrante dei processi di globalizzazione. Le tendenze al neotribalismo e al fondamentalismo, riflesso delle esperienze delle persone che si trovano sul versante per così dire passivo della globalizzazione, discendono anch'esse da questa: una derivazione legittima quanto lo è l'osannata «ibridazione» della cultura dominante, la cultura cioè dei vertici globalizzati. Genera inoltre gravi preoccupazioni il progressivo sfilacciarsi delle comunicazioni tra le élites, sempre più globali ed extraterritoriali, e gli altri, sempre più «localizzati». I centri nei quali vengono prodotti i significati e i valori sono oggi extraterritoriali e avulsi da vincoli locali - mentre non lo è la stessa condizione umana che a tali valori e significati deve dar forma e senso.

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Pagina 15

Libertà di movimento e «costituzione» delle Società civili


Se rivolgiamo lo sguardo al passato, possiamo chiederci fino a che punto i fattori geofisici, i confini naturali e artificiali delle unità territoriali, le diverse identità dei vari popoli e le Kulturkreise, come anche le distinzioni tra «dentro» e «fuori» - tutti gli specifici oggetti della scienza della geografia - non fossero essenzialmente che delle semplici costruzioni mentali, o dei sedimenti/artifizi materiali discendenti dai «limiti di velocità», o, più in generale, dai vincoli di tempo e di costo cui la libertà di movimento era soggetta.

Paul Virilio ha di recente suggerito che si può con sempre maggiore sicurezza parlare della «fine della geografia», laddove appare decisamente prematura la tesi di Francis Fukuyama sulla «fine della storia». Le distanze non hanno più importanza, mentre l'idea di confine geografico è sempre più difficile da sostenere nel «mondo reale». Tutt'a un tratto appare chiaro che i continenti ed il mondo, visto nella sua globalità, erano divisi in funzione di distanze un tempo estremamente reali, in virtù e della natura primitiva dei trasporti e della difficoltà di viaggiare.

In effetti, lungi dall'essere un «dato» obiettivo, impersonale, fisico, la «distanza» è un prodotto della società; la lunghezza stessa di una distanza varia a seconda della velocità con cui la si può superare (e, in un'economia monetaria, dei costi connessi a ottenere quella data velocità). Tutti gli altri fattori che la società inventa nel costituire, separare e conservare identità collettive - come i confini tra stati o le barriere culturali - appaiono, a posteriori, semplici effetti secondari di quella velocità.

Sembra questa la ragione - è il caso di notarlo - per cui un tempo la «realtà dei confini» era, nella maggior parte dei casi, un fenomeno che riguardava la stratificazione delle classi: in passato, come oggi, le élites dei ricchi e dei potenti erano, dal punto di vista politico, sempre più aperte su scala planetaria che non il resto della popolazione delle terre dove abitavano, e tendevano a crearsi una cultura propria, poco attenta ai confini, che rimanevano invece un fattore di rigidità per la gente da meno; e avevano molte più cose in comune con le élítes d'oltre confine che non con il resto della popolazione interna. Sembra questa anche la ragione per cui Bill Clinton, il rappresentante della élite più potente del mondo attuale, ha potuto dichiarare di recente che, per la prima volta, non c'è differenza alcuna tra politica interna e politica estera. In effetti, nella vita dell'élite la differenza tra «qui» e «là», «dentro» e «fuori», «vicino» e «lontano» implica ormai assai poco. Con l'implosione del tempo necessario a comunicare, un tempo che si va restringendo alla «misura zero» dell'istante, lo spazio e i fattori spaziali non contano più, almeno per coloro che possono agire con la velocità dei messaggi elettronici.

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Pagina 22

Nuova velocità, nuova polarizzazíone


In poche parole: piuttosto che rendere omogenea la condizione umana, l'annullamento tecnologico delle distanze spazio-temporali tende a polarizzarla. Emancipa alcuni dai vincoli territoriali e fa si che certi fattori generino comunità extraterritoriali, mentre priva il territorio, in cui altri continuano a essere relegati, del suo significato e della sua capacità di attribuire un'identità. Per alcuni, ancora, quell'azzeramento delle distanze di spazio e tempo promette una libertà senza precedenti dagli ostacoli di carattere fisico e una capacità inaudita di muoversi e di agire a distanza. Per altri, invece, presagisce l'impossibilità di appropriarsi della località - dalla quale pure hanno scarse possibilità di liberarsi per muoversi altrove - e di renderla accogliente e vivibile. Quando le «distanze non significano più niente», le località, separate da distanze, perdono anch'esse il loro significato. Questo fenomeno, tuttavia, attribuisce ad alcuni una libertà di creare significati, dove per altri è la condanna a essere relegati nella insignificanza. Oggi accade così che alcuni possano liberamente uscire dalla località - da qualsiasi località -. Mentre altri guardano invece disperati al fatto che l'unica località che gli appartiene e abitano gli sta sparendo da sotto i piedi.

Le informazioni viaggiano ormai indipendentemente dai propri vettori; muovere e raggiustare corpi nello spazio fisico è sempre meno necessario al fine di riordinare significati e rapporti. Per alcuni - per l'élíte mobile, l'élíte della mobilità - ciò significa, letteralmente, che il potere perde la sua consistenza fisica, non ha più peso. Le élites viaggiano nello spazio, e viaggiano più rapidamente di quanto non abbiano mai fatto prima, ma la diffusione e la densità della rete di potere che tessono non dipende da quel viaggio. Grazie alla nuova «incorporeità» del potere espressa nella forma principale del potere finanziario, coloro che lo detengono diventano davvero extraterritoriali anche se, con il corpo, continuano a restare «al loro posto». Il loro potere è, interamente e veramente, non «fuori del mondo», ma estraneo al mondo fisico nel quale costruiscono le loro case e i loro uffici in regime di stretta sorveglianza, in una condizione di extraterritorialità, che li libera dalle intrusioni di vicini indesiderati e li taglia fuori da qualsiasi comunità locale, inaccessibili quindi per chiunque sia, diversamente da loro, confinato ad essa.

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Pagina 39

Nel suo studio fondamentale sul «fenomeno burocratico» Michel Crozier ha mostrato la stretta relazione che intercorre tra la scala delle certezze/incertezze e la gerarchia dei poteri. In ogni collettività che sia strutturata (organizzata), ci insegna Crozier, la posizione dominante appartiene a quelle unità che rendono la propria situazione oscura e le proprie azioni impenetrabili agli estranei - mantenendole invece chiare per sé, prive di ombre e al riparo da sorprese -. In tutto l'universo delle burocrazie moderne la strategia di ogni gruppo (esistente o in formazione) consiste, invariabilmente e costantemente, nel tentativo di avere le mani libere e di imporre norme rigide e vincolanti alla condotta di chiunque altro appartenga all'organizzazione. Tale gruppo esercita la massima influenza quando riesce a trasformare il proprio comportamento in un'incognita nelle equazioni che gli altri sviluppano per poter effettuare le proprie scelte, rendendo allo stesso tempo costante, regolare e prevedibile la condotta degli altri settori. La manipolazione dell'incertezza è l'essenza e il fattore primario nella lotta per avere potere e influenza all'interno di ogni «totalità» strutturata - in primo luogo attraverso la sua forma più radicale, la moderna organizzazione burocratica, e in particolare la moderna burocrazia statale.

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Pagina 41

[...] Il processo di modernizzazione aveva raggiunto gli obiettivi del primo stadio; si apriva ora la strada per lo stadio successivo, e più ambizioso. A quel punto l'intento non era solo quello di disegnare mappe eleganti, uniformi e che uniformassero il territorio dello stato, ma quello di dare una nuova forma fisica allo spazio, sulla base degli eleganti modelli sino ad allora raggiunti solo dalle carte disegnate e immagazzinate negli uffici cartografici; non bisognava accontentarsi di una resa perfetta dell'imperfetto territorio esistente, ma imporre alla terra il grado di perfezione raggiunto precedentemente solo sulle tavole da disegno.

In passato, era la mappa a riflettere e indicare le forme del territorio. Ora toccava al territorio di diventare un riflesso della mappa, di essere elevato al livello di ordinata trasparenza che le mappe cercavano di raggiungere. Era lo spazio stesso che andava rimodellato, o modellato dal niente, per somigliare alla mappa e obbedire alle decisioni dei cartografi.

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Pagina 46

Le città descritte nella letteratura delle utopie sono tutte, nella felice terminologia di Baczko, «città letterarie»; non solo nel senso, ovvio, di essere prodotti di una immaginazione letteraria, ma in un altro senso, più profondo: esse possono essere raccontate per iscritto nei dettagli più minuti, non contengono nulla di ineffabile, illeggibile, che non sia rappresentabile con chiarezza. Proprio come Jürgen Habermas concepisce la legittimità di asserzioni e norme oggettive, che può essere solo universale e che quindi richiede «la cancellazione dello spazio e del tempo», la visione della città perfetta comportava un totale rigetto della storia e la volontà di radere al suolo tutti i suoi tangibili residui. In effetti, quella visione metteva in discussione sia lo spazio sia il tempo, eliminando la differenziazione qualitativa dello spazio, che è sempre un precipitato di un tempo altrettanto diversificato, e quindi storico.

Coniugare l'astrattezza dello spazio e del tempo con l'idea di «felicità razionale», diventa un comandamento irrevocabile e incondizionato quando la realtà umana viene vista dalle finestre degli uffici amministrativi. Solo da tali finestre la diversità dei frammenti dello spazio, la loro indeterminatezza, la loro ambiguità, la possibilità che siano sottoponibili a più interpretazioni, sembrano negare la possibilità di un'azione razionale. Da questa prospettiva amministrativa, è difficile immaginare un modello di razionalità diverso dal proprio e un modello di felicità diverso dal vivere in un mondo assolutamente razionale. Le situazioni che si prestano a una pluralità di definizioni distinte, che possono essere decodificate con chiavi alternative, appaiono non solo ostacoli alla trasparenza del proprio campo di azione, ma un difetto che segnala una «opacità in quanto tale»; non un segno della possibile consistenza di più ordini, ma un sintomo di caos; non solo un ostacolo all'attuabilità del proprio modello di azione razionale, ma uno stato di cose incompatibile con la «ragione in quanto tale».

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Pagina 48

In La ville radieuse, pubblicato nel 1933 e destinato a diventare il vangelo del modernismo urbanistico, Le Corbusier sentenziò la morte delle città esistenti - rifiuti in putrefazione di una storia indisciplinata, irrazionale, piena di sventure e ignorante di urbanistica -. Le Corbusier accusava le città di non essere funzionali (alcune funzioni che la logica voleva indispensabili non disponevano di operatori capaci, mentre altre ancora si sovrapponevano o confliggevano, confondendo gli abitanti delle città), di essere insalubri e di offendere il senso estetico (a causa del caos stradale e dalla giustapposizione degli stili architettonici). I difetti delle città esistenti erano troppo numerosi perché li si potesse rettificare uno per uno, con risultati soddisfacenti e costi accettabili. Sarebbe stato più ragionevole applicare un unico trattamento radicale e curare tutti i problemi con un colpo solo, radendo al suolo le città ereditate dal passato e liberando lo spazio alla costruzione di nuove città, pianificate in anticipo in ogni dettaglio; o abbandonando le Parigi di oggi al loro ineluttabile destino e trasferendo i loro abitanti in nuovi siti, i cui progetti fossero corretti sin dall'origine. La ville radíeuse presenta i principi guida per la costruzione delle future città, appuntando l'attenzione sugli esempi di Parigi (impenitente, nonostante gli eroici tentativi del barone Haussmann), Buenos Aires e Rio de Janeiro; tutti e tre i progetti partono da zero, e obbediscono solo alle regole dell'armonia estetica e alla logica impersonale della divisione delle funzioni.

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Pagina 66

Prima del crollo del blocco comunista, la natura casuale, mutevole e imprevedibile dello stato globale delle cose non era tanto inesistente quanto invisibile, data la necessità quotidiana - che assorbiva tutte le energie e le attività intellettuali - di mantenere l'equilibrio tra le potenze mondiali. Dividendo il mondo, la politica delle potenze trasmetteva un'immagine di totalità. Le divisioni del mondo erano ricomposte assegnando a ogni cantuccio e a ogni buco del globo il suo significato «nell'ordine globale delle cose», ossia nel conflitto che opponeva eppure manteneva le due sfere in un meticoloso equilibrio controllato, anche se sempre precario. Il mondo era una totalità in quanto non conteneva nulla che potesse sfuggire a questa condizione significativa, e quindi nulla poteva sfuggire all'equilibrio tra le potenze, che coprivano una parte considerevole del mondo e gettavano nel cuneo della loro ombra la parte rimanente. Tutto al mondo aveva un signfflcato, e tale significato discendeva da un centro diviso e tuttavia unico - dai due enormi blocchi di potere legati, inchiavardati e incollati a vicenda in un combattimento estremo -. Oggi che è finito il Grande Scisma, il mondo non appare più una totalità; sembra piuttosto un campo di forze disperse e disparate, che si manifestano in luoghi imprevedibili, mettendo in moto energie che nessuno realmente sa come arrestare.

Per dirla in poche parole: nessuno ormai appare in controllo. Peggio ancora, nelle attuali circostanze, non è chiaro a che risultati il controllo porterebbe. Come nel passato, tutte le iniziative e le azioni tendenti a creare ordine sono di carattere locale e riguardano specifici problemi; ma nessuna località ha più tanta arroganza da pronunciarsi in nome dell'umanità nel suo complesso - quando si pronuncia - o che trova l'umanità intera disposta ad ascoltarla e obbedire. E non esiste più alcun problema riguardante la totalità delle questioni globali su cui si possa coagulare un consenso globale.

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Pagina 79

Le quasi-sovranità, le divisioni di territori e la segregazione di identità che la globalizzazione dei mercati e delle informazioni promuove e rende essenziali non riflettono diversità tra partner che siano uguali. Quella che per alcuni è una libera scelta, su altri discende come un destino crudele. E poiché questi «altri» crescono in maniera inarrestabde e affondano sempre di più nella disperazione di una vita senza prospettive, si potrebbe forse parlare di glocalizzazione (termine appropriato con cui Roland Robertson illumina l'inestricabile unità delle spinte alla «globalizzazione» e alla «localizzazione», un fenomeno che il concetto unilaterale di globalizzazione invece oscura). Insomma, possiamo definire il fenomeno sotto i nostri occhi principalmente come il processo di concentrazione di capitale, finanze e delle altre risorse che consentono scelte e efficacia nell'agire, ma anche - forse soprattutto - di concentrazione nella libertà di muoversi e di agire (due libertà che in pratica sono diventate sinonimi).

Commentando l'ultimo Human Development Report delle Nazioni Unite, secondo cui le ricchezze complessive dei primi 358 «miliardari globali» equivalgono al reddito complessivo dei 2,3 miliardi di persone più povere (il 45% della popolazione mondiale), Victor Keegan ha chiamato l'attuale ridistribuzione delle risorse mondiali «una nuova forma di banditismo da strada». Solo il 22% della ricchezza complessiva appartiene ormai ai cosiddetti «paesi in via di sviluppo», che rappresentano circa l'80% della popolazione mondiale. E, ciò malgrado, non è affatto questo il limite che toccherà la polarizzazione, dato che la quota del reddito globale che attualmente va ai poveri è ancora inferiore: nel 1991, l'85% della popolazione mondiale ha ottenuto solo il 15% del reddito. Non ci si può meravigliare quindi se il magrissimo 2,3% della ricchezza globale posseduto trent'anni fa dal 20% dei paesi più poveri è diminuito ancora, toccando attualmente l'1,4%.

Anche la rete globale delle comunicazioni, osannata come la via a una nuova libertà senza precedenti, e soprattutto come il fondamento tecnologico di una imminente eguaglianza, è evidentemente usata con criteri di alta selettività; assomiglia a una sottile fenditura in un muro assai spesso, piuttosto che a un cancello. «Oggi tutti i computer non fanno altro per il Terzo Mondo che raccontate il declino con maggiore efficienza», dice Keegan. E conclude: «Se, come ha osservato un critico americano, i 358 miliardari decidessero di tenersi più o meno cinque milioni di dollari ciascuno, di accontentarsi di quelli e di dare via il resto, in pratica potrebbero raddoppiare i redditi annuali di quasi la metà della popolazione mondiale. E mio nonno avrebbe le ruote».

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Pagina 88

Così, almeno nello spirito, siamo tutti viaggiatori. O, come ha detto Michael Benedikt, «il significato stesso di collocazione geografica comincia a essere messo in discussione a qualsiasi livello. Siamo diventati nomadi - ma sempre in contatto l'uno con l'altro».

Ma anche se non affrontiamo strade o non saltiamo da un canale all'altro, siamo in movimento in un altro senso, più profondo, non importa che ci piaccia farlo o che lo detestiamo. L'idea di «stato di riposo», di immobilità, ha senso solo in un mondo che sta fermo o che si potrebbe considerare fermo: in luoghi con mura solide, strade fisse e cartelli indicatori sufficientemente stabili da arrugginire. Non si può «stare fermi» sulle sabbie mobili. E non si può stare fermi nel nostro mondo tardomoderno o postmodemo, un mondo i cui punti di riferimento sono su ruote in movimento, le cui istruzioni è seccante vedere svanire dalla vista prima che le si possa leggere per intero, ponderarle e seguirle. Di recente il professor Ricardo Petrella dell'Università Cattolica di Lovanio ha riassunto la situazione con molta precisione: «La globalizzazione spinge le economie a produrre l'effimero, l'instabile (con una riduzione drastica e generale della vita utile di prodotti e servizi), il precario (posti di lavoro temporanei, flessibili, a tempo parziale».

Per farsi strada a gomitate nel denso e opaco, «deregolamentato» campo di battaglia della competitività globale, e poter conquistare l'attenzione del pubblico, beni, servizi e messaggi devono indurre desideri, e a questo fine devono sedurre i possibili clienti e battere i concorrenti proprio nella seduzione. Ma una volta che ci sono riusciti, devono fare spazio, e in fretta, per altri oggetti di desiderio, nel timore che si possa arrestare la caccia globale ai profitti, sempre maggiori (ribattezzati «crescita economica»). L'industria di oggi è sempre più legata alla produzione di attrazioni e di tentazioni. Ed è nella loro natura che esse ci tentino e seducano solo finché ci invitano e ci richiamano da quella distanza che chiamiamo futuro; le tentazioni, invece, non possono sopravvivere a lungo alla resa di chi è stato tentato, così come il desiderio, una volta soddisfatto, non può sopravvivere a se stesso.

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Pagina 98

Il contrarsi dello spazio abolisce il fluire del tempo. Gli abitanti del primo mondo vivono in un perpetuo presente, immergendosi in una sequenza di eventi che quasi un cordone sanitario isola sia dal passato sia dal futuro. Questa gente è costantemente occupata e non «ha» mai «tempo», dato che ogni istante è privo di estensione, un'esperienza identica a quella di un tempo che ti impegna fino al colmo, quasi a soffocarti. La gente condannata al mondo opposto è schiacciata dal peso di un tempo che non passa mai, ridondante e inutile, un tempo che non si sa come riempire. In quel tipo di tempo «non succede mai niente». Questa gente non «controlla» il tempo, ma non ne è neppure controllata, a differenza dei nostri antenati che timbravano il cartellino all'entrata e all'uscita, assoggettati al ritmo senza volto della fabbrica. Essi possono solo ammazzare il tempo, e ne sono lentamente uccisi.

I residenti del primo mondo vivono nel tempo; lo spazio non conta per loro, dato che attraversare qualsiasi distanza è ormai istantaneo. Jean Baudrillard ha racchiuso questa esperienza nella sua immagine della «iperrealtà», in cui il virtuale e il reale non sono più separabili, poiché entrambi condividono nello stesso grado quella «oggettività», «esternalità» e «potere punitivo» che Emile Durkbeim ha elencato tra i caratteri di ogni realtà, o nello stesso grado ne sono privi. I residenti del secondo mondo, invece, vivono nello spazio: pesante, gommoso, intoccabile, che lega il tempo e lo tiene al di fuori del controllo dei residenti. Il loro tempo è vuoto; nel loro tempo «non succede mai nulla». Solo il tempo virtuale, televisivo, ha una struttura, un programma, orari; il resto del tempo non fa che scorrere monotono, viene e va, senza fare domande e, apparentemente, senza lasciare traccia. I suoi sedimenti appaiono all'improvviso, senza preavviso e senza invito. Immateriale e leggero, effimero, senza che nulla lo riempia di senso dandogli gravità, il tempo non ha potere sullo spazio troppo reale nel quale i residenti del secondo mondo sono confinati.

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Pagina 114

Il mercato del lavoro è troppo rigido; bisogna renderlo flessibile. Il che vuol dire più arrendevole e sottomesso, facile da modellare a seconda delle situazioni, dei tagli e degli utilizzi necessari, che non opponga alcuna resistenza, quali ne siano gli effetti. Cosa vuol dire lavoro «flessibile»? Significa che gli investitori possono non considerarlo come una variabile economica, certi che saranno i propri comportamento, e solo quelli, a determinarne la condotta. A pensarci bene, tuttavia, l'idea di «flessibilità del lavoro» nega nella pratica quanto asserisce nella teoria. O meglio, per mettere in atto quanto si postula, si deve privare il lavoro stesso di quella agilità e di quella versatilità che lo si esorta ad acquisire.

Come molti dei valori che stanno in prima linea, l'idea di «flessibilità» nasconde la propria natura di relazione sociale: l'idea stessa richiede una ridistribuzione del potere, ma allo stesso tempo contiene in sé l'intenzione di espropriare della capacità di resistenza coloro la cui «rigidità» sta per essere sopraffatta. Insomma, il lavoro perderebbe la sua «rigidità» solo se cessasse di essere una incognita nei calcoli degli investitori, se in effetti perdesse il potere di essere davvero «flessibile», di rifiutare di farsi plasmare da schemi fissi, di sorprendere, e tutto sommato di porre limiti alla libertà di manovra degli investitori. La «flessibilità» pretende di essere solo un «principio universale» di sanità economica, un principio che sul mercato del lavoro si applica in misura eguale sia al lato della domanda sia al lato dell'offerta. Ma il fatto che il termine sia lo stesso nasconde come sia inteso in maniera radicalmente diversa dalle due parti in campo.

Per la domanda, flessibilità vuol dire libertà di muoversi dovunque si intravedano pascoli più verdi, mentre ai locali, che si sono intanto «seminati», rimane il compito di spazzare i rifiuti e gli scarti dell'ultimo accampamento; soprattutto, vuol dire libertà di preoccuparsi solo di «quadrare sul piano economico». Tuttavia ciò che appare come flessibilità dal lato della domanda ricade come un destino duro, crudele, insuperabile e ineluttabile su tutti coloro che si trovano sul versante dell'offerta: il lavoro viene e va, scompare subito dopo essere apparso, viene spezzettato o sottratto senza preavviso, mentre le regole del gioco per le assunzioni e i licenziamenti cambiano senza appello, e chi ha o cerca un lavoro poco può fare per frenare il processo. Per rispondere quindi agli standard di flessibilità imposti da quanti fanno e disfanno le regole - per essere «flessibili» agli occhi degli investitori - la condizione di coloro che «offrono lavoro» deve essere quanto più rigida e inflessibile possibile, cioè tutt'altro che «flessibile»: va quindi limitata al minimo possibile la libertà di scegliere, di accettare o rifiutare e, a maggior ragione, quella di imporre regole del gioco proprie.

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Pagina 122

Oggi si preme per smantellare l'abitudine a un lavoro permanente, continuo e regolare, distribuito su orari lunghi; che altro può significare lo slogan del «lavoro flessibile»? Bisogna fare in modo che i lavoratori - questa è la strategia raccomandata - dimentichino, non imparino, quanto l'etica del lavoro, nei giorni epici dell'industria moderna, voleva insegnare loro. Il lavoro può diventare davvero «flessibile» solo se i lavoratori, quelli di oggi e di domani, perdono le abitudini apprese nel lungo addestramento quotidiano al lavoro, se perdono i turni di ogni giorno, il posto fisso e la continuità di rapporti tra colleghi; solo se si astengono dallo sviluppare capacità professionali inerenti al loro attuale lavoro (o ne vengono impediti) e rinunciano ad alimentare morbose fantasie sui diritti e le responsabilità di un lavoro inteso come proprio.

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Pagina 135

I disadattati

«Oggi sappiamo», scrive Thomas Mathiesen, «che il sistema penale colpisce gli 'strati bassi' e non il 'vertice' della società». Perché le cose debbano andar così è stato ampiamente spiegato dai sociologi del diritto e delle pene. E ne sono state discusse le numerose cause.

La prima tra esse discende dalle intenzioni dei legislatori di operare una selezione: la loro preoccupazione è quella di preservare un certo, specifico, tipo di ordine. È normale che sia più facile sanzionare con il codice penale le azioni che possono essere con più probabilità commesse da persone per le quali quel tipo di ordine non ha posto, dai più deboli e dagli oppressi. Derubare intere nazioni delle loro risorse si chiama «promozione della libertà commerciale»; privare intere famiglie e comunità dei loro mezzi di sostentamento si chiama «taglio all'occupazione», se non «nazionalizzazione». Nessuno dei due tipi di azione è mai stato elencato tra i comportamenti criminosi o comunque punibili.

Inoltre, come avrà capito ogni unità della polizia che si occupa di «crimini gravi», è assai difficile individuare le attività illegali commesse al «vertice» e distinguerle nella fitta rete degli affari societari «ordinari» di ogni giorno. Quando si tratta di attività che evidentemente mirano ad arricchire una persona a spese di altri, il discrimine tra mosse permesse e mosse vietate è necessario rimanga mal definito e sempre discutibile - niente che possa invece essere paragonato alla confortante assenza di ambiguità che ritroviamo nella rottura di una cassaforte o nell'effrazione di una porta -. Non meravigliamoci perciò se, come Mathiesen rileva, le prigioni «sono innanzitutto piene di persone appartenenti agli strati più bassi della classe lavoratrice, che hanno commesso furti e altri delitti 'tradizionali'».

I reati «al vertice», abbiamo visto, è difficile definirli, ma lo è altrettanto scoprirli, giacché li si perpetra all'interno di circoli chiusi di persone unite da reciproche complicità, da lealtà verso l'organizzazione ed esprit de corps, gente che di norma sa prendere misure efficaci per individuare, mettere a tacere o eliminare potenziali spie. Il livello di conoscenze giuridiche e finanziarie richiesto è tanto alto che non è virtualmente possibile per dei terzi rendersi conto della realtà delle cose, specie se si tratta di terzi non opportunamente addestrati ed estranei ai campi di attività in questione. E tali atti non hanno «corpo», sostanza fisica; «esistono» nello spazio etereo e immaginario della pura astrazione: essi sono, letteralmente, invisibili; ci vuole un'immaginazione pari a quella dei colpevoli per estrarre una qualche sostanza da forme elusive. Guidato dall'intuizione e dal senso comune, il pubblico può forse sospettare che il furto o la truffa possono aver svolto un ruolo nella storia delle fortune di questi personaggi, ma puntare il dito - lo sappiamo tutti - resta un compito sgradevole.

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