Copertina
Autore Zygmunt Bauman
Titolo La società individualizzata
SottotitoloCome cambia la nostra esperienza
Edizioneil Mulino, Bologna, 2002, Intersezioni 232 , pag. 318, dim. 126x205x18 mm , Isbn 88-15-0875-91
OriginaleThe Individualized Society
EdizionePolity Press, Cambridge, 2001
TraduttoreGiovanni Arganese
LettoreAngela Razzini, 2003
Classe sociologia , globalizzazione
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Indice

Prologo. Vite raccontate e storie vissute          7

PARTE PRIMA: COME SIAMO

I.      Ascesa e caduta del lavoro                27
II.     Ordini locali, caos globale               45
III.    Libertà e sicurezza: la storia incompiuta
        di un'unione tempestosa                   57
IV.     Modernità e chiarezza: la storia
        di un idillio mancato                     77
V.      Sono forse il custode di mio fratello?    95
VI.     Uniti nella differenza                   111

PARTE SECONDA: COME PENSIAMO

VII.    La critica, privatizzata e disarmata     129
VIII.   Il progresso: uguale e diverso           141
IX.     Usi della povertà                        147
X.      L'istruzione nell'età postmoderna        157
XI.     L'identità nel mondo in via di
        globalizzazione                          177
XII.    Fede e gratificazione istantanea         195

PARTE TERZA: COME AGIAMO

XIII.   L'amore ha bisogno della ragione?        207
XIV.    Morale privata, mondo immorale           221
XV.     I due fronti della democrazia            253
XVI.    Violenza vecchia e nuova                 259
XVII.   Sugli usi postmoderni del sesso          275
XVIII.  C'è vita dopo l'immortalità?             297

Indice dei nomi                                  315

 

 

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Pagina 7

Prologo
Vite raccontate e storie vissute



Secondo Pascal (Pensées, 412), la follia degli uomini è talmente necessaria che non essere folli sarebbe solo un altro modo di esserlo. Dalla follia non c'è scampo se non in un'altra forma di follia, ribadisce Ernest Becker commentando il verdetto di Pascal, e spiega: l'essere umano è «al di sopra della natura e insieme ineluttabilmente coinvolto in essa»; individualmente e collettivamente ci innalziamo oltre la finitudine della nostra vita corporea pur sapendo - e non potendo non sapere, anche se facciamo tutto il possibile (e ancor di più) per dimenticarcene - che il volo della vita ci conduce inevitabilmente (e letteralmente) all'incontro con la terra. Il dilemma non ha una soluzione in quanto proprio il nostro esserci innalzati al di sopra della natura ci permette di scrutare la nostra finitudine e la rende visibile, indimenticabile e dolorosa. Facciamo il possibile per avvolgere nel più grande segreto i nostri limiti naturali, ma se veramente riuscissimo in tale tentativo non avremmo ragione di protenderci «al di là» e «al di sopra» dei limiti che aneliamo a trascendere. È la pura e semplice impossibilità di dimenticare la nostra condizione naturale che ci stimola e al tempo stesso ci prepara a innalzarci al di sopra di essa. Poiché non abbiamo la facoltà di dimenticare la nostra natura possiamo (e dobbiamo) continuare a sfidarla:

tutto ciò che l'uomo fa nel suo mondo di simboli, è un tentativo per negare e superare il suo destino grottesco. Egli si slancia alla cieca, in un oblio inseguito nei giochi di società, in trucchi psicologici, in preoccupazioni così avulse dalla realtà vera della propria situazione da costituire forme di pazzia: pazzia convenuta, pazzia condivisa, pazzia dignitosa, ma por sempre pazzia!.

Convenuta, condivisa, dignitosa: dignitosa per via dell'atto della condivisione e del consenso, esplicito o implicito, a portare rispetto per ciò che è condiviso. Ciò che chiamiamo «società» è un colossale marchingegno che fa proprio questo; società è sinonimo di convenire e condividere, ma anche della facoltà di conferire dignità a ciò che è stato convenuto ed è condiviso. La società consiste di tale potere perché, proprio come la natura, essa era qui prima che tutti noi nascessimo e sarà qui quando non ci saremo più. Vivere in società - convenendo, condividendo e rispettando quello che condividiamo - è la sola ricetta per vivere felici (anche se non per sempre): gli usi, le abitudini e la routine eliminano il veleno dell'assurdo dal pungiglione della finalità della vita. La società, dice Becker, è «un mito vivente del senso della vita umana, una sfida creatrice di significato». Sono «folli» solo i significati non condivisi; la follia, se condivisa, non è follia.

Tutte le società sono fabbriche di significati, ma anche qualcosa di più: sono i vivai della vita piena di significato. La loro opera è indispensabile. Aristotele osservò che un essere solitario fuori dalla polis può essere solo un angelo o una bestia; nulla di sorprendente, potremmo dire, in quanto il primo è immortale e il secondo inconsapevole della propria mortalità. La sottomissione dell'individuo alla società, come sottolinea Émile Durkheim, è «la sua liberazione», la condizione stessa dell'emancipazione dalle «forze fisiche, cieche, inintelligenti».

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Pagina 31

Henry Ford affermò che la storia è «un mucchio di sciocchezze» e che «non vogliamo la tradizione»: «Vogliamo vivere nel presente e la sola storia che valga qualcosa è la storia che facciamo oggi». Lo stesso Henry Ford un giorno raddoppiò il salario dei suoi operai, spiegando che voleva che acquistassero le sue automobili. Naturalmente era un'affermazione scherzosa: le automobili acquistate dagli operai di Ford rappresentavano una frazione trascurabile delle vendite totali, mentre il raddoppio dei salari appesantiva notevolmente i costi di produzione. La vera ragione di questa mossa non convenzionale era il desiderio di Ford di frenare l'alta mobilità della manodopera: voleva legare i suoi dipendenti, una volta per tutte, alle imprese Ford e assicurarsi che il denaro investito nell'addestramento e nella formazione continuasse a fruttare per tutta la durata della vita lavorativa dei suoi operai. Per ottenere questo risultato doveva immobilizzare gli uomini che lavoravano per lui, rendendoli dipendenti dal lavoro nella sua fabbrica nella stessa misura in cui la sua ricchezza e il suo potere dipendevano dal loro lavoro.

Ford disse ad alta voce quello che altri si limitavano a sussurrare, o, piuttosto, arrivò a comprendere quello che altri, in situazioni analoghe, sentivano ma non erano in grado di esprimere con la stessa eloquenza. Pare dunque ben giustificato che sia il nome di Ford a denotare un modello universale delle intenzioni e delle pratiche tipiche della «modernità pesante» o del «capitalismo ortodosso». Il modello fordista di un ordine nuovo e razionale definì l'orizzonte della tendenza universale del tempo e fu un ideale che tutti o la maggior parte degli imprenditori contemporanei si sforzarono, con risultati alterni, di realizzare. L'ideale era di legare capitale e lavoro in un'unione che, come i matrimoni decisi in cielo, nessun potere umano potesse sciogliere.

La «modernità pesante» fu per l'appunto l'epoca del confronto tra capitale e lavoro, rafforzato dalla reciproca dipendenza: la sussistenza dei lavoratori dipendeva dal lavoro; per riprodursi e crescere, dal canto suo, il capitale doveva assumerli. Il luogo dove lavoro e capitale si incontravano era determinato; nessuno dei due poteva facilmente spostarsi altrove, e le massicce mura della fabbrica rinchiudevano entrambi i partner in una prigione comune. Capitale e lavoratori erano uniti, diremmo, in ricchezza e in povertà, in salute e in malattia, finché morte non li avesse separati. La fabbrica era la dimora di entrambi: da un lato lo scenario di una guerra di trincea, dall'altro la sede naturale di sogni e speranze.

Affinché capitale e lavoro sopravvivessero occorreva che l'uno e l'altro conservassero la natura di merce: i detentori del capitale dovevano mantenere la capacità di acquistare lavoro, i detentori della forza lavoro dovevano rimanere pronti, sani, forti e comunque attraenti per non scoraggiare i possibili compratori. Ciascuna delle due parti aveva l'«interesse acquisito» a mantenere l'altra nella giusta condizione. Non sorprende che la «rimercificazione» del capitale e del lavoro fosse diventata la funzione e l'interesse principale della politica e dello stato: i disoccupati erano un vero e proprio «esercito industriale di riserva» che doveva essere tenuto a disposizione, nel bene e nel male, nell'evenienza di un richiamo in servizio attivo. Il welfare state, concepito appunto a questo scopo, per tale ragione era autenticamente «né di destra né di sinistra»: un puntello senza il quale né il capitale né il lavoro potevano sopravvivere, e tanto meno muoversi e agire.

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Pagina 64

Può esistere la politica nella società individualizzata?

La capacità di autoaffermazione degli uomini e delle donne individualizzati non può essere equiparata, di regola, a quello che occorrerebbe per un'autentica autocostituzione. Come ha osservato Leo Strauss, il rovescio della libertà senza vincoli è la perdita di significato della scelta, e le due cose si condizionano reciprocamente: perché prendersi il disturbo di vietare quello che in ogni caso ha scarsa rilevanza? Un osservatore cinico direbbe che la libertà arriva quando non ha più importanza. Un dettaglio, l'odioso dettaglio dell'impotenza, guasta il dolce sapore della libertà prodotta dalle pressioni individualizzatrici; e tale impotenza appare tanto più odiosa e sconvolgente in considerazione delle maggiori potenzialità che la libertà avrebbe dovuto fornire e garantire.

Forse schierarsi spalla a spalla e marciare a tempo, come in passato, potrebbe risolvere la situazione? Forse se le facoltà individuali, per quanto tenui e misere, si condensassero in posizioni e azioni collettive si potrebbe, insieme, fare delle cose che nessun uomo e nessuna donna da soli si sognerebbero mai di fare? Il guaio è che di questi tempi i problemi più comuni degli «individui per destino» non sono additivi: non formano, sommandosi, una «causa comune». Già in partenza essi sono privi della sagoma o «interfaccia» adatta a farli combaciare con quelli degli altri. I problemi possono essere simili (e i sempre più popolari talk show fanno di tutto per dimostrare la loro somiglianza e per inculcare il messaggio che tale somiglianza dipende soprattutto dal fatto che ogni soggetto gestisce il proprio problema a modo suo), ma a differenza degli interessi comuni di tanto tempo fa essi non formano un «tutto maggiore della somma delle sue parti» e se vengono trattati e affrontati in maniera collettiva non acquisiscono una qualità diversa, più facilmente gestibile.

Il solo vantaggio che può venire dalla frequentazione degli altri sofferenti è la rassicurazione che lottare da soli contro i problemi è ciò che tutti fanno quotidianamente; in tal modo si rafforza la vacillante determinazione a continuare a fare per l'appunto questo: una lotta solitaria. Forse si può imparare dall'esperienza altrui come sopravvivere alla prossima ondata di «ridimensionamenti» aziendali, come trattare con bambini che pensano di essere adolescenti e con adolescenti che non vogliono diventare adulti, come espellere dal proprio «sistema» il grasso e altri sgraditi «corpi estranei», come liberarsi di dipendenze non più soddisfacenti o di partner non più gradevoli. Ma la prima cosa che si impara dalla compagnia degli altri è che il solo servizio che questa frequentazione può rendere è un consiglio su come sopravvivere nella propria irreparabile solitudine, e che la vita di chiunque è piena di rischi che si devono affrontare e combattere da soli.

C'è anche un altro ostacolo: come sospettò già molto tempo fa Tocqueville, rendere liberi può significare rendere indifferenti. L'individuo è il peggior nemico del cittadino, osservò Tocqueville; l'individuo tende a essere tiepido, scettico e diffidente nei confronti del «bene comune», della «società buona» o

[...]

 


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