Copertina
Autore Ishmael Beah
Titolo Memorie di un soldato bambino
EdizioneNeri Pozza, Vicenza, 2007, Le tavole d'oro , pag. 250, cop.fle., dim. 14x21,4x2,1 cm , Isbn 978-88-545-0176-8
OriginaleA Long Way Gone. Memoirs of a Boy Soldier
TraduttoreLuca Fusari
LettoreAngela Razzini, 2007
Classe narrativa statunitense , narrativa sierraleonese , guerra-pace , storia criminale
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Pagina 9

1.



Se ne sentivano talmente tante sulla guerra, che sembrava fosse scoppiata in una nazione lontana e sconosciuta. Solo quando i primi profughi giunsero in città capimmo che il paese in cui si combatteva era davvero il nostro. Famiglie intere che avevano percorso centinaia di chilometri raccontavano di parenti uccisi e case bruciate. Qualcuno aveva pietà di loro e offriva accoglienza, ma quasi tutti la rifiutavano, perché dicevano che prima o poi la guerra sarebbe arrivata anche da noi. I bambini dei profughi neanche ci guardavano, scattavano impauriti al rumore della scure sulla legna o quando i sassi lanciati dalle fionde dei ragazzi a caccia di uccelli risuonavano sui tetti di lamiera. I più grandi si perdevano nei propri pensieri, mentre parlavano con gli anziani della mia città. Erano stanchi e malnutriti, ma era evidente che c'era qualcos'altro che li tormentava, qualcosa che ci saremmo rifiutati di credere, se ce ne avessero parlato. A volte pensavo che i profughi esagerassero, nei loro racconti. Le uniche guerre che conoscevo erano quelle dei libri, dei film di Rambo, oppure quella nella confinante Liberia, di cui avevo sentito parlare al radiogiornale della BBC. A dieci anni la mia immaginazione non era in grado di intuire cosa aveva derubato i profughi della felicità.


Quando la guerra mi toccò per la prima volta avevo dodici anni. Era il gennaio del 1993. Me n'ero andato di casa assieme a mio fratello Junior e al nostro amico Talloi, entrambi di un anno più grandi di me, per partecipare a un'esibizione di dilettanti organizzata da alcuni amici nella città di Mattru Jong. Mohamed, il mio migliore amico, non era potuto venire con noi perché quel giorno doveva aiutare il padre a ristrutturare il tetto di paglia della cucina. Alcuni anni prima, quando avevo otto anni, noi quattro avevamo fondato un gruppo di musica e ballo rap. Avevo scoperto il rap durante una gita a Mobimbi, il quartiere in cui vivevano gli stranieri che lavoravano per la stessa compagnia americana che aveva assunto mio padre. Andavamo spesso a Mobimbi a nuotare in piscina e a guardare l'enorme televisore a colori e i bianchi che popolavano la zona dei divertimenti per turisti. Una sera la Tv aveva trasmesso un video musicale in cui c'era una banda di ragazzi neri che parlavano davvero veloce. Eravamo rimasti ipnotizzati, cercando di capire cosa dicevano. Alla fine del video, nella parte bassa dello schermo erano apparse delle scritte: «Sugarhill Gang Rapper's Delight». Junior aveva annotato subito il nome su un foglio. Da quel momento avevamo passato i fine settimana a studiare quel genere di musica davanti alla TV. Allora non sapevamo come si chiamasse, ma io ero impressionato dalla parlata veloce e perfettamente a tempo di quella banda di ragazzi neri.

In seguito, quando Junior aveva iniziato a frequentare la scuola media, grazie ai suoi nuovi amici aveva approfondito la conoscenza di quella musica straniera e del modo giusto di danzarla. Durante le vacanze mi portava cassette da ascoltare, e insegnava a me e ai miei amici i passi di quello che scoprimmo chiamarsi hip-hop. Adoravo ballare, ma mi divertivo soprattutto a imparare i testi a memoria, perché erano poetici e arricchivano il mio vocabolario. Un pomeriggio mio padre era tornato a casa mentre io, Junior, Mohamed e Talloi stavamo imparando le parole di I know yuo got soul di Eric B. & Rakim. Ci aveva guardato ridendo dalla soglia della casa di mattoni d'argilla con il tetto di lamiera, e aveva chiesto: «Ma lo capite almeno cosa state dicendo?» Poi se ne era andato senza lasciare a Junior il tempo di rispondere. Si era sdraiato sull'amaca all'ombra delle piante di mango, guava e arancio sintonizzando la radio sul notiziario della BBC.

«Questo sì che è un buon inglese, fareste meglio ad ascoltare questo» aveva urlato dal cortile.

Mentre papà ascoltava le notizie, Junior ci insegnava a muovere i piedi a ritmo. Con il destro facevamo un saltello avanti e uno indietro, poi ripetevamo la mossa con il sinistro, e nel frattempo accompagnavamo il movimento con le braccia, scuotendo il busto e la testa. «Questa è la mossa del running man, l'uomo che corre» diceva Junior. Infine ci esercitavamo a cantare in playback i rap che avevamo imparato. Prima di lasciarci per compiere i nostri doveri serali, come pulire le lampade o andare a prendere l'acqua, ci salutavamo dicendo: «Peace, son» o: «I'm out», modi di dire che avevamo scoperto nei testi delle canzoni hip-hop. Fuori, iniziava la musica serale degli uccelli e dei grilli.


Il mattino in cui partimmo per Mattru Jong avevamo gli zaini pieni di quaderni con i testi su cui ci esercitavamo, e le tasche gonfie di cassette di musica rap. All'epoca indossavamo jeans larghissimi, che nascondevano pantaloncini da calcio o da ginnastica, per ballare. Sotto le camicie a maniche lunghe portavamo canottiere, t-shirt e maglie da calcio. Ci infilavamo tre paia di calzini, arrotolati alla caviglia, per gonfiare le nostre crapes. Se di giorno faceva troppo caldo, ci toglievamo uno strato di vestiti che poi portavamo in spalla. Quella era la moda, e non sospettavamo che un giorno il nostro abbigliamento strambo ci sarebbe stato molto utile. Non avevamo salutato nessuno, né detto dove saremmo andati, visto che pensavamo di tornare a casa il giorno dopo. Non sapevamoo che a casa nostra non saremmo più tornati.

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9.



Una mattina, appena superato un villaggio deserto, iniziammo a sentire qualcosa di simile al rombo di potenti motori, al rullo di tamburi metallici su una strada asfaltata, a un tuono che esplodeva, scarica dopo scarica. I rumori giunsero contemporaneamente alle nostre orecchie. Ci affrettammo a toglierci dal sentiero, correndo a nasconderci tra la vegetazione e sdraiandoci a terra. Ognuno di noi cercava nel viso dell'altro una spiegazione a quei suoni strani. Persino Kanei, che a volte sapeva darci delle risposte, non riusciva a spiegarsi di cosa si trattasse. Sotto i nostri sguardi, il suo viso era stravolto dall'imbarazzo.

«Se non scopriamo cos'è, non potremo proseguire per Yele» sussurrò Kanei iniziando a strisciare verso i rumori. Lo seguimmo trascinando in silenzio i nostri corpi sulle foglie marce. Avvicinandoci il frastuono aumentava e un vento furioso scuoteva gli alberi sopra le nostre teste. Vedevamo chiaramente il cielo azzurro, ma niente di più. Kanei, incerto, si sedette sui talloni per perlustrare meglio la zona.

«C'è solo acqua, tantissima, e tantissima sabbia». Kanei non smetteva di perlustrare.

«E allora cos'è che fa questo rumore?» domandò Alhaji.

«Vedo soltanto acqua e sabbia» replicò Kanei, e ci fece cenno di raggiungerlo per dare un'occhiata. Ci rannicchiammo accanto a lui, guardando in tutte le direzioni, per capire cosa provocasse quel rumore. Senza dire una parola, Kanei striscio fuori dai cespugli e inizio a camminare sulla sabbia in direzione dell'acqua.

Era l'Oceano Atlantico. I rumori erano quelli delle onde che si abbattevano sulla costa. Avevo già visto scorci di oceano, ma non mi ero mai trovato su una costa tanto vasta, che si spandeva al di là dell'orizzonte. Il cielo non poteva essere più azzurro, e in lontananza sembrava curvarsi e fondersi con il mare. Spalancai gli occhi e sulle mie labbra spuntò un sorriso. In mezzo alla follia c'era ancora spazio per quella bellezza pura e naturale, una visione meravigliosa che riusciva a distogliere i miei pensieri dalla realtà del momento.

Ci sedemmo sulla battigia, lo sguardo fisso sull'oceano ad ammirare la successione delle onde. All'inizio erano piccole, ma già abbastanza potenti da spezzare le gambe a un uomo. Poi diventavano più alte e vigorose, e infine arrivava lo spettacolo: si avvicinavano alla costa e la sovrastavano, roboanti, costringendoci a spostarci di corsa. Una si abbatté con tanta violenza da gettare spruzzi altissimi. Quando tornammo a esaminare la spiaggia, era piena di resti portati dall'oceano, compresi alcuni grossi granchi ancora vivi ai quali probabilmente era mancata la forza di restare ancorati al fondo del mare.

Procedevamo tranquilli sulla sabbia, perché non ci aspettavamo guai in quella zona, giocando a inseguirci, a fare la lotta o gare di capriole e corsa. Con la vecchia camicia di Alhaji e un pezzo di corda costruimmo addirittura un pallone. Durante la partita che seguì, chi segnava festeggiava ballando il soukous. Urlavamo, ridendo e cantando le canzoni imparate a scuola.

Riprendemmo il cammino sulla sabbia la mattina presto e vedemmo sorgere il sole. A mezzogiorno si delineò una piccola schiera di capanne all'orizzonte, e facemmo a gara a chi arrivava primo. Ma una volta lì tornarono le preoccupazioni. Nel villaggio non c'era nessuno: nella sabbia, mortai per il riso rovesciati e taniche d'acqua che gocciolavano; i fuochi delle cucine erano ancora accesi. Sembrava che i ribelli fossero appena passati. Prima che potessimo capirci qualcosa, dietro le capanne spuntarono dei pescatori armati di machete, uncini e reti. Sorpresi dall'agguato, nessuno di noi riuscì a fuggire. Urlammo invece: «Per favore, non vi faremo del male, siamo soltanto di passaggio», in ognuno dei diciotto dialetti che conoscevamo. I pescatori ci colpirono con il dorso piatto delle armi gettandoci a terra. Poi ci immobilizzarono sedendosi sopra di noi, ci legarono le mani e ci portarono dal loro capo.

Nel villaggio era girata voce che un gruppo di ragazzi, probabilmente ribelli, si stava avvicinando. Gli abitanti avevano subito deciso di armarsi e di aspettarci nascosti, per difendere le proprie case e proteggere le famiglie. Non avremmo dovuto sorprenderci, ma non ci aspettavamo un attacco proprio lì, dove credevamo di essere lontani dal pericolo. Ci fecero tante domande, volevano sapere la nostra provenienza, dove eravamo diretti e perché avessimo scelto di passare di lì. Alhaji che, alto com'era, veniva spesso scambiato per il più vecchio, cercò di spiegare al capo che eravamo soltanto di passaggio. Alla fine gli uomini ci sfilarono dai piedi le crapes rovinate, ci slegarono e ci scacciarono dal villaggio, agitando le lance e i machete e urlandoci dietro.

Ci rendemmo conto di quanto fosse terribile la punizione dei pescatori solo dopo aver smesso di correre. Il sole aveva raggiunto lo zenit, c'erano più di cinquanta gradi, e noi eravamo a piedi scalzi. In riva al mare c'era meno umidità che nell'entroterra, ma l'assenza degli alberi faceva penetrare il sole nella sabbia, che diventava calda e ruvida. Camminarci sopra a piedi nudi era come camminare su una strada asfaltata bollente. L'unico modo per sfuggire al dolore era andare avanti e sperare in un miracolo. Non potevamo nemmeno camminare dentro l'acqua o sulla sabbia umida, perché c'era un grande dislivello tra la spiaggia e la battigia, e le onde erano troppo pericolose. Piansi per ore, finché non mi si addormentarono i piedi. Continuavo a camminare ma non sentivo più le piante.


Proseguimmo sulla sabbia ardente fino al tramonto. Mai come quel giorno ho desiderato che arrivasse la sera, pensando che avrebbe alleviato il dolore. Ma con il caldo svanì anche l'anestesia. Ogni volta che alzavo un piede sentivo le vene contrarsi e la sabbia scavava le piante insanguinate. I chilometri successivi furono talmente lunghi che temevo di non farcela. Sudavo e tremavo per il dolore. Infine ci imbattemmo in una capanna in mezzo alla sabbia. Nessuno di noi era in grado di parlare. Entrati, ci sedemmo su dei blocchi di legno attorno al camino. Avevo gli occhi pieni di lacrime ma non riuscivo a piangere, soffocato com'ero dalla sete. Guardavo i volti dei miei compagni di viaggio, disposti attorno a me. Anche loro piangevano in silenzio. Azzardai un'occhiata alle piante dei piedi. La pelle lacerata, divisa in brandelli insanguinati e penzoloni, era tutta incrostata di granelli di sabbia. Sembrava che qualcuno l'avesse sbucciata con un coltello, dal tallone all'alluce. Scoraggiato, guardai il cielo attraverso un piccolo foro nel soffitto di paglia, cercando di non pensarci. Mentre eravamo immersi nel silenzio, entrò il proprietario della capanna. Si fermò sulla soglia e fece per andarsene, poi si accorse delle nostre condizioni e si mise a scrutare i nostri volti spaventati. Musa aveva appena sollevato un piede e cercava di rimuovere la sabbia dalla carne. Il resto di noi stringeva le ginocchia al petto per non dover appoggiare i piedi a terra. L'uomo fece cenno a Musa di interrompere quello che stava facendo. Quindi scosse la testa e uscì.

Tornò qualche minuto dopo portando una cesta colma di erbe sconosciute. In silenzio accese il fuoco, le scaldò e le mise sotto i nostri piedi sospesi in aria. Il vapore dell'erba risaliva fino alle piante e poco a poco alleviava il dolore. Poi se ne andò senza dire una parola.

Tornò di nuovo con un piatto di pesce fritto, riso e un secchio d'acqua. Posò il cibo davanti a noi e ci fece segno di mangiare. Sparì ancora per fare ritorno dopo pochi minuti con un gran sorriso sulle labbra. Teneva in spalla una rete da pesca e tra le mani stringeva un paio di remi e una grossa torcia.

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Non ero mai stato così spaventato come quel giorno in vita mia. Persino la vista di una lucertola in fuga mi terrorizzava. Si alzò una lieve folata di vento e mi penetrò nel cervello con una fitta acuta che mi fece battere i denti dal dolore. Le lacrime mi riempivano gli occhi ma mi sforzavo di nasconderle, stringendo forte il fucile in cerca di conforto.

Camminavamo nel folto della foresta, aggrappati ai fucili come se soltanto loro potessero darci un po' di forza. Respiravamo piano, nel timore che bastasse un sospiro a farci trovare la morte. Il tenente guidava il mio drappello. Alzò il pugno e indicò di fermarci. Quando lo abbassò lentamente ci piegammo su un ginocchio per perlustrare la foresta. Avrei voluto scambiare uno sguardo con i compagni alle mie spalle, ma non potevo. Procedemmo svelti tra i cespugli fino a raggiungere il margine di una palude, verso cui puntammo i fucili per tendere un'imboscata al nemico. Ci sdraiammo sulla pancia ad aspettare. Accanto a me, Josiah, Sheku e un soldato più grande mi dividevano da Jumah e Musa. Mi guardai attorno in cerca dei loro occhi, ma erano concentrati sul bersaglio invisibile nella palude. Sentii una fitta che dalle orbite arrivò fino alla sommità della testa. Le orecchie calde, avevo le guance rigate di lacrime, ma non stavo piangendo. Le vene sulle braccia erano gonfie, le sentivo pulsare come se avessero iniziato a respirare da sole. Aspettavamo in silenzio come fanno i cacciatori, le dita che sfioravano il grilletto. Il silenzio mi tormentava.

I ribelli si avvicinavano tra il fruscio delle piante basse della palude. Non erano ancora visibili, ma il tenente, sottovoce, aveva fatto partire il passaparola: «Al mio ordine, sparate». Sotto i nostri occhi, un gruppo di uomini in abiti civili emerse dai cespugli. A un loro cenno, altri combattenti li seguirono. Alcuni erano ragazzi giovani come noi. Si sedettero in fila, gesticolando e discutendo della strategia da seguire. Il tenente ordinò di sparare una granata, ma il comandante dei ribelli la sentì sibilare nella foresta. «Ritirata!» ordinò ai suoi, e la granata colpì solo alcuni uomini, che esplosero in aria, i corpi a brandelli. Seguì uno scambio di colpi tra i due schieramenti. Ero steso con il fucile puntato, incapace di sparare. Non sentivo più l'indice. La foresta girava attorno. Travolto dalla sensazione che la terra si stesse capovolgendo, mi afferrai con una mano alle radici di un albero. Non riuscivo a pensare, ma sentivo gli spari in lontananza e le urla di dolore di chi era stato colpito a morte. Sprofondai in una sorta di incubo. Uno schizzo di sangue mi colpì in faccia. Perso nelle mie visioni tenevo la bocca semiaperta, così sentii il sapore del sangue. Mentre sputavo e mi pulivo il volto, vidi il soldato da cui era sprizzato. Il sangue sgorgava dai fori dei proiettili come l'acqua da una diga appena aperta. Con gli occhi spalancati stringeva ancora in mano il fucile. Mentre lo fissavo, sentii Josiah gridare. Chiamava sua madre, urlando nel modo più terrificante che avessi mai sentito. Mi vibrava nella testa, sentivo il cervello sradicarsi e andare alla deriva.

Le punte dei fucili e i proiettili che ci venivano incontro lampeggiavano sotto il sole. Accanto a una palma bassa iniziava a formarsi una pila di corpi, e le fronde gocciolavano sangue. Cercai Josiah. Una granata aveva scagliato via il suo corpicino, che era atterrato su un ceppo. Agitava le gambe, mentre le sue urla si spegnevano piano piano. C'era sangue dappertutto. Sembrava che da ogni angolo si abbattesse sulla foresta una pioggia di proiettili. Strisciai fino a Josiah e lo guardai negli occhi. Piangeva, gli tremavano le labbra ma non riusciva a parlare. Mentre lo guardavo, le sue lacrime si tinsero di sangue e i suoi occhi castani diventarono rossi. Cercò di afferrarmi una spalla nel tentativo di rialzarsi, ma a metà del gesto cessò di muoversi. Il rumore degli spari svanì dalla mia testa, come se il cuore avesse cessato di battere e il mondo si fosse fermato. Gli chiusi gli occhi con le dita e lo spinsi giù dal ceppo. Aveva la schiena sfondata. Lo sdraiai a terra e raccolsi il fucile. Non mi ero reso conto che per spostare il mio amico mi ero alzato in piedi. Sentii qualcuno afferrarmi un piede. Era il caporale, diceva qualcosa che non capivo. Muoveva la bocca e sembrava terrorizzato. Mi tirò giù, e quando caddi sentii sbattere di nuovo il cervello dentro il cranio e la sordità svanì. «Stai giù» strillava. «Spara» e strisciò via per riprendere la sua posizione. Mentre lo seguivo con gli occhi vidi Musa, la testa coperta di sangue. Le sue mani sembravano troppo rilassate. Mi voltai verso alcuni ribelli che cercavano di attraversare la palude. Avevo il viso, le mani, la maglietta e il fucile coperti di sangue. Sollevai l'arma, premetti il grilletto e uccisi un uomo. All'improvviso, come se qualcuno me li sparasse nel cervello, mi sfilarono davanti agli occhi tutti i massacri cui avevo assistito da quando avevo visto la guerra da vicino. Ogni volta che mi fermavo a cambiare caricatore e vedevo i miei due amici privi di vita, miravo verso la palude e uccidevo altri uomini. Sparai a tutto ciò che si muoveva, finché non arrivò l'ordine di ritirarci per cambiare strategia.

Prendemmo le armi e le munizioni dai cadaveri dei miei amici e li lasciammo nella foresta, che ormai sembrava vivere di vita propria, come se avesse intrappolato le anime vaganti dei morti. I rami ricordavano mani intrecciate e teste chine in preghiera. Ci nascondemmo nella foresta per tendere un'altra imboscata poco lontano. Poi, di nuovo, l'attesa, tra il finire della sera e il calare della notte. Un grillo solitario cercò di cantare, ma nessuno dei suoi compagni lo imitò, perciò si zittì e lasciò che fosse il silenzio a dominare la notte. Ero sdraiato accanto al caporale, i cui occhi erano più rossi del normale. Ignorò il mio sguardo. Sentimmo un rumore di passi sull'erba secca, e immediatamente prendemmo la mira. Un gruppo di ragazzi e di uomini armati emerse dai cespugli e si riparò svelto dietro gli alberi. Quando si avvicinarono aprimmo il fuoco, colpendo quelli che stavano in prima fila. Inseguimmo gli altri nella palude, ma perdemmo subito le loro tracce. I granchi avevano già iniziato a banchettare con gli occhi dei cadaveri. Arti e crani spappolati galleggiavano sulla fanghiglia, e la palude era inondata di sangue. Voltammo i cadaveri per prendere le munizioni e le armi.

Non avevo paura di quei corpi senza vita. Li disprezzavo, li giravo prendendoli a calci. Trovai un G3, un po' di munizioni e una pistola, che il caporale volle per sé. La maggior parte degli uomini e dei ragazzi aveva un sacco di gioielli, al collo e ai polsi. Alcuni portavano addirittura cinque orologi d'oro sullo stesso braccio. Un ragazzo, con i capelli spettinati intrisi di sangue, indossava una maglietta del rapper Tupac Shakur, con la scritta All eyes on me, tutti gli occhi su di me. Tra le nostre perdite c'erano alcuni soldati e i miei amici Musa e Josiah. Musa e i suoi racconti non c'erano più. Nessuno ci avrebbe più narrato storie per farci ridere quando ne avevamo bisogno. E Josiah se lo avessi lasciato dormire, il primo giorno di esercitazioni, forse non sarebbe stato costretto ad andare subito al fronte.

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Accadde una notte, dopo che mi ero addormentato mentre leggevo il testo di una canzone. Non dormivo bene da mesi, ma fino a quel momento ero riuscito a evitare gli incubi tenendomi occupato, giorno e notte, ad ascoltare e trascrivere i testi di Bob Marley. Quella notte però ebbi un incubo diverso dal solito. All'inizio nuotavo nel fiume, a Mattru Jong, assieme a mio fratello Junior. Ci immergevamo sul fondo per pescare ostriche, le posavamo su una pietra e ci tuffavamo a prenderne altre, facendo a gara a chi ne trovava di più. Alla fine Junior ne raccoglieva più di me. Correvamo in fretta a casa per cena: il cibo era nelle pentole, ma la casa era deserta. Mi voltavo a chiedere a mio fratello cosa fosse successo, ma lui non c'era più. Ero solo e faceva buio. Cercavo una lampada e la trovavo, ma avevo paura, la fronte tutta sudata. Portavo la lampada in salotto, e sul tavolo c'era una scatola di fiammiferi. Accendevo la lampada, e quando la stanza si illuminava vedevo uomini ovunque, che mi avevano circondato al buio. Scorgevo i loro corpi ma non le facce che erano oscurate, come se fossero senza testa. Alcuni camminavano a piedi nudi, altri indossavano scarponi militari. Tutti erano armati di fucili e coltelli e iniziavano a spararsi, accoltellarsi e tagliarsi la gola a vicenda. Ma una volta caduti si rialzavano e ricominciavano da capo. Il sangue iniziava a riempire la stanza, una marea che cresceva in fretta. Le sagome mi tormentavano con le loro urla. Mi tappavo le orecchie per non sentirle, ma cominciavo a percepire anche il loro dolore. Ogni volta che qualcuno veniva accoltellato, la mia sofferenza aumentava; a ogni ferita degli uomini misteriosi se ne apriva una uguale e sanguinolenta sul mio corpo. Scoppiavo a piangere, mentre il sangue riempiva la stanza. Poi gli uomini sparivano, la porta si apriva di scatto e il sangue fuoriusciva in un'ondata. Uscivo, coperto di sangue, e rivedevo mia madre, mio padre e i miei due tratelli, che sorridevano come se non fosse successo niente, come se non ci fossimo mai separati.

«Siediti, signor combinaguai» diceva mio padre.

«Lascialo stare» ridacchiava mia madre.

Ero seduto di fronte a mio padre ma non riuscivo a mangiare. Il mio corpo era intorpidito e i miei familiari sembravano non essersi accorti che ero coperto di sangue. Poi iniziava a piovere, loro andavano a chiudersi in casa e mi lasciavano all'aperto. Restavo seduto sotto la pioggia per un po', a ripulirmi del sangue. Mi alzavo per entrare, ma la casa non c'era più. Era scomparsa.

Quando mi risvegliai dal sogno mi guardai attorno, confuso.

Ero caduto dal letto.

Mi rialzai, uscii e mi sedetti sui gradini a guardare il buio della notte. Ancora confuso, non riuscivo a capire se si fosse trattato davvero di un sogno. Non sognavo la mia famiglia dal giorno in cui avevo iniziato a fuggire dalla guerra.


Il pomeriggio seguente andai a trovare Esther, la quale capì subito che qualcosa mi preoccupava. «Vuoi sdraiarti?» chiese, quasi bisbigliando.

«Stanotte ho fatto un sogno. Non so che senso abbia» dissi guardando da un'altra parte.

Lei si avvicinò e chiese: «Vuoi raccontarmelo?»

Non risposi.

«Se vuoi, parlane ad alta voce e fai finta che io non ci sia. Non dirò nulla. A meno che non sia tu a chiedermelo». Si sedette in silenzio accanto a me. Restammo zitti per un po', finché, non so per quale motivo, iniziai a raccontarle il sogno.

All'inizio restò ad ascoltarmi, ma piano piano si mise a farmi domande sulla vita che avevo vissuto prima e durante la guerra. «Niente di tutto questo è colpa tua» ripeteva con decisione dopo ogni risposta. Benché avessi sentito pronunciare quella trase da tutti i membri dello staff e, francamente, l'avevo sempre odiata quel giorno iniziai a crederci. Fu il tono di voce sincero di Esther a far penetrare finalmente la frase nella mia testa e nel mio cuore. Questo non mi rendeva immune dal senso di colpa per ciò che avevo commesso, eppure alleggeriva il fardello dei ricordi e mi dava la forza di pensare ad altro. Più parlavo con Esther della mia esperienza, più inorridivo davanti ai dettagli più macabri, pur senza darlo a vedere. Non mi fidavo ancora del tutto, però mi piaceva parlare con lei, perché non mi sentivo giudicato per le mie azioni; il suo sguardo acceso e il sorriso aperto rivelavano che in me vedeva soltanto un ragazzino.

Un giorno Esther mi portò a cena a casa sua. Poi andammo a passeggio per la città arrivando fino al porto, alla fine di Rawdon Street. Ci sedemmo sul molo a guardare la luna appena spuntata e raccontai a Esther delle forme che vedevo sulla sua superficie quando ero più piccolo. Ne restò affascinata. Fissando la luna, ci dicemmo quello che vedevamo. Rividi la donna che teneva il bambino in braccio, come un tempo. Quando fu ora di tornare, non mi lasciai incantare dalle luci della città: guardavo il cielo e sentivo che la luna ci seguiva.

Da piccolo la nonna mi raccontava che il cielo parla a coloro che lo guardano e lo ascoltano. Diceva: «Nel cielo ci sono sempre risposte e spiegazioni a tutto: a ogni dolore, sofferenza, gioia e confusione». Quella notte desiderai che il cielo mi parlasse.

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