Copertina
Autore Colin Beavan
Titolo Un anno a impatto zero
EdizioneCairo, Milano, 2010, Storie , pag. 286, cop.fle., dim. 15x21x2,4 cm , Isbn 978-88-6052-282-5
OriginaleNo Impact Man [2009]
TraduttoreNello Giugliano
LettoreLuca Vita, 2011
Classe ecologia , citta': New York , narrativa statunitense
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Indice


1.  Come un incapace da par mio finisce                   11
    col compiere una prodezza del genere

2.  Si inizia, ed è tutto un gran casino                  27

3.  Cosa pensi quando vedi la tua vita nell'immondizia    43

4.  Se solo la pizza non la mettessero nei contenitori
    di cartone                                            59

5.  Come ridurre l'anidride carbonica e, nel contempo,
    fare arrabbiare tua madre                             81

6.  Mangia cavoli e salva il mondo                       114

7.  Non-consumo vistoso                                  149

8.  Clic, e si spegne la luce                            171

9.  Fare più bene che male                               200

Epilogo. La vita dopo un anno senza carta igienica       219


Appendice. Anche tu puoi fare la differenza!             237
Note                                                     259
Ringraziamenti                                           273
Indice analitico                                         277


 

 

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1
Come un incapace da par mio finisce
col compiere una prodezza del genere



Per un anno io, mia moglie e la nostra bambina, pur abitando nel cuore di New York, abbiamo provato a vivere a impatto zero. In poche parole, ciò significa che abbiamo fatto del nostro meglio per non produrre immondizia (quindi niente pasti da asporto), non provocare emissioni di anidride carbonica (quindi niente auto o viaggi in aereo), non inquinare le riserve idriche (quindi niente detersivi per il bucato), non comprare prodotti di paesi lontani (quindi niente frutta della Nuova Zelanda). Per non parlare delle altre rinunce: niente ascensore, metropolitana, merci imballate, plastica, condizionatori d'aria, tivù, oggetti nuovi...

Ma prima di addentrarci in questa avventura, vi devo spiegare che cosa mi ha spinto verso una vita a impatto zero. Per cominciare, vi racconterò una storia che è più che altro una confessione, un ripercorrere le tappe del mio cambiamento, una via di mezzo tra la parabola del figliol prodigo e un mea culpa.

La storia inizia col patto che feci con mia moglie, Michelle.

Vi spiego i retroscena: Michelle è cresciuta tutta American Express di papino, credito aperto con le compagnie di taxi, barche enormi, tre country club e fedeltà alla bandiera. Io, invece, sono cresciuto tutto capelli lunghi, possedere roba di marca è da stupidi, vorrei essere abbastanza grande per fare obiezione di coscienza e prendere l'LSD, scuole alternative, a corto di soldi, salviamo le balene, e comunque non ci importa di essere ricchi perché odiamo il materialismo.

Una volta, mentre eravamo in visita da mia madre, a Westport, nel Massachusetts, Michelle si è stesa sul letto di quella che era stata la mia stanza e ha guardato il soffitto con il suo brutto rivestimento in pannelli di polistirolo. «Sai, sono cresciuta sotto un tetto assai più bello del tuo» mi ha detto. Queste parole, insieme all'espressione del suo viso, dicevano tutto.

Inoltre, una volta Tanner, il mio migliore amico, mi ha chiamato per comunicarmi i timori del suo psicoterapeuta, secondo il quale «Colin e Michelle potrebbero non superare le reciproche differenze». Perché lo psicoterapeuta di Tanner dovesse occuparsi del mio matrimonio era una domanda da lasciare a Tanner per la prossima seduta, ma effettivamente io e Michelle avevamo parecchie divergenze su cui mediare. E la storia che mi accingo a raccontarvi riguarda proprio una di queste mediazioni.

Da parte mia, avevo deciso di sopportare la cacofonia degli episodi a raffica di Bridezillas, The Bachelor e tutta la tivù spazzatura che guardava Michelle. Io odio i reality show. In cambio Michelle aveva accettato di non comprare, nelle sue scorribande per negozi, nulla che fosse fatto o anche solo decorato con pelliccia. Questo era il compromesso.

A lei piaceva avere qualcosa in pelliccia. Non tanto cappotti o giacche di pelliccia vere e proprie, quanto cappelli, accessori e cose del genere. Michelle era una di quelle ragazze che si tengono sempre aggiornate su mode e tendenze, una di quelle che comprano la borsa Stella di Marc Jacobs, una specie di Carrie Bradshaw di Sex and the City cresciuta, maritata e con figlia a carico.

Io, invece, e datemi pure dello smidollato, mi sentivo male ogni volta che vedevo un procione o un opossum spiaccicato sull'asfalto della Palisades Parkway. E mi dispiaceva anche per le bestiole che venivano ammazzate soltanto per la loro pelliccia.

Eppure all'epoca riuscivo a non includere le mie scarpe di pelle in questo astio per gli umani che anteponevano la vanità al benessere degli animali. Quando ero accecato dalla frenesia da acquisti, il disprezzo per gli oggetti di marca e per il consumismo diventava, diciamo così, meno consistente. Ero il tipo di persona che compra un televisore da cinquantadue pollici, ma poi si crede un ribelle perché l'ha acquistato nel reparto delle grandi offerte.

Ciò non significa che ero un progressista solo a parole. Sono anche andato in Pennsylvania a fare campagna elettorale per le elezioni del 2000 e del 2004. Quando alcuni esponenti di MoveOn.org me lo chiesero, accettai di fare telefonate per sensibilizzare la popolazione al voto. Cercavo di mantenere un atteggiamento civile e costruttivo nei miei rapporti quotidiani, e nel complesso evitavo di nuocere agli altri. Mi offrii come volontario al World Trade Center dopo i fatti dell'11 settembre. Ho persino pregato per George Bush, pensando che odiarlo servisse solo a creare un mondo pieno d'odio.

Devo ammettere che, considerato come vanno le cose nel mondo, forse avrei dovuto impegnarmi di più.

Qualche mese dopo il nostro patto «tivù contro pellicce», Michelle si vide arrivare una stola in pelliccia di volpe bianca nuova di zecca e assai costosa, regalo di un'amica il cui padre fa il pellicciaio nella città natale di mia moglie, Minneapolis.

È gratis e la volpe è già morta, sosteneva Michelle.

Non si tratta di una, ma di dieci volpi, ribattevo io. Mi devo sorbire la tua tele, avevamo un accordo, aggiunsi.

Ma si tratta dei tuoi standard, replicò Michelle. E infine calò l'asso: voglio discuterne con un consulente matrimoniale.

Quella che seguì non fu una vera e propria terapia di coppia. Più o meno avrebbe dovuto funzionare così: io di tanto in tanto mi sarei affacciato a una delle sedute di Michelle col suo psicoterapeuta. Ed effettivamente, quella volta mi trascinai fino allo studio nell'Upper East Side, e Michelle spiegò la situazione. Una stola di volpe gratis da una parte. E niente pellicce dall'altra – questi sono i valori di Colin. Perché, chiese Michelle, dovrei adeguarmi alle sue scelte morali?

Quando lo psicoterapeuta si girò verso di me e disse «Colin?», io stupii entrambi affermando che Michelle poteva comprare tutte le pellicce che voleva. Ma, aggiunsi, se devo sciogliere l'accordo pongo una condizione – e questa è la parte dove faccio la figura dello stronzo – ovvero Michelle deve leggere a voce alta i brani che ho sottolineato in una brochure della PETA sul commercio delle pellicce.

«Posso leggerli quando torniamo a casa» disse Michelle.

«Niente da fare» risposi. «Il patto prevede che, se vuoi sciogliere l'accordo sulle pellicce, devi leggerli qui.»

Michelle, che non è il tipo che si dà per vinta facilmente, mi prese i fogli di mano, si schiarì la voce e cominciò a leggere. Le conseguenze furono due: uno, Michelle decise che non avrebbe mai più comprato pellicce, perché in realtà ha il cuore più nobile di tutto il genere umano e perché sotto sotto non siamo così diversi come sembra. Due – ed è questo il senso di tutta la storia – io dimostrai che ero soltanto un coglioncello altezzoso. Avevo mobilitato le mie risorse intellettuali e culturali per spingere un'altra persona a cambiare il proprio comportamento, mentre io continuavo a compiacermi beatamente delle mie scelte.

È vero che avevo fatto sporadici tentativi per migliorare il mondo, ma cominciavo a pensare che le mie azioni politiche comportassero fin troppo spesso cambiamenti negli altri, come era successo con Michelle, e quasi mai in me.

Commettevo l'errore di credere che lamentarmi delle malefatte altrui mi rendesse di colpo più virtuoso. Mi resi conto che facevo parte di quel gruppo di progressisti che si degnano di aderire a una manciata di iniziative politiche, o accettano qualche sporadica rinuncia nel loro stile di vita, e poi spendono il resto delle proprie energie nel sentirsi superiori a quelli che in teoria non fanno altrettanto.

Circa un anno dopo l'episodio appena raccontato, cominciarono a diffondersi le notizie sul riscaldamento globale. O meglio, se ne parlava già da vent'anni, ma chissà perché quelle voci non erano mai arrivate alla mia coscienza progressista. Non possiamo continuare a vivere in questo modo, sostenevano gli scienziati, il pianeta non può tollerarlo. Le calotte polari si scioglieranno, salirà il livello del mare, ci sarà la siccità o, per farla breve, il mondo finirà male e milioni di persone saranno coinvolte in questa catastrofe.

Gli stati avevano negoziato il protocollo di Kyoto durante la convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che assegnava obiettivi e doveri alle nazioni firmatarie con lo scopo di ridurre l'emissione dei gas responsabili dell'effetto serra. Ma gli Stati Uniti, firmatari del protocollo nonché maggiori produttori mondiali di tali gas, si erano rifiutati di ratificarlo.

Qual era la mia reazione alla sordità della nostra patria rispetto ai problemi ambientali? Be', quando venivano giù piogge torrenziali assumevo un'aria truce e dicevo a chiunque mi prestasse ascolto: «La colpa di questo clima assurdo è di George Bush». Se durante una conversazione qualcuno dichiarava che il riscaldamento globale era soltanto una teoria, io rispondevo: «E invece gli scienziati sostengono che è una realtà», e ci aggiungevo pure uno sguardo torvo per dimostrare quanto ne fossi assolutamente convinto. E se fuori faceva così caldo che sentivo il bisogno di accendere entrambi i condizionatori di casa, per qualche istante mi sentivo pure in colpa perché contribuivo al problema.


Arriviamo al 2006. Ormai quarantaduenne, ho una figlia, Isabella, di quasi un anno. Viviamo in fondo alla Fifth Avenue, nel Greenwich Village. È gennaio, ma ci sono quasi ventidue gradi. Siamo in pieno inverno, eppure la gente fa jogging in pantaloncini. Le ragazze della vicina New York University passano in canottiera davanti al mio palazzo.

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Ogni anno nel mondo si gettano tra i 4000 e i 5000 miliardi di sacchetti di plastica, secondo il Worldwatch Institute. In tutto il pianeta, le borse di plastica, usate per qualche minuto e poi buttate via, escono da negozi e mercati in quantità centinaia di volte superiori a quelle di qualsiasi merce. Sono l'oggetto di consumo più diffuso in assoluto e, cosa non casuale, il prodotto usa e getta maggiormente utilizzato.

Ricicliamo meno dell'un percento dei sacchetti monouso, che nel 2006 costituivano circa 4 milioni di tonnellate dei rifiuti municipali statunitensi. Avvelenano la nostra aria quando li bruciamo negli inceneritori, o lasciano filtrare sostanze chimiche nocive nelle discariche per anni. Inoltre, grazie al peso leggero, secondo alcune stime il vento trasporta l'un percento dei sacchetti di plastica via dai depositi di rifiuti. Questi sacchetti fuggiaschi finiscono a gonfiarsi sugli alberi, si impigliano negli steccati o, quel che è peggio, vanno alla deriva nell'oceano.

Nel 1988, nell'arco di appena due settimane, quindici tartarughe liuto, una specie a rischio di estinzione, si arenarono, morte, sulle spiagge di Long Island. Allarmati dall'evento, i biologi marini eseguirono le autopsie. Scoprirono che undici di quelle tartarughe avevano ingerito borse di plastica che avevano ostruito il loro stomaco. Dovete sapere che le tartarughe liuto hanno due caratteristiche che mal si accompagnano: vanno pazze per le meduse e ci vedono malissimo. A queste tartarughe quasi cieche una borsa di plastica sott'acqua appare semplicemente un boccone prelibato.

La cosa folle è che queste borse, progettate per essere gettate subito via, sono fatte con un materiale progettato per durare in eterno. E non sono certo l'unico prodotto di largo consumo fatto con la plastica: pensate a rasoi, utensili da cucina, spazzolini da denti, bottiglie d'acqua, tazze per il caffè, penne, pettini e così via. Poiché la plastica è assai duratura, tutti questi oggetti resistono per secoli. Di conseguenza, secondo le stime del programma ambientale delle Nazioni Unite, ci sono 46mila pezzi di plastica che galleggiano per ogni miglio quadrato di oceano.

A circa mille miglia dalle coste della California, nel bel mezzo dell'Oceano Pacifico, vortica una schiuma di spazzatura galleggiante grande il doppio degli Stati Uniti continentali. Questa «chiazza di spazzatura», come viene chiamata, contiene plastica per un peso sei volte superiore a quello dei suoi componenti organici. Al largo del Pacifico, a circa mille miglia dal più vicino insediamento umano, plancton, meduse e pesci sono in rapporto di uno a sei (relativamente al peso) con borse, bottiglie e altre cianfrusaglie di plastica.

È stato calcolato che solo nel Pacifico settentrionale centomila tartarughe e mammiferi marini, un milione di uccelli di mare e un'infinità di pesci muoiono di fame ogni anno dopo che la plastica ha ostruito il loro tratto digerente. Uno studio recente su Sand Island, nel nordovest delle Hawaii, ha mostrato che il 97 percento dei pulcini di albatro di Laysan avevano ingerito plastica raccolta dai genitori nelle acque oceaniche e scambiata per cibo.

Nel frattempo, gli scarti di plastica galleggiante che non hanno strozzato la fauna marina si decompongono sotto l'effetto del sale e la luce del sole, finché non restano sospesi in acqua come microscopiche palle di un albero di Natale. Gli animali che si nutrono di plancton le divorano, poi pesce grosso mangia pesce piccolo, e indovinate alla fine chi è che mangia il pesce grosso? I ristoranti giapponesi che preparano sushi per noi adulti e le fabbriche di bastoncini di pesce che confezionano il pranzo scolastico dei nostri bambini. Ciò che ha inizio in fondo alla catena alimentare risale inevitabilmente fino alla cima.

Il risultato è che ognuno di noi ha, nel proprio organismo, quantitativi misurabili di circa cento sostanze chimiche industriali delle quali cinquant'anni fa nessuno aveva mai neppure sentito parlare. Molte di queste sostanze derivano dalla produzione e l'utilizzo di quello stesso pattume di plastica usa e getta che riempie i sacchi della mia spazzatura. È per esempio risaputo che il bisfenolo A, un composto utilizzato per l'interno di lattine e barattoli, per le bottiglie di plastica e per altri oggetti, altera l'attività del sistema endocrino e fa aumentare il rischio di certi tipi di cancro, riduce la fertilità e può contribuire a problemi comportamentali dell'infanzia come l'iperattività.

Sei quello che mangi, così dicono, e le tartarughe non sono le uniche a ingoiare la plastica che gettiamo via. Ciò che accade alla flora e alla fauna del pianeta è una sorta di segnale d'allarme di quanto sta per succedere anche a noi.


Visto come si vive nella cultura cui appartengo, non posso evitare di chiedermi: davvero le borse di plastica (e quelle di carta, che per l'ambiente non sono certo migliori) ci servono così tanto che siamo disposti a mettere a repentaglio lo stesso pianeta dal quale dipendono la nostra salute, felicità e sicurezza?

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Il succo, per Michelle, è quello che per me era la borsa di rete alla francese. Cerchi di uscire dall'universo consumista ma ti ritrovi sempre attratto verso il suo centro, preso in quella specie di trance che spinge noi tutti a comprare qualcosa per sistemarne un'altra, a mangiare per perdere peso, a consumare per conservare. Ma, oggi, non ho il coraggio di dire nulla.


Ecco i miei pensieri in quel momento di sconforto:


1. Temevo che l'episodio della pizza fosse l'indicatore di una realtà più generale, e cioè che forse la specie umana dovrebbe esercitare un autocontrollo sovrumano quando si tratta di usare risorse che il pianeta non può permettersi di concederci. «Il problema di quelli come lei è che non accettate che la gente sia fondamentalmente egoista e che non cambierà mai» mi sono sentito dire più e più volte durante il Progetto Impatto Zero. In quel preciso momento, mentre ero ancora amareggiato per ciò che non potevo avere, e mi sentivo un mostro perché impedivo anche a Michelle di soddisfare i suoi desideri, pensai che fosse davvero così. Cominciai di nuovo a credere che la gente fosse semplicemente troppo egoista.

2. Ma, tanto per cominciare, l'idea che la gente, me incluso, sia guidata dall'egoismo va contro la mia visione del mondo e il mio istinto più profondo. Quasi tutti amiamo i nostri figli e vogliamo comportarci bene con i vicini. Quasi tutti, a meno di non essere afflitti da terribili condizioni di vita, da alcol o droghe, preferiamo aiutare piuttosto che danneggiare gli altri. Quasi tutti, in fondo al cuore, vogliamo pace e armonia per noi stessi e il prossimo. Quasi tutti crediamo che sia nostro dovere prenderci cura del pianeta. A nessuno piace sprecare le nostre risorse.

3. Inoltre, non si tratta di volere o meno determinate cose, ma di come il sistema fornisce le cose che vogliamo. Il problema non stava nel mio desiderio di pizza. Stava nel fatto che me l'avrebbero servita su un vassoio di carta usa e getta. Il nostro sistema ci rende praticamente impossibile ottenere le cose che desideriamo e di cui abbiamo bisogno senza lasciarci dietro una scia di spazzatura, inquinamento e gas responsabili dell'effetto serra. Sedetevi in un fast-food, per esempio, e nel giro di qualche istante l'immondizia arriverà a ondate. Per prima cosa, la tovaglietta e il tovagliolo di carta, poi la cannuccia, l'involucro della cannuccia, una bottiglia di vetro usa e getta con la vostra bevanda, un sottobicchiere di carta, una scatola di polistirolo e una piccola tazza di plastica col ketchup. «Forse lo troverà strano» devo aver detto a un centinaio di camerieri «ma ho questa fissa di non produrre rifiuti. Mi sono portato un tovagliolo di stoffa. Le dispiacerebbe tanto rimettere quello di carta dove l'ha preso?»

4. Solo perché la spazzatura sommerge la mia vita come una marea, non vuol dire che sono stato io a crearla. Rifiuti, inquinamento ed effetto serra, di conseguenza, non sono il risultato di un difetto insito nella natura umana.

5. Ma poi ho letto una storiella, e ho appreso che ci sono dei buoni motivi se mi sento così egoista e colpevole. «La gente crea inquinamento. La gente lo può fermare.» Vi ricordate questo messaggio? Era parte della pubblicità progresso della campagna KAB, Keep America Beautiful, salva la bellezza dell'America, quella con il nativo americano che piange per via dei rifiuti sparsi ovunque. Ebbene, indovinate un po': viene fuori che la KAB era stata lanciata dalla American Can Company e dalla Owens-Illinois Glass Company, le aziende che hanno inventato rispettivamente le lattine e le bottiglie usa e getta, i cosiddetti vuoti a perdere. Avevano reclutato i loro colleghi dell'inquinamento industriale, dai produttori di bicchierini di carta alle compagnie petrolifere, per sovvenzionare la KAB e poi usarla per promuovere l'idea che gli individui, e non le grandi aziende, sono responsabili di rifiuti e inquinamento. Come scrive Heather Rogers nel suo libro sull'immondizia, Gone Tomorrow: «KAB mirava a distogliere qualsiasi impeto di coscienza ambientalista dalla distruzione e dall'inquinamento del mondo naturale operato dalle industrie [...] identificando il vero cattivo: il famoso "sudicione"». C'è poco da stupirsi se mi sentivo in colpa.

6. La storia mi ha insegnato che gli Stati Uniti hanno già dimostrato come sia perfettamente possibile che una cultura funzioni senza inviare tanti rifiuti a discariche e inceneritori, al di là di ogni questione su altruismo ed egoismo. Prima del 1900, in molte famiglie non c'erano neppure i cestini per la spazzatura. Lo stracciaiolo veniva da te e ti pagava perché gli dessi, tra le altre cose, vestiti usati per farci la carta, ossa per fare i bottoni e grasso di cucina per fare il sapone. Quello che restava, lo bruciavi nella stufa per stare al caldo. Ma questa etica del riutilizzo cambiò quando, per dirne una, le fabbriche di bottoni scoprirono che era più economico ed efficace ottenere le ossa dai mattatoi, e i produttori di carta trovarono un modo per ricavarla dagli alberi invece che dalla stoffa. Con l'industrializzazione, la nostra economia delle materie prime smise di far parte di un ciclo che andava dal produttore al consumatore e di nuovo al produttore, e divenne invece unidirezionale, dal produttore al consumatore, e quindi a discariche e inceneritori.

7. Secondo me, questa è un'ulteriore prova del fatto che spazzatura, inquinamento ed effetto serra non sono il risultato della nostra natura — egoista o meno — ma semplicemente di comportamenti industriali che la nostra cultura non può più sostenere. E se abbiamo cambiato una volta, da circolo chiuso ad aperto, pensavo che fosse possibile, con la stessa facilità, cambiare da circolo aperto a chiuso. Ho scoperto che in Germania hanno già un sistema chiamato «responsabilità estesa del produttore», una politica in base alla quale le aziende sono fisicamente o economicamente responsabili dei prodotti, imballaggio incluso, dopo il loro ciclo vitale. Questo obbligo di smaltimento fornisce un incentivo a trovare modi per rendere le merci riutilizzabili o riciclabili, affinché siano sempre meno le risorse che finiscono dritte in discariche e inceneritori.

8. Dopo aver riflettuto su tutte queste cose, il mio umore prese una brutta piega. Pensavo: grandioso, il problema non è l'egoismo della natura umana, è solo l'intero nostro sistema di produzione e distribuzione. Come se ciò fosse più semplice da cambiare. Se davvero spero in un miglioramento, è meglio che mi metta il cuore in pace.

9. Qual era il senso di tutto questo stupido Progetto Impatto Zero?

10. Poi, un'assidua lettrice del mio blog, una donna che vive in India e si chiama Uma Padmanabhan, lasciò questa citazione dal Bhagavad Gita, il poema epico indù: «Solo all'azione hai diritto, e mai ai suoi frutti; che i frutti dell'azione non ti siano mai da movente; e non lasciare che vi sia in te la propensione all'inattività». In altre parole, fallo e basta!

11. Poi una donna di nome Jen, di Brooklyn, lasciò sul blog la storia di Nachshon, il primo israelita che entrò nel Mar Rosso durante la fuga dall'Egitto. Nachshon, scrisse Jen, era una persona qualunque. Non aveva la minima idea di come attraversare il Mar Rosso, ma continuò a marciare nonostante tutto. Aveva solo coraggio, determinazione e, forse, fede, e così fece l'unica cosa che poteva fare, vale a dire muovere un passo dopo l'altro. Non sapeva cosa sarebbe successo. La buona notizia, e magari sarà buona anche per tutti noi che proviamo a fare qualcosa, è che non appena Nachshon giunse nel punto in cui l'acqua gli arrivava quasi al naso, il Mar Rosso si aprì.

12. Mi hanno ricordato che il progetto non si basa sul guardarmi intorno in cerca di aiuto. Si basa sull'avanzare a tentoni e sul cominciare a provare a fare qualcosa, piuttosto che starmene seduto a chiedermi se posso farlo.

13. Quindi, che sia la natura umana o il sistema industriale a dover cambiare per la salvezza del mondo, la vera domanda non è se io posso o meno fare qualcosa. Ma se sono disposto a provarci.

14. Sono disposto a provarci?


Ecco un piccolo esperimento mentale che continua a ossessionarmi.

Sappiamo che per tutte le materie prime che finiscono nelle nostre merci, il processo di produzione ne ha già gettata via una quantità settanta volte superiore. Basta fare i conti per capire che, delle materie prime sottratte alla terra per la produzione di beni di consumo, solo l'1,5 percento finisce nelle nostre mani. Nel frattempo, il 98,5 percento di ciò che succhiamo dal terreno, dai fiumi e dalle foreste viene direttamente trasportato via camion a discariche e inceneritori senza che sia usato da noi.

Ora, io non sono un economista né uno studioso dei sistemi di produzione, quindi sono sicuro che la situazione non sia semplice come sto per descriverla, ma dal mio punto di vista, pare che dell'acqua e l'aria che l'industria inquina, delle foreste che abbatte, degli habitat naturali che distrugge, dei gas che emana creando l'effetto serra, di tutti i danni ambientali che causa, ben il 98,5 percento non produce altro che rifiuti industriali, scarti di produzione che il consumatore finale non vede neppure.

Quindi ecco il mio piccolo esperimento.

Immaginiamo che noi, come cultura, chiediamo alle industrie di ridurre il quantitativo di rifiuti di appena l'1,5 percento. «Ehi, ragazzi» potremmo dire «basta solo una sforbiciatina. Va da sé, però, che potete ancora sprecare il 97 percento di quello che togliete al pianeta. Vogliamo solo che riduciate i rifiuti dell'1,5 percento.» Personalmente, non credo che una tale richiesta sarebbe così tremendamente ineducata.

Ma ecco il punto: se ci fosse quel calo, anche minimo, allora il quantitativo di materie prime che finisce realmente negli oggetti prodotti salirebbe dall'1,5 percento (ciò che rimane con uno spreco del 98,5 percento) al 3 percento (ciò che rimane dopo aver ridotto lo spreco al 97 percento). Un passo immenso. Poiché la quantità di risorse per merce prodotta a questo punto raddoppia, questo significa che per ottenere il suo risultato il sistema di produzione potrebbe tagliare la metà degli alberi, far saltare la cima di metà delle montagne, inquinare la metà dei fiumi, emettere la metà dei gas da effetto serra. E cosa ci vorrebbe per tutto ciò? Una riduzione dei rifiuti dal 98,5 al 97 percento.

Non mi sembra di chiedere troppo, giusto?

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«Dobbiamo sbarazzarci della tivù» mi annunciò Michelle una sera, quando tornai a casa. Era ormai da qualche settimana che, su sua insistenza, la tivù restava spenta. A proposito, il nostro televisore era un affare gigantesco, schermo a quarantasei pollici con retro proiettore, e occupava troppo spazio nel soggiorno.

«Frena un attimo» le dissi. «Potremmo averne voglia una volta concluso il progetto.»

«È malvagia» rispose Michelle. «Non ci ha mai causato altro che problemi, e voglio che esca da questa casa.»

Quello che stava dicendo era vero. Michelle aveva sviluppato, per sua stessa ammissione, una certa dipendenza dai reality show. Avevamo litigato al riguardo. Sentivo che la cosa intralciava la nostra relazione — forse perché lei preferiva guardare The Bachelor che parlare con me. E Isabella, nelle due settimane precedenti il progetto, aveva addirittura dichiarato, con la voce squillante dei suoi quasi due anni: «Voglio Bridezillas, mamma».

«Quando tua figlia ti chiede Bridezillas» disse Michelle «capisci che hai anteposto i tuoi piaceri di telespettatore ai tuoi doveri di genitore. Sbarazzati della tivù. Niente patti o negoziati.»

Detto dalla donna che poche settimane prima aveva speso l'equivalente di un piccolo fondo pensione per degli stivali, era un gran bel cambiamento.

Ci pensai su. Pensai a tutta la pubblicità che una persona come me o Michelle vede ogni giorno, dai 2000 ai 5000 spot, a seconda del momento. Pensai a Annie Leonard, l'attivista dell'anticonsumismo, che nel suo video Story of Stuff, parlava di come «tremila volte al giorno ci sentiamo dire che i nostri capelli non vanno bene, la nostra pelle non va bene, i vestiti non vanno bene, i mobili di casa non vanno bene, la macchina non va bene, noi non andiamo bene, ma che tutto si sistemerà semplicemente comprando qualcosa». E pensai: non c'è da stupirsi se mi sento un perdente quando non posso più comprare quello che voglio nel momento in cui lo voglio.

Stavo cercando di non consumare più le risorse del pianeta, e qui nel bel mezzo di casa mia c'era questa scatola il cui scopo è inviare messaggi in cui mi si dice che se non uso più risorse sono un perdente. L'impatto zero, mi dice, è da perdenti. Mi dice che cercare di non produrre più spazzatura anziché cercare di possedere più oggetti è da perdenti. Rendermi conto che la tivù mi faceva disprezzare la mia vita — e rendeva più complicato il progetto — fu come scoprire che il nemico mi si era accampato nel soggiorno.

E fu fatta. Su decreto di Michelle, da quel momento in poi saremmo diventati una famiglia senza tivù. Quattro settimane dopo l'inizio del progetto, non eravamo solo noi che cambiavamo la nostra vita; era anche la nostra vita a cambiare noi. Michelle prese accordi per dare la tivù a una famiglia che altrimenti ne avrebbe comprata una nuova. Due omaccioni sui centoventi chili marciarono nel soggiorno, sollevarono il televisore da quarantasei pollici e lo portarono via.

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Pagina 204

[...] E, ovviamente, ci sono tanti altri accorgimenti di tipo domestico — per non parlare di quelli che potrebbero adottare industria e agricoltura — che gioverebbero al pianeta e a tutti noi.

Ma poiché io abito in un appartamento, a meno di non voler passare a una qualche forma di azione collettiva, sono poche le misure che posso attuare per raggiungere l'impatto zero con l'uso dell'acqua. Facciamo tre cose: ne usiamo di meno; evitiamo di bere quella privatizzata; e non versiamo tossine nei nostri rifiuti idrici.

Per usare meno acqua, mettiamo dei riduttori di flusso ai rubinetti e alla doccia, facciamo il bagno nella stessa acqua, tiriamo meno spesso lo sciacquone, indossiamo gli abiti più di una volta prima di lavarli, chiudiamo bene i rubinetti.

Per rinunciare all'acqua potabile privatizzata, beviamo dal rubinetto. Semplice. Ci portiamo dietro i nostri barattoli e chiediamo a tavole calde e ristoranti di riempirceli. Gratis. Una volta, un ragazzo assai gentile mi disse: «Le darò roba buona», e mi riempì il barattolo usando la sua brocca di Poland Spring. Non me la sentii di spiegargli perché quella non era «roba buona».

Siamo il paese più fortunato del mondo perché abbiamo ottima acqua potabile che sgorga direttamente dal rubinetto di casa e le nostre riserve idriche sono relativamente abbondanti, eppure le stiamo lasciando nelle mani delle multinazionali a furia di consumare acqua in bottiglia. Quello che mi preoccupa nel rialzo dei prezzi della benzina nel 2008 è che ci dice qualcosa su ciò che accadrà all'acqua. Se consegniamo la nostra acqua potabile alle multinazionali e non diamo gli enti municipali il denaro per fornircela dal rubinetto, prima o poi resteremo senz'acqua. E a quel punto il prezzo salirà, e sarà allora che le multinazionali trasformeranno in una miniera d'oro le risorse idriche che già adesso stanno acquistando.

Per non versare tossine nei nostri rifiuti idrici, in casa non usiamo nulla di tossico. Semplice. Abbiamo imparato a produrre detergenti e detersivi con una combinazione di borace, aceto bianco, bicarbonato di sodio e il sapone liquido del dottor Bronner, a base di oli vegetali. Scopriamo che il bicarbonato è il miglior deodorante del mondo. La crema idratante a base di oli vegetali e cera d'api prodotta da una persona del posto è migliore per la pelle di qualsiasi altro unguento abbiamo mai usato.

I denti li laviamo con il bicarbonato di sodio — okay, non è certo uno spasso. Ma il risultato è che con i prodotti personali e quelli per la casa non creiamo spazzatura e non versiamo tossine nelle risorse idriche. Tutto quello che finisce nel sistema fognario è biodegradabile. Nessun pesciolino avrà due organi genitali a causa delle nostre pulizie di casa.


Ora che quasi tutto è come dovrebbe essere, la giornata tipica della famiglia a impatto zero funziona così:

1. Se ci riesco, mi sveglio prima delle ragazze quando suona la sveglia a molla e approfitto di questo breve momento di quiete per meditare. Altrimenti mi sveglio insieme a Michelle quando Isabella compie il breve tragitto di mezzo metro dal suo nuovo letto da bimba grande al nostro. Quanto mi manca la gabbia... ehm, voglio dire la culla.

2. Io e Michelle ci contorciamo per adeguarci allo spazio che ci è concesso. Dormiamo in un quarto del letto; Frankie, durante la notte, occupa progressivamente gli altri tre quarti. Quando arriva Isabella e insiste perché le facciamo spazio, la nostra parte di letto si dimezza ancora.

3. Alla fine, dopo essersi rumorosamente succhiata il pollice per un po', Isabella si alza e comincia a rincorrere Frankie in giro per la stanza. Le finesrre sono aperte (niente aria condizionata) e Michelle proprio non vuole convincersi che le sbarre, in grado di fermare un gorilla, siano abbastanza forti da evitare che Isabella cada giù. Dobbiamo alzarci anche noi.

4. Ci laviamo í denti (bicarbonato di sodio) usando una tazza piena d'acqua (invece di lasciare aperto il rubinetto). Se è il giorno giusto facciamo il bagno, uno per volta, nella stessa acqua. Usiamo sapone di cera d'api non aromatizzato per il corpo e bicarbonato di sodio per i capelli.

5. La colazione consiste in melone meravigliosamente fresco e pane, entrambi presi al mercato. Da qualche settimana non posso più cuocere il pane in casa perché la combinazione di forno a 200 gradi, caldo a 32 e niente aria condizionata avrebbe minato la capacità della mia famiglia di restarmi accanto.

6. Uno di noi – dipende da chi ha la meglio nella «discussione» – porta Frankie giù per i nove piani di scale, fa il giro dell'isolato e risale le scale (niente trasporti meccanizzati, il che significa niente ascensori). Rovistiamo nei bidoni della spazzatura in cerca dei sacchetti di plastica per raccogliere i bisognini del cane.

7. Ci vestiamo indossando abiti che sono ormai in via di fermentazione (grazie ai nostri tentativi di risparmiare acqua).

8. Caracolliamo giù per le scale: Michelle porta le borse e i caschi per le bici, io ho Isabella sulle spalle.

9. Ci fermiamo al Grey Dog con i nostri barattoli di vetro. Non è raro che qualche cameriere mi offra il caffè gratis, perché trova forte il mio barattolo. Ci sediamo fuori su una panchina e chiacchieriamo coi passanti, spesso a proposito dei nostri risciò, parcheggiati lì davanti, che sono la grande novità del nostro quartiere.

10. Uno di noi porta Isabella all'asilo Montessori – col risciò, ovviamente. Purtroppo, Isabella ha da poco lasciato la sua baby-sitter degli ultimi due anni (ti adoriamo, Peggy, e ci manchi sempre). Per fortuna, l'asilo è al pianterreno (non posso dire che ci mancheranno i sei piani di scale, Peg).

11. Michelle va al lavoro in risciò, prendendo la pista ciclabile della Sixth Avenue che è davvero al di sotto degli standard quanto ad ampiezza, e lungo la strada tutti le sorridono e fanno commenti. Io vado alla Writers Room, il posto dove lavoro.

12. Michelle si fa dare un pass e prende l'ascensore perché il suo ufficio è al quarantatreesimo piano. La Writers Room solo al dodicesimo. Faccio le scale fino all'undicesimo piano e poi prendo l'ascensore perché non c'è un pianerottolo al dodicesimo. Ogni volta mi chiedo se non sia una cosa stupida (le mie gambe sono quasi sicure che lo sia).

13. Dopo pranzo (di solito a base di frutta e formaggio, che ci portiamo entrambi da casa in grandi barattoli Mason), salgo e scendo per quelle che mi sembrano migliaia di rampe di scale per fare la spesa al mercato, portare il cibo a casa, fare una passeggiata col cane e poi tornare al lavoro alla Writers Room. Il mercato tracima di prodotti di stagione. Andare lì e scherzare coi contadini è un appuntamento fisso nella mia vita sociale.

14. Scrivo il messaggio per il blog del giorno seguente e lavoro un altro po'.

15. Uno di noi va a prendere Isabella, sempre in bici. Se tocca a me, io e la piccola facciamo il gioco «vediamo che succede», il che significa girovagare in cerca di avventure. Andiamo al fiume Hudson e guardiamo il tramonto, o ci fermiamo alla bottega di George Bliss e Isabella gioca col suo cane, Scout, oppure giochiamo nella fontana del Washington Square Park.

16. Raggiungiamo Michelle a casa, e comincia a fare buio. La cena consiste soprattutto in insalata e uova o formaggio (cibo semplice e fresco che ci rende magri e felici). Chiacchieriamo seduti a tavola. Accendiamo l'unica lampada a energia solare e leggiamo.

17. Io e Michelle tiriamo a sorte per decidere chi dovrà mettere a letto Isabella. Lei dice di non essere stanca. Le chiediamo quando sarà stanca. «Non oggi» risponde.

18. Quando tocca a me, mi siedo sul lettino di Isabella e le racconto qualche storia: sul giorno in cui è nata, sul giorno in cui abbiamo preso Frankie al North Shore Animal Rescue, su quando da bambino insieme allo zio Bing facevo finta di andare a pesca di alligatori. (Isabella ovviamente non lo sa che Bing si è ucciso. Non sa che lei mi uccide ogni volta che mi chiede di raccontare una storia su Bing. Non sa che mi sfianca e mi prosciuga. Non sa che io la racconto lo stesso perché farei qualsiasi cosa mi chiedesse. «Un'altra storia, ti prego... Un'altra storia, ti prego» dice Isabella.)

19. Io e Michelle ci laviamo i denti a lume di candela in cera d'api. Parliamo un pochino. Uno di noi porta Frankie a spasso. Parliamo un altro po', fin verso le nove e mezza, quando i nostri corpi, a quanto pare su suggerimento del buio, ci dicono che è ora di dormire.


Come direbbe Kurt Vonnegut: «E così via».

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