Copertina
Autore Ermanno Bencivenga
Titolo I passi falsi della scienza
EdizioneBruno Mondadori, Milano, 2009 [2001], Container , pag. 184, cop.fle., dim. 12,7x19x1 cm , Isbn 978-88-6159-275-9
LettoreCorrado Leonardo, 2010
Classe filosofia , epistemologia , medicina , storia della scienza , relativismo-assolutismo , scienze improbabili
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Indice


  3       Prefazione

  5       Introduzione

 13   1.  Il peso delle fiamme

 31   2.  La forma del cranio

 49   3.  L'origine dei vermi

 69   4.  L'età della Terra

 87   5.  La sostanza del cielo

105   6.  Il problema del nucleo

123   7.  Il male del rimedio

141   8.  Il sangue dei mostri

159       Conclusione

173       Nota bibliografica

177       Indice dei nomi


 

 

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Pagina 5

Introduzione


Qualche anno fa un fisico di modeste pretese di nome Alan Sokal architettò una burla ai danni di una rivista «postmoderna» di critica letteraria e varia umanità. Infarcì un articolo di citazioni dotte, gergo alla moda e tesi balzane ma di sicura presa sui politically correct (del tipo: l'assioma di scelta nella teoria degli insiemi va di pari passo con il principio di libera scelta invocato dagli abortisti) e lo mandò ai responsabili della rivista. Questi lo presero sul serio e lo pubblicarono, al che Sokal li svergognò rivelando di non credere una parola di quel che aveva scritto, anzi di considerarlo assurdo e ridicolo. Nel quarto d'ora di celebrità che gliene seguì, si lasciò andare a una serie di dichiarazioni in difesa del valore cognitivo, sociale e politico della scienza che fecero rimpiangere la saggezza d'accatto messa in mostra nei talk show da terzini e cantautori. Tale difesa era necessaria, secondo lui, contro la perversa aggressione organizzata da scettici e relativisti; nelle loro mani una teoria scientifica diventa una storia come un'altra, non è più possibile fare distinzioni tra il Vero e il Falso, ai fatti si sostituiscono le private convinzioni di ciascuno e chiunque può pensarla come gli pare. «Ma se non credete nelle leggi della fisica», soggiungeva allora il simpatico scavezzacollo riciclato come profeta, «provate pure a buttarvi dal ventunesimo piano di un grattacielo!»

Isolata dal contesto (entro il quale, come diverrà chiaro in seguito, ritengo che la posizione di Sokal non mancasse di una sia pur limitata ragionevolezza), questa frase mi colpì. Essa, notai, compiva un'inversione tanto retoricamente efficace quanto logicamente scorretta – e vedremo che qui la retorica conta parecchio. Nessuno si astiene dal buttarsi da un ventunesimo piano perché crede nelle leggi della fisica; sono invece le leggi della fisica a dover giustificare la nostra naturale convinzione che è meglio non buttarsi e la nostra ripetuta esperienza che chi si butta finisce male facendoci capire meglio che cosa succede (di pericoloso) in casi simili, e se una teoria fisica ci esortasse a buttarci probabilmente sarebbe la teoria a essere buttata a mare. Dopo aver così trovato il proprio fondamento in certezze del tutto comuni (razionalizzandole, rendendole comprensibili, non inventandosele), una teoria scientifica procede talvolta a suggerire passi che a prima vista sembrano insensati e dei quali pian piano impariamo a fidarci, ma nei cui confronti continuiamo sempre a provare un po' di esitazione (quanti fra noi ancora non riescono a credere che un oggetto pesante come un aereo possa sollevarsi da terra?); mai essi appaiono così ovvi come (per esempio) l'orrore che ci ispira il vuoto. Occorre distinguere insomma tra le spiegazioni fornite dalla scienza per fatti di cui è il senso comune (non la scienza) a persuaderci e le proposte spesso ardimentose con cui, sull'onda di quelle spiegazioni, essa ci invita a contrastare alcune delle nostre abitudini. Facendo d'ogni erba un fascio, si arriva alla visione suggerita dalla frase di Sokal: quella di una scienza che è allo stesso tempo tanto salda quanto l'orrore del vuoto e tanto innovativa e sorprendente quanto (diciamo) la meccanica quantistica. Ma tale visione è ingannevole e faziosa.

Non è difficile capire come nasca e si articoli la faziosità. Rivendicando assoluta certezza per le tesi scientifiche (la stessa certezza con la quale evitiamo di buttarci da un ventunesimo piano), si vuole anche suggerire che lo scienziato assuma (o gli si assegni) un ruolo di leader: egli conosce la verità e dunque occorre dargli retta. Θ meglio lasciarsi guidare da un vedente che da un cieco, diceva Platone. L'inganno che viene perpetrato ha invece una natura più ambigua, perché finisce per soffrirne non solo il pubblico dei profani ma anche quella scienza cui in questo modo si vorrebbero conferire un rango e un'autorità senza uguali – e in ultima analisi lo scienziato stesso, che vede violata la natura della sua attività. Le nostre certezze più incontrovertibili non ci derivano dalla conoscenza della fisica; semmai, è compito della fisica scuotere un po' quelle certezze, insegnarci a vivere in un mondo più aperto al dubbio, più controverso, più instabile. Chi sigilla il valore della scienza ponendola al livello delle nostre paure ancestrali le impedisce di seguire il suo destino: di essere occasione di libertà, di allargare lo spazio del possibile invece di inchiodarci a quanto abbiamo sempre ritenuto necessario.

I veri scienziati, gli ingegni innovatori e creativi che si sono trovati di fronte a scelte radicali tra «massimi sistemi» e hanno saputo muoversi con coraggio al di là delle colonne d'Ercole della tradizione, sono sempre stati ben consapevoli della loro libertà e del rischio che le si accompagnava; hanno tremato di fronte all'eventualità di affondare in un vicolo cieco, di inseguire fantasmi, di sprecare l'energia propria e altrui, di rallentare per decenni il miglioramento delle condizioni umane (o magari di peggiorarle). Ma i giudizi e i valori evocati (forse involontariamente) da Sokal hanno ben poco a che fare con l'effettiva pratica scientifica e nulla comunicano della passione che l'accende, della fantasia che la anima, dei brividi faustiani che la percorrono; vogliono invece sostenere l'immagine di un'attività «sanamente» cumulativa, che con metodo, un passo dopo l'altro, aggiunge certezze nuove a quelle vecchie e procede inesorabile a far luce sugli ultimi angoli ancora rimasti in ombra dello scibile. Esprimono insomma una posizione sulla scienza, esterna alla scienza stessa: sono manifestazioni di scientismo. Ed è contro lo scientismo, certo non contro la scienza, che ho deciso di scrivere questo libro.

Fra gli addetti ai lavori lo scientismo non è oggi molto popolare. Nel XX secolo vari filosofi hanno riconosciuto e affrontato il problema della fallibilità delle teorie scientifiche. C'è chi ne ha fatto un elemento di forza, perché solo quanto può essere contraddetto sta anche «dicendo» qualcosa (Popper); chi ha invitato a guardare alla storia della scienza come a un susseguirsi di episodi fra loro inconfrontabili, verificabili solo dall'interno (Kuhn); chi ha promulgato l'anarchia metodologica come ricetta d'inesauribile creatività (Feyerabend). Si tratta di proposte di grande interesse, di cui mi sono occupato in altre sedi; qui però mi muovo su un piano diverso e mi rivolgo a un pubblico diverso. Mi rivolgo anzi al pubblico tout court: a quanti non sono addetti ai lavori e non sanno granché di Kuhn o Popper ma in compenso si sentono dire un giorno che «si è appurato» che il vino fa bene e il giorno dopo che «si è appurato» che il vino fa male. Cui regolarmente si presentano personaggi in camice bianco circondati da alambicchi e provette e incaricati di comunicare la Verità. Davanti al quale ministri, funzionari e candidati di belle speranze si fanno regolarmente accompagnare da «esperti» pronti a confermare in ogni dettaglio le loro tesi (quali che esse siano). Fra il pubblico lo scientismo è (ahimè) assai più credibile, acquista anzi sempre maggiore autorità in quest'epoca di Internet e progetto genoma (e relativa propaganda mediatica), ed è al pubblico che voglio mettere una pulce nell'orecchio: mostrargli una serie di episodi in cui una teoria scientifica ha goduto del consenso degli specialisti e si è imposta come dominante nel suo ramo, salvo poi essere sconfessata e riconosciuta dagli stessi specialisti (o da quanti erano loro succeduti) come un «passo falso».

Dall'esistenza di tali episodi sia la scienza intesa come ricerca intellettuale e tecnologica sia la filosofia della scienza intesa come riflessione razionale su quella ricerca emergono sostanzialmente intatte; ma forse può esserne influenzata la nostra politica della scienza, quella cui partecipiamo collettivamente (in quanto cittadini di un paese democratico) quando decidiamo sull'erogazione di fondi e strutture e quella che ci coinvolge a livello individuale quando ciascuno di noi consulta o ascolta un medico, un ingegnere, un programmatore, un professore universitario. Che a queste persone ci rivolgiamo con timore reverenziale, con cinismo o invece con un rispetto della loro professionalità che però non dimentica lo spirito critico, fa una profonda differenza ai fini del nostro «vissuto» sociale, del «tono» della nostra vita comune. E, per incoraggiare l'atteggiamento che preferisco, cioè quello di una persona matura che apprezza quanti sanno più di lui ma ha smesso da tempo di credere all'onniscienza e alla perfezione, non c'è niente di più utile che mettere in luce una realtà di cui spesso a scuola non si parla: i gravi errori compiuti in passato da ricercatori di straordinario acume e incontestabile buona fede. Chi ne acquisti coscienza non potrà far a meno di concludere, per induzione, che errori analoghi continueranno ad accadere anche in futuro, quindi che è sempre bene temperare la propria fiducia con un'opportuna cautela.

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7. Il male del rimedio


Nella prefazione alla traduzione francese dei Principi della filosofia, Cartesio offre una suggestiva (e famosa) similitudine: «Tutta la filosofia è come un albero, le cui radici fanno la metafisica, il tronco è la fisica e i rami che escono da questo tronco sono tutte le altre scienze che si riducono a tre principali, ossia la medicina, la meccanica e la morale». E continua: «Poiché i frutti non si colgono dalle radici né dal tronco degli alberi, ma soltanto dalle estremità dei loro rami, la principale utilità della filosofia dipende da quelle sue parti che si possono apprendere soltanto da ultime». In certi suoi aspetti, quest'immagine è profondamente datata: la concezione della fisica come parte della filosofia (in base alla quale, ricordiamo, l'opera più importante di Newton si intitolava Principi matematici della filosofia naturale) e l'idea che le scienze abbiano il loro fondamento nella metafisica (quindi, per Cartesio, nel cogito e nella dimostrazione dell'esistenza e benevolenza divine) sono da tempo passate di moda. Ma, se lasciamo da parte filosofia e metafisica, e magari anche la morale, l'immagine incarna una prospettiva ancora del tutto attuale: scienze teoriche come la fisica (e, aggiungeremmo oggi, la chimica e la biologia) sono la necessaria e sufficiente premessa per discipline applicative e pratiche come l'ingegneria (equivalente contemporaneo della «meccanica» cartesiana) e la medicina e dimostrano la loro utilità soprattutto attraverso il contributo dato al genere umano da tali loro «applicazioni». (Trent'anni prima dei Principi di Cartesio, Francesco Bacone era andato anche più in là, sostenendo che l'efficacia delle loro applicazioni costituisse il criterio basilare della verità stessa delle tesi scientifiche — e anche la sua posizione ha oggi notevole attualità.) Semmai, anzi, questa è una prospettiva la cui popolarità ed efficacia retorica sono aumentate a dismisura negli ultimi tre secoli: per Cartesio (e per Bacone) si trattava di propagandare, con qualche rischio per la loro incolumità, una visione rivoluzionaria del sapere, mentre oggi i riferimenti a una «ricerca» che ci ha fatto arrivare sulla Luna e si appresta a vincere la guerra con il cancro fanno parte dello strumentario più scontato a disposizione di università bisognose di fondi e giornalisti alle prese con l'ennesimo centenario. Una rassegna dei passi falsi in cui è incappata la scienza in epoca moderna non può dunque esimersi dal citare almeno un esempio tratto dalle sue «ricadute» tecnologiche — e in questo campo la medicina, per il dolore umano che affronta e che spesso causa, è indubbiamente il più vivo oggetto d'interesse.

Prima di introdurre l'esempio, sarà opportuno però fare una precisazione, cui ritornerò alla fine del capitolo. L'obiettivo dichiarato delle scienze teoriche è la scoperta della verità: esse si articolano in asserzioni sulla struttura del mondo che consideriamo valide in quanto risultano vere, in quanto cioè quel che asseriscono appartiene a tale struttura. Se riteniamo che non vi appartenga, ne segue che l'asserzione era falsa e che è stato un errore credervi, per quanto piacevole fosse il relativo stato mentale e per quanto questo piacere possa aver avuto utili effetti personali e sociali. Il flogisto e l'etere non esistono; quindi le teorie che ne proclamavano l'esistenza si sono dimostrate sbagliate — punto e basta. Sarebbe stato meglio non credere niente che credere a simili fandonie. Con la disciplina d'Ippocrate la situazione è diversa: il suo scopo è proprio quello di avere un benefico effetto sulla nostra persona e, se in mancanza di meglio tale effetto è ottenuto per vie che in seguito vengono giudicate scorrette, non è chiaro che in proposito si sia fatto un errore. Anche in base a opinioni scorrette è possibile talvolta migliorare le condizioni di salute di una persona: se pur siamo d'accordo con Cartesio che «vero» implichi «utile», rimane assai dubbio che valga l'inverso. Dunque il problema qui è delicato: non possiamo risolverlo con un giudizio teorico secco e definitivo ma dobbiamo invece valutare con attenzione l'incerto equilibrio pratico tra fattori contrastanti. Può essere meglio far qualcosa, qualsiasi cosa, per esempio, piuttosto che limitarsi ad aspettare il naturale decorso di una malattia, ma fino a che punto è lecito che una persona soffra nel nome di un'ipotetica speranza di guarigione? Oppure: l'autorità di un medico è necessaria perché sia preso sul serio (e quindi, in ultima analisi, perché riesca a curare chicchessia), ma fino a che punto la sua autorità viene usata per il bene dei pazienti e non sono i pazienti stessi a essere usati per accrescerla? Oppure ancora: una terapia sperimentale può influire in modo benefico sulle generazioni future anche se non ha le conseguenze sperate, ma fino a che punto si è giustificati nel continuare ad adottarla in mancanza di chiari dati a suo favore? In una situazione così complessa, ogni responso sarà necessariamente controverso, ogni critica si scontrerà con apologeti convinti e vigorosi; quindi il meglio che posso fare è presentare un caso in cui, a mio parere, il gioco non valeva la candela e lasciare quindi che ogni lettore arrivi alle sue personali conclusioni.

Forse nessuna malattia ha avuto una presenza così ampia e radicata nell'immaginario collettivo come la tubercolosi. In parte tanta notorietà è dovuta alla sua onnipresenza: le sono state attribuite lesioni in scheletri preistorici e mummie egizie, gli antichi greci coniarono per essa il termine [...] («consunzione») il cui derivato «tisi» è ancora di uso comune, ne scrissero durante l'Impero Romano i medici Areteo di Cappadocia e Galeno di Pergamo, vi fanno riferimento manoscritti bizantini e arabi, dall'alto Medioevo fino al Settecento una sua forma particolare, la scrofolosi (un'infezione tubercolare delle ghiandole del collo), fu considerata curabile mediante il contatto con la mano di un re, per cui monarchi da Filippo Augusto di Francia (1180-1223) ad Anna d'Inghilterra (1702-1714) contribuirono forse nel modo più appariscente al (presunto) benessere dei loro sudditi toccandoli, a centinaia e talvolta a migliaia (con l'involontario risultato che parecchi fra loro finirono schiacciati dalla folla di tutti gli altri). Ma più ancora che alla sua diffusione statistica il «mal sottile» deve la sua popolarità all'incredibile numero di artisti, poeti e pensatori che ne furono affetti, fino a farne quasi uno status symbol per anime belle. Molière ne morì sulla scena mentre recitava (ironia della sorte!) Il malato immaginario, la riflessione di Spinoza ne fu troncata a quarantacinque anni e la pittura di Watteau a trentasette, Sterne ne fu tormentato dai tempi dell'università e Keats vi trovò un destino e un esito comuni alla madre e al fratello più piccolo. Schiller scrisse i suoi drammi, Chopin le sue sonate e Novalis i suoi versi fra una crisi e l'altra del male, a un passo dalla disperazione e con i giorni contati; Robert Louis Stevenson andò ad aspettare la morte negli amati Mari del Sud; D. H. Lawrence cercò (invano) di sfuggirle viaggiando senza sosta dal Messico agli Stati Uniti, dalla Germania alla Svizzera all'Italia; Franz Kafka, ridotto al silenzio negli ultimi tempi da una lesione alla gola e costretto a comunicare con dei bigliettini, fu giudicato dalla sua infermiera mentre era in agonia «un paziente modello». Senza parlare delle rappresentazioni letterarie, figurative e musicali che, in misura forse non sorprendente visto quanto spesso ne erano colpiti gli autori di tali rappresentazioni, hanno accompagnato la storia degli ultimi due secoli: dalla Traviata alla Bohème, dalla Montagna incantata di Thomas Mann al mirabile quadro in cui Edvard Munch ritrasse la sorella quattordicenne Sophie, negli ultimi mesi di vita, il volto ormai diafano rivolto verso la finestra, il busto penosamente sostenuto dai cuscini.

La più comune tra le molte forme di tubercolosi era quella polmonare, che si annunciava con stanchezza, scarso appetito, ridotta efficienza a scuola o sul lavoro, perdita di peso, pallore, sudorazioni notturne e continuava con tosse, raucedine, respiro ansimante e febbriciattola, per culminare infine in modo assai pertinente al melodramma con totale spossatezza e sbocchi di sangue; nei casi più avanzati, nei polmoni si formavano veri e propri buchi (o cavità). La tabe mesenterica era invece una tubercolosi intestinale, che si manifestava con coliche, diarrea e vomito. C'era poi il lupus vulgaris, una tubercolosi della pelle che causava la comparsa su tutto il corpo, ma soprattutto sulla faccia, di noduli rosa e marrone (detti anche tubercoli; sono proprio questi noduli o ascessi, comuni a tutte le forme della malattia, che le danno il nome); i noduli si trasformavano quindi in ulcere, producendo un orribile sfiguramento. E, molto diffusa tra i bambini, c'era la tubercolosi ossea (o morbo di Pott) che, se si risolveva spontaneamente, poteva dar luogo a una delle conseguenze più appariscenti della malattia, ossia la gobba: ascessi tubercolari che si erano formati nella spina dorsale producevano l'allentamento di una o più vertebre e, se guarivano, ne risultava una calcificazione che piegava irrimediabilmente la schiena. Tutte queste diverse affezioni e sintomatologie (talvolta acute o galoppanti, più spesso croniche; letali nell'80 per cento dei casi in un periodo dai cinque ai quindici anni) erano causate da un singolo agente, un bacillo identificato nel 1882 e noto oggi con il nome del suo scopritore: il medico generico e scienziato autodidatta Robert Koch, un ammiratore e seguace di Louis Pasteur che aveva già acquistato una certa fama per aver isolato il bacillo dell'antrace (una violenta affezione di ovini ed esseri umani che è ritornata di preoccupante attualità in quanto protagonista del folle sviluppo delle armi batteriologiche).

Trovata la causa, però, ci sarebbero voluti ancora sessant'anni perché si trovasse una cura: solo dopo la seconda guerra mondiale un trittico di nuove sostanze, con in testa la streptomicina, si dimostrò finalmente in grado di attaccare con successo il bacillo di Koch (ma non di salvare altri personaggi famosi il cui male era ormai troppo avanzato, fra cui l'attrice Vivien Leigh, la Rossella O'Hara di Via col vento, che morì nel 1967). Oggi la tubercolosi non è certo sparita, perché continua a mietere vittime nel Terzo Mondo, ma la sua presenza è un problema squisitamente politico di distribuzione delle risorse: i mezzi per eliminarla in modo radicale ci sono, si tratta solo di usarli, di volerli usare. Ben diversa era la situazione in passato, e soprattutto durante quel tormentoso periodo (così simile per certi versi alla più recente storia dell'AIDS) in cui si sapeva chi fosse il nemico ma non si era in grado di difendersene. L'opinione corrente allora era ben espressa da sir James Fowler, luminare inglese del ramo, quando dichiarò nel 1921: «Durante la mia vita ho visto due autentici passi avanti nella mia specialità. Uno è il regime dei sanatori; l'altro lo pneumotorace artificiale». E a questi «passi avanti», e soprattutto al secondo, che dobbiamo ora rivolgere la nostra attenzione. E, nel farlo, vogliamo capire perché, meno di quarant'anni dopo, in uno dei resoconti più completi sull'argomento, lo svedese Gφsta Birath cominciasse citando l'opinione seguente: «L'ago dello pneumotorace fu l'arma più pericolosa mai messa nelle mani di un medico».

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Carlo Forlanini era un medico milanese che a soli diciannove anni si era unito volontario ai Cacciatori delle Alpi e successivamente fu nominato professore alle Università di Torino e Pavia. Oggi un'ampia parte della sua città natale ne porta il nome: la spiaggia milanese dell'Idroscalo sorge nel Parco Forlanini, il nome ufficiale dell'aeroporto metropolitano di Linate è «Forlanini», e «Forlanini» si chiama pure il lungo viale che lo connette al centro della città. A giustificare tanto onore non furono i suoi trascorsi di guerrigliero per l'indipendenza nazionale; è invece sullo pneumotorace che il vecchio garibaldino costruì la sua fama, diventandone il più attivo promotore e propagandista. Di questa operazione, e della sua principale fonte di credibilità, Forlanini fu presto convinto. In un articolo pubblicato in numerose puntate nel 1882 (lo stesso anno della scoperta del bacillo di Koch) scrisse (il 18 ottobre): «Io dimostrerò, — e la mia dimostrazione, così almeno mi lusingo, avrà le qualità di rigore che sono proprie delle dimostrazioni matematiche — che il polmone colpito da alcuni dei processi patologici generali, in forza della sua struttura e date certe condizioni — e proverò che queste condizioni si danno appunto come stati preparatori della tisi - diventa tisico perché a differenza di tutti gli altri visceri è in un moto incessante di espansione e di riduzione — dimostrerò che questa sua particolarità di funzione è la causa unica per cui i processi generali vi possono aver l'esito della speciale ulcerazione che costituisce la tisi — e che, comma necessario, soppressa questa sua particolarità, il polmone diventa pari agli altri visceri e da quel momento, perciò, ogni processo ulcerativo vi si estingue». E, a dieci anni dalla sua morte avvenuta nel 1918, così ne riassumeva il pensiero (con intenti celebrativi) Umberto Carpi, primario dell'Ospedale Maggiore di Milano: «Nemmeno Egli si adatta, nel suo pensiero chiaro e logico, ad accettare la teoria dominante sulla patogenesi del processo tisiogeno, nemmeno quella infettiva che con la scoperta di Koch poteva ritenersi definitivamente risolta. Egli non crede di poter affidare al tubercolo se non una parte secondaria nel meccanismo del processo tisiogeno. Egli ritiene che l'esito particolare della tisi, esito che non ha riscontro in altri organi, ha la sua ragione esclusiva nella particolarità di struttura e di funzione del polmone, animato dal particolare e continuo moto di espansione e di riduzione del suo parenchima [cioè tessuto]. Teoria meccanica pura dunque, della quale era logica conseguenza che, soppressa ogni possibilità di espansione e di retrazione dell'organo, ogni processo ulcerativo vi si dovesse estinguere. "Nel polmone reso immobile dallo pneumotorace, il processo tisiogeno deve spegnersi"».

La contemporaneità quasi perfetta tra la scoperta di Koch e l'originaria memoria di Forlanini è stupefacente: tutt'a un tratto, il destino offriva ai medici una scelta radicale tra una «teoria meccanica pura» e una teoria biologica della tubercolosi, quindi anche tra un immediato trattamento chirurgico e la lenta, spossante ricerca di un valido agente terapeutico. Al luminoso (se pur temporaneo) successo della prima strategia non furono certo estranee immagini felici come quella usata da Forlanini: sebbene il polmone non sia più condannato a un moto incessante di altri organi (basti pensare al cuore), non si può negare che l'associazione tra lavoro senza tregua ed esaurimento delle forze abbia una sua presa naturale. Ma fu soprattutto la necessità dei medici stessi di rimanere comunque in moto a decidere la tenzone.

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Sullo pneumoperitoneo Gaensler ha questo da dire: «Le mie esperienze cliniche sullo pneumoperitoneo hanno portato a tre conclusioni certe. 1) Era la sola forma di terapia di collasso che fosse completamente reversibile. 2) Era la meno pericolosa. 3) Era di grande conforto per il medico, perché gli permetteva una terapia attiva per due gruppi di pazienti per i quali altrimenti non si sarebbe fatto nulla: quelli la cui malattia era a uno stadio minimo e i casi veramente disperati». Insomma, male non faceva, si poteva sempre fare marcia indietro e dava almeno la sensazione di fare qualcosa. Fra le «conclusioni certe», non c'è neppure un commento en passant sulla sua efficacia. Sarà forse per questo che, in un articolo pubblicato nel 1992 sul «Southern Medical Journal» e intitolato Discarded Notions About Disease, il medico di Nashville Clifton Meador incluse lo pneumoperitoneo in un elenco di «direzioni sbagliate, passi falsi e vicoli ciechi» nella storia della medicina, insieme alle danze rituali e al possesso demonico (e si chiese: «Quali delle nostre pratiche e credenze attuali compariranno in un elenco simile tra cent'anni?»).

Sulla toracoplastica Gaensler è più ottimista: a costo di una più alta mortalità, di grandi dolori e considerevoli deformità, sembrava effettivamente ridurre la presenza di bacilli nello sputo dei pazienti. Ma la sua osservazione forse più significativa riguarda ancora lo pneumotorace: «Lo studio dello pneumotorace artificiale ha contribuito in misura notevole alla nostra comprensione della fisiologia. Dal punto di vista clinico, esso ci ha insegnato molto sul trattamento dello pneumotorace spontaneo, della fistola broncopleurale e dell'empiema [accumulo di pus tubercolare nello spazio pleurale]. Infine, ha dato ai chirurghi il coraggio di tentare procedure a torace aperto, perché ha insegnato loro che la funzione di un polmone è sufficiente per mantenere la vita per lunghi periodi di tempo». Con queste parole ritorniamo al tema sollevato all'inizio del capitolo: in situazioni in cui è in gioco non tanto la verità di una tesi quanto l'utilità di una procedura, è praticamente impossibile pronunciare un giudizio assolutamente negativo (o positivo). C'è sempre almeno un punto di vista dal quale la procedura può essere giudicata utile; si tratta dunque di decidere quale punto di vista valga di più, e una decisione così non può che essere personale, basata sui criteri di valore di ciascuno. Nel caso di cui ci stiamo occupando, è innegabile che, manipolando (e spesso aprendo e resecando) la cavità toracica di decine di migliaia di pazienti, i medici abbiano imparato parecchio – sia sul funzionamento dei relativi organi sia sulle operazioni stesse. Ed è innegabile che, anche quando la chirurgia toracica è passata di moda nel trattamento delle affezioni tubercolari, quanto era stato così appreso abbia continuato a esercitare una benefica funzione. Ma gli insegnamenti avevano un costo, e qui le cose si complicano. In generale, questi interventi si sono rivelati di efficacia quantomeno dubbia; quindi hanno messo molti dei malati che sono stati loro sottoposti nella infelice condizione di cavie – vittime innocenti del progresso cognitivo e tecnico della specialità. Possiamo considerare tale condizione (e le sofferenze e le delusioni che l'hanno accompagnata) un prezzo ragionevole per la conoscenza che essa ha permesso di acquisire? Io penso di no. Per i pazienti, nel complesso, era probabilmente meglio continuare con l'esercizio e l'aria buona finché non si fosse scoperto (come in effetti accadde) qualcosa che funzionasse davvero.

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Lasciamo per un momento da parte la scienza e confrontiamo fra loro filosofia e letteratura. Entrambe contribuiscono a quell'allargamento del possibile che è la nostra vocazione e la nostra forza; entrambe ci aiutano a situare quel che facciamo (che abbiamo sempre fatto) su uno sconfinato spettro di alternative. Ma in quest'operazione svolgono ruoli distinti e complementari: si identificano con l'uno e con l'altro degli elementi contrastanti che ho portato alla luce qui sopra. L'una (la letteratura) inventa, l'altra (la filosofia) argomenta; l'una traccia architetture fantastiche, l'altra dimostra pazientemente che quelle architetture rispettano (sia pure in un loro modo molto «creativo») le leggi di gravità e dunque non crolleranno al suolo al primo soffio di vento. Per compiere efficacemente il loro lavoro (per liberarci) devono agire insieme: ogni invenzione letteraria deve presentarsi come una sfida plausibile al quotidiano, ogni ragionamento «apodittico» deve aprire uno spiraglio su una qualche stranezza mai prima contemplata. Leggendo di Anna Karenina o di Emma Bovary dobbiamo poter leggere anche di noi stessi, sentirci chiamati in causa, criticati, sollecitati ad assumere atteggiamenti diversi; provando l'esistenza necessaria dell'essere perfettissimo (perché anche l'esistenza è una perfezione) dobbiamo poter cogliere tutt'a un tratto con sorpresa e sgomento il rapporto ambiguo tra il pensiero e l'essere, cominciare a interrogarci perplessi sulla «sostanza» dei concetti.

Per dirla con uno slogan, un prodotto o un'attività che sia solo letteratura sarà cattiva letteratura e un prodotto o un'attività che sia solo filosofia sarà cattiva filosofia. Una letteratura che non sfidi il reale proponendosi a sua volta come realtà possibile, magari anche necessaria, affonderà negli abissi della pulp fiction o del vano estetismo (o di tutti e due: molta letteratura «di consumo» ha pretese «artistiche»), dell'evasione appunto; la useremo per svagarci, in spiaggia o in aereo, e poi la dimenticheremo senza rimpianti. Una filosofia che si rifiuti d'inventare, che trasformi il suo compito dimostrativo in un'ossessione e per dimostrare con sempre maggior sicurezza si riduca a dimostrare sempre meno, diventerà sterile e inetta, si appiattirà in un vile rigurgito del «senso comune». Per assolvere la loro funzione, queste due diverse istanze intellettuali devono agire in sintonia — una sintonia che è anche tensione come quella della buona musica, ma in cui proprio per questo le parti in gioco si illuminano meglio a vicenda.

E la scienza, allora? Come entra in questo complesso di relazioni? Restando inteso che qualsiasi risposta a domande del genere ha un significato normativo, esprime cioè quel che uno pensa dovrebbe essere il corso delle cose (o delle opinioni), la mia risposta è che tra scienza e filosofia c'è assoluta continuità. In ogni momento storico esistono ambiti in cui non si sa come muoversi: ci sono importanti questioni aperte e una loro «soluzione» cambierà in modo decisivo le nostre abitudini e aspettative. E poi esistono altri ambiti in cui le questioni fondamentali sembrano chiuse e si lavora metodicamente per smussare gli angoli e rifinire la facciata di maestosi edifici conoscitivi. Chi si dedica a questa seconda operazione mi sembra più uno scienziato; chi si dedica alla prima mi sembra più un filosofo. (Per usare la terminologia di Kuhn, la scienza è scienza normale, mentre la scienza rivoluzionaria è filosofia.) Ma si noti che non è l'argomento a far differenza; è il livello d'incertezza del nostro procedere. La scientia si trasforma in filosofia ogni qualvolta la conoscenza, da bene in sicuro possesso, si trasforma nell'oggetto sfuggente di un desiderio, di un amore. Nel Medioevo la teologia era una scienza come e più della fisica; oggi i problemi filosofici per eccellenza includono il paradosso della misura nella meccanica quantistica, la composizione dell'universo nell'attimo prima del Big Bang e la possibilità di una teoria unificata delle forze naturali (mentre purtroppo non sembrano più includere, e spero ritornino presto a includere, l'elaborazione di un modello di Stato socialmente giusto — la scientificissima teoria dei giochi sembra aver assorbito ogni riflessione in proposito).

Questa risposta ha importanti conseguenze. Se filosofia e scienza sono attività strettamente connesse, anzi fasi diverse di una stessa attività, allora quel che ho detto prima della filosofia si applicherà anche alla scienza. Sarà vero che la scienza ha il compito di sostenere con prove e argomentazioni la verità dei suoi assunti (e fin qui niente di nuovo) ma sarà anche vero che queste prove e argomentazioni hanno valore solo in quanto sconvolgono, con fantasia e creatività, le nostre pratiche ordinarie — non in quanto le confermano. Non abbiamo bisogno dello scienziato per imparare a non scottarci; ne abbiamo bisogno per imparare a guardare al fuoco in modo nuovo e sorprendente. Di una scienza che «verifichi» i nostri pregiudizi non sapremmo che farcene; il contributo che essa può darci, che essa ci dà (perché, ricordiamolo, non è alla scienza che muovo obiezioni ma a un modo molto comune e scorretto di intenderla) è critico, controverso, liberatorio. Realisticamente liberatorio, secondo l'ossimoro che sono venuto elaborando qui, ma non per questo meno liberatorio, perché anzi proprio per questo lo è di più.

Dunque anche una scienza che si rifiuti di essere più che scienza è cattiva scienza. Uno scienziato che non inventi, che non stupisca, magari al riparo di un impianto teorico generalmente accettato ma pur sempre con la vena provocatoria di un bambino che non vuol saperne di crescere, uno scienziato che si lasci sedurre fino in fondo dalla reputazione autorevole che circonda la sua disciplina e si trasformi senza residui in un burocrate di prestigio, nell'esperto che snocciola a richiesta (e per una modica cifra) un rosario di verdetti assoluti, avrà esaurito il suo ruolo sociale, sarà stato completamente inghiottito dalla negazione della scienza (e della filosofia, e della letteratura, e del lavoro intellettuale in senso lato), da un efficace meccanismo di difesa che la realtà costituita ha saputo escogitare contro ogni rinnovamento (e cui «dialetticamente» ha continuato ad assegnare lo stesso nome della sua rivale). Ed è qui che gli errori compiuti dalla scienza, quegli errori che la scienza stessa ha riconosciuto, rivelano tutta la loro importanza, chiarendo che nulla è più lontano dal vero dell'immagine di una scienza implacabile accumulatrice di fatti. La scienza racconta storie, spesso affascinanti come sono tutte le belle storie: affascinanti perché dettagliate, perché fantasiose, perché plausibili — storie che tratteggiano mondi alieni e allo stesso tempo ci convincono di abitarli, ci inducono ad abitarli. E, siccome le storie sono dettagliate e fantasiose e plausibili, prima o poi alcuni di quei mondi finiamo per abitarli davvero: per adeguare alle loro strane forme il nostro comportamento quotidiano. Per un po': finché cioè una nuova storia non si rivelerà ancora più convincente e non stravolgerà ancora una volta le nostre abitudini, incluse quelle che avevamo preso in base alla storia vecchia.

L'antiscientismo che fa paura a Sokal ha le sue origini nella critica letteraria e risulta fallimentare perché la critica letteraria, di questi tempi, ha dichiarato bancarotta: auto ristrutturalisti e post analizzano con la stessa impassibilità (ed emettendo le stesse, ripetitive sentenze) il Don Chisciotte e l'elenco del telefono, L'infinito e i video di MTV, avendo ormai rinunciato a fondare qualsiasi distinzione tra buone e cattive storie. Quando questo strumento scalcinato viene applicato alla tesi che la scienza racconta storie, il risultato non può che essere mortificante e offensivo per quanti a un'articolazione verosimile di tali storie hanno dedicato il proprio ingegno e le proprie energie: tutto si confonde, non c'è più nessuna differenza tra la meccanica quantistica e l'elenco del telefono. Θ facile quindi cadere nell'eccesso opposto: è allora l'immaginazione presente nella scienza, la sua sottile, gioiosa creatività a essere violata, schiacciata su «certezze» senza appello. Suggerisco di abbandonare entrambi questi irragionevoli estremi, insieme all'insulsa «teoria critica» e alla politica reazionaria che le si accompagna (quest'ultima si accompagna a tutti e due: ancora una volta, gli estremi si toccano); riconoscere una narratività alla scienza significa riconoscerle una capacità inventiva, ma l'invenzione è tanto più valida quanto più è in grado di catturarci, di modificare la nostra sensibilità e con essa il nostro mondo. Leggendo Leopardi impariamo a vivere nell'infinito, a vedere ogni corpo come un limite, un segno di quanto c'è al di là; leggendo Einstein impariamo che la strada più breve tra due punti dipende dal peso degli oggetti circostanti, che questo peso cambia la natura dello spazio. Decisamente, nessuna delle due è una storia come un'altra. (Né, del resto, sono storie qualsiasi quelle che ho raccontato in questo libro: non più accettate come vere, ma pur sempre profonde e suggestive. Errori nel senso etimologico di errare: divagazioni necessarie per trovare la propria strada. Per quanto folli possano sembrare oggi, non mi dispiacerebbe se, come effetto secondario del mio lavoro, qualcuno le seguisse con tutto il piacere con cui si legge una bella storia.)

Una valutazione «moderata» della scienza come quella che ho espresso qui invita a un atteggiamento pratico altrettanto moderato nei suoi confronti; ed è questo il messaggio di fondo che intendo offrire. Invita a seguire con attenzione quel che la scienza dice, a lasciarsene coinvolgere ed eventualmente convincere, ad ammirarlo nei suoi dettagli, nei risvolti del suo intreccio, nella fantasia che esprime. Invita anche, però, a mantenere un minimo di riserbo, di distacco, come quando si legge un romanzo e ci si lascia andare alla suspension of disbelief ma si è anche in grado, in ogni momento, di uscire da questa ammaliante (e piacevole) soggezione: c'è un luogo nel quale ritrarsi e osservarla dall'esterno. Senza una simile «ironia sistematica» le pretese totalizzanti della storia di turno potrebbero avere troppo successo; e ogni totalitarismo è nemico della libertà. Apprezziamo dunque lo straordinario potere esplicativo di molte proposte scientifiche, e lasciamocene anche guidare; ma ricordiamo che proposte altrettanto vigorose e sensate si sono rivelate in passato vicoli ciechi — e lo stesso probabilmente accadrà per le proposte attuali, senza con questo nulla togliere al loro attuale valore. Anzi, proviamo noi stessi, con tutto il piacere e la passione di un dilettante, a immaginare qualche proposta alternativa; non andremo molto lontano ma ci impratichiremo nel gioco, e non c'è miglior difesa della democrazia (anche di quella conoscitiva) che far sapere a tutti, concretamente, a che gioco stanno giocando. Anche perché, è bene ricordarlo, si tratta in questo caso di giochi pericolosi: possono portarci sulla Luna o farci esplodere per via, dunque un po' di esperienza personale è di grande utilità. Per molti anni la sinistra italiana ha difeso (correttamente, a mio avviso) l'esistenza di un esercito di leva, sostenendo che i cittadini devono esercitare un minimo di controllo diretto (e anche critico) sull'uso delle armi; lo stesso discorso vale per i sogni perseguiti in laboratorio, da cui nascono armi ben più letali di cannoni e mortai.

Un ultimo problema devo affrontare, prima di chiudere. Ci sarà chi è scontento del quadro che ho tracciato perché gli mancherà la verità assoluta. D'accordo che la scienza spesso sbaglia, obietterà costui; d'accordo che può sbagliare anche adesso. Ma esiste comunque un modo in cui stanno le cose ed è compito della scienza scoprirlo: non «inventare» mondi ma descrivere il mondo così com'è.

La mia risposta a questa obiezione è basata sulle mie scelte filosofiche e probabilmente non accontenterà il mio interlocutore; ma in casi simili si tratta non tanto di accontentarsi a vicenda quanto di chiarire le reciproche posizioni e difenderne la coerenza — chi obietta non vuole solo far notare di pensarla in modo diverso, presume anche di dimostrare che quel che pensa l'altro sia insostenibile. Io sono un kantiano; dunque per me la verità assoluta, la struttura ultima del mondo, la totalità della serie di cause ed effetti sono idee della ragione, criteri normativi che danno senso alla nostra esperienza e direzione alla nostra ricerca ma sono tali da non avere in quell'esperienza una possibile realizzazione, da non poter essere trovati alla fine di quella ricerca. Sono utili finzioni, fuochi immaginari cui volgiamo il nostro sguardo senza mai veramente vederli perché non esistono ma arrivando così a vedere un sacco di altre cose che esistono. Anche in questo caso, occorre guardarsi dall'assurda semplificazione che, siccome si tratta di finzioni, una finzione valga l'altra. Alcune finzioni ci sono indispensabili, appartengono al tessuto stesso della nostra forma di vita e vi svolgono un ruolo prezioso: pensare che esista una singola struttura ultima del mondo, per esempio, invita a promuovere l'accordo, a vederlo come un segno di verità, e pensare a una totalità integrata di cause ed effetti ci fa preferire spiegazioni articolate e sistematiche ad altre sfilacciate e arbitrarie. Θ importante quindi che gli scienziati abbiano, che tutti noi abbiamo tali fuochi davanti agli occhi, che con sincerità e passione cerchiamo la verità. Ma non è legittimo fare un uso costitutivo delle idee della ragione: convincersi di aver la verità in pugno e servirsene nella formulazione di giudizi definitivi. La nostra esperienza, pur condotta sulle orme di modelli perfettamente razionali, è sempre approssimativa, parziale, fenomenica; in essa non c'è posto per realtà assolute ma solo, appunto, per la loro inesausta ricerca. Una ricerca che procede a tentoni, con movimenti talora spediti e talaltra goffi e incerti, e che spesso è costretta a tornare indietro, a ricominciare da capo, a prendere una strada diversa. Perché si è resa conto di aver fatto un passo falso.

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