Copertina
Autore Tahar Ben Jelloun
Titolo L'ultimo amico
EdizioneBompiani, Milano, 2004, Narratori stranieri , pag. 174, cop.fle.sov., dim. 150x210x13 mm , Isbn 978-88-452-3283-1
OriginaleLe dernier ami [2004]
TraduttoreAnna Maria Lorusso
LettoreAngela Razzini, 2005
Classe narrativa marocchina , narrativa francese
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Pagina 5

Stamattina ho ricevuto una lettera. Una busta di carta riciclata. Sopra la testa di Hassan II con la djellaba bianca, un timbro, su cui data e luogo sono difficilmente leggibili. Ho riconosciuto la scrittura di Mamed. In alto, a sinistra, la parola "personale" è sottolineata due volte. Dentro, un foglio giallastro. Poche frasi, brutali, secche, definitive. Le ho lette e rilette. Non è uno scherzo, una trovata di pessimo gusto. una lettera destinata a distruggermi. La firma è proprio quella del mio amico Mamed. Non ci sono dubbi. Mamed, il mio ultimo amico.

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Pagina 32

Quell'estate del '66 saremmo stati abbandonati dalle illusioni della nostra giovinezza. Mamed fu arrestato dalla polizia politica. Qualche ora dopo il suo ritorno dalla Francia, due uomini in borghese suonarono dai suoi genitori, gli chiesero il passaporto e lo fecero salire in una macchina blindata. In quel momento io ero sull'aereo che mi riportava da Montreal a Casablanca.

Al mio arrivo non mi preoccupai. Espletai le formalità di polizia e di dogana senza problemi. A Tangeri, i miei genitori avevano ricevuto la visita di un cugino che lavorava nell'amministrazione comunale. Questi aveva consigliato loro di farmi rinviare il ritorno in patria. Troppo tardi. Gli arresti degli studenti attivisti o con opinioni politiche di sinistra si stavano moltiplicando. I genitori di Mamed erano rimasti senza notizie per una quindicina di giorni. Degli "uomini grigi", come li chiamava mia madre, suonarono da noi alle sei del mattino. La loro brutalità aveva raggelato mia madre in un'espressione che l'aveva sfigurata per molti giorni. Non diedero spiegazioni, eseguirono gli ordini senza il minimo scrupolo. Si diceva che la polizia marocchina avesse ereditato tutti i difetti di quella francese. Probabilmente avevano seguito dei corsi in Francia per imparare a essere violenti e senz'anima.

In prigione ritrovai Mamed, ormai irriconoscibile. Era dimagrito e aveva la testa rasata. Eravamo meno di un centinaio, tutti studenti perseguiti per "attentato alla sicurezza dello stato". Non capivamo quello che stava succedendo. Mamed era stato torturato. Faceva fatica a camminare. La prima cosa che disse fu: "Non ho detto niente perché non sapevo niente; sotto tortura parli, ma io non sapevo quello che volevano da me; mi inventavo delle cose qualsiasi, per farli smettere di picchiarmi, parlavo a caso e così loro raddoppiavano la ferocia; avevano un fascicolo per ciascuno di noi, che iniziava con le prime discussioni nel cortile della ricreazione del liceo; tra noi c'era qualcuno che li informava; facendo qualche collegamento, ho capito chi era; in ogni gruppo vi è un traditore che deve fare la sua parte di traditore; il nostro era uno qualunque, un poveraccio che si vendicava della vita che non lo aveva favorito. Il peggio è che quest'uomo ha fatto carriera nell'amministrazione marocchina e ha avuto grandi responsabilità al ministero degli interni. Io avevo la coscienza tranquilla: non avevamo fatto nulla di male, non avevamo complottato, avevamo solo discusso tra noi; volevano avere informazioni sull'FLN, sui compagni algerini partiti in guerra. Confondevano tutto a posta, in modo da farci confessare qualcosa di grave. Evidentemente sapevano che io ero nel partito, ma il partito non era vietato."

Nello sguardo di Mamed c'era un misto di tristezza e di fierezza. Lo sentivo solido. Mi strinse molto forte a sé e mi chiese all'orecchio: "Allora hai scopato molto in Quebec?" Scoppiai a ridere. Gli altri prigionieri non erano di Tangeri. Certi erano criminali comuni. Non capivano perché noi fossimo lì. Un tipo ci chiese: "Ma non ha venduto neanche un chilo di hashish? Non ha rubato nulla, neanche ferito uno stronzo di poliziotto?"

Per loro la politica era una cosa astratta. Un altro più anziano, senza dubbio un padrino, ci chiese: "Cos'è la politica? Volete essere ministri, avere una macchina con l'autista, delle segretarie in minigonna, fumare sigari e comparire in televisione? Quando usciremo, vi daremo tutto questo, non il titolo di ministro ma tutto il resto; siete simpatici, fate studi così difficili e poi venite arrestati! assurdo, questo paese non funziona più, cioè: il paese sta bene ma fa degli errori... Voi siete buoni solo a parlare, non siete capaci di uccidere nessuno, no, troppo delicati, troppo educati, colti, niente rischi; non capisco: cosa ci fate in questa prigione?! Il paese, non funziona..."

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Pagina 44

Avevamo, Mamed e io, un piccolo rituale settimanale, molto saggio: ci incontravamo la domenica, fra le otto e le nove, al caffè, per parlare. Affrontavamo i problemi del momento, di solito politici, poi ci piaceva raccontarci pettegolezzi senza importanza. Ogni tanto, dei vecchi compagni di liceo o dell'università si univano a noi e partecipavano al nostro rituale. Evitavamo i commenti sulla politica. Sapevamo che in questo caffè c'erano più informatori della polizia che clienti. Era l'epoca in cui il paese viveva in stato d'emergenza, in cui i dissidenti venivano arrestati; alcuni sparivano. La polizia sosteneva di cercarli, ma tutti sapevano che era un altro ramo di quella stessa polizia a farli sparire. Il nostro incubo era sparire. Svanire in fumo. Essere ridotti a una zolla di terra, a un pugno di cenere. Non essere dichiarati morti ma solo dispersi nella natura. Persi e mai ritrovati. Persi e mai sepolti. Mi ricordo di una madre impazzita, che camminava per le strade, la foto di suo figlio in mano, rifiutandosi di rientrare in casa prima di aver ritrovato il suo bambino. Dormiva sul marciapiede, di fronte al commissariato. Un giorno scomparve. Si disse che fosse stata fatta sparire anche lei. Vivevamo con questa paura nello stomaco, e non ne parlavamo mai.

Avevamo l'abitudine di scambiarci anche i libri e i dischi. La sera, certe volte dall'uno certe volte dall'altro, bevevamo qualcosa insieme. A Mamed piaceva solo whisky di pessima qualità, che affogava in molta acqua frizzante, fumava le Casa-Sport, delle sigarette scure che avevano sostituito le famose Favorite ritirate dal commercio per l'aumento di cancro al polmone riscontrato nei consumatori accaniti di questa marca; io mi accontentavo di un dito di Galavuiline, un whisky di puro malto che compravo di contrabbando da un negoziante ebreo che lo faceva venire da Ceuta. Quando ci raggiungeva Ramon, bevevo Coca Cola. Era un convertito e non scherzava con la religione. Niente Rioja né prosciutto Pata negra. Lo prendevamo in giro e lui rideva.

Parlavamo, discutevamo, facevamo critiche e ci lasciavamo andare ai giochi di parole e all'humour nero. Lui in questo era molto più forte di me. Io però lo battevo nei riferimenti cinematografici e nella poesia. Ciascuno con le proprie preferenze, ci tenevamo ad alimentare la nostra cultura generale, sperando di non cadere nella letargia e nella pigrizia che caratterizzavano le persone di Tangeri e soprattutto quel periodo, in cui le persone vivevano nel sospetto e nella paura, una paura diffusa, senza nome, senza colore.

Le nostre mogli si vedevano, ma qualcosa impediva loro di diventare amiche intime.

Parlavamo raramente dei nostri problemi coniugali. La nostra amicizia si arrestava di fronte a tali questioni perché sapevamo, per intuizione, che non ne sarebbe venuto fuori niente di buono. Lui sospettava le mie difficoltà; io intuivo la sua delusione. Eravamo naturalmente solidali ma non avevamo bisogno di dirlo né di manifestarlo pubblicamente. Normalmente non c'erano divieti né tabù fra noi, ma dovevamo ricordare, da qualche parte di noi stessi, il ritornello della canzone misogina di Bob Marley, No women no cry. Da noi - è noto - sono gli uomini che fanno piangere le donne. Piangere e ridurre al silenzio. Non avere il diritto di lamentarsi. Nell'amicizia come nell'amore, ciascuno doveva avere la sua parte di mistero. Io ne avevo poco. Mamed amava coltivare la mania del segreto, una tara acquisita all'interno del partito comunista.

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Pagina 91

Avevo uno zio, Hamza, molto vecchio stile, "parlava un francese impeccabile, citava testi antichi, si vestiva con eleganza. Allo stesso tempo conosceva bene anche l'arabo classico. Si diceva nazionalista e tollerante. Non sapevo che fosse comunista. Mi spiegò che nella dottrina di Marx c'erano alcune cose buone, che non tutto era valido per noi, ma che potevamo fare nostri alcuni valori essenziali, per far uscire il nostro paese dal sottosviluppo, per lottare contro le disuguaglianze più scandalose, per porre fine al sistema della corruzione e del favoritismo. Era convincente, e così mi aprì delle strade nuove. Ne parlai con Ali, che si mostrava più cauto. Passai il primo anno di università fra riunioni e manifestazioni. Mio padre era molto preoccupato, decise di mandarmi a studiare medicina in Francia. Ebbe una discussione molto accesa con mio zio, lo accusava di distogliermi dallo studio, di condurmi all'ateismo e di nutrirmi di idee provenienti da Mosca. Hamza rispondeva sdrammatizzando, ma mio padre non si voleva calmare. A corto di argomenti, trattò mio zio da zoufri perché era celibe. Hamza ne approfittò per spiegare a mio padre l'origine di questa parola: zoufri viene da operaio; la mentalità piccolo-borghese, invece, confondeva questa condizione con la dissolutezza e il vizio.

Ali era in attesa di ottenere una borsa di studio per il Canada. Dirigeva il cineclub di Rabat. Ci capitava talvolta di dividerci i compiti, lui scriveva i volantini, io li distribuivo e li affiggevo. Mi piaceva seguire le sue riunioni al cineclub. Parlava con eloquenza e acume del cinema, del suo ruolo politico, della sua importanza, nella storia del XX secolo. L'ammiravo e scoprii un'altra persona, niente affatto timida, anzi audace, a suo agio di fronte al pubblico. Aveva una passione per il cinema dell'indiano Satyajit Ray, che considerava un artista universale, che come tale ci toccava. Trovava che i suoi film esprimessero anche le nostre inquietudini, il nostro bisogno di giustizia; un giorno arrivò a dire che Satyajit Ray era un cineasta marocchino di talento!

Presentando Pater Panchali, citò una frase letta su una rivista di cinema a proposito di questo capolavoro: "Possono spremere i poveri, ma non possono togliergli il loro talento." Arrivò a farci credere che l'esotismo di questo universo era effettivamente uno specchio deformato dall'allontanamento geografico, ma uno specchio che ci invitava a vedere il nostro stesso esotismo, ovvero i nostri problemi. Pur essendo molto informato su tutto ciò che riguardava il cinema, non perdeva mai di vista la realtà sociale e politica del suo paese. Stabiliva sempre un legame fra arte e vita, fra reale e immaginario.

Durante le nostre riunioni politiche, era meticoloso, preciso, lontano dalle chiacchiere e dai cliché. Aveva tuttavia un difetto: l'impazienza. Non sopportava le persone in ritardo o che non riflettevano rapidamente. Ero fiero di essere suo amico, ma il suo aspetto per bene mi innervosiva. Il fatto che veniva da Fès accentuava in lui il senso di solitudine, che era in realtà una specie di arroganza dissimulata. Non conoscevo questa città e non avevo nessuna voglia di andarci. Quelli di Fès si consideravano i soli eredi dell'età d'oro andalusa.

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