Copertina
Autore Tahar Ben Jelloun
Titolo Il Labirinto dei Sentimenti
EdizioneTullio Pironti, Napoli, 2004 , pag. 116, ill., cop.fle., dim. 140x210x10 mm , Isbn 978-88-7937-319-7
OriginaleLabyrinthe des sentiments
TraduttoreMarco Bellini
LettoreElisabetta Cavalli, 2006
Classe narrativa francese , citta': Napoli
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Pagina 7

Introduzione



Non conosco bene le notti di Napoli. Le intuisco. So che il sonno è lento e i sogni fecondi, conosco la superficie delle cose che si assentano per fare di Napoli un ricordo ostinato, un'immagine all'ombra della vita insolente, dare un gusto amaro alla bocca dai denti anneriti dal tabacco, denti rotti, denti cariati, un'immagine di ruggine e splendore, luci al neon e squarci di cielo. Napoli, viscere d'Italia, ventre insolito del mondo, innalza lentamente i suoi vicoli fino al cielo passando per le periferie del sogno.

Una città è una miriade di volti, corpi e ricordi. Spesso, la memoria delle pietre tradisce il tempo e affida messaggi inquietanti a passanti che non sanno cosa farsene. Metà di Napoli è costruita sul vuoto. Il tufo, antichissima roccia vulcanica, diventa fragile quando è messa a nudo, esposta all'aria. Con quella roccia malleabile proveniente dalle lave del Vesuvio hanno costruito case e castelli, mura per difendere la nobiltà ed esibire la miseria di luoghi capaci di fare da sfondo a storie d'amore, sangue e mistero.

Questa storia non si svolge nei bassifondi né nelle viscere di questa città che divora i cuori solitari, ma alla superficie delle cose e delle pietre. Passa da un viso all'altro e lascia un vecchio poeta in preda alla nostalgia e alle sue parole.

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Pagina 9

Con il tempo avevo acquisito delle manie, abitudini da scapolo. Pensavo che i ricordi rimanessero intatti, passando così dalla noia all'estasi, dall'illusione all'amarezza. Invecchiare è costruire una casa sempre più grande servendosi di reminiscenze, reliquie, sprazzi di luce, ombre compatte, massi pesanti. Abitavo una casa dalle finestre chiuse, murate, perché davano su un terreno abbandonato diventato pubblica discarica poiché in città non c'erano più spazzini. Quella casa mi assomigliava. Raggrinzita ma dignitosa. Era il mio rifugio, il mio piccolo cimitero segreto, il mio giardino privato. Nella mia mente Gazelle dormiva lì, anche se il mare non ne aveva mai restituito il corpo. Avevo deciso che avrebbe riposato nella stanza blu, dove amavo scrivere e mi capitava di addormentarmi con la penna in mano. Non posso dire che la mia vita fosse finita con il dramma di Ravello. Spesso pensavo a Gazelle, l'abbellivo, facevo di lei una principessa dell' amour fou, una poesia triste e commovente. La custodivo come un tesoro prezioso e inaccessibile.

Era sempre con me, anche quando vivevo altre storie, incontravo altri volti, altri corpi. Come si dice, il primo amore è sempre l'ultimo... In effetti, lo cercavo negli occhi di altre donne. Ero posseduto e talvolta spossato. Ero stanco di lei. La mia memoria era esausta, non mi sopportava più, mi giocava dei brutti scherzi, mi confondeva. M'incitava a separarmi da quel corpo diafano, ad allontanarmi da quella stagione d'amore interrotta brutalmente. Io non volevo dimenticare. Al contrario, mantenevo vivi quegli ultimi istanti di una felicità senza pari; mi capitava di dubitare della loro esistenza. Forse ero solo un vecchio poeta che credeva di aver accolto nella sua vita un amore immortale.

Si chiamava Ghizlane. Avevo deciso che sarebbe stata Gazelle.

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Pagina 26

Di notte, via Toledo sembra un tunnel abbandonato. Le macchine l'attraversano a grande velocità, bruciando i semafori rossi e strombazzando senza motivo. Via Santa Teresa degli Scalzi come corso Amedeo di Savoia danno l'impressione che la città si riposi per qualche ora e si lasci andare come una donna anziana che se ne infischia del rimmel che le cola lungo le guance.

Ma dov'è finito il mare?, mi dicevo in fondo al taxi guidato da un siciliano che non sembrava troppo felice di fare quel lavoro. Il mare. vero che Napoli è un porto, un grande porto che risale all'epoca greco-romana, stando almeno alla guida turistica. Il mare non si sente, né la sua presenza né i suoi profumi. Eppure il mare s'impone a Napoli come un dato di fatto, senza sforzi. S'insinua nella baia, al molo Beverello, da dove partono navi di ogni tipo per le isole. Ah, Napoli non è niente senza le sue isole: Capri, certo, Ischia e anche Procida. Ma Procida è un'isola in dissesto. I suoi muri sono decrepiti. Nessuno li ha imbiancati dall'ultima guerra. Procida è un approdo di quiete e desueto silenzio. Ci si perde, sembra di tornare in un'altra epoca, gli anni Cinquanta. Le mode passano. Procida se ne infischia. Vi portano in triciclo nell'interno, lì dove gli aranci sprigionano profumi diversi secondo la stagione, soprattutto dopo che è piovuto, perché su quest'isola piove spesso, più spesso che a Napoli o a Capri. Va a sapere perché. Si dice che i pescatori siano contenti di non essere invasi dai turisti. Preferiscono che Procida risulti scomoda al visitatore frettoloso.

Ero stato a Procida un inverno. Ero andato alla ricerca di una donna, una ribelle di nome Isabel, il nome era spagnolo, ma lei era berbera. Una donna di una bellezza luminosa, inquietante, una bellezza che fa male e scatena la violenza. Un amico brasiliano, invaghitosi di lei, mi aveva chiesto di andarla a cercare per convincerla a tornare a casa. L'avevo scovata seduta sopra una roccia di fronte al mare. Non era una bella giornata. Tutto era malinconico. Non appena la vidi, capii che dovevo andarmene. Ispirava passione. I gesti e la voce erano molto dolci, ma gli occhi erano cupi. Le parlai, non del mio amico, ma dell'isola e della sua tristezza. Mi disse che era lì proprio per quella tristezza incollata alle pietre e sui volti. Scappai via di corsa, intuendo che, se restavo, me ne sarei innamorato e mi sarei perso come l'amico brasiliano. Non potevo concedermi quel lusso, ero appena uscito da una sofferta storia d'amore. A Procida, l'amore sapeva di malattia e anche di morte. La bellezza di quella donna era la sua grazia e la sua sventura, la sua fatica di vivere, perché era così esigente che nessun uomo poteva resisterle né accettarla serenamente.

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Pagina 40

Il giorno dopo ci ritrovammo in via Duomo, accanto a Palazzo Cuomo, e decidemmo di scendere per corso Umberto I. Eravamo nella Napoli più strana, quella della realtà, la Napoli della gente che non fa più attenzione a quel che vede e a dove vive, poi nella Napoli che c'inventavamo, che dipingevamo man mano che i nostri passi ci portavano verso l'ignoto. Mi chiese di dirle cosa mi piaceva di Napoli.

" curioso, nutro dei sentimenti ambivalenti nei confronti di questa città; mi accade la stessa cosa con Tangeri. Posso dire cosa non mi piace di Tangeri, ma non sono in grado di dire perché l'ami".

"Parli delle città come se fossero persone".

"Certo, una città è come una casa immensa, quando vi si abita, ci s'impossessa dei muri, delle loro crepe, la si accetta con tutto quel che ci arreca".

"Dimmi, allora, cosa ti piace di Napoli, dillo caoticamente, dimmi tutto, senza trattenerti o esitare, tutto quel che ti viene in mente".

"Di Napoli non amo i musei, le chiese, i monumenti, e neppure il mare. Di Napoli amo la turbolenza delle pietre, la follia che plana sui tetti come una nuvola, i panni stesi ad asciugare sulla corda tesa fra due balconi, una donna anziana vestita di nero che conservava ancora negli occhi l'ironia, l'eccesso, l'eccesso di rumore, l'eccesso di mistero, l'eccesso di evidenza e di violenza, la vernice rossa versata sui muri per far credere che si tratti di sangue, credere al sangue di san Gennaro che si liquefa e a quello di san Giovanni Battista che ribolle, di Napoli amo l'odore di nafta mischiata alla polvere soffocante, il sudore dei volti che imprecano contro l'ordinario disordine, una lavanderia aperta per vendere i biglietti della lotteria, la strada che si restringe per evitare una chiesa, una madonna che piange lacrime di sangue, il miracolo che cammina sopra una montagna di leccornie, la glassa che si aggiunge per bellezza, lo scooter che solca i viali zigzagando, il televisore acceso giorno e notte, il sorriso di una bella donna che aspetta il proprio uomo, una pattuglia di poliziotti che fa finta di riportare l'ordine, la manifestazione dei teppisti, il museo nazionale che dà le spalle alle urla della città vecchia, un parcheggio che deturpa ulteriormente Piazza Dante, un ristorante a menù fisso, la funicolare che si prende per un treno magico, una coppia appena sposata che esce di corsa dalla chiesa e va a farsi fotografare sul molo, una strada che non porta da nessuna parte, un'altra che finisce in un fosso, la notte che avvolge i muri di uno schermo pieno di stelle, i fuochi d'artificio che incantano il cielo dell'ultima ora dell'anno, un viale che si perde in un tunnel, un pendio che mi ricorda calle Giosafat a Tangeri, un corso che mi fa pensare alle ramblas di Barcellona, un albergo che pretende di aver ospitato Hemingway, un castello che si ricorda, una reggia che diventa museo, una nave che parte per Capri, una che arriva da Amalfi, un turista che si fa derubare la borsa, un altro che prende un colpo di sole, un milanese che è disgustato, un romano sprezzante che scappa via, una cortina di fumo, una fontana dimenticata, una terrazza a Posillipo, giardini che si prendono per specchi, alberi che cantano, impalcature che si screpolano, candele per niente, una preghiera per abitudine, uno sparo nel bar, le fogne che traboccano, i profumi contraffatti di certe signore, lo sguardo del sordo, la passione del pazzo, Stendhal nelle memorie, Rabelais a scuola, il principe Totò che non fa più il clown, Vittorio De Sica in bianco e nero, le cartoline smarrite dalle poste, colline che si allontanano, città nella città dove si sentono sospirare i morti, cimiteri in cui gli angeli respirano ancora, colombi che spazzano Piazza del Plebiscito, grida nella notte, volti infarinati nella folla, un circo che se ne va, l'amore clandestino nel silenzio delle chiese, una marocchina perduta nella città vecchia ed io, che le tengo la mano...".

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Pagina 84

Su di un muro, come uno sbaglio, una locandina del Centro culturale francese annunciava la mia lettura di poesie, giovedì sera alle otto. Me n'ero quasi dimenticato. Era mercoledì. Dovevo prepararmi, scegliere le poesie, ripetere, scegliere tra la musica e il silenzio. Forse Wahida leggerà la locandina e verrà ad ascoltarmi. Mi tornò in mente la strofa di una poesia di Apollinaire:

        O città come un cuore sei irragionevole.
        Contro il mio palmo ho sentito i battiti
        Della città e del cuore: della città imprendibile
        E del mio cuore sorpreso dalla vita, enormemente.


Napoli mi mette in questo stato. Napoli imprendibile e irragionevole. Napoli, avvolta in carta da giornale come pesce essiccato, sa di mare e di merda. Napoli, negli occhi come la polvere, un ciglio, un po' di nebbia. Non vedo bene e continuo a cercare il volto grave di Wahida incollato sopra un muro sporco fra due chiese, fra due venditrici di biglietti della lotteria.

Al ritorno, a casa di Laziz, cadevo dalla stanchezza e dal sonno.

Leggere poesia a Napoli. Che idea! La poesia ha bisogno di silenzio e concentrazione. Napoli urla da ogni parte come un'ossessa. Le sirene delle ambulanze, le auto della polizia che corrono a tutta velocità con i lampeggianti sul tettuccio, venditori di tutto che urlano, spazzini che avvisano la popolazione, donne che litigano da un lato all'altro della strada, ognuna alla sua finestra, bambini che giocano a pallone e che fanno cadere una persona senza una gamba, una madre chiama Sandro perché venga a mangiare prima che la pasta si raffreddi, la televisione replica una partita di calcio dove il Napoli non gioca, ma i televisori sono tutti accesi. Ci si mette anche il vento, portando con sé le voci e i rumori del mare, i muri risuonano, le pietre rimandano l'eco. Napoli vive rumorosamente, non conosce il silenzio, il silenzio deve farle paura, allora tutti gridano e urlano, questa è la vita, la vita a Napoli, e io mi trovo in questo centro culturale reso famoso da Jean Digne, un creatore generoso, mi accingo a leggere un lungo poema scritto all'indomani della guerra del Golfo. Adesso, c'è di nuovo la guerra. In Iraq si continua a bombardare. Ma è in Kosovo che i bombardamenti s'intensificano.

In piedi, ho il mio poema sul leggio illuminato. La sala è buia, neanche un rumore dal pubblico. Improvvisamente, anche Napoli tace, lentamente il baccano e il frastuono di poco fa si vanno spegnendo. Napoli ascolta. Sono emozionato. Comincio farfugliando qualche parola. Prima di leggere il poema sulla guerra, ringrazio il pubblico di essere lì e di essere così attento. Con lo sguardo cerco discretamente Wahida. Intravedo Laziz attorniato da due ragazze. Sono le due marocchine. Wahida è vestita di bianco. Mi viene voglia di fare un preambolo, per spiegare come e perché scrivo poesie.