Copertina
Autore Stefano Benni
Titolo Spiriti
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2000, I Narratori , pag. 311, dim. 143x222x22 mm , Isbn 88-07-01566-8
LettoreRenato di Stefano, 2000
Classe narrativa italiana
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Indice


 11  Prologo

 15  l. Il presidente non conta niente
 25  2. Hacarus
 29  3. Quello che c'è nel buio
 34  4. Morte di un tenore
 41  5. Il signore dei fulmini
 49  6. Usitalia
 56  7. Qualcosa di sempre più strano
 67  8. La salina
 73  9. Aladino in caccia
 80 10. Un party agitato
 90 1l. Il party degenera
 93 12. Il grande Rik
 99 13. Dentro la terra e nel cielo
111 14. Aladino continua la ricerca
116 15. Il grande palco
124 16. I giardinetti di Usitalia
129 17. Tutti nel coro
132 18. Velázquez
140 19. Il mago Omaro
144 20. Il piede gigante di Kimala
154 21. Il meeting segreto
158 22. La grotta magica
166 23. Dramma al supermarket
171 24. Ghewelrode tradisce
175 25. L'ingorgo
180 26. Proteste
183 27. Enoma
188 28. La guerra degli spiriti
198 29. Il racconto di Melinda
202 30. Rik, il grande video
206 31. Berlanga
215 32. La notte
217 33. Il fantasma della grotta
225 34. Il viaggio di Sys
231 35. Il presidente si arrabbia
237 36. La prova
242 37. Lo scontro finale
250 38. Il balletto fatale
258 39. Che la festa cominci
259 40. Musica, finalmente
273 41. Ancora guai
281 42. Gran piangianza
288 43. La resa dei conti
292 44. Il ritorno di Elvis
299 45. La fuga
304 46. Adieu

 

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Pagina 11

PROLOGO


Una notte un uomo si svegliò in mezzo al deserto, senza sapere quanto aveva camminato, né perché.

Quando l'ultima nuvola scivolò via dalla luna, l'ombra dell'uomo si allungò come se sgorgasse dalla terra. Un filo d'acqua scorreva tenace nel greto screpolato del fiume, e non faceva più rumore di un respiro.

Alla nota del fiume si accordò un altro suono. Uuomo, con un bastoncino, batteva sul fango secco. Quel rumore ritmico, il pulsare di un cuore, richiamò qualcuno.

Dalle crepe della terra uscirono per prime le formiche rosse, dapprima in piccoli gruppi, poi in schiere compatte. Le seguirono le formiche nere dalle grosse teste dondolanti, le snelle dulciarie odorose di miele e le tagliatrici, reggendo le loro foglie come bandiere. Quel pulviscolo di piccole vite si radunò davanti all'uomo, che iniziò a intonare una sola profonda nota, come il vento dentro a un albero cavo. Uno sciame di vespe gli rispose da lontano, con un crescendo di violoncello. Gigantesche, arrivarono le libellule, posandosi in prima fìla, e poi le locuste dagli occhi rotondi e le cavarette color berillio. La macchia sul suolo si agitava, disegnata da un pennello invisibile e delirante, gonfiata da rivoli di altre creature, le cocciniglie e le termiti, i porcellini di terra dal guscio corazzato e le scolopendre dalle cento zampe.

Vennero i ragni violinisti, volando appesi a un filo sospeso nel cielo.

Venne la tarantola pelosa come la mano di un mostro.

Venne il ragno dei sette punti, il cui morso non lascia tempo per i pentimenti.

Venne l'amaranta, che al sole sembra una goccia di sangue.

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Pagina 25

2.
HACARUS


1. Tutto ciò che un paese forte e ricco decide, intraprende e sceglie ogni giorno ha come conseguenza e necessità:

preparare la guerra

coltivare la guerra

prevedere la guerra

accettare la guerra

avere bisogno della guerra

scegliere, ogni tanto, per quale guerra indignarsi e quale guerra dimenticare.

2. Arma e alleva un dittatore, se un giorno vuoi avere il merito di combatterlo.

3. Chi è più debole massacra, chi è più forte interviene.

4. Non esiste guerra tanto crudele da non scomparire appena si smette di parlarne...

5. Ogni multinazionale economica ha bisogno di invadere, sfruttare, scacciare e uccidere proprio come un esercito.

Queste parole, incise su una lastra di acciaio, erano bene in vista all'entrata del grattacielo Hacarus, e nessuno poteva entrare senza guardarle. Erano il pentalogo su cui Hacarus aveva costruito la sua fortuna, e non si vergognava certo a esporle. L'ufficio di Hacarus era al settantesimo piano, e vi si arrivava con un ascensore tappezzato di velluto nero. Hacarus si divertiva ogni tanto a rallentarlo, bloccarlo e spararlo come un missile, per godersi le reazioni attraverso una telecamera interna.

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Pagina 49

6.
USITALIA


Il paese esprime sempre una volontà di cambiamento, e questa è la miglior garanzia dell'immutabilità politica. Basta non cambiare mai, di modo che il popolo possa continuare a esprimere la sua volontà di cambiamento. Perciò in Usitalia si era deciso che tutti dovevano assomigliarsi, virtuosi e gangster, modernisti e passatisti, moderati e moderisti. Decine di facce promettevano, incominciavano, interrompevano, ribadivano le solite cose, dentro e fuori gli schermi, e in quel rutilante scorrere di nulla ogni cittadino trovava le sue ragioni e subito le dimenticava, e gli restava dentro solo l'eco di un disagio rabbioso. Cosi il Reame del Gangster Catodico e dei suoi maggiordomi neri e rosa, sembrava volere le stesse cose del Misterioso Grande Centro o del Monastero dei Beati Progressisti, identiche erano le orazioni, i rosari e le parolacce, identica la miseria di idee e la sudditanza ai forti. Chi aveva idee, in quel paese, se le portava addosso da solo, come una gerla, e le scambiava coi passanti. Per il resto, lotte da città a città e da ducato a ducato, tenzoni proporzionali e maggioritarie, fulmineo scorrere di risse e insulti poi trasformabili in alleanze e bicamerali con bagno, promesse d'odio eterno ed eterni compromessi, e poi reverendi e tradimenti e rimpasti e ribollite e ribaltoni e insulti alla storia, alle vittime, ai deboli. Si domandava ai magistrati di giudicare quello che spetta a ogni coscienza civile: se ai potenti sia concesso qualsiasi reato e delitto. Si, era la risposta, e ogni dignitoso sogno aveva abbandonato le anime di quel popolo, lasciandoli lieti di affidare la loro libertà a gangster e mafiosi, e sentirla minacciata dal mendicante all'angolo. La loro indignazione aveva respiro meno che settimanale, e durava più per un rigore non concesso che per un delitto non svelato. Sì, senza coscienza civile, senza storia, senza giustizia, la vita in quel paese aveva il lento scorrere di un funerale.

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Pagina 56

7.
QUALCOSA DI SEMPRE PIŁ STRANO


- Quattro guerre alla volta sono l'ideale - disse Hacarus al suo interlocutore, un uomo elegante con un vestito azzurro steward. - Possiamo sostituire i missili lanciati, ricostruire gli aeroporti, assuefare i profughi ai Mac D'Onald, sminare le mine che abbiamo pazientemente piantato, riarmare i paesi vicini. Si, non c'è affare sicuro come la guerra, è pacifico. Ma non bisogna essere
[...]

 


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