Copertina
Autore Pier Luigi Berbotto
Titolo I violini dell'autunno
EdizioneL'Ambaradan, Torino, 2005, L'Approdo , pag. 204, cop.fle., dim. 140x210x22 mm , Isbn 978-88-89257-08-1
LettoreGiorgia Pezzali, 2005
Classe narrativa italiana
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Indice


Parte prima


Ombra                                11




Parte seconda


Odette                              127




Parte terza


Delphine                            229


 

 

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Pagina 13

I



Fino a qualche minuto fa Dante Soldano poteva dirsi un uomo felice. O, se non proprio felice, di sicuro in pace con se stesso, e lontano da assilli che non fossero quelli di indole creativa, legati al suo lavoro di scrittore. Ma poi, d'improvviso, si erano levate in sala poche lievissime note di pianoforte. E tutto, intorno a lui, aveva preso a vacillare, a offuscarsi via via, precipitando in un lungo, inesplicabile brivido.

Toccò a Claudio accorgersene per primo:

«Qualcosa non va?»

«Dove stai con la testa?» saltò su Cinzia.

Nessuno degli amici che sedevano con lui a quel tavolo di night arroccato nel cuore di Manhattan poté così ignorare il suo sbalzo dalla vivacità colloquiale di prima all'attuale, straniato silenzio. E meno che mai la giovane ma combattiva Mita, che lo aveva accompagnato nella trasferta newyorkese: a tal punto investita del ruolo di partner da sentirsi autorizzata a interloquire:

«Ve lo dico io dove che sta: al Nobel. Potete scommetterci».

«Ancora qualche giorno, e si saprà» convenne Billy.

«C'è poco da sapere» troncò Anne. «Quest'anno il Nobel andrà a lui. Anche qui a New York corre un solo nome: Dante Soldano.»

«E, a dicembre, tutti a Stoccolma, per festeggiare» propose Claudio, levando il bicchiere.

Ma neppure l'argomento Nobel, incredibilmente, riuscì a incidere nell'animo dell'interessato. Il cui sguardo, anzi, si era fatto ancor più remoto, mentre la mano, abbandonata sul tavolo, aveva preso a scandire il tempo.

All'assolo di pianoforte, frattanto, era subentrato il tema dei violini. E Dante, senza curarsi degli altri, ruotò la poltrona in direzione della pedana centrale, dove era da poco apparsa una bianca figura femminile, a tradurre in ricami di passi e gesti la melodia.

«Sempre che lui ci voglia, a Stoccolma» fu ancora Claudio a provocare.

«Da come si comporta adesso c'è da dubitarne.»

«Dev'esserci qualcosa che gli sta più a cuore.»

«Io direi... la musica.»

«O forse altro... di ancor più irresistibile.»

L'allusione non poteva che riferirsi alle grazie della giovane sul palco, da cui lo sguardo di Soldano non si era più staccato. Grazie elargite con sempre più ammaliante opulenza, ora che i suoi gesti avevano cessato di inseguire schemi astratti per volgersi a più concrete e apprezzabili iniziative: come quella di far cadere a uno a uno i veli candidi che la cingevano, e di sottolineare con esperta carezza ora il turgore di un seno, ora la plastica maestà della coscia, ora il vello segreto che segreto più non era...

Dante, ancora una volta, sembrò non udire. Senza che, tuttavia, gli amici si dessero per vinti. Le donne, soprattutto; e in particolare Mita, che la ventilata possibilità di vedersi detronizzata dalla bella sconosciuta rese agra nel contrattacco:

«Scomodare Beethoven per uno strip!»

«Beethoven o Mozart?» dubitò Cinzia.

«Mozart...» azzardò Fulvio, attento però a non urtare troppo apertamente la suscettibilità di Mita. Che infatti volle impuntarsi:

«Beethoven!» e l'ostentata sua sicurezza sembrava mirasse a convincere, più che gli altri, se stessa.

Mozart, Mozart! era lì per insorgere Dante, non avesse temuto di spezzare gli invisibili fili che lo incatenavano alla pedana. Una volta di più, quindi, si ritrasse nella sua passività, mentre le labbra impercettibilmente si muovevano: ma solo orecchi ultrasensibili avrebbero potuto cogliere nel loro soffio qualcosa come:

«La Siciliana...»

Al tavolo, infatti, nessuno intese. E gli venne di conseguenza risparmiata la facile ma erronea allusione alla ragazza dello striptease. Poiché Siciliana, per lui, altro non poteva essere che l'appellativo comunemente usato a indicare il secondo movimento del concerto K 488 per pianoforte e orchestra di Wolfgang Amadeus Mozart.

Il flashback scattò con vigore dirompente...

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Pagina 65

Erano rimasti a lungo a fissarsi, l'uno attendendo dall'altra la parola o il gesto che ponesse fine all'impasse.

Poi, dei due, qualcuno la parola - o il gesto - l'ebbe. Anche se né l'uno né l'altra, interrogandosi di lì a poco, avrebbero saputo dire chi. Restava il fatto che il discorso era ripreso in toni morbidissimi, quasi sussurrati, come se ciascuno temesse di compromettere, con il pur minimo soprassalto di voce, il precario equilibrio che si era stabilito.

Ad un certo punto, dal pianoforte erano passati a sedere su un vicino divano. Lei, la testa abbandonata sullo schienale, quasi assaporando il sollievo dell'avvenuta rivelazione. E Soldano appena sul bordo: attento a non perdere, sui suoi tratti, le ripercussioni di quanto quelle labbra andavano esprimendo.

Il colpo era stato forte, tanto da non essersene ancora del tutto riavuto. «La figlia di Delphine.» Osservandola, non si stancava di ripeterselo, come a meglio assimilarne il significato. La figlia di Delphine: una realtà di cui non era facile darsi ragione. Poiché l'immagine che serbava di Delphine si riferiva da sempre a una giovinezza leggera, ariosa, inconciliabile con l'idea stessa della maternità.

Per lui, infatti, raffigurarsela inserita in una banale cornice domestica, alle prese con marmocchi frignanti e uggiosi problemi di ménage, era inconcepibile quasi quanto la sua musica spogliata d'ogni connotazione di sublimità, compressa in modi e formule mortificanti. Così come inconcepibile gli sarebbe riuscita una Delphine già in là con gli anni, la pelle solcata di rughe, il passo greve, lo sguardo opaco... O ancora - ma era un'ipotesi neanche mai lontanamente ventilata - una Delphine dal cui tenero incarnato fossero scomparsi il colore e le pulsioni di vita: cereo il volto, le membra preda di quella fissità che non è più di questo mondo...

No, la parola morte, al pari di madre, proprio non poteva associarla al suo nome. Neppure adesso che il terribile dubbio, già insinuatogli da quel parlarne al passato, trovava conferma in quanto la ragazza, con una levità di toni dove ogni vibrazione di cordoglio pareva dissolversi in una superiore pacatezza, gli andava evocando:

«... Sono passati sei mesi. Alla fine era solo più tutta occhi. E capelli. Ma il suo sorriso raramente l'ha lasciata. Solo quando il male si faceva più forte, le si storceva in una smorfia. Ma passava subito. La smorfia, voglio dire. E tornava il sorriso. E la voglia di parlare. In ultimo ha parlato molto. Come volesse recuperare tutto il tempo del nostro silenzio. Fu così che mi disse di Mozart. E mi mostrò questi fogli: che io scoprii solo allora...»

Ma davvero era di Delphine che gli stava parlando?

Nell'ascoltare, Soldano ben avrebbe voluto convincersi che l'incubo, di lì a poco, si sarebbe dileguato con un provvidenziale risveglio. Però gli istanti passavano, e ad ogni nuova parola era come se la verità acquistasse sempre nuovo spessore.

«... Da parecchio non suonava. Praticamente dalla mia nascita, credo. O forse da prima ancora: quando venne a stare nel piccolo appartamento di rue de Varenne. Ricordo che, da piccola, la vista del pianoforte che riempiva metà salotto non mi dava pace... Le chiedevo di suonare per me. Ma non lo fece mai. E anche quando volli imparare io, non fu lei a insegnarmi. Andai a lezione da una vecchia maestra in boulevard Saint Germain, poi al Conservatorio. Lei si limitava a seguire i miei progressi. Quando, un giorno - avrò avuto dodici, tredici anni - la costrinsi di forza al piano, al posto mio, si divincolò e fuggì con le lacrime agli occhi. Capii che non ce l'avrebbe più fatta...»

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Pagina 114

Anziché rispondere, la signora Olimpia preferì abbandonarsi compiaciuta alla rievocazione:

«C'era un mare di gente, quella sera. Tutti i più bei nomi della nobiltà. Certo, le feste a palazzo Tomatis non temevano confronti, in fatto di magnificenza: tanto da fare invidia a quelle del vicino palazzo Reale. Ma, più che i balli e le luminarie, a elettrizzare gli animi era l'annunciata presenza del musico in erba, sul cui talento si raccontavano meraviglie... Fino all'ultimo restò in forse la sua venuta. Anche perché in città aveva disdegnato parecchi inviti, e non si era esibito in nessun pubblico concerto. Ma infine, quando già tutti disperavano, eccolo arrivare...»

Dalla propria postazione Soldano stentava a cogliere i tratti della vecchia, come se la voce fluttuasse autonoma, disancorata da ogni forma umana nella crescente oscurità della stanza. Eppure, in virtù di una superiore capacità evocativa, o per quel tono di disarmante autenticità che nel discorso vibrava, pareva proprio che tutto si andasse svolgendo sotto i suoi occhi, mentre la signora Olimpia raccontava.

«Come mai solo di questa casa accettò l'invito?» si scoprì a domandarsi, o domandare.

«Forse per gli stessi motivi che... lo portarono a Torino.»

«Motivi prettamente musicali, s'intende» azzardò lui.

«Già: una musica veramente splendida, al Regio...» E la voce della donna si increspò d'ironia.

«Se non quella, allora che cosa?»

Nella sua smania interrogativa, d'un lampo gli si ripropose quella sorta di «disagio», di «capogiro», di cui aveva parlato il musicologo Dotta: come una morsa che l'afferrava, a suo dire, ogni qual volta si affacciasse sul mistero dei giorni torinesi di Mozart. Analoga vertigine, peraltro, pareva serpeggiare tra le pagine di Delphine: dapprima in sordina, poi via via crescendo, per infine deflagrare là dove il testo bruscamente si interrompeva: e non tanto, forse, per il rifiuto del fisico stremato, quanto per il cedimento dello spirito al profilarsi dell'ultima verità da affrontare.

Ma quale verità?

«Si è mai imbattuto, durante le sue ricerche, nel nome di una certa Marie Blanche?»

Soldano riflettè brevemente:

«Marie Blanche? Non credo proprio».

«Strano. Era un personaggio piuttosto chiacchierato nella Torino del tempo...»

«Ah, qualcosa come una... cortigiana?»

«Non esattamente. Veniva da Parigi, faceva la ballerina. Il pubblico del Regio stravedeva per lei. E la sua fama varcò facilmente i confini dello stato sabaudo...»

«Fino a colpire i Mozart, allora ospiti della vicina Milano?»

«Infatti. Solo che doveva trattarsi di una fama... non esclusivamente artistica.»

«C'entrava anche la bellezza?»

«Anche. Ma soprattutto la pratica dell'occulto, il commercio col soprannaturale.»

«Una sorta di maga, insomma. Una negromante...»

«Già: e, come immagine esteriore, un radioso impasto di grinta e seduzione» convenne la donna. «Marie Blanche viveva a palazzo Tomatis. Ufficialmente in qualità di semplice inquilina. Ma secondo l'opinione corrente, era l'amante più o meno segreta del padrone di casa. In effetti qualcosa di lei ha impregnato queste pareti: come un'impronta restia a dissolversi... un sentore di bianco sopravvissuto ai secoli...»

Il particolare non poté sfuggire a Dante:

«Bianco, ha detto?»

«Il bianco era il suo colore. Quasi un talismano. Bianche aveva le vesti di scena. E bianchi gli abiti della vita quotidiana. Una predilezione che forse le venne dal nome che portava. O forse fu il nome a derivarne...»

Cullato dalla voce, Soldano faticava a difendere, in sé, qualche residua zona di lucidità. Mentre il suo ricordo pencolava tra la candida nube di veli che cadendo via via scoprivano le forme della ragazza alla Rainbow Room, e la chiara mantella deambulante per le vie di Torino... Fu lì per chiederle o replicarle ancora qualcosa, ma poi sentì il bisogno di un breve stacco. E lo trovò volgendo le spalle alla stanza e, scostata una cortina, affacciandosi ai vetri.

Fuori la pioggia batteva ostinata sull'asfalto di via delle Orfane e sui rari ombrelli che la percorrevano nell'uno e nell'altro senso, in un moto fluido e silenzioso. Uno in particolare attrasse la sua attenzione: quel parapioggia che transitava proprio adesso sotto la finestra, e che dagli altri si distingueva per il colore chiarissimo della copertura, oltre che per il passo lieve, quasi danzante, di chi lo reggeva. Ma vano fu il protendersi contro i vetri, e torcere o inclinare il busto nel tentativo di cogliere qualcosa della fisionomia che, dall'alto, l'ombrello gli precludeva. Tutto quel che arrivò a scorgere, prima che l'immagine sparisse oltre l'angolo di via Corte d'Appello, furono due bianchi stivaletti in lotta con rigagnoli e pozzanghere, e un lembo fluttuante di veste, anche questo di un colore che volgeva al candido...

Al brivido affiorante, Soldano reagì sollevando lo sguardo dalla strada al prospetto dell'edificio di fronte, e ancor più su, oltre i fastigi, ove si apriva la frastagliata distesa dei tetti fino al profilo della collina. E l'idea che vi lesse era di una Torino che ben poco aveva a spartire con la certezza obiettiva: una Torino che pareva rigettare la sua etichetta cartesiana per rivestirne un'altra, del tutto dissimile, addirittura antitetica, che affondava le sue radici nelle pieghe dell'irreale.

«Il giovane Mozart alle prese con l'Inconoscibile, nella città dove l'Inconoscibile è di casa...»: il rilievo gli uscì con lenta gravità, di nuovo rivolto all'interno della stanza, dove l'unica traccia del giorno era ormai ridotta a un tenue brillio sui cristalli e il vasellame antico.

«Già, la Torino magica...» forò quel buio.

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Pagina 159

Si erano conosciuti quella sera stessa, in una festa alla villa Tesoriera. Dante c'era venuto un po' di malavoglia, avendo dovuto rinunciare a un altro più privato e promettente abboccamento: e gran parte della serata se ne era rimasto a seguire a distanza le manifestazioni di apprezzamento che la giovane concertista andava raccogliendo.

Ma chi era, dopo tutto, questa Delphine Clermont? La nuova promessa del pianismo internazionale, come da più parti si proclamava? O una semplice, fuggevole infatuazione del grande Karajan, che l'aveva voluta solista in uno dei suoi leggendari concerti, e tanto era bastato a crearle intorno quell'alone di consensi e di accese aspettative cui solo il Cielo sapeva se sarebbe stata in grado, per il futuro, di corrispondere? E poi, appariva davvero così fisicamente dotata, così charmante come estimatori e fan si affannavano a ripetere?

Finora Soldano non ne possedeva che l'immagine consegnata dai mass media: quella di una ragazza dallo sguardo vivido e il sorriso sbarazzino, la cui freschezza di tratti sembrava denunciare un'età forse anche inferiore a quella sua effettiva. Né, dopo il suo arrivo alla festa, aveva ancor cercato di vincere lo sbarramento creatole intorno dagli ammiratori più entusiasti, per accostarsi e verificare di persona.

Era poi venuto il momento delle presentazioni: la giovane, corteggiatissima musicista a fronte dello scrittore già sulla cresta dell'onda. Soldano aveva allora abbozzato un galante inchino, e lei si era barcamenata in uno sguardo in cui l'ossequio per il personaggio non escludeva una luce penetrante di malizia. Graziosa, sì, e magari simpatica - aveva pensato lui - ma nulla in paragone ad altre sue coetanee i cui numeri telefonici gli affollavano l'agenda: forse meno provviste di doti artistiche ma certo assai più di argomenti materiali... Così, dopo l'incontro, discretamente si era tratto di nuovo in disparte, ad osservare.

Solo più tardi si sentì richiamare in causa: quando inviti sempre più insistenti presero a volerla al piano.

Lei dapprima si era schermita, sostenuta in questo dal suo impresario, restio a simili improvvisate esibizioni. Poi, pressata dalle richieste, aveva cercato Dante con gli occhi, come a delegargli la decisione.

E lui, con uno slancio di cui mai, in seguito, avrebbe saputo darsi ragione, le si era avvicinato e, afferratala dolcemente per mano, l'aveva condotta preda meravigliosamente docile, incondizionatamente partecipe allo strumento.

Dove lei, infine, aveva suonato.

Subito il Presto di Baldassarre Galuppi. Quindi qualcosa di Schubert, di Chopin...

Aveva suonato: praticamente per lui solo, come se la piccola folla estatica che le faceva corona non esistesse, tutto risolvendosi tra loro due. Lei che muoveva le mani sui tasti continuando a guardare dalla sua parte. E lui che fissava quelle mani, gli occhi pieni della loro bianchezza, di quel loro articolarsi e trasvolare come percorse da una vita autonoma, da una grazia che non consentiva raffronti.

Neppure i successivi applausi erano riusciti a infrangere questa corrente, che protrasse i suoi effetti per tutto il resto della serata. E quando, al suo epilogo, lei manifestò il desiderio d'imbarcarsi seduta stante in una visita notturna della città, parve ormai scontato che, tra le tante profferte di accompagnamento, scegliesse quella, neppur esplicitamente formulata, di Dante.

Restava, è vero, il problema del mezzo, visto che lui, per un'abitudine tramutatasi nel tempo in puntiglio indefettibile, non guidava né tanto meno possedeva un'auto. Ma fu ancora lei a forzare la sorte, strappando all'impresario le chiavi della sua vettura, e quasi catturando lo sbigottito Soldano per trascinarlo con sé nella rombante corsa su Torino.

Quella stessa corsa che ora li vedeva affiancati, a studiarsi a vicenda, già forti di un'intesa che sembrava impossibile essere di data così recente...

Dove stavano andando?

La ragazza non sembrava chiederselo. E neppure lui. La macchina fendeva rettilinei, arrancava per dedali di viuzze, riemergeva al respiro di slarghi alberati. Ma, più che ai luoghi percorsi, l'attenzione di Soldano volgeva alla sua nuova, inopinata compagna. Alle parole che ne contrappuntavano i gesti, anticipando emozioni e ansie per il suo prossimo concerto all'Auditorium torinese. E alla mano destra che lei momentaneamente posava, come dimenticata, sulla leva del cambio.

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