Copertina
Autore Gianfranco Bettin
Titolo Il clima è fuori dai gangheri
Edizionenottetempo, Roma, 2004, i sassi , pag. 64, cop.fle., dim. 105x148x4 mm , Isbn 978-88-7452-028-2
LettoreRiccardo Terzi, 2004
Classe ecologia
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Il clima è fuori dai gangheri


All'inizio di quest'anno alcuni scienziati russi, giunti al Polo Nord per studiare i mutamenti climatici, sono finiti alla deriva bloccati sopra un iceberg e solo dopo dieci giorni di ardui sforzi è stato possibile trarli in salvo. È difficile pensare a un'immagine piú emblematica del nostro attuale rapporto con l'ambiente. Stiamo studiando cosa cambia nel clima, e intanto andiamo pericolosamente alla deriva sopra un relitto del clima di un tempo. Questo era infatti quell'iceberg: un pezzo del mondo di prima, in via di scioglimento.


Istantanee invernali

La base polare degli scienziati russi finiti alla deriva, la stazione "Polo Nord-32", aveva iniziato a operare nell'aprile del 2003 e da subito aveva dovuto fare i conti con il problema che avrebbe dovuto studiare. L'aumento della temperatura aveva infatti messo fuori gioco la pista di atterraggio rendendo impervi i collegamenti e i rifornimenti. All'inizio del 2004 poi, la deriva dell'iceberg non ha fatto che confermare la gravità della situazione. L'aumento della temperatura globale sta ormai investendo la calotta artica. Per questo gli iceberg se ne staccano e vanno alla deriva. Rispetto a cinquant'anni fa, lo strato di ghiaccio ha perso metà del suo spessore. Nel 2003 le perdite sono state le peggiori da quando esistono i rilevamenti via satellite, cioè da vent'anni. Quanto all'emisfero opposto, la situazione non è migliore. Le formazioni glaciali cilene e argentine, l'Antartide, sono investite dal medesimo fenomeno.

Non occorre tuttavia andare fino ai poli, nell'Artide o nell'Antartide, per rendersene conto. Basta andare sulle nostre Alpi, dove lo zero termico si è alzato di 200 metri negli ultimi vent'anni, situandosi nell'inverno 2002 a circa 1.250 metri sul livello del mare, e dove i ghiacciai, sul versante italiano, sono passati da 838 del 1971 a 807 del 2001. Sono 31 ghiacciai in meno, al ritmo di un chilometro quadrato e mezzo ogni anno (con 43 chilometri quadrati persi negli ultimi trent'anni). Secondo il presidente del comitato glaciologico italiano, Claudio Smiraglia, a questo ritmo i ghiacciai alpini potrebbero finire per estinguersi: "L'accelerazione dello scioglimento negli ultimi vent'anni è stata impressionante". Da quasi un secolo, in realtà, tutti i 4.000 ghiacciai dell'intero complesso delle Alpi, tra Francia, Svizzera, Italia, Austria, Germania e Slovenia, sono in regresso. In conseguenza di ciò: "Prima avremo grandi quantità d'acqua nei torrenti, colate di fango e pietre. I versanti si muoveranno verso il basso riversando enormi quantità di detriti. La montagna sarà instabile e piú pericolosa. Poi l'alta quota sarà secca e si asciugheranno i laghi. La deglaciazione alpina è il segno piú evidente della mutazione del clima. L'ultima estate, quella del 2003, è stata terribile: fondeva anche la vetta del Monte Bianco. La montagna diventa un deserto e le coste vengono sommerse dal mare," ha commentato su "la Repubblica" del 14 dicembre 2003, osservando direttamente l'inverno in corso. Sulla stessa linea è anche Luca Mercalli, presidente della società italiana di meteorologia, secondo il quale, come ha dichiarato lo stesso giorno sempre a "la Repubblica", l'arco alpino reagisce con particolare sensibilità al mutamento climatico. Se negli ultimi 150 anni le temperature medie sono aumentate di 1,1 gradi complessivi, sulle Alpi si registra uno 0,7 in piú, e la temperatura salirà ancora finché non diremo addio ai ghiacciai sotto i 3.600 metri e alle nevicate sotto i 1.500.

Come si vede, gli scienziati russi sarebbero potuti incappare in qualche brutta avventura anche sulle Alpi. E non solo in inverno o in autunno.


Istantanee estive

Commentando la torrida, feroce estate del 2003, che solo in Europa ha provocato almeno 20 mila morti soprattutto fra gli anziani, il professor Giampiero Maracchi, direttore dell'istituto di biometeorologia del CNR di Firenze, che studia da anni i cambiamenti climatici in Italia, ha sostenuto che non si è trattato affatto di un episodio isolato, bensi di una tappa verso un deciso processo di "tropicalizzazione" del nostro clima, che sarà perciò sempre piú segnato da "eventi estremi". Un clima, insomma, davvero out of joint, "fuori dai gangheri" nei quali era rimasto a lungo imperniato garantendo la mitezza e la gradevole variabilità delle quattro stagioni celebrate da Antonio Vivaldi. Un clima "fuori dai gangheri" significa innanzitutto un clima, per molti versi imprevedibile, sicuramente piú pericoloso per noi e per le altre specie viventi di quanto non lo sia mai stato.

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Quando i farisei, per metterlo alla prova, chiesero a Gesú che mostrasse loro un segno del cielo, egli rispose: "Quando si fa sera voi dite: Bel tempo, perché il cielo rosseggia; e al mattino: Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo. Sapete dunque interpretare l'aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi?"


Bush e le nevi del Kilimangiaro

Si potrebbe dire, oggi, che per molti versi interpretare l'aspetto del cielo e distinguere i segni dei tempi sono la stessa cosa. E che a non saper leggere né l'uno né gli altri sono, purtroppo, molte personalità che hanno grande potere e influenza sul nostro ambiente, e quindi sulle nostre vite, a cominciare dalla guida della potenza leader dell'attuale ordine mondiale. "Mentre i giornali scrivono che la calotta di ghiaccio del Kilimangiaro si sta sciogliendo e che i ghiacciai della Groenlandia si stanno sfaldando, il governo statunitense dice che i suoi consulenti scientifici devono approfondire le ricerche prima di compiere qualsiasi passo per ridurre i gas a effetto serra. Gli scienziati hanno risposto di aver già fatto tutte le ricerche possibili," ha scritto "The Guardian" in un'inchiesta sulla progressiva eliminazione delle leggi a protezione dell'ambiente da parte dell'amministrazione Bush: "L'atteggiamento della Casa Bianca nei confronti del riscaldamento globale è stato cosi riassunto dal giornalista Mickey Kaus: 'Non è vero! E non possiamo farci niente!' Invece tutti i politici americani sono terrorizzati dal fatto che è vero e che potrebbero trovare qualche soluzione, ma il prezzo da pagare per l'industria e il tenore di vita americano sarebbe enorme".

All'inizio del 2003, Michael Meacher, Ministro per l'Ambiente di Bush, ha dichiarato: "Nel nostro mondo c'è tanto di sbagliato. Ma la situazione non è grave come crede la gente. È molto peggio". E ha elencato cinque grandi minacce alla sopravvivenza del pianeta: mancanza di acqua potabile, distruzione delle foreste e delle terre coltivabili, riscaldamento globale, abuso delle risorse naturali e incremento demografico fuori controllo. Poco dopo, Michael Meacher è stato sollevato dal suo incarico da George W. Bush, capo del "primo governo della storia moderna," ha scritto "The Guardian", "ad aver sistematicamente respinto i sistemi di controllo e verifica imposti dalle politiche ambientali adottate una generazione fa dalle società occidentali" (gli articoli del "Guardian" sono stati ripresi da "Internazionale" n. 532 del 26 marzo 2004).


Primavere silenziose

Alle origini della moderna sensibilità ecologista c'è proprio la capacità di leggere i segni del cielo - il clima, le stagioni - come segni del tempo, della cultura e della mentalità dominante, degli stili di vita, dei modi di produzione e di consumo. Nella primavera del 1958, Rachel Carson, ecologa e biologa marina, ricevette una lettera dal New England. L'autrice era alga Owens Huckin, una signora della classe media che nel tempo libero amava preparare birdcackes, i dolcetti di frutta, semini e strutto, di cui vanno ghiotti gli uccelli. Nel giardino della signora, però, da qualche tempo nessun uccello veniva piú a mangiare. "Cara dottoressa, dove sono finiti?" scrisse Olga, "Perché non cantano piú?" Rachel Carson, colpita, si mise a studiare il caso, a raccogliere dati, e quello che scopri è davvero all'origine dell'ambientalismo moderno.

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Ma il rapporto forse piú sconvolgente sugli effetti dei cambiamenti climatici non è stato predisposto da un'agenzia per l'ambiente o da un'associazione ecologista. Il 26 gennaio 2004 il settimanale statunitense "Fortune" ha pubblicato un articolo su un Rapporto segreto del Pentagono, di cui era entrato in possesso. Secondo questo rapporto, commissionato dal consigliere alla difesa Andrew Marshall - un uomo di 82 anni, una specie di mito al Pentagono, che da anni influenza fortemente gli orientamenti dei militari americani - nei prossimi vent'anni il cambiamento del clima potrebbe provocare una catastrofe su scala planetaria, con milioni di vittime causate, oltre che dall'ambiente dissestato, da nuove guerre provocate proprio da quel dissesto. In tutto il mondo, secondo il Pentagono, si scateneranno infatti gravissimi disordini e guerre e conflitti anche di tipo nucleare. La rapida, drastica alterazione del clima, infatti, può portare l'intero pianeta in piena anarchia, con i diversi stati spinti a dotarsi di armi nucleari per difendere o procurarsi le sempre piú scarse risorse alimentari, idriche ed energetiche. Si tratta di una minaccia all'ordine e alla sicurezza molto piu grave di quella del terrorismo. "L'esistenza umana tornerà a essere condizionata dalla guerra," conclude il Pentagono. Secondo i due estensori del rapporto - Peter Schwartz, consulente della CIA ed ex-responsabile della pianificazione del gruppo Royal Dutch/Shell, e Doug Randall, del Global Business Network, con sede in California - il cambiamento climatico "non dovrebbe essere oggetto del solo dibattito scientifico, ma dovrebbe diventare una questione rilevante per la sicurezza nazionale".

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L'alba del giorno dopo

Queste politiche "dal basso", come quelle auspicabili sul piano europeo, tentano di misurarsi, reagendo alla crisi in corso, con la prospettiva dello sviluppo sostenibile, vero feticcio e vera chiave di volta di un'alternativa concepita a suo tempo come graduale, ma progressivamente capace di produrre la necessaria svolta di sistema prefigurata da troppi documenti ufficiali e da innumerevoli dichiarazioni di principio. Lester Brown l'ha chiamata "Rivoluzione ambientale" sostenendo che, qualora avvenisse, "verrà ricordata al pari della Rivoluzione agricola e della Rivoluzione industriale" come "una delle piu grandi trasformazioni economiche e sociali della storia umana".

A volte, in questo dibattito, "Rivoluzione ambientale" viene intesa come sinonimo di "sviluppo sostenibile", altre volte come il mezzo per produrlo, quello sviluppo. O anche viceversa. Cosi l'aveva pensato chi, nel corso degli ultimi vent'anni, aveva indicato nella "sostenibilità" il mezzo, il processo, in grado di rispondere alla contraddizione ambientale e al suo nesso con la questione della giustizia economica e sociale. È stata la Commissione Mondiale per l'Ambiente e lo Sviluppo, istituita dalle Nazioni Unite nel 1987 e presieduta da Gro Harlem Brundtland, a utilizzare per la prima volta in modo impegnativo il concetto nel famoso rapporto Our Common Future. L'idea di "sviluppo sostenibile" era sembrata allora la sintesi nuova, la chiave capace di aprire la porta di una nuova epoca. Nel 1992 all'Earth Summit di Rio de Janeiro era poi diventata la parola d'ordine di tutti o, come dirà Kofi Annan, "il principio organizzativo per le società di ogni parte del mondo".

In realtà, diventa soprattutto una nuova retorica, quando non un vero e proprio inganno. L'omaggio che il vizio (industrialismo, consumismo, liberismo sfrenato) rende alla virtú (la "compatibilità ambientale") per poter continuare sulla strada di sempre, come sempre distruttiva e oppressiva (anzi, spingendo la colonizzazione neoliberista fino a nuovi territori: all'essenza stessa del vivente, alla sua manipolazione e commercializzazione). Con la patina nuova dello "sviluppo compatibile" si sono spesso riverniciate le solite vecchie logiche, esattamente come, spesso, la tecnica della Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) viene pilotata e asservita ai soliti vecchi sistemi e alle solite devastanti opere distruggi-territorio e divora-risorse.

Sarebbe interessante anche vedere come la retorica dello "sviluppo sostenibile" abbia rappresentanto l'altro polo del discorso "umanitario" piu generale, che ha sedotto, abbindolato e ipnotizzato buona parte dell'opinione pubblica in questi anni. Esattamente come la retorica dei "diritti umani" ha prodotto nuove guerre "giuste" e nuove colonizzazioni "democratiche", cosí la retorica dello "sviluppo sostenibile" ha dato l'abbrivio a una nuova stagione di consumi e di investimenti finalizzati a riprodurre e rilanciare il modello liberista. Il neoliberismo, e il suo sistema globale, hanno trovato in queste retoriche un linguaggio di copertura, un'ideologia di forte e rinnovata suggestione. Ma sono stati i fatti, e i misfatti, i disastri di queste stagioni, è stata la ripresa impetuosa dei movimenti di critica e di lotta, in ogni angolo del mondo, su infinite scene locali, spesso invisibili, altre volte di grande impatto globale (come a Seattle o a Genova o a Cancun o a Bombay), a rivelarne la vera natura.

La critica a questo improbabile "sviluppo sostenibile", cosí come la critica dell'ingannevole "ideologia umanitaria", specie dopo le "guerre preventive" di Bush e dei suoi alleati, rappresentano la base indispensabile di ogni vero e nuovo ambientalismo. Un approccio che, comunque, in questi anni, si è fatto strada con la percezione, sempre piu diffusa, che non è piu in discussione l'eventualità di un cambiamento climatico, ma il grado in cui si produrrà. E che dunque non si tratta piú di discutere se è anche necessario un cambiamento nel sistema di produzione e di consumo, nelle modalità di alimentazione energetica, negli stili di vita, bensí se questi cambiamenti avverranno in seguito a eventi traumatici, catastrofici, o in seguito a una grande diffusa e nitida presa di coscienza generale. Cosa prevarrà, in questa gara cruciale? La consapevolezza conquistata oppure il diktat delle cose, la violenta eloquenza dei fatti? La grande ripresa di spazio da parte dell'opinione pubblica mondiale, la tenuta e la maturità di grandi movimenti collettivi che chiedono esplicitamente una svolta lasciano sperare che possa prevalere un orientamento nuovo, guidato dalla ragione, dall'intelligenza, dallo stesso istinto di conservazione della specie che sente insidiato il proprio habitat e che finalmente reagisce.

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