Copertina
Autore Adolfo Bioy Casares
Titolo Un leone nel parco di Palermo
SottotitoloRacconti 1948-1962
EdizioneEinaudi, Torino, 2005, Supercoralli , pag. 296, cop.ril.sov., dim. 140x222x22 mm , Isbn 88-06-17321-9
OriginaleLa trama celeste [1948], Historia prodigiosa [1956], Guirnalda con amores [1959], El lado de la sombra [1962]
CuratoreGlauco Felici
TraduttoreGlauco Felici
LettoreRenato di Stefano, 2005
Classe narrativa argentina
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Indice

  V Nota del curatore

    Un leone nel parco di Palermo

  3 La trama celeste
 33 In memoria di Paulina
 49 Sui re futuri
 61 Lo spergiuro della neve
 93 Storia prodigiosa
119 La serva altrui
157 Un'avventura
163 Mosche e ragni
175 Rinverdire
179 Casanova segreto
183 Storia romana
189 La parte dell'ombra
217 L'opera
235 Il calamaro sceglie il suo inchiostro
249 Un leone nel parco di Palermo
259 Gli affanni

283 Un giorno d'autunno, un sentimentale
    di Glauco Felici

 

 

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Pagina 3

La trama celeste


Quando il capitano Ireneo Morris e il dottor Carlos Alberto Servian, medico omeopata, scomparvero da Buenos Aires, un 20 di dicembre, i giornali commentarono appena la notizia. Si disse che erano persone strane, gente complicata, e che una commissione stava indagando; si disse che la scarsa autonomia dell'aereo usato dai fuggiaschi consentiva di affermare che non potevano essere andati troppo lontano. In quei giorni ricevetti un pacco; conteneva: tre volumi in quarto (le opere complete del comunista Louis-Auguste Blanqui); un anello di scarso valore (un'acquamarina sul cui fondo si vedeva l'immagine di una dea dalla testa di cavallo); parecchie pagine scritte a macchina - Le avventure del capitano Morris - firmate C. A. S. Trascriverò quelle pagine.


Le avventure del capitano Morris.

Questo racconto potrebbe cominciare con una qualche leggenda celtica che ci parli del viaggio di un eroe in un paese che si trova dall'altra parte di una fonte; o di un'inespugnabile prigione fatta di teneri rami, o di un anello che renda invisibile chi lo porti, o di una nuvola magica, o di una ragaza che piange nel fondo lontano di uno specchio tenuto in mano dai cavaliere destinato a salvarla, o della ricerca, interminabile e senza speranza, della tomba di re Artú.

Potrebbe cominciare anche con la notizia, che io ho inteso con sorpresa e con indifferenza, secondo cui un tribunale militare accusava di tradimento il capitano Morris. O con la negazione dell'astronomia. O con una teoria su quei movimenti, chiamati pases, con cui si fanno apparire o scomparire gli spiriti.

Tuttavia, io sceglierò un inizio meno stimolante; se non avrà i favori della magia, avrà quelli del metodo. Ciò non comporta un rifiuto del sovrannaturale; tanto meno il rifiuto delle allusioni o invocazioni del primo paragrafo.

Mi chiamo Carlos Alberto Servian, e sono nato a Rauch; sono armeno. Da otto secoli il mio paese non esiste; ma lasciate che un armeno si accosti al suo albero genealogico: tutta la sua discendenza odierà i turchi. «Armeno una volta, armeno sempre». Siamo come una società segreta, come un clan, e sparsi per i continenti, il sangue indefinibile, occhi e naso che si ripetono, un modo di capire e godere la terra, certe abilità, certi raggiri, certe sregolatezze in cui ci riconosciamo, l'appassionata bellezza delle nostre donne, ci uniscono.

Sono, per di piú, scapolo e, come don Chisciotte, vivo (vivevo) con una nipote: una ragazza gradevole, giovane e dinamica. Vorrei aggiungere un altro aggettivo - tranquilla -, ma devo confessare che negli ultimi tempi non lo ha meritato. Mia nipote si divertiva a fare lavori da segretaria e, poiché io non ho una segretaria, lei rispondeva al telefono, scriveva in bella copia e sistemava con un certo intuito le storie mediche e le sintomatologie che io annotavo sulla base delle dichiarazioni dei pazienti (la cui regola comune è il disordine) e organizzava il mio vasto archivio. Praticava un altro svago altrettanto innocente: venire al cinema con me nei pomeriggi di venerdí. Quel pomeriggio era venerdí.

La porta si apri. Un giovane militare entrò nell'ambulatorio.

La mia segretaria si trovava a destra rispetto a me, in piedi, dietro la scrivania, e mi porgeva, impassibile, uno di quei grandi fogli su cui annoto i dati che mi forniscono i pazienti. Il giovane militare si presentò senza esitazioni - era il tenente Kramer - e dopo aver guardato insistentemente la mia segretaria domandò con voce sicura:

- Posso parlare?

Gli dissi di parlare. Continuò:

- Il capitano Ireneo Morris vuole vederla. È tenuto prigioniero all'ospedale militare.

Forse contagiato dalla marzialità del mio interlocutore, risposi:

- Ai suoi ordini.

- Quando andrà? - domandò Kramer.

- Oggi stesso. Sempre che mi lascino entrare a quest'ora...

- La lasceranno entrare, - dichiarò Kramer, e quasi immediatamente uscí.

Guardai mia nipote. Era turbata. Intesi rabbia in lei e le domandai che cosa stesse succedendo. Mi rispose:

- Sai chi è l'unica persona che ti interessa?

Ebbi l'ingenuità di guardare nella direzione che mi indicava. Mi vidi nello specchio. Mia nipote usci dalla stanza, correndo.

Da qualche tempo era meno tranquilla. In piú, aveva preso l'abitudine di chiamarmi egoista. Parte della colpa di ciò l'attribuisco al mio ex libris. Reca triplicemente inscritto - in greco, in latino e in spagnolo - il motto Conosci te stesso (non ho mai sospettato fin dove mi avrebbe portato quel motto) e mi riproduce mentre osservo, attraverso una lente, la mia immagine in uno specchio. Mia nipote ha incollato migliaia di questi ex libris in migliaia di volumi della mia versatile biblioteca. Ma c'è un altro motivo per questa fama di egoismo. Io sono sempre stato metodico, e noi uomini metodici, che siamo immersi in oscure occupazioni e trascuriamo i capricci delle donne, sembriamo pazzi, o sciocchi, o egoisti.

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Pagina 163

Mosche e ragni


Si sposarono per amore. Raúl Gigena non credeva vi fosse al mondo un posto sicuro quanto la casa paterna, ma Andrea, sua moglie, gli disse che per non perdere quell'amore avrebbero dovuto vivere da soli. Poiché non voleva contrariarla, decise di lasciare la provincia, di lanciarsi all'avventura. Ottenne, grazie a un parente che lavorava in una cantina, una rappresentanza di vini; ritirò dalla banca i suoi risparmi e partí, con Andrea, per Buenos Aires. Appena arrivarono, decise di acquistare una casa, un po' per far piacere ad Andrea, un po' per investire razionalmente il denaro: a quei tempi diceva che di rado si recupera ciò che si spende in affitti e pensioni. Non conoscevano nessuno, scoprivano la città, erano giovani, erano innamorati; la ricerca della casa lasciò loro ricordi felici. Trovarono, in Ramos Mejía, una vecchia rimessa, che avrebbero potuto facilmente trasformare in un'abitazione molto soddisfacente; era stata una dipendenza della villa di non so chi; veniva venduta insieme a un piccolo giardino, ornato di un arancio, decisamente perfetto, che allora era coperto di fiori. Per otto giorni parlarono della rimessa, delle modifiche che vi avrebbero apportato, di come vi si sarebbero sistemati; il prezzo che chiedevano era alto, ma Raúl lo avrebbe accettato, quando gli proposero, in calle Cràmer, a pochi passi dalla stazione Colegiales, una grande casa cadente, a condizioni che lui stesso definí tentatrici.

Ciò che fece pendere alla fine la bilancia a favore della grande casa fu che i suoi molti difetti nascondevano altrettanti vantaggi. La vista, sui binari, non era allegra, e il continuo transito dei treni produceva molto rumore, e anche vibrazioni, cui ci si sarebbe dovuti abituare; ma, esaminate con equanimità, queste noie non corrispondevano forse a una specie di messaggio cifrato, che rivelava all'acquirente una valida verità: lei non avrà difficoltà per arrivare in centro, né per tornare? Quanto all'aspetto deprimente dell'edificio, costituiva un altro elemento a favore, perché avrebbe indubbiamente contribuito a moderare il prezzo di una cosí considerevole quantità di metri di terreno situati nella zona migliore della capitale.

Andrea si lasciò convincere dalle ragioni del marito; non ricordò piú la rimessa di Ramos Mejía; pensò soltanto a sistemare la grande casa. Spiegava:

- Ne sistemeremo soltanto una parte, non di piú, ma quella parte la cambieremo completamente. Non vi devono restare tracce di quelli che hanno abitato qui. Chi può sapere quali fluidi ci potrebbero mandare.

Anche se si sistemarono in tre stanze e chiusero le altre, spesero parecchio denaro. Le stanze che occupavano erano molto gradevoli, ma la sola esistenza delle altre, chiuse e vuote, affliggeva Andrea. Raúl non tardò a porvi rimedio.

- Capisco ciò che provi, - disse. - È come se vivessimo in una casa abitata dai fantasmi. Credo di aver trovato la soluzione. Accoglieremo, per qualche tempo, alcuni ospiti. Non ci saranno piú stanze vuote, che è la cosa piú importante, e ci rifaremo di quanto abbiamo speso.

Portarono le loro cose al piano di sopra; quello sottostante lo dedicarono ai pensionanti. Andrea si rassegnò. Non sarebbero stati piú soli, ma dividere la casa con gli sconosciuti che invia il caso non è come dividerla con persone di famiglia, che si credono in diritto di dirigere le nostre vite e di ridire su tutto. Seguendo le minuziose raccomandazioni del marito, Andrea gestiva la pensione in economia. Ben presto ne ricavarono una rendita consistente. Il merito non era esclusivamente dello spirito organizzativo e ordinato di Raúl; lei aveva sistemato le stanze in modo ammirevole. era un ottima governante, un ottima cuoca e (forse la cosa piu importante) era anche una donna incantevole; con la sua dolcezza, con la sua giovinezza, con la sua bellezza, affascinava tutti quelli che le stavano vicino; il suo carattere era altrettanto buono, non si lagnava mai, anche se qualche volta rimproverava Raúl:

— Mi lasci troppo tempo da sola.

Il giorno in cui suo marito avrebbe mantenuto la promessa di rinunciare alla rappresentanza di vini, il pomeriggio non avrebbero piú dovuto separarsi. Anche se non era piú indispensabile - la pensione era un buon affare -, a Raúl dispiaceva abbandonarla, perché costituiva una valida fonte di guadagno. Per conquistare il consenso di Andrea spiegava: «È denaro che ottengo senza fatica». Su questo punto mentiva perché ogni sera rientrava sempre piú stanco, e quando finalmente si metteva a letto, accanto alla moglie, immediatamente cadeva addormentato. Non immaginiamolo come un uomo impaziente perché afflitto dalla sua sfortuna; ci risulta che fosse felice.

Il primo pensionante che presero fu Atilio Galimberti, Atilio l'attillato, secondo la fortunata definizione dell'altro cliente della pensione, che si chiamava Hertz. Abbastanza giovane, di bell'aspetto, Galimberti lavorava in un negozio, due volte alla settimana giocava a tennis, senza dubbio frequentava il sindacato e godeva, nel quartiere, della fama di dongiovanni (con intento ironico, Hertz commentava: «È un leone con le donne»). Galimberti, per la smania di appendere le fotografie delle sue ammiratrici, aveva rovinato con i chiodi la carta sulle pareti: e questa era una cosa che Andrea non si decideva a

[...]

 


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