Copertina
Autore Norberto Bobbio
Titolo Contro i nuovi dispotismi
SottotitoloScritti sul berlusconismo
EdizioneDedalo, Bari, 2008, Libelli vecchi e nuovi 8 , pag. 114, cop.fle., dim. 12,5x21x1 cm , Isbn 978-88-220-5508-8
PrefazioneEnzo Marzo, Franco Sbarberi
LettoreRiccardo Terzi, 2008
Classe politica , paesi: Italia
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Indice


L'ultima battaglia di un "demonizzatore"    5
di Enzo Marzo

Separatismo liberale                        11

Quell'Italia modello Berlusconi             14

La sinistra fa paura all'Italia             17

«Autoritario o sprovveduto?»                19

Il partito fantasma                         22

Il diritto di fare domande                  25

Insisto, chi finanzia Forza Italia?         27

I poteri e le leggi                         31

La democrazia precaria                      34

Confine tra politica e potere Tv            37

Il disfattismo di Bertinotti                40

Il conflitto e il suo vero nodo             42

La lezione dei 12 referendum                44

La regola della democrazia                  47

Ambra e l'unto del Signore                  49

L'accanimento degli antiazionisti           51

La fine della sinistra                      55

«Sconcertato e sconfortato»                 58

Italica follia                              63

«Questa destra non è liberale»              66

Vince con la pubblicità                     69

Appello contro la Casa delle Libertà        70

Può un politico dirsi "unto del Signore"?   72

Un partito eversivo                         74

L'uomo tirannico                            81

Le sfide neoilluministiche di Bobbio
di Franco Sbarberi                          83


 

 

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Pagina 5

L'ultima battaglia di un "demonizzatore"
Enzo Marzo



Di certi difetti sostanziali anche in un popolo "nipote" di Machiavelli non sapremmo capacitarci... Il fascismo in Italia è una catastrofe, è un'indicazione di infanzia decisiva, perché segna il trionfo della facilità... Il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l'autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi; che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco.

Piero Gobetti, 1923


Mi trovo spesso a domandarmi se il berlusconismo non sia una sorta di autobiografia della nazione, dell'Italia d'oggi.

Norberto Bobbio, 1994


Alla fine del 1997, Norberto Bobbio scrisse a "Critica liberale" una lettera per rispondere a un nostro invito a "non tacere". Bobbio in una prefazione aveva giurato a se stesso di tirarsi da parte e di rinchiudersi nei suoi studi. Capivamo le ragioni del nostro presidente onorario, tuttavia non ci rassegnavamo alla perdita nella lotta politica della sua voce così autorevole e così intransigente. Certo, la vittoria elettorale del 1996 sembrava offrire un periodo più quieto, ma "Critica" era ben consapevole dell'inconsistenza delle classi dirigenti del centrosinistra, prive di solidi punti di riferimento etico-politici e proprio per questo incapaci di avvertire fino in fondo i pericoli per la democrazia insiti nel fenomeno berlusconiano. E di regolarsi di conseguenza. Profezia fin troppo facile. Così tirammo per la giacca il vecchio professore. Nella replica a noi scrisse di rimanere del suo parere, ma noi che lo conoscevamo bene sapevamo che prima o poi avrebbe ceduto. Se ce ne fosse stato bisogno. E infatti, quando fu necessario, Bobbio dimenticò la vecchia promessa a se stesso e tornò a combattere, con la lucidità di sempre e con un consapevole pessimismo. Così nel 2001 la sua ultima testimonianza contro Berlusconi vide proprio un'alzata di scudi oggettivamente berlusconiana di alcuni politici e intellettuali che ancora si proclamavano di sinistra. Tristezza. Nella sua lettera Bobbio scrisse: «L'ultima battaglia l'ho condotta senza indulgenze contro Berlusconi e il "non-partito" di Forza Italia». Abbiamo sempre saputo che per lui era un cruccio.

Peccato che dopo la sua morte si sia discusso pochissimo del tipo di opposizione in cui aveva creduto Bobbio. La sua rimozione è stata pressoché completa. Prima si è sancito che Berlusconi era scomparso, che bisognava pensare al futuro, distrarsi. Poi, malvolentieri tutti hanno dovuto prendere atto che sì, in effetti, Berlusconi esisteva ancora, più forte, più ricco e più monopolista che mai. Traboccanti di profezie fallite, di mancate promesse, di complicità sotterranee, di doverose dimissioni non date, i dirigenti della sinistra italiana hanno continuato a distorcere la realtà affannandosi a dipingere il sistema politico sommosso da novità strabilianti. Qualcuno si è azzardato persino a proclamare chiusa la Seconda Repubblica. Quando ancora si deve chiudere la Prima, di cui questo ultimo quindicennio non è che il fetido strascico sfibrato. E gestito con maggiore sfrontatezza dai personaggi un tempo di terza fila.

Basta leggere queste pagine scritte dal pessimista Bobbio in tempi non sospetti per scoprire che i suoi timori erano più che fondati, erano il preannuncio della decadenza del nostro Paese e delle sue classi dirigenti. E non perché negligenti o incapaci di contrastare Berlusconi, ma perché essi stessi facile terra di conquista del berlusconismo. E un primo abbozzato disegno scientifico di cosa sia il berlusconismo come categoria politica e mentale è proprio qui. Leggendo, come non ripensare a Gobetti che vedeva nel fascismo l'autobiografia della nostra nazione, o addirittura al Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani?

Quindi, come in un incubo ricorrente, viviamo un male che viene da lontano, che ci impedisce di entrare davvero nella modernità, impastato com'è di oscurantismi e arretratezze di vario genere come il clericalismo sfacciato, il capitalismo sregolato e d'avventura, la vuota spregiudicatezza dei post-comunisti, l'immoralità pubblica innalzata a valore, l'agonia dello stato di diritto. Quando il Potente dichiara di «essere commosso» perché il reato era stato sì consumato ma il Giudice è stato costretto ad assolverlo solo perché glielo ha impedito una legge ad hoc varata nel frattempo dal Potente stesso, si sta a un passo dal fondo. Ma quando di fronte a quella dichiarazione il Capo della parte avversa tace e avalla e legittima, quel passo è compiuto. Quando il Ministro della Giustizia giustifica i suoi guai giudiziari con la formula del "così fan tutti", siamo anche qui a un passo dal fondo, ma quando il Parlamento lo acclama, siamo già oltre. Inutile nasconderci la realtà: in ogni settore, dall'economia al sociale, dalla cultura alla moralità pubblica, dalla ricerca all'imprenditorialità, tutti gli indici europei ci dicono che il nostro Paese è scivolato velocemente verso gli ultimi posti. Smarrito il senso della "differenza" e della "politica" abbiamo perduto il controllo di intere regioni, in provincia spesso l'omogeneità delle classi politiche è pressoché completa. Quasi dovunque dominano "comitati d'affari" che inquinano le amministrazioni. Altri degradi sono difficili a misurarsi, ma che dire della corruzione della nostra stessa lingua, del senso forte di precarieta, di insicurezza e di impunità che inquieta il Paese, del complotto destra-sinistra che confisca al cittadino ogni possibilità di scelta dei propri rappresentanti?

Tutto questo sarebbe risanabile se esistesse una classe dirigente consapevole delle cause della crisi. Nel 1922 Gaetano Salvemini, un maestro di Bobbio, scrisse che era inutile «cercare la salvezza nel mutare gli ordinamenti costituzionali» e irrideva al fatto che si pensasse di rimediare «cambiando legge elettorale». Siamo alle solite. Al "politicume". I politici del centrosinistra faranno pagare al Paese per molto tempo e assai caro il tradimento del proprio elettorato nel 2006. Con una terribile legislatura berlusconiana alle spalle, forze assai disomogenee, da Fisichella a Turigliatto, erano state costrette a correre ai ripari. La stessa azione di governo ad personam imponeva a tutti gli altri di mettersi assieme in un fronte eterogeneo ma unito su un solo punto: la riparazione dei guasti prodotti dal regime berlusconiano. Si cominciava a capire che per esserci un regime non era necessario il manganello mussoliniano, bastava il manganello mediatico, o la dittatura della maggioranza parlamentare.

Il Comitato di Liberazione Nazionale si fa, ma non si dice. Anzi, ci si arrabatta persino a scrivere un programma politico onnicomprensivo, come se questo sia concepibile tra visioni del mondo spesso opposte. Commovente è l'ostinazione con cui ci si rifiuta di dire lealmente qual è il senso politico dell'alleanza elettorale. Anzi, si fa di tutto per occultare il significato dell'"unione sacra", rinunciando a criticare il berlusconismo, a metterne in luce significati, comportamenti, disvalori. Meno si parla dell'avversario e meglio è. E l'avversario ricambia benignamente dimenticandosi in campagna elettorale delle malefatte diessine. I risultati sono noti. Si vince lo stesso per pochi voti, ma la sconfitta verrà dopo. Appunto, tradendo gli elettori. Non solo non si dice, ma neppure si fa. Il centrosinistra lungo due legislature in cui ha governato non solo non è riuscito, ma non si è posto neppure il problema di blindare la Costituzione dalle probabili manomissioni, non ha affrontato in modo serio né il monopolio televisivo né il conflitto d'interessi, non ha disinquinato la democrazia, non ha ripristinato minime regole di legalità, non ha abrogato il "Porcellum". Ha cancellato, invece, il senso emergenziale e provvisorio della propria alleanza. Ha negato le qualità specifiche della crisi in cui è precipitato il Paese. rimasto in balìa delle proprie diversità. Così si è suicidato.

Per ora il berlusconismo ha dilagato. Dobbiamo avere il coraggio di ammetterlo. Bobbio aveva ragione. Lui così pessimista sempre, se ha fatto un errore, è per difetto. Le crisi storiche hanno due vie d'uscita: o una piena assunzione di responsabilità delle classi dirigenti che così riescono a rinnovarsi e a rinnovare la propria rappresentanza politica o la solita scorciatoia populista e demagogica. Ci sembra che non ci siano tante speranze. Il populismo e la demagogia dominano tutti i fronti, persino quello che pensa di contrapporsi virtuosamente alla "politica". Quello che Bobbio definì "non-partito" ha fatto scuola e, mentore Ferrara, è diventato il modello della nuova formazione "a vocazione maggioritaria". Il cerchio si chiude: i nuovi leader copiano i vecchi, prima si fanno applaudire plebiscitariamente, poi decidono in solitudine nomenclature, candidature, programmi. Svegliandosi una mattina, mutano rotta politica di centottanta gradi. Fanno accordi "di cartello" con la concorrenza. La plebe segue. Nuovi dispotismi? Sì, anche; ma pure tanta paccottiglia dispotica trita e ritrita.

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Pagina 14

Quell'Italia modello Berlusconi
["La Stampa", 20 marzo 1994]



Sono bastati a Silvio Berlusconi poco più di due mesi per diventare il protagonista di questa campagna elettorale. Il protagonista e l'antagonista. Protagonista, perché è riuscito col suo movimento, nonostante gli scatti d'ira del senatore Bossi (ma... can che abbaia non morde), a riunire gli scomposti frammenti della destra.

Antagonista, perché sta diventando l'unico bersaglio del polo cosiddetto progressista, ormai quasi indulgente verso Fini, il nemico storico, e del centro: oggetto di vituperi e sberleffi, parlati, scritti, gridati, filmati, di libelli scandalistici e di cronistorie velenose. Un fenomeno senza precedenti. Mi rivolgo agli studiosi di politica, agli storici, ai sociologi, per sapere se sia accaduto qualche cosa di simile in Italia o in un altro Paese qualunque. C'è una spiegazione? Un'altra delle tante anomalie italiane? Si sa bene che nelle grandi crisi storiche salgono improvvisamente alla ribalta uomini venuti dal nulla. Bossi è il classico esempio di questi uomini senza storia. Ma si ha l'impressione che sia destinato a tornare rapidamente nel nulla da dov'è venuto. Berlusconi, no. Prima di buttarsi, come egli stesso ha detto, in politica, era un uomo già notissimo, ma sino all'altro ieri anche il più chiaroveggente degli osservatori non aveva previsto che sarebbe entrato fragorosamente sulla scena politica, dopo essere stato un abile e fortunato uomo d'affari, un uomo di spettacolo, l'impresario della squadra di calcio più coronata in questi ultimi anni. Vi è entrato subito da primo attore e, a giudicare dalla campagna elettorale e dalle previsioni che se ne possono trarre, destinato per ora a restare tale. Difficile trovare una spiegazione. Se ne possono trovare tante, ma nessuna del tutto soddisfacente. Si può cercare di attenuare la novità del fenomeno, osservando che le reti per questa pesca così fortunata le aveva gettate nascostamente di notte prima di tirarle su alla luce del giorno. Fuor di metafora, la sua comparsa in pubblico come capo di un movimento politico era stata preparata da tempo. Il dubbio: "Mi butto o non mi butto?", è stata un'abile finzione, una domanda retorica, uno stratagemma per creare uno stato di attesa. Tutto non solo era già pronto per dare inizio alle grandi manovre: tutto era già deciso. Ciò non toglie che l'ascesa sia stata rapidissima, impetuosa, sbalorditiva. Bisogna anche riconoscere che un fenomeno di questa natura è stato favorito dalle prime elezioni, dopo tanto tempo, a prevalente collegio uninominale. Per ottenere un buon successo in un sistema proporzionale occorre avere alle spalle un partito, e un partito non si organizza in pochi mesi. Per far vincere un candidato in un collegio di poche migliaia di persone basta un comitato elettorale. "Forza Italia" non è un partito: è un insieme di comitati elettorali sparsi un po' dappertutto nel Paese. La formazione di un partito richiede tempo, la sua fortuna richiede un radicamento storico. Per la formazione di un comitato elettorale pochi mesi possono bastare. Tuttavia, la spiegazione più frequente e anche più facile viene trovata nella constatazione di una videocrazia trionfante, ovvero del trionfo del potere che si esercita non più soltanto attraverso la parola parlata, che pochi sono disposti ad ascoltare, o quella scritta che pochissimi hanno tempo per imprimersi nella mente, ma attraverso l'immagine che entra insistentemente nelle case di tutti, e si fissa nella memoria ben più che un discorso. A tutti è capitato di sentirsi dire: «L'ho vista in televisione», ma alla domanda: «Di che cosa parlavo?», di sentirsi rispondere: «Non ricordo». Però non tutti sono egualmente padroni della propria immagine. Sia permesso dire a uno come me che di televisione non s'intende molto che c'è immagine e immagine. Ci sono oratori simpatici e antipatici, divertenti e noiosi. Lo stesso accade per coloro che si presentano sullo schermo di una televisione.

Berlusconi, la sua immagine, la sa usare benissimo, da uomo che se ne intende o ha avuto ottimi consiglieri. In questi giorni un amico mi ha fatto un'osservazione giustissima. Nelle sue apparizioni il signore della Fininvest si presenta sempre più (dico "sempre più" perché anche lui sta imparando il mestiere) come uno dei più perfetti personaggi degli spot televisivi graditi al pubblico.

Sorride, o meglio mostra un largo sorriso che riflette una mente senza dubbi, un pensiero non offuscato da nubi, di persona che sa quel che vuole ed è soddisfatta di sé. Si vede che il prodotto di cui si fa banditore gli piace, e piace a chi gli sta vicino e lo attornia festosamente, quasi per carpirgli il segreto di questa sua felicità. Mi trovo spesso a domandarmi quale pubblico mai possa essere incantato dalla maggior parte dei messaggi televisivi che esaltano la qualità di una merce. Generalmente io li trovo orrendi.

So che non comprerò mai un biscotto o una crema da barba il cui acquisto mi hanno voluto imporre attraverso quelle scene un po' melense di felicità illusoria. Ma so anche che se queste scenette vengono rappresentate e si spendono somme favolose per trasmetterle, ci sono molti miei simili, ma dovrei dire dissimili, che le apprezzano e si precipitano nel primo negozio a comprare la merce raccomandata. Temo, come vedete, di essere un pessimo giudice di quel che accadrà il 27 marzo. Ma mi trovo spesso a domandarmi se il berlusconismo non sia una sorta di autobiografia della nazione, dell'Italia d'oggi.

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Pagina 69

Vince con la pubblicità
["Reset", n. 64, gennaio-febbraio 2001]



Tra i sociologi è sempre vivo il dibattito se il successo di un prodotto dipende dalla sua bontà e dalla sua reale superiorità su altri prodotti simili oppure dalla abilità con cui viene presentato al pubblico, soprattutto dopo l'avvento della televisione, la cui efficacia per creare consenso è superiore ad ogni altro mezzo di comunicazione. Perché quello che vale nella sfera del mercato non potrebbe valere nella sfera della politica, tra i prodotti della quale primeggiano i programmi elettorali? Siamo proprio sicuri che la maggiore credibilità della destra berlusconiana derivi non da una meditata valutazione positiva della sua azione politica, ma dai mezzi impiegati per farla conoscere? Quale partito oggi può gareggiare con la dispendiosità, la spregiudicatezza, la spudoratezza della propaganda che Forza Italia fa di se stessa attraverso i grandi manifesti che hanno inondato le nostre città e i nostri paesi? Non vediamo, in questi giorni in cui scrivo, apparire addirittura uno di questi grandi manifesti in cui Berlusconi augura buon Natale a tutti gli italiani? Chi può escludere che contino presso la "gente" più le promesse sbandierate con una propaganda così assillante e ossessiva, e magari anche gli auguri di Natale, che non le azioni positive della sinistra che "Reset" cita, ma non sono sufficientemente conosciute perché non trasmesse al pubblico, almeno non con gli stessi mezzi?

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Pagina 70

Appello contro la Casa delle Libertà
[8 marzo 2001]



Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone, Alessandro Pizzorusso, Paolo Sylos Labini:

necessario battere col voto la cosiddetta Casa delle Libertà. Destra e sinistra non c'entrano: è in gioco la democrazia. Berlusconi ha dichiarato di voler riformare anche la prima parte della Costituzione, cioè i valori fondamentali su cui poggia la Repubblica italiana. Ha annunciato una legge che darebbe al Parlamento la facoltà di stabilire ogni anno la priorità dei reati da perseguire. Una tale legge subordinerebbe il potere giudiziario al potere politico, abbattendo così uno dei pilastri dello stato di diritto.

Oltre a ciò Berlusconi, già più volte condannato e indagato, in Italia e all'estero, per reati diversi, fra cui uno riguardante la mafia, insulta i giudici e cerca di delegittimarli in tutti i modi, un fatto che non ha riscontri al mondo. Ma siamo ancora veramente un Paese civile?

Chi pensa ai propri affari economici e ai propri vantaggi fiscali governa malissimo: nei sette mesi del 1994 il governo Berlusconi dette una prova disastrosa. Gli innumerevoli conflitti di interesse creerebbero ostacoli tremendi a un suo governo sia in Italia, e ancora di più, in Europa. Le grandiose opere pubbliche promesse dal Polo dovrebbero essere finanziate almeno in parte col debito pubblico, ciò che ci condurrebbe fuori dall'Europa. A coloro che, delusi dal centrosinistra, pensano di non andare a votare, diciamo: chi si astiene vota Berlusconi. Una vittoria della Casa delle Libertà minerebbe le basi stesse della democrazia.


Il pericolo per Berlusconi costituito da questo appello, che tentava di correggere l'impostazione dalemiana e di tutto il centrosinistra data alla campagna elettorale, fu immediatamente percepito dalla destra e dai cosiddetti terzisti, che reagirono con un contr'appello pubblicato sul "Foglio" di casa Arcore:

«Crediamo che alle prossime elezioni politiche si debba votare liberamente, consapevolmente e serenamente secondo le idee e le inclinazioni di ciascuno. Siamo convinti che non sia in atto uno scontro tra civiltà e barbarie. L'attuale maggioranza di governo e la coalizione delle opposizioni hanno pieno e legittimo diritto di essere giudicate in modo maturo e meditato. L'enfasi emotiva, lo smodato attacco personale e la trasformazione della campagna elettorale in un conflitto finale in difesa della democrazia in pericolo sono strumenti di un vecchio arsenale ideologico che ha già recato danni gravi al Paese e alla credibilità delle sue classi dirigenti, politiche e intellettuali».

Firmarono Franco Debenedetti, Luciano Cafagna, Michele Salvati, Paolo Mieli, Augusto Barbera. superfluo notare che questa linea politica del "Foglio", negli anni successivi, è stata fatta propria dalla stragrande maggioranza delle forze dell'Unione e, in seguito, ufficialmente adottata dal Partito democratico di Veltroni [N.d.C.].

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