Copertina
Autore Giorgio Bocca
Titolo Basso impero
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2003, Serie Bianca , pag. 168, dim. 142x220x14 mm , Isbn 978-88-07-17085-0
LettoreRiccardo Terzi, 2003
Classe politica , guerra-pace
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Indice

  7  1. Il secolo americano

 19  2. Dio è con noi

 29  3. La democrazia controllata

 39  4. Le guerre

 53  5. L'impero

 63  6. Informare per consumare

 81  7. Terrorismo chiama terrorismo

 91  8. La ricostruzione

 99  9. L'Europa antiamericana

109 1O. Cortigiani e machiavellici

115 11. L'occupazione impossibile

123 12. Un impero nato male

133 13. La provincia dell'impero

139 14. Il simil Bush

147 15. L'Editto di Arcore

 

 

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Pagina 9

I realisti, i machiavellici hanno vinto, la bandiera a stelle e strisce sventola su Bagdad, si è ristabilito l'ordine asimmetrico per cui un morto americano conta più di mille morti iracheni, il cavalier Berlusconi è un genio perché ha fatto i suoi giri di valzer fra Bush, il Papa, l'Europa e Bossi. l'ora di fare un bilancio di questa gloriosa avventura. Abbiamo cancellato le speranze sorte nel 1945 dopo le stragi della Seconda guerra mondiale, distrutto in un colpo solo le strutture di un diritto internazionale, le Nazioni Unite, l'Unione europea, la Fao, il patto di Kyoto per la difesa dell'ambiente, siamo tornati alla antica, naturale legge della giungla, dell' homo homini lupus, al divide et impera, alla guerra continua. Abbiamo finalmente fatto una guerra come si deve, in cui quelli con la pelle bianca mandano in prima linea quelli con la pelle nera per sconfiggere i terroristi con la pelle marrone e per difendere da quelli con la pelle gialla il paese americano, benedetto da Dio, che è stato rubato a quelli con la pelle rossa, come si canta nel musical Hair. Nel giro di una ventina di giorni abbiamo fatto di un miliardo e passa di musulmani, dall'Atlantico all'Indonesia, un immenso serbatoio di odio contro l'Occidente; chiunque con la pelle bianca si avventurerà nelle terre dell'Islam lo farà a suo rischio e pericolo. Abbiamo riaffermato la legge del ricco sempre più ricco; il paese benedetto da Dio, ricchissimo per doni naturali, sarà padrone anche del bene naturale altrui, il petrolio. Non è giusto? Via, siamo realisti: l'Occidente ricco deve pur poter disporre del settanta per cento delle risorse energetiche, perché, come ha detto il presidente Bush, "il livello di vita degli Stati Uniti è fuori discussione" e agli Stati Uniti aggiungiamo pure quelli del G7, gli stati più industrializzati del pianeta. La Francia e la Germania non sono d'accordo? Tranquilli, realisticamente anche loro arriveranno a una felice intesa. L'impero è tornato a regnare sul mondo, diretto dagli uomini dell'intelligence americana, dei dottor Stranamore come Dick Cheney, definito da Henry Kissinger "l'uomo più cattivo che abbia mai conosciuto". Alcuni ministri dell'attuale governo Bush sedevano nel consiglio di amministrazione della Carlyle, una corporation che aveva fra i suoi soci la famiglia di Osama bin Laden. Ma non c'è nulla di strano: nell'ultima guerra mondiale la Fiat era proprietaria nel Congo di miniere di metalli che servivano all'industria degli Stati Uniti, in guerra contro l'Italia. Ma la Fiat continuò a rifornire gli americani che in cambio bombardarono la Torino di piazza San Carlo ma risparmiarono gli stabilimenti Fiat partecipando a un doppio anzi triplo gioco per cui il nazista Lammers, controllore della produzione industriale nell'Italia occupata, evitava la deportazione degli operai del senatore Agnelli. Il gruppo di comando della maggior potenza mondiale è convinto che Dio stia dalla sua parte, dalla parte del Bene, e che gli altri stiano dalla parte del Male. Chi sono gli altri, gli stati canaglia, gli stati rogue, per dire cattivi, rozzi, barbari? Sono quelli che decide il paese del Bene che a suo insindacabile giudizio può dannarli come perdonarli, come sta facendo con l'impero o l'Asse del Male, l'Unione Sovietica, ora in via di redenzione. Dite che questo nuovo ordine è il solito in cui il più forte fa e disfa a suo piacimento? Ebbene sì, ma questo fornisce la "pianta storta dell'umanità". Dunque realisticamente attacchiamo il carro dove vuole il padrone e avviamoci tutti assieme verso l'American Century, il secolo americano, anche se non sappiamo bene se i nostri figli e nipoti ne vedranno la fine.

Subito dopo la tragedia dell'11 settembre 2001 la madre del presidente George Bush gli chiese: "Che cosa possiamo fare per dare un aiuto all'America?". Lui rispose: "Compera, compera, compera". Lo shopping è il motore dell'economia americana: gli Stati Uniti hanno una popolazione che è il sette per cento di quella mondiale ma consuma il trenta per cento delle risorse mondiali. Ogni americano dispone di energia come sei messicani, trentotto indiani, cinquecento etiopi e dagli anni settanta i consumi sono raddoppiati. A ricordare queste cose si passa per comunisti o moralisti. Cecil Rhodes, il grande colonialista, diceva agli inglesi: "Dobbiamo trovare nuove terre da cui ricavare facilmente materie prime e una manodopera sottopagata". Adesso Bush dice agli americani che bisogna combattere il terrorismo e portare la democrazia in tutto il mondo, ma senza toccare il livello di vita americano. Come? Il problema del nostro tempo è tutto qui.

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Pagina 55

Il manifesto dell'impero


Dopo l'attentato terroristico alle torri di Manhattan si disse: nulla sarà più come prima. Di certo dopo quella strage l'immagine dell'America è cambiata, è uscita dal mito per rientrare nella politica, nella storia. E l'iniziativa di questa grande revisione è partita non da noi europei ma dal gruppo di comando americano; sono i ministri e gli ideologi di Bush che hanno voluto farci sapere come stesse nascendo l'impero americano, quali erano i suoi progetti, a cui si era lavorato già nel Manifesto dell'anno 2000. Già in quell'anno gli uomini di Bush riuniti nel Pnac, il Project for the New American Century, avevano stilato il programma del liberismo radicale, dell'integralismo capitalista, del globalismo economico, dell'espansione militare estesa a tutti i continenti, continua nei tempi, preventiva nella strategia. In sunto: il mondo può salvarsi solo se governato o controllato dal paese del Bene, dal popolo eletto. Bisogna essere prudenti nell'esercitare il potere e nel realizzare il progetto, ma le sorti del mondo nel Ventunesimo secolo sono nelle mani degli Stati Uniti che "dovranno modellare le circostanze e affrontare le difficoltà prima che le forze nemiche attacchino". necessario costruire, si dice, testualmente, "sui successi del secolo scorso e rafforzare la nostra grandezza nel prossimo". Un Manifesto firmato non da innocui professori o politologi ma da Jeb Bush, fratello del presidente, e da ministri e consiglieri in carica come Dick Cheney, il vicepresidente, Steve Forbes, Paul Wolfowitz, Donald Rumsfeld, Dan Quayle. La conclusione è: "La guerra non è un rischio ma un'opportunità".

Si resta stupefatti e impotenti di fronte a un gruppo dirigente che rende noto un simile progetto un anno dopo l'attentato dell'11 settembre del 2001 intitolandolo "Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti". Non si parla della sicurezza del mondo e neppure di quella degli alleati, ma di quella americana, nazione eletta, perché, come dice Bush, "abbiamo la garanzia che nulla potrà separarci dall'amore di Dio".

Che tradotto in politica diventa la realizzazione compiuta del capitalismo, un capitalismo che favorisce il declino degli stati nazionali sostituendovi una sovranità mondiale fondata sulla forza militare e sul consenso alla Way of life americana, al suo modello unico, al suo pensiero unico. Forza militare e globalismo economico procedono di pari passo: tutti consumano le stesse cose in ogni parte del mondo, si vestono, fanno sesso, mangiano, si svagano allo stesso modo, felicemente indebitati ed eterodiretti, in una sorta di ipnosi in cui si vede e quasi si tocca quello che non c'è, le belle donne della televisione, il successo alla portata di tutti e l'asimmetria protettrice verso gli altri, che in fondo è stata l'architettura di tutti gli imperi.

Che cosa ha chiesto al suo popolo il presidente americano nei giorni della tragedia: "Comperate di più, tenete in vita il sistema" per cui comperare, consumare equivale a essere. Tacito si chiedeva se era possibile convivere con un regime dispotico. La risposta è: sì, purché il dispotismo sia legato al consumismo.

Il progetto imperiale ignora i grandi problemi del mondo, la fame, la sete, la difesa dell'ambiente e non si preoccupa delle diseguaglianze sociali, dato che esse giovano in modo scoperto alla "classe regale" degli Stati Uniti. Basta scendere dalla teoria alla pratica, basta vedere da chi è composto il gruppo di comando. Il vicepresidente Cheney è conosciuto nel Parlamento americano per aver votato contro tutte le leggi progressiste e sociali, dal finanziamento pubblico delle scuole ai sussidi per i disoccupati, dalle campagne per la liberazione di Mandela al finanziamento federale degli aborti anche nei casi di stupro e incesto. Amministratore dell'Halliburton, una società di servizi petroliferi. Il ministro della Giustizia Ashcroft è un sostenitore della pena di morte, ha firmato sette esecuzioni capitali, difende i privilegi della grande industria farmaceutica, ha ricevuto donazioni dalla At&t, dalla Monsanto, dalla Microsoft; il suo primo atto come ministro è stato l'annuncio che i dati concernenti l'acquisto di armi dovevano essere distrutti. Il ministro del Tesoro O'Neill ha permesso all'Alcoa di emettere sessantamila tonnellate di anidride solforosa nelle campagne del Texas. Il ministro della Difesa Don Rumsfeld è stato membro di vari consigli di amministrazione di multinazionali e così tutti gli altri fedelissimi di Bush sino alla Condoleezza Rice che, per servizi resi alla Chevron, ha visto battezzare con il suo nome una petroliera da centotrentamila tonnellate. Non mancava, sino alla sua recente condanna, Kenneth Lay, l'amministratore della Enron, principale responsabile della gigantesca truffa che ha derubato un fondo pensioni e migliaia di risparmiatori. E il superfalco Richard Perle, presidente del comitato di difesa, ha accettato un lavoro per la Global Crossing che gli rende settecentomila dollari. Quanto al ministro dell'Energia Spencer Abraham, ha approvato le trivellazioni petrolifere nell'Alaska e si è opposto al progetto per le energie rinnovabili.

Una bella compagnia di forti appetiti. Nulla sarà più come prima, si è detto. Come no? cambiata la situazione geopolitica mondiale, è cambiata la figura dell'America, un modo di pensare il mondo. Nel Manifesto della nuova destra americana il potere politico, l'economico e il militare si intrecciano in un progetto unilaterale: il liberismo economico è di tutti ma la forza militare di uno solo. Gli autori del Manifesto con la "presunzione infinita" che rimprovera loro il Papa pensano che basti decidere il nuovo ordine mondiale perché questo si realizzi. La potenza americana comanda, il mondo e la storia sono a sua disposizione, la volontà degli altri non conta.

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Pagina 83

Tutti terroristi


Il terrorismo è cosa normale nei conflitti fra gli stati, non un'eccezione. Nell'ultima guerra mondiale in cui vennero violate tutte le regole del diritto internazionale ci fu chi tentò con scarso successo un ritorno alla guerra cavalleresca: i generali Montgomery e Rommel recitarono nel deserto libico la guerra dei combattenti leali che si rendevano l'onore delle armi, ma nel suo complesso quella fu la guerra più terroristica della storia, il secondo fronte delle popolazioni civili venne terrorizzato con ogni mezzo, le rappresaglie sproporzionate, le deportazioni, la fame, gli stupri di massa, la condanna dei popoli inferiori contro cui tutto era permesso. Inglesi e americani bombardarono le città tedesche con bombe incendiarie, devastarono città come Dresda; rasero al suolo con l'atomica Hiroshima e Nagasaki. Ma la notizia che era stata usata la bomba di distruzione totale non destò nell'Europa di allora, nell'Occidente, né orrore né rimorso: chi era arrivato alla fine della lunga notte e vedeva la salvezza a portata di mano pensava: meglio centomila morti in un giorno che milioni in una guerra che continua. Se Hitler non fosse giunto in ritardo a costruire la bomba l'avrebbe lanciata su Londra e anche il nostro bonario Duce rincuorava i suoi fedeli a Salò dicendo che stavano per arrivare le armi di distruzione totale: "Dio mi perdoni gli ultimi dieci minuti di guerra" diceva Hitler.

Ora Kissinger legalizza il terrorismo, lo si ritiene funzionale al progresso scientifico e alla rivoluzione tecnologica, qualcosa di automatico, di ineluttabile. Se la fusione nucleare fa parte della scienza, se la bomba è stata usata, se tutti i paesi del mondo la vogliono, se i comunisti cinesi la festeggiano come gli indiani, se anche stati in miseria come la Corea del Nord schiavizzano i loro sudditi pur di possederla, come si può negare che il terrorismo faccia ormai parte integrante dei rapporti internazionali? Solo gli Stati Uniti dell'allucinazione imperiale possono sostenere che esiste una differenza fra il terrorismo cattivo e quello buono. Ai tempi della guerra di Troia si disse poeticamente che la si faceva per la bella Elena; adesso, sfidando il ridicolo, per la democrazia. La verità è che terrorismo chiama terrorismo, che la strage di Manhattan ha chiamato la vendetta americana in Afghanistan e in Iraq. tornata la parola chiave di questa follia: escalation, una violenza reciproca, sempre più alta.

Affidarsi alla consulenza anche di uomini come Kissinger per la crociata contro il terrorismo fa parte della sfrontatezza imperiale. Lammiraglio Guzzetti, che stava in Argentina nei giorni della repressione guidata da Videla, informò Kissinger delle violazioni dei diritti umani compiute dalla dittatura militare. Kissinger non sollevò alcun problema, anzi fece sapere ai generali di "affrettare il passo". "A quel tempo," ha ricordato Guzzetti, "il numero degli scomparsi aveva già superato il migliaio e sarebbe arrivato a oltre diecimila." Qualche anno prima, nel 1975, Kissinger era ospite a Giacarta del dittatore Suharto che gli disse: "Vogliamo la vostra comprensione se dovessimo ritenere necessaria una operazione rapida e drastica". Si trattava di occupare Timor Est e di annientare i suoi abitanti. La risposta fu: "Comprenderemo e non vi faremo alcuna pressione in proposito". Nessuna pressione neppure per la strage dei comunisti, quasi un milione di persone mandate al macello. Di Kissinger è stato detto: " un uomo spaventoso, ma è seguito dal lato afrodisiaco del potere". Il professor Golf è stato più concreto: "Kissinger è un insopportabile cretino felice di fare soldi e guerre". C'è da stupire che non gli abbiano dato il Nobel per la pace.

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Pagina 125

La credibilità inesistente


L'impero fondato sulla forza militare, sugli affari del suo gruppo di potere, sulla propaganda menzognera, sul rifiuto del diritto internazionale o sulla pretesa di dettarlo non sembra destinato a un glorioso avvenire. A poche settimane dalla conquista di Bagdad la sola cosa certa è che le menzogne dei governi americano e inglese sui motivi della guerra sono state confermate. La menzogna fa parte della propaganda, ma un impero che voglia poggiare su un largo consenso dei sudditi e degli alleati dovrebbe anche tener conto della sua credibilità. Qui, nonostante le censure e lo strapotente apparato informativo, la credibilità ha fatto completo naufragio. Vale per l'impero americano ciò che vale anche per il suo vassallo europeo Silvio Berlusconi: c'è un limite alle invenzioni e alle smentite, le menzogne possono avere un naso lungo ma non chilometrico.

Già durante la guerra era apparso chiaro che sulle armi di distruzione totale di Saddam non c'erano le prove. Ora la grande menzogna è ammessa dagli ispettori e dagli occupanti. Menzogne che hanno una sola origine: le forniture di materiali chimici e di tecniche che prima della guerra erano state fatte a Saddam proprio da americani e inglesi. Ma se quelle armi ci sono mai state Saddam se n'era disfatto pensando, nella lunga vigilia del conflitto, che non era il caso di competere con una potenza come gli Stati Uniti, che di armi chimiche ne ha nei suoi arsenali per novantamila tonnellate.

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Pagina 135

Sulla cresta dell'onda


Silvio Berlusconi non ha copiato né Reagan né Bush, è come loro, da sempre, un estraneo alla democrazia liberale, un animale da preda del capitalismo senza limiti e senza principi. Moderno, però, convinto come i suoi compari americani che la filiera di comando delle democrazie liberali è superata: non più la delega popolare a governare entro l'ambito delle istituzioni e delle leggi, ma il controllo della comunicazione per il consenso di massa al pensiero unico più forte delle istituzioni e delle leggi. Non più il riformismo per migliorare le leggi e aggiornare le istituzioni ma la controriforma per assicurare ai ricchi piena libertà di azione e impunità.

Diventato capo del governo, ha fatto nel paese ciò che prima aveva fatto nelle sue aziende: ha arricchito se stesso e i suoi amici. I profitti della banda regale americana sono aumentati con l'amministrazione Bush del venti per cento, mentre cinquanta milioni di cittadini sono vicini alla soglia di povertà; in Italia il numero dei miliardari è raddoppiato e sette milioni di italiani sono poveri. Negli Stati Uniti il governo Bush ha fatto votare alla sua maggioranza delle leggi che deformano o imprigionano la democrazia, limitano la privacy, pongono la sicurezza sopra la libertà. Da noi Berlusconi fa di meglio: cerca di abolire la giustizia. La magistratura processa per reati comuni lui e i suoi cortigiani? Lui dice che è una magistratura comunista e ne rifiuta le persecuzioni. L'esercizio del suo potere ignora la realtà: il suo avvocato di fiducia Previti viene condannato? una persecuzione.

Il libero mercato americano è un gigantesco apparato industrial-militare che si spartisce le risorse pubbliche e che con la deregulation ha ridotto al minimo i controlli pubblici? A sua imitazione il liberismo berlusconiano abbatte ogni ostacolo. Esempio, dice Raniero La Valle, la "legge obiettivo" per le grandi opere pubbliche diretta dal ministro Lunardi, "il re delle gallerie". Dalla relazione che ha presentato la legge in Parlamento, si apprende che "l'ordinamento giuridico ordinario non è più sufficiente non perché ce n'è poco, ma perché ce n'è troppo, ingombrante, soffocante". Occorre uno strumento più efficiente e più spedito, per l'appunto la "legge obiettivo". La legittimità giuridica della grande opera è nell'opera stessa, nel suo obiettivo strategico; tutte le altre leggi che sono di ostacolo vengono disapplicate. "Una volta," è la conclusione di La Valle, "quelli che disapplicavano le leggi venivano chiamati fuorilegge, oggi compongono la governance e la deregulation. E quello che vale per l'opera vale per tutto." Insomma, la fine dello stato giuridico.

Nel Nuovo come nel Vecchio mondo il sovrano ha bisogno di una cricca di fedelissimi, quella che Bush definisce una cerchia di buone persone timorate di Dio che lo aiutano a dare un ordine al mondo. Nella nostra provincia dell'impero una cricca di affaristi spalleggiata da avvocati e giornalisti campa di menzogne che stanno mutando le loro facce in maschere.

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