Copertina
Autore Mario Boffo
Titolo Femmina strega
EdizioneNuovi Equilibri, Viterbo, 2004, Fiabesca 77 , pag. 192, cop.fle., dim. 120x168x15 mm , Isbn 978-88-7226-830-8
LettoreGiorgia Pezzali, 2005
Classe storia sociale
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Indice


  5 Donna e strega

 39 Note

 47 Femmina strega

167 Bibliografia e sitografia

 

 

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Pagina 5

Donna e strega



Perché la strega è donna? Lascerei la risposta a Jules Michelet (1798-1874), lo scrittore francese autore, a mio parere, del libro più bello e più poetico sull'argomento, cui questo romanzo è fortemente tributario sul piano ideale: "La Natura le fa streghe. il genio della Donna e il suo temperamento. Ella nasce Fata. Nei ricorrenti tempi dell'esaltazione ella è Sibilla. L'amore la fa Maga. La sua accortezza, la sua malizia (spesso capricciosa e benefica) la fanno Strega, ed ella scongiura i mali, o almeno li sopisce, li elude. I viaggi ci dimostrano che ogni popolo primitivo ha i medesimi inizi. L'uomo caccia e combatte. La donna gioca d'ingegno e d'immaginazione; crea sogni e dèi. Talvolta è veggente; possiede l'ala infinita del desiderio e del sogno. Per meglio computare i tempi, osserva il cielo. Ma nondimeno la terra possiede il suo cuore. Gli occhi chini sui fiori amorevoli, giovane e fiore ella stessa, fa con essi amicizia. Donna, chiede loro di guarire coloro che ama. Semplice e commovente inizio delle religioni e delle scienze! Col tempo, tutto si dividerà; emergerà l'uomo specializzato, giullare, astrologo o profeta, negromante, prete, medico. Ma al principio la Donna è tutto. Una religione forte e vivace, quale fu il paganesimo greco, comincia con la Sibilla, finisce con la Strega. La prima, bella e vergine, in piena luce, lo cullò, gli conferì l'incanto e l'aureola. Più tardi, deluso, infermo, nelle tenebre del Medioevo, nelle lande e nelle foreste, esso fu messo in salvo dalla Strega; l'intrepida pietà di lei lo nutrì, continuò a tenerlo in vita. Così, per le religioni, la Donna è Madre, tenera custode e nutrice fedele. Gli dèi sono come gli uomini: nascono e muoiono sul suo seno". Forse non dovremmo domandarci perché la strega sia donna. Dovremmo piuttosto chiederci e trovare la risposta nelle affermazioni di Michelet perché la donna sia strega.


Perché la storia di una strega?

Perché scrivere la storia di una strega, visto che ve ne sono già tante? Perché a ben vedere quella di Caterina Cilento non è una semplice storia di stregoneria. Essa narra della maturazione di una donna, della penosa conquista della propria identità. Racconta un episodio dell'arduo conflitto fra istinto e ragione che ha attraversato la società dei secoli passati, ancora suggestionata da miti ancestrali di origine pagana e naturale, scossa dalle contraddizioni che la religione imponeva al sentire innato e animale dell'uomo, non ancora del tutto strutturata sulla base di un'organizzazione perfettamente 'razionale'. Esprime infine l'aspro dissidio tra le due anime dell'umanità: quella maschile, che ha prevalso, basata su una concezione razionale dell'universo e sulla creazione di norme che l'universo stesso intendevano sistematizzare, e quella femminile, che almeno nella costruzione della società ha dovuto soccombere, basata invece sull'istinto, sull'intuito, sulla percezione spontanea della natura, che nulla voleva sistematizzare ma tutto intendeva fondere nell'armonia dell'anima del mondo. Ho cercato per questo di concepire una vicenda emblematica nel contesto dell'Italia centro-meridionale del XV secolo, la storia di una donna, con le sue fragilità, le sue emozioni, la sua potenza, la quale pur nell'iperbole letteraria raffigurasse l'essere femminile nel suo destino di elemento fondante dell'umanità che deve tuttavia perennemente giustificare la propria natura più profonda di fronte a ciò che la società maschile ha voluto farne. Il romanzo si sforza pertanto di raccogliere le principali caratteristiche del fenomeno della stregoneria e della caccia alle streghe l'emarginazione sociale, l'ignoranza e le superstizioni, l'isteria collettiva, il cinismo del potere e si concentra sul fatto che le streghe fossero soprattutto donne, donne isolate o escluse, vittime delle suggestioni e delle credenze dei tempi, capro espiatorio di un gran numero di mali individuali e sociali che il potere e le istituzioni non sapevano risolvere e verso cui veniva convogliato il malcontento della gente per distogliere l'attenzione dai problemi reali, donne facilmente suggestionabili per ignoranza o per sensibilità emotiva, spesso esse stesse convinte di essere 'speciali', di avere conoscenze e facoltà diverse e maggiori rispetto alle persone 'normali'.

[...]

La caccia alle streghe e il Noce di Benevento

La caccia alle streghe ha inizio sin dall'alto Medioevo. Epidemie, carestia, crisi economica, inquietudine sociale, crisi religiosa e ribellioni contadine generavano sofferenze che né le autorità civili, né quelle religiose riuscivano a risolvere, spiegare o giustificare. Per ricondurre le masse all'obbedienza e alla passività occorreva asservirle alla cieca e incondizionata superstizione religiosa. Era pertanto necessario ricostruire la fede della gente in un Dio che brillava per la sua assenza e per l'indifferenza alle umane sventure, contrastando nel contempo il suo avversario e i sacerdoti di quest'ultimo. O, meglio, soprattutto le sacerdotesse, visto che la donna è in assoluto la principale colpevole del peccato originale, induce l'uomo in tentazione con la sua perniciosa lussuria ed è un essere inferiore, come si riteneva nei tempi più bui della cristianità. Teologi senza scrupoli e giuristi sadici si misero al lavoro per attribuire alle presunte streghe colpe sufficienti a giustificarne lo sterminio. Ma scopi inconfessati della caccia alle streghe erano quelli di eliminare dal contesto sociale persone scomode o aliene alle regole imposte dalla religione e dalla società, stornare l'attenzione della comunità da problemi gravi e insoluti, ricondurre dubbiosi e ribelli sotto il controllo della Chiesa, attribuire alle forze del male le disgrazie e gli affanni di una società in sfacelo. Il clero si mise quindi alacremente all'opera, realizzando una colossale opera di propaganda e indicando dal pulpito la strega, strumento del Diavolo, come principale fonte dei mali che affliggevano la società cristiana. Veniva imposta la lettura in pubblico delle accuse e delle sentenze di condanna. Si tenevano martellanti prediche contro la stregoneria durante i processi e prima dell'esecuzione, turni di preghiera collettiva, sermoni di natura tale da indurre gli stessi fedeli a 'vigilare' e a individuare possibili streghe nell'ambito della propria famiglia e tra i conoscenti, si minacciava la scomunica a chi non collaborasse. Le sedi dei processi furono trasferite in città o in grandi borghi, e le esecuzioni fissate nei giorni festivi per favorire la massima affluenza del pubblico uscente dalla messa. Catechismo e prediche contribuirono a diffondere i concetti di patto col Diavolo e di sabba, che la massa precedentemente ignorava. Il clero sviluppò e alimentò un assurdo sentimento repressivo nei confronti della sessualità, ritenendola per se stessa ispirata dal Demonio e riconducibile talvolta ad atto di vera e propria stregoneria. Prima la Chiesa cattolica e poi quella riformata, coadiuvate dalle istituzioni civili, teorizzarono il concetto di stregoneria e lo imposero a una società ignorante e asservita per eliminare quelli che ritenevano in definitiva potenziali nemici e concorrenti: era inammissibile che una strega riuscisse a curare malanni sui quali preghiere e benedizioni (ma anche le cure dei medici ufficiali!) non avessero alcun effetto. Un altro fattore che contribuì alla persecuzione fu l'adozione del sistema giuridico inquisitorio. Affermatosi lentamente in tutta Europa (salvo poche eccezioni) nel corso del XIII-XIV secolo, questo permise agli inquisitori di formulare in proprio le accuse e istruire processi in una sostanziale impunità, eliminando la responsabilità diretta del denunciante, che una volta era tenuto a dimostrare le proprie accuse sotto pena di essere a sua volta incriminato in caso di insuccesso. Con il processo inquisitorio la legge delegava al magistrato il compito di sostenere l'accusa, agendo indisturbato e protetto dalla Chiesa e dal sistema, sia sulla base di denunce anonime, sia intervenendo sulla base di personali valutazioni. Il sistema inquisitorio prima e l'adozione della tortura in seguito (resa necessaria dal fatto che un reo era considerato tale solo se confessava le proprie colpe), facilitarono enormemente il compito e misero nelle mani degli inquisitori un'arma potentissima e incontrollabile. Eliminata la responsabilità diretta dei delatori anonimi, e quindi protetta da possibili ritorsioni, parecchi si sentirono indotti a denunciare persone innocenti per motivi di vendetta, invidia, rivalsa, guadagno ed altri bassi intenti, trascinandole in processi di stregoneria dai quali si usciva quasi sempre per la via del rogo. Le garanzie per l'imputato vennero svuotate di sostanza e pochissimi potevano permettersi un difensore, che in pratica era comunque impotente contro il sistema. Era sufficiente la dichiarazione di due testimoni dell'accusa e la confessione sotto tortura per essere mandati a morte. I processi per stregoneria potevano essere intentati sia da tribunali ecclesiastici che da tribunali secolari. La tendenza a spettacolarizzare il processo era molto marcata; si cercava di dare il massimo di pubblicità al dibattito e di protrarlo nel tempo. Gli atti erano verbalizzati minuziosamente, ciò che ha consentito agli storici di ricostruire con precisione lo svolgimento di alcuni processi. In numerosi casi, tuttavia, l'incartamento giudiziario era bruciato insieme alla vittima, affinché dei misfatti commessi non rimanesse alcuna traccia.

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Pagina 60

IV



Una notte giunse una visita inusitata: quattro gentiluomini di gran vaglia, con preziose vesti e barbe curate, il mantello e la spada al fianco si erano presentati all'antro di Caterina come un'ambasceria si presenterebbe a un sovrano straniero.

Donna Caterina di Monte Petroso, abbiate la compiacenza di ricevere la nostra supplica. Chi ci invia al vostro cospetto è lo stesso barone Ferrante, signore di Castel di Sangro e nobile padrone di queste terre, che ha ricevuto in feudo da re Alfonso in segno di gratitudine per i servigi resi e per il valore dimostrato nella guerra contro l'Angioino. Don Ferrante aveva appena ricevuto da nostro Signore Gesù Cristo la felicità di avere un bel bambino maschio, che per bellezza e vigore sarebbe stato il degno erede di tanto nobile sangue. Un misterioso male si è tuttavia impadronito del bambino dopo appena qualche giorno di vita, ed egli è morto. E donna Eleonora, l'amata moglie di don Ferrante, che già era caduta dopo il parto in una prostrazione senza rimedio, dopo la morte del bambino ha cominciato a farsi sempre più debole ed esanime. A nulla sono finora valse medicine e pozioni, e i numerosi dottori intervenuti si dichiarano oramai impotenti. Donna Eleonora ha ora sul volto il pallore della morte. La vostra fama, donna Caterina, è ben conosciuta dal barone, ed egli stesso, di sua viva voce, ci ha comandato di venirvi a cercare, affinché questa notte stessa voi veniate segretamente al castello, e coi vostri rimedi vi adoperiate per la salvezza di donna Eleonora dalla morte e di don Ferrante dalla disperazione.

Caterina guardava i quattro contenendo a malapena moti di ripulsa. Aveva già visto ricche vesti e barbe curate; ne aveva vivido il ricordo in faccia e addosso agli uomini che assistevano impassibili e soddisfatti, quella terribile notte, al martirio di sua madre. E da allora non si era mai più avvicinata a nessuno che non fosse la zia o gli avventori della caverna, o le pecore, antiche compagne d'infanzia e principale mezzo di sussistenza. Preda della ripulsa e del timore, non avrebbe voluto rispondere all'invito neanche per tutto l'oro del mondo. Ma fu pervasa nello stesso tempo da due acute sensazioni: la consapevolezza istintiva di dover obbedire a un ordine che, sebbene rivolto con garbo formale, non ammetteva che l'obbedienza, e il senso della sofferenza, dell'angustia di una donna, che aveva letto nelle parole e negli occhi di quegli uomini. Angustia e sofferenza di una madre sfortunata che, pur in circostanze tanto diverse, stava morendo, come era morta la sua. E rispose:

Verrò.

Quando Caterina la vide la prima volta, donna Eleonora sembrava una morta. I medici erano già stati cacciati dalla corte, segno di definitivo riconoscimento della loro inefficacia nel curare la puerpera morente. Don Ferrante le stava accanto, seduto sul letto, fra le mani la mano esangue della nobildonna. Il volto appena contratto di donna Eleonora non aveva nulla della disperazione che Caterina aveva visto in faccia alla madre fra le fiamme, né dell'espressione grifagna della zi' Carmela. Era un viso dolce e sereno, pur nell'approssimarsi della morte e forse già a cavallo della linea indefinibile che ci separa dal grande buio. Gli sguardi di Caterina e don Ferrante si incrociarono per un istante. Poi don Ferrante si alzò e si allontanò dalla sala, facendo segno ai suoi di uscire con lui.

Caterina non poteva staccare gli occhi dal volto di donna Eleonora, così bello, così bianco, e non solo per lo stato moribondo armoniosamente incorniciato dalle trecce bionde raccolte attorno al capo. Pur percependo istintivamente la differenza fra quella bellezza raffinata e l'aspetto selvaggio e disordinato di coloro che appartenevano al suo ambiente, della zi' Carmela, delle bestie che le tenevano compagnia, delle persone miserabili e sciatte che visitavano l'antro sul Monte Petroso, la ragazza credeva di avvertire nei lineamenti della nobildonna, nei leggeri fremiti che li percorrevano a tratti e nei rari sospiri una vibrazione simile a quella che percepiva quando si abbandonava al bosco come farebbe un'amante al proprio innamorato e si inebriava dei suoni, della frescura, dei profumi, del calido tepore del meriggio.

Nel lasciarsi pervadere da quelle sensazioni, Caterina prese ad accarezzare delicatamente il volto e le tempie della moribonda; e nel far questo intonava una nenia sottovoce, monotona e armoniosa al tempo stesso. Con gli occhi socchiusi, come in uno stato di abbandono, la ragazza denudò completamente la nobildonna, godendo delle forme delicate e catalizzando addosso alla castellana le energie che era capace di assorbire dalla natura. La massaggiò per tutta la notte, cospargendola di intrugli vegetali e strofinandole mazzetti di erbe sulla fronte, le fece pazientemente ingoiare alcune tisane e la copriva di tanto in tanto con panni di lana che aveva preventivamente scaldato accanto al camino. Ma soprattutto, entrando in sintonia con la nobildonna grazie alle nenie ipnotizzanti e al profumo di certi incensi, Caterina ne assorbiva a poco a poco il dolore e la sofferenza, scrollandoseli poi di dosso e dalle mani come si farebbe con il fango o l'acqua sporca.

All'alba il volto di donna Eleonora aveva perso il pallore della morte, e le labbra le si erano impercettibilmente distese. Contratta e affaticata, Caterina cessò allora di cantilenare, rimboccò le coperte sulla paziente, proruppe in un sospiro profondo e cadde ai piedi del letto, giacendovi per qualche ora in un sonno che non era sonno.

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XV



La notizia dell'arresto di Teresa era giunta pure a Castel di Sangro, dove tutti si ricordavano benissimo di quella sguattera sgualdrina che era stata causa e parziale artefice della morte di due bravi giovani.

Ditemi, donna Beatrice, qual è il motivo di tanto tumulto? chiese donna Eleonora alla dama di compagnia che ascoltava dalla finestra i commenti della gente nella corte.

Donna Eleonora, hanno arrestato Teresa Simeone, l'assassina insieme all'amante del maresciallo delle guardie, e adesso sta prigioniera a Benevento in attesa di essere processata. Ma si dice che sia diventata anche una strega e che forse la bruceranno per i malefizi che ha compiuto. La castellana trasalì alle parole della dama. Ella sapeva che Teresa era fuggita insieme a Caterina, del resto con il suo stesso aiuto, e temeva che, presa la sguattera, sarebbe presto seguito l'arresto della giovane che l'aveva salvata dalla morte e le aveva dato una vita nuova. Se infatti Teresa fosse stata effettivamente messa in stato d'accusa per stregoneria, avrebbero finito per costringerla a confessioni, rivelazioni di nomi, di complicità... In che misura la presunta esecuzione di Caterina in forma di gatta la proteggeva da nuove persecuzioni? Ella avrebbe potuto ora celarsi sotto false identità, ma anche in questo caso le possibili rivelazioni di Teresa l'avrebbero perduta. E, passo dopo passo, l'Inquisizione sarebbe giunta per deduzione o per estorsioni anche a lei, alla nobildonna divenuta seguace della strega e che per ciò stesso sarebbe stata considerata sacerdotessa di Satana e giustiziata o incarcerata a vita. Pur atterrita da tali pensieri, Eleonora si sentiva però eccitata dall'idea che aveva ora qualche elemento per ritrovare Caterina e riallacciare con lei quell'intensa corrente emotiva che in due diverse forme l'aveva fatta rivivere.

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XIX



Non andarono a prenderle subito, Caterina e l'amica. Norberto aveva preferito organizzare le cose in modo che le due donne, ma soprattutto la sua nemica, cadessero per ultime nelle maglie della giustizia.

Si cominciò dall'evasione di Teresa, fuggita grazie all'aiuto di una donna non identificata, a testimonianza del fatto che la strega contava su complicità nella zona. Partendo da tale episodio, Norberto Canosa arringò appassionatamente il popolo nel corso della lunga predica che, come di consueto, precedeva l'apertura delle istruttorie o dei processi.

Il Male incombe sulla nobile città di Benevento, e il Principe delle Tenebre vaga incontrastato per le contrade di questo borgo. Fra le case, nelle vie, nei sobborghi, e ancora nei boschi e nei campi attorno, lungo i sentieri, presso i crocicchi delle strade e sui monti le sue sacerdotesse operano nell'ombra spargendo ogni sorta di malefici. Tali sacerdotesse di Lucifero nulla hanno in apparenza di diverso dalle pie e oneste donne, mogli, madri, sorelle. Ma esse invocano il Demonio e lo celebrano in orribili baccanali in certe notti di luna piena; esse parlano con gli animali, nei cui corpi si celano i diavoli minori inviati da Satana, e si accoppiano con l'Anticristo in forma di caprone. Grazie ai poteri ricevuti dal Demonio, attraversano in volo, a cavallo di un bastone, distanze assai lunghe, ed entrano nelle case e gettano il malocchio sulla gente dabbene. Dovendo, per obbedienza al loro tristo signore, realizzare il regno di costui in terra, esse spargono il male dovunque e comunque possano, e invocano il tuono e provocano la grandine, e altre volte la siccità. Con le loro maledizioni, e con il loro sguardo, causano la malattia, la morte, la pazzia, la carestia!...

Il Demonio continuava Norberto con gli occhi fuori dalle orbite, intende impadronirsi di queste contrade, appropriarsi delle vostre anime, fare di voi, cittadini di Benevento, i dannati che aumenteranno le schiere dell'Inferno! E che farete voi, figli di Santa Madre Chiesa? Vi lascerete andare al peccato e all'empietà? Vi costituirete servi del Demonio rinnegando il sacramento del Battesimo e condannandovi alle pene eterne? Santa Madre Chiesa non lo permetterà. Essa non permette mai al Principe delle Tenebre di interferire con l'opera di Dio, e ha inviato noi, suoi umili servitori, affinché riconosciamo il Male e i suoi fautori, il Demonio e le sue sacerdotesse, e liberiamo queste contrade dal maleficio, e le restituiamo alla pia e religiosa serenità di comunità cristiana...

Nell'ascoltare le terribili parole del domenicano, la gente rabbrividiva e si segnava. Contemporaneamente cominciava a riconsiderare sotto nuova luce questo o quello degli eventi recentemente accaduti in città: quella notte di tuoni senza una goccia di pioggia, la grandinata del mese prima, e a metterli in connessione con una litigata, con gli insulti di una mendicante, con il fatto che il tale o la tale avessero smesso di accudire alla messa... Numerose persone sospette di comportamenti asociali, oppure in lite con i vicini, o semplicemente donne sole, orfani, levatrici e prostitute, vennero indicate all'Inquisitore e punte con lo spillone per individuare il segno del Demonio. Interrogate secondo il preciso copione abilmente ideato da Canosa, fornirono deposizioni che tutte conducevano a una certa radura sui monti. Una radura dalla quale Teresa e Caterina, benché al corrente degli eventi, non potevano fuggire, a causa della discreta ma stretta vigilanza degli sbirri del domenicano.

Quando alla fine andarono ad arrestarle, l'accusa era già confezionata: aver asservito al Diavolo e alla sua adorazione quasi tutte le campagne nell'immediato intorno di Benevento, al fine di procurarsi poteri magici atti a nuocere e a seminare il maleficio, a provocare il tuono e le grandinate che rovinano i raccolti e a fornire a Satana giovani vergini con cui accoppiarsi in forma di caprone o di cane durante i sabba. Si cercò di far deporre Teresa contro l'amica, di farle confessare di essere stata da questa soggiogata con arti magiche e indotta alla stregoneria. Ma la ragazza resistette a tutte le pressioni e non profferì neanche una parola contro Caterina, rifiutandosi persino di rivelarne il vero nome, che ella aveva celato.

Era pertanto ancora una volta necessario che Caterina confessasse.

Si profilava quindi per Norberto Canosa un'altra prova durissima: fronteggiare, come a Castel di Sangro, la strega dagli occhi più acuminati di uno stiletto. Norberto, tuttavia, non poteva sfuggire al confronto: era, adesso più che mai, una questione di vita o di morte che doveva vederlo prevalere e condurre alla distruzione di quella donna, la cui sopravvivenza continuando a testimoniare, con la propria stessa esistenza, l'esistenza di un universo non previsto dalla scienza e dai dogmi del domenicano, un universo non divino, non diabolico, non razionale, non definito, un universo di cui riusciva solo, con sommo disgusto e terrore, a figurarsi vagamente i termini lo avrebbe una volta per tutte schiacciato.

Era, questo, un universo basato su sensibilità emotive, piuttosto che su cervellotiche costruzioni intellettuali, sulle percezioni dell'istinto, piuttosto che sull'incoerente razionalità di filosofie fallaci, sulla coesione del tutto, piuttosto che sulle artificiose distinzioni fra il bene e il male, sull'armonia della natura che pervade ogni cosa, piuttosto che sull'ordine ipocrita delle città e delle istituzioni. Un universo dove l'animo umano è accolto senza inibizioni, piuttosto che essere dominato e costretto dalla legge e dalla religione. Un universo interpretato dalla potenza femminile di Madre Terra e di Sorella Luna, i cui cicli ancestrali sono così ben riflessi dalla natura e dall'anima femminile del mondo, piuttosto che quello contro natura creato dal nulla a opera della stolida ottusità maschile, che tutto ha asservito alla propria vanagloria. Un universo impostato sull'alleanza fra l'uomo e il creato, piuttosto che sull'antagonismo fra le attività umane e la natura.

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