Copertina
Autore Walter Bonatti
Titolo In terre lontane
EdizioneBaldini & Castoldi, Milano, 1998 [1997], Storie della storia d'Italia 40 , pag. 437, dim. 135x222x25 mm , Isbn 978-88-8089-323-3
LettoreRenato di Stefano, 2000
Classe viaggi , montagna , mare , natura
PrimaPagina


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Indice

  7 Vivere d'avventura. Premessa
 23 Klondike: sulla via dei cercatori
    d'oro (1965)
 33 2500 chilometri in canoa, solo (1965)
 75 Sull'isola dei grandi orsi kodiak
    (1965)
 89 Con le tribù masai (1966)
 97 Nel mondo dei coccodrilli (1966)
113 Solitario tra bufali e leoni (1966)
141 I varani della preistoria (1968)
153 Io e la tigre, per quaranta giorni
    (1968)
181 Krakatoa, sui resti di un cataclisma
    (1968)
191 Nel «Centro Rosso» dell'Australia
    (1969)
    191 Le magiche cupole
    198 Attraverso il grande deserto
        salato
211 Un paradiso subacqueo (1967-1969)
219 Sulle orme di Melville (1969)
233 L'isola di Robinson Crusoe (1970)
239 Ai confini del mondo (1971)
    239 Capo Horn
    249 Nei fiordi patagonici
    256 Una solitudine di gelo
    264 In canotto fino all'oceano
275 Disavventure sull'Aconcagua (1971)
285 Nyiragongo, discesa nell'infemo (1972)
295 Nelle foreste dell'Orinoco (1967 e
    1973)
319 Tra i primitivi, appunti di viaggio
    (1972 e 1974)
    319 Nel mondo dei pigmei
    329 Irian Jaya, anno zero
339 Sulle terre alte della Guayana - Auyán
    Tepuy (1975)
363 L'Antartide dei miei ricordi (1976)
387 Alle sorgenti del Rio delle Amazzoni
    (1967 e 1978)
    387 L'Amazzonia in sintesi
    393 La sorgente scoperta
    400 Lungo il grande tributario

 

 

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Pagina 7

Vivere d'avventura. Premessa

Posso dire di aver passato gran parte della mia vita a contatto con le più genuine e forti manifestazioni della natura. Nel clima dell'azione, affrontata il più delle volte in solitudine, sempre comunque restando fuori dalla caotica e ottenebrante quotidianità del sociale, ho sentito spesso il bisogno di interrogarmi, di meditare su varie cose. Prima di tutto sull'estremo bisogno che l'uomo ha di ritornare alla propria dimensione di essere umano, essendone uscito in qualche misura, e sulla necessità che tutti abbiamo di assumere un rispettoso, giusto atteggiamento di fronte alla grandezza e unicità della natura. Questo vorrei riuscire a comunicare attraverso il racconto delle mie esperienze.

Quando si è molto giovani capita di non sapere bene chi si è e che cosa si vuole dalla vita. Indubbiamente però noi tutti disponiamo di un misterioso filo conduttore che prima o poi finirà per farci scegliere ciò che per indole è già latente in noi, e servirà a costruire la nostra personalità.

Ero ragazzo e dalla Pianura Padana dove per qualche anno ho vissuto, guardavo la linea azzurrina dei monti lontani sull'orizzonte. E sognavo. Per me quelle cime rappresentavano l'«insormontabile», e tuttavia erano di modesta altezza. Amavo molto starmene per ore intere a fantasticare sulle rive del Po. Là c'erano distese di sabbia e la grande corrente. Nella mia testa ne facevo dei deserti e degli oceani. Quando si è piccoli queste cose sembrano talmente vaste. Abitavo dunque sulla riva emiliana del fiume, e ricordo che per gioco andavo a nuoto con i miei amici sull'altra sponda, quella lombarda, attraverso le difficoltà della grande corrente. Per noi era l'avventura. Seduto su quelle rive sabbiose viaggiavo con il pensiero a cavallo di un pezzo di legno portato dal fiume. Arrivavo così ai mari, all'Est e all'Ovest, e fino agli oceani. Sì, su quelle sabbie sono cresciuto, sognando. Il Po era il mio mare, le sue boscaglie le grandi foreste, e le secche i miei vasti deserti.

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Pagina 89

Con le tribù masai (1966)

Gli animali selvaggi mi affascinavano, lo scoprivo ogni giorno di più da quando avevo concluso la mia avventura alaskana. Mi sorprendevo spesso rapito dai ricordi, in cui rivedevo con il pensiero questi incontaminati figli dei vasti orizzonti, signori assoluti dell'immenso Nord, dove in un clima di incanto avevo fatto la loro conoscenza. Infatti il lupo, l'orso, l'alce e il castoro, con il loro mite e accattivante comportamento, avevano fatto sì che io potessi cogliere alcuni preziosi momenti colmi dei loro antichi segreti. Fu da allora che si localizzò in me il come e il perché mi sarei ancora avvicinato in futuro ad altre specie selvagge sparse sulla Terra. L'avrei fatto se non proprio allo scopo di giungere a comunicare con il mondo animale, almeno a quello di riuscire a evitare con esso un fraintendimento. Ecco lo spirito con cui mi accingo, nell'aprile 1966, a entrare nelle foreste e nelle savane dell'Africa orientale, rimaste fino allora il dominio delle grandi specie selvagge.

Come prima esperienza mi ero aggirato per un paio di settimane in carovana con i kikuyu nella selva ancora intatta del Meru: una tra le più fitte e tenebrose della Tanzania. Ero poi passato nelle sterminate praterie delle tribù masai, sugli altipiani di Murja dove, accolto in un loro umile villaggio fatto di sterco di mucca, avevo passato un certo tempo. Per non fare torto a Kone Ole Sendéo, il capotribù che mi ospitava, avevo finito per nutrirmi del loro stesso cibo a base di latte fermentato nel sangue bovino. Ma devo aggiungere che ciò avvenne con non facile adattamento per me.

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Pagina 113

Solitario tra bufali e leoni (1966)

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Pagina 122

L'alba è ancora lontana, forse un'ora, quando nella notte torna a risuonare una serie di vigorosi ruggiti. Sono così potenti e vicini da dare l'impressione, e Dio sa se non è vero, che il terreno vibri sotto di me. Ricado nell'angoscia e mi rannicchio ancor più, fino a volermi annullare. Poi... un silenzio improvviso, cupo e penetrante. il silenzio che precede l'inatteso, un silenzio assoluto, totale, gravido di minaccia. Ogni cellula del mio corpo infatti la avverte. Fisso l'oscurità di fronte a me, ma non vedo nulla. Dall'avvallamento qui vicino giunge adesso un lieve fruscio e il tonfo sordo di una pietra rovesciata. Ecco, mi dico, il leone viene nella mia direzione. Conosco il valore dell'immobilità da queste parti, perciò non compio il minimo movimento. Rallento anche il respiro, fino a trattenerlo in alcuni momenti nello sforzo di percepire anche il più tenue rumore, la più piccola mossa. Ma non succede nulla di nulla. Mi domando per quanto tempo ancora potrò reggere a questa tensione. Intanto il fuoco si è ridotto un'altra volta a mucchio di cenere con un cuore purpureo di braci.

Passa altro tempo in cui resto inerte, oso appena respirare. Poi a un tratto, dal lato del fiume, ecco un rauco e sordo brontolio, sempre più nitido. A questo punto ho uno scatto, e getto convulsamente l'ultimo grosso ramo. sulla brace. Ma non prende fuoco. Il brontolio è sempre più vicino e io mi faccio sempre più stretto intorno alle braci. Una serie di moderati ringhi e grugniti ora lasciano intendere di provenire da gole differenti. Invano scruto ancora il buio, e lo interrogo. Comprendo di trovarmi di fronte a un'intera famiglia di leoni, che con quei toni sommessi e gutturali si trasmettono, evidentemente, dei messaggi. I cuccioli frignano, ed è facile decifrarlo, mentre la nenia degli adulti, fatta di brontolii tossicchianti e quasi modulati, è sicuramente rivolta ai piccoli per incitarli a camminare. Trovo allucinante essere finito a bivaccare proprio nel bel mezzo di un branco di leoni in piena attività. Non ci fosse altro spazio attorno... Eppure, a pensarci bene, sarebbe stato facile prevedere quanto accade: in tutta la zona solo qui esiste una pozza per abbeverarsi. Quindi non poteva esserci miglior campo di caccia.

Fermo in ginocchio davanti al fuoco spento - non avevo più sopportato l'immobilità passiva - capto nel buio ogni rumore che possa rivelare quanto sta accadendo qui attorno. Percepisco prima di tutto la distanza reale che esiste fra me e i leoni passati ormai al di qua del Grumeti. Intuisco poi la direzione del loro spostamento in gruppo. Ecco, ora sono vicinissimi, a qualche decina di metri appena, e stanno dirigendosi verso la palude. Davvero dunque mi ignorano, o quanto meno mi evitano? Cala però un altro silenzio innaturale, rotto di lì a poco dallo schianto di grossi rami spezzati cui fa seguito uno scalpitio pesante. certamente la fuga di un giovane bufalo, o qualcosa del genere. Nuovo assoluto silenzio, e nuova fuga precipitosa di più animali assieme. Stavolta mi sfiora un'ombra impazzita e fulminea: un'antilope. Segue l'ansimare profondo e cavernoso del leone, che deve aver mancato la preda. L'idea di avere un leone qui di fronte, ma senza poterlo vedere, mentre i suoi occhi gialli stanno forse osservandomi come alla luce del giorno, ebbene mi dà le vertigini. L'incubo si attenua soltanto quando riprende il brontolio di prima che si allontana verso la pozza di acqua putrida.

E finalmente si sciolgono le tenebre di quella pazza, snervante notte. Ritorna la luce. Adesso i miei occhi valgono quelli del leone e della iena.

Sono le 6.20 quando mi infilo gli stivali, non prima di averli rovesciati e scossi accuratamente per liberarli da eventuali scorpioni o altri insetti velenosi di vario genere che nella notte potrebbero esservi entrati per rimanere al caldo. Rinuncio a bollire altro liquido, anche perché la pozza che lo fornisce è ormai presidiata dai leoni, e riparto soltanto con quella mezza borraccia di «acqua» risparmiata nella notte. Una iena incrocia il mio cammino serrando tra i denti un grande osso sanguinolento. La seconda giornata di marcia è appena cominciata.

Mi ero allontanato molto dal riarso Grumeti con l'intento di aggirare le alte colline Ngoheo, verso nord; ma ora dovevo assolutamente riavvicinarle perché è solamente là che prima o poi riuscirò a imbattermi in una pozza d'acqua. I letti di questi fiumi diventano infatti via via più impermeabili verso valle, dove aumenta quindi la probabilità che sotto il fondo sabbioso dreni un filo d'acqua.

Sono ancora digiuno, perciò dopo la prima ora di marcia mi concedo una scatoletta di latte condensato. Meglio direi che me la impongo, anche se non ho fame. Così il mio prezioso mezzo litro di acqua subisce di colpo un grande calo.

Qui il paesaggio è sconfinato e di una violenta bellezza. Le fitte boscaglie si succedono ai gialli mari d'erba, e a questi subentrano le steppe ondulate e riarse da cui sale un amaro sapore alcalino. Azzurre montagne lontanissime chiudono l'orizzonte, prima del quale la luce del sole ristagna crudele come sostanza fusa e tremolante.

Avanzo in quel torrido paradiso, riposando di quando in quando all'ombra di acacie spinose, dalla chioma a ombrello e dal tronco maculato. Tutt'intorno si muovono migliaia di animali delle varie specie; ma chi più di tutti si fa udire è una torma di cavallette, che frinisce e mi saltella fra le gambe. L'aria è piena di suoni, strilla una moltitudine di uccelli, tubano i colombi e latrano lontani gli insolenti babbuini. Però, a sconcertare fra tutti sono i folli gnu che galoppano avanti e indietro senza meta apparente. Incolonnati a centinaia, migliaia a volte, si spostano attraverso la savana come un torrente palpitante. A guidarli verso nuovi pascoli è una infallibile bussola biologica. Il breve verso sommesso e gutturale che esce dalle loro gole fa pensare a un coro di monaci tibetani. I predatori invece non si vedono, ma se ne intuisce la presenza in qualche angolo ombroso, ben mimetizzata fra i cespugli. Soltanto qualche iena e sparuti sciacalli, inseparabili briganti, fanno ogni tanto una fuggevole e losca comparsa. Ovunque sul terreno affiorano impronte di ogni tipo e resti di animali, come mute di serpentelli e bianche evacuazioni di ossa digerite; ma vi sono anche scheletri ben ripuliti dalle formiche e ancora altre carcasse: macabri simboli della legge spietata che regola questo angolo di mondo.

La vampa del giorno si fa di ora in ora inesorabile. Presto scioglie l'incanto delle cose che si incontrano restituendo una realtà cruda e brutale. Contavo di arrivare al di là delle colline Ngoheo entro mezzogiorno. Alle tredici invece sono soltanto sulla linea del loro inizio, e appaiono vaste e articolate più di quanto sospettassi. La mia misera e disgustosa riserva d'acqua è finita da un pezzo, e ho già consumato il primo dei tre barattoli di succo di frutta che porto per emergenza. Mi assalgono nugoli di tse-tse e di mosche rosse dei leoni. Lo zaino sembra diventato di piombo. Il caldo intorpidisce ogni capacità e annebbia i sensi. Spesso raggiungo la più vicina ombra di acacia stringendo i denti, e una volta là mi lascio scivolare per terra tenendo ancora lo zaino sulle spalle. Ma devo subito rialzarmi perché a livello terra manca l'aria, e la poca che vi rimane è cocente e irrespirabile. Sul suolo inoltre corrono le formiche, pronte ad aggredire. Ho male ai piedi. Già ieri sera avevo dovuto fasciarmi il tallone destro e ora anche il sinistro è malridotto. Come prodigio arriva invece di tanto in tanto un colpo d'aria ardente, che sibila tra le spine delle acacie. Allora chiudo gli occhi e mi pare di udire il sibilo della bufera d'alta montagna. soltanto illusione, eppure un po' di sollievo sembra darlo. Se si sta all'ombra, il sudore che evapora da sotto il giubbetto procura, per davvero stavolta, un certo refrigerio; ma al costo di preziosa umidità che se ne va dal corpo. Sono questi i brevi momenti di riposo nelle fughe che compio da un albero all'altro, prima e dopo ogni spietata immersione nel sole che dardeggia e avvampa senza pietà. Se escludo gli avvoltoi e i marabù che ogni tanto si alzano in volo, io resto l'unico essere che si muove e avanza in quell'inferno. Persino le timide gazzelle e gli instancabili gnu ora rimangono fermi e immobili sotto le acacie, e al mio passaggio si limitano a guardarmi ruotando appena il capo.

Nel primo pomeriggio sto ancora contornando le grandi colline, ma verso sud, lontanissimo, compare finalmente il Grumeti. riconoscibile dalla fitta cortina di alberi che crescono sulle sue sponde. Dall'alto della prominenza su cui mi trovo appare come un gigantesco pitone verde serpeggiante nella gialla savana. Mi concedo l'ultima scatoletta di succo di ananas.

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Pagina 136

«Gun», fucile, chiede ripetutamente il primo, in inglese. «No gun», rispondo. Io non posseggo un fucile, cerco di fargli capire. Allora lui mi tira per un braccio in prossimità di una spessa macchia cespugliosa e mi indica qualcosa che sta là dentro. Ora tutto si spiega: c'è un grosso pitone avvolto sulle spire, e appena fuori dalla macchia giacciono due capre morte, gambe all'insù, e già gonfie per il caldo. Gli indigeni avevano sorpreso il pitone mentre si disponeva a ingoiare le capre una dopo l'al- tra, avendole prima avvinghiate fino a ucciderle. Allora dal villaggio erano accorsi tutti con lance e frecce, che avevano disperatamente scagliate contro il pitone il quale, rimasto appena ferito da quelle punte, aveva trovato scampo nella macchia. Ora agli Indigeni, rimasti inermi, non restava che attendere.

A quel fatto la mia reazione è violenta quanto inaspettata. Io stesso me ne sorprendo. Più tardi, sull'accaduto, non mancherò di fare alcune riflessioni. Ma adesso, a caldo, poso lo zaino a terra, strappo il panga dalle mani di un uomo e penetro nella macchia per ammazzare il pitone. un grosso esemplare la cui lunghezza risulterà di oltre cinque metri, e sta là dentro acciambellato, sulla difensiva. Prima che si rifugiasse nella macchia, gli indigeni erano riusciti a colpirlo con due frecce, lo avevano anche ferito di striscio con una lancia; appare tuttavia ben vivo e pronto.

Avanzo cauto nel folto brandendo il panga, lo aggiro, lo sorprendo, e con entrambe le mani per aumentare lo slancio calo sulle sue spire un tremendo fendente. Il rettile ha un sussulto. Rapido scioglie i suoi compatti anelli, si gira, rizza la testa e mi si avventa contro a bocca spalancata. Lo schivo con un balzo. E pensare che credevo di averlo reciso nettamente in due pezzi. Lo avevo invece appena scalfito, tanto risultò coriacea la sua pelle.

Qui comincia l'inverosimile, e ci vuole ben più di una buona dose di adrenalina per fronteggiarlo. Succede così che invece di ritirarmi mi riaccosto al rettile con ancora più determinazione, arrivando ad aizzarlo perché ripeta il suo assalto. Questo perché ho scoperto il suo punto debole: la bocca. Il pitone, che è grosso quanto la mia coscia, non tarda a ripetere l'attacco. Ritto a mezzo metro da terra, assume in prossimità del capo una temibile piega a esse. Nella tensione di ogni suo muscolo ondeggia brevemente il capo, poi scatta contro di me, fulmineo, dilatando al massimo la bocca. Qui però incontra la lama del panga che affonda di traverso nelle sue mascelle. Il serpente si ritira sanguinante.

Ecco come era avvenuto. Avevo ben calibrato il mio slancio per mettere a segno il colpo, uno slancio che doveva coincidere con il bersaglio, la bocca, nell'istante preciso del suo massimo allungo. E avevo fatto centro. La combinazione preciso-calcolo- più-prontezza-di-riflessi aveva qui raggiunto limiti sicuramente impossibili per un uomo la cui condizione fosse conforme alla normalità. Di certo non si era trattato di pura combinazione, perché la cosa si ripeté nell'identico modo un minuto più tardi. E stavolta il colpo giunto ancora a segno nella bocca del pitone era risultato fatale, risolutivo.

Il rettile dunque, sconfitto, si ritira nascondendo la testa fra le spire. Estraggo allora il pugnale e mi avvento su di lui in un corpo a corpo, senza più trovare molta resistenza nelle sue muscolose spire. Tutto era avvenuto sotto gli occhi stupiti degli indigeni, che si erano raccolti in cerchio all'esterno della macchia. All'esecuzione sommaria era poi seguito lo scoppio di un entusiasmo tipicamente tribale.

Il serpente, ormai morto, viene ora afferrato dai nativi per la coda, ancora viva di sussulti, e trascinato fuori dalla macchia. Uomini, donne e bambini mi si stringono intorno. Qualcuno si fa largo tra la moltitudine seguito da un anziano che regge a fatica un grande recipiente di terracotta. colmo di acqua limpida e fresca e viene posato ai miei piedi. Dove siano riusciti a procurarsela, in questo immenso seccore, rimane un mistero; sicuramente è il regalo migliore che potessero farmi. Mi disseto, lavo dal sangue il mio pugnale, scatto alcune fotografie, mi rimetto lo zaino sulle spalle. Poi a tutti do la mano in segno di congedo e mi avvio dalla parte opposta a quella da cui ero arrivato.

Ma qualcosa ora è cambiato in me, lo sento dolorosamente. Quelli appena trascorsi sono stati giorni stravolgenti, di prolungato e logorante stress, più nervoso che fisico. E quale effetto, adesso mi accorgo di essere come dominato da una sorta di eccezionale, quasi ultraumano potenziamento delle mie facoltà. Sono però negative, come lo è appena stato il massacro del pitone. Non mi riesce di accettare che sono stato io a fare questo scempio, proprio io che amo tanto, e tutti, gli animali.

Ed ecco come può essere spiegata la mia incredibile, direi innaturale prontezza di riflessi nell'azione. Sono stati riflessi oltremodo accelerati, tanto da poter anticipare persino le mosse fulminee di un pitone che attacca, e tanto più da riuscire a centrare, per ben due volte consecutive, un bersaglio oltremodo limitato e sfuggente come la bocca di un serpente nel pieno del suo slancio.

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Pagina 153

Io e la tigre, per quaranta giorni (1968)

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Pagina 170

Là sotto, nella perenne staticità del sottobosco e nell'aria torrida che l'avvolge, occhieggia la sagoma scura della carogna di maiale selvatico da me posta a stuzzicare la golosità della tigre. E presso quelle turgide membra in decomposizione di tanto in tanto spunta la testa sottile di un varano, che annusata l'aria si rimette silenziosamente in moto. Sono questi minuti sauri i più accaniti predatori delle mie esche, giunte ormai al deterioramento. Spesso devo intervenire affinché non me le divorino pezzo dopo pezzo. Gli animali della selva sono generalmente piccoli, così ha provveduto la natura per la loro sopravvivenza; possono quindi sfuggire ai predatori nell'intrico vegetale. In quell'immobilità silenziosa, di colpo il mio occhio sorprende un lungo corpo giallo-nero, che striscia inarrestabile tra erbe e cespi mimetizzandosi perfettamente. Ho un brivido ricordando all'improvviso le numerose varietà di serpenti velenosi che popolano queste foreste, ma sono al tempo stesso affascinato dalla grazia e dall'armonia con cui il rettile aggira e supera sinuosamente gli ostacoli nella sua avanzata.

Così dunque, in questo recesso di verginità e di quiete dove si impara a guardare con la mente ancor prima che con gli occhi, i sensi si acuiscono, il silenzio affina l'udito e anche l'olfatto; ma a volte, come appena ricordato, stringe anche il cuore. A dispormi a tutto questo è in gran parte la mia stessa solitudine, che favorisce sicuramente un giusto rapporto con la natura selvaggia. Mi appare subito chiaro che il pianeta Terra non appartiene all'uomo ma è costui ad appartenere al pianeta.

Queste selve sono veramente l'espressione della forza primordiale della natura, luoghi in cui si è alla mercé di un potere che sfugge al controllo, in cui ci si sente degradati da qualcosa che anticamente avevamo posseduto, ma che oggi non ci appartiene più. una natura ostile, tiranna, piena di enigmatica solitudine da dare spavento. Tuttavia, sembra una contraddizione, si addensa sempre più intorno a me il velo attraente e affascinante del mistero.

In questo incredibile mondo fatto di spazio-tempo-silenzio, e quando il sole non è ancora penetrato a sciogliere le nebbie, tutto trasuda umidità, e come bestie affaticate i giganti della foresta mostrano i loro primitivi tronchi tesi e lucenti. Nei più alti padiglioni invece, formando archi pittoreschi, si intrecciano rami frondosi, anch'essi rilucenti, da cui spenzolano liane contorte, tondamente addugliate oppure allungate come grosse gomene. Su quei grandi alberi dalle chiome tanto dense e premute le une contro le altre, sembra di poterci camminare sopra. Alla loro base invece, emergente dal suolo, si sviluppa un groviglio di radici informi e viscide, in lotta costante per il predominio su se stesse e sui tronchi lungo i quali, tenacemente avvolte, si spingono verso l'alto. Quasi sempre queste sommità tentacolari si intrecciano, fanno tutt'uno con le fronde piegate degli alberi fino a formare veri colonnati vegetali. Laggiù in fondo invece c'è lo sfacelo, la decomposizione vegetale dalla quale, con la calura, sale un odore acre. Si indovinano anche le pozze di acqua densa e verdognola frammista a fanghi grigi e vischiosi, e poi detriti di corrosione tropicale, separati fra loro dal rigoglio del sottobosco; a tratti è tanto folto che scoraggerebbe persino un serpente.

Giorno dopo giorno vivo questi paesaggi tanto singolari, li assimilo, li sento lievitare nella mia fantasia in un rincorrersi di sensazioni. Tutto qui ha realtà e presenza, e ogni cosa a un tempo attira e respinge. Perciò tutto può diventare indifferentemente esultanza o incubo. però difficile toccare queste emozioni senza passare attraverso un qualche cedimento dell'animo, in cui l'isolamento gioca un ruolo importante. Sovente in questo estremo eremitaggio si tende a lasciarsi dolcemente affondare, in tal modo ogni giorno si scioglie in quello successivo e ogni notte si stempera nella notte che segue. come se il tempo in questo luogo fosse preso da paralisi e io venissi sempre più assorbito dai misteri del mondo straordinario che mi circonda. Sento così nascere in me impulsi nuovi. O non saranno invece riflessi di istinti lontani che ora si risvegliano? Mai come in questi giorni infatti mi ero sentito tanto parte della natura, cosi tanto a essa connaturato.

I suoni e gli odori della foresta mi attirano, li cerco, li assaporo con voluttà. Credo ormai di conoscere tutti i rumori della selva, e tutte le voci dei suoi animali mi sono diventate così familiari che al solo ascoltarle vi associo subito una precisa immagine. Ma sono i versi degli uccelli, soprattutto, a darmi le più intense sensazioni di intimità, di vitalità, di gioiosa esaltazione, e per contro anche un certo che di malinconia, a volte. Nella foresta di Sumatra centinaia di specie di volatili dimorano nei densi padiglioni verdi dei piani alti. Mai come in questo luogo uccelli e alberi sembrano appartenere indissolubilmente gli uni agli altri. Vi sono poi altre specie adattate ai pantani della giungla. Qua i loro tristi lamenti, ma ancor più i loro acuti e improvvisi strilli ingigantiti dal silenzio che regna attorno, finiscono sempre per spezzarsi in una cascata di note rimbombanti e inquietanti. Sovente lo spirito ne è turbato, ma pronto tuttavia a rasserenarsi non appena un verdino, incuriosito, viene a posarsi lì accanto e prende a saltellare di ramo in ramo sfoggiando i colori accesi delle sue piume. Pigola e crocchia con insistenza, con petulanza, e tra un ritornello e l'altro occhieggia, con eccitazione, e piega il capino da un lato come per porre l'accento su ciò che ha appena finito di dire.

Fin dal primo momento che mi sono, per così dire, sintonizzato con la foresta, ho notato che pure il più profondo silenzio risulta, anche impercettibilmente, graffiato dal sordo ronzio degli insetti: miliardi di piccole creature intente a vivere la loro esistenza ignare dell'intruso, o almeno a questo indifferenti. Aleggia così all'intorno una specie di sottofondo musicale, cui si associa il frinire meccanico e costante dei grilli, il gracidare precario delle rane, dei rospi, il vasto coro appena detto degli uccelli, e non ultimo il contrappunto chiassoso degli ilobati. L'orchestra varia a seconda dell'ora, però nell'aria c'è sempre una costanza di suono che ignora il silenzio.

La foresta è dunque innanzitutto il regno degli insetti, lo avvalora il fatto che i loro stomaci consumano più tessuto vegetale di qualsiasi altra specie animale qui presente. A saperne più dell'uomo, in questo caso, sono proprio le piante che da immemorabile tempo hanno sviluppato le difese contro tale flagello. Così orde di insetti decisi a tutto prendono ogni giorno d'assalto ogni cosa, senza nulla risparmiare. Molti sono anche per me una vera calamità, costante e impossibile da scongiurare, neanche tappandomi sotto spessi indumenti dentro i quali mi squaglio di sudore. Li sento muovere ovunque, sopra e sotto i vestiti, spesso causandomi tali pruriti da non provare sollievo neppure con una furiosa grattata. Sciami di zanzare, nuvole di mosche e moscerini, e poi tafani e formiche dal morso feroce sono infatti un tormento. Eppure, dall'eremo che mi accoglie nel lento scorrere del tempo, mi sorprendo qualche volta a rivolgere anche a questi tiranni un'indulgente curiosità. Trascorro così ore piacevolissime a seguire con lo sguardo il loro apparire, quello dei più singolari naturalmente. Pigro ma determinato, uno scarafaggio transita su un ramo lì accanto. Un fiore candido e appariscente sembra essere sbocciato per magia su uno sterile rametto, ma altro non è che un insetto predatore, una sorta di locusta che del fiore ha assunto il mimetismo per accalappiare un piccolo suggitore in cerca di nettare. Non l'avrei neppure notato se non si fosse messo proprio lì a un palmo dal naso. Il suo corpo appare delicatissimo e fragile, del tutto simile appunto a un innocente fiorellino. Va detto che il mimetismo di questa natura è sempre così equo e perfetto che le prede e i predatori sono ugualmente irriconoscibili. Vi sono poi delicate farfalle azzurre, e multicolori, che si posano leggere, magari su un fiore, dopo aver svolazzato intorno come petali portati dal vento. Gialli scarabei e coleotteri variegati passano invece di gemma in gemma, mentre si rincorrono allegre le verdi libellule dai grandi occhi azzurri. Un bruco bellissimo dai colori sgargianti fa pendaglio disteso al centro di una fogliolina stretta, e una spanna più in su un calabrone ronzante, quanto insistente, rotea intorno a un'escrescenza umida e lattescente, già ricettacolo di altri insetti. Attraverso un nebbioso raggio di sole, che d'improvviso trafigge la densità dell'ombra, scopro un turbinio di milioni di esseri infinitamente piccoli, al cui paragone i nugoli di moscerini, che ogni tanto piroettano nel fascio luminoso, sembrano schiere di giganti. Intanto una squadra di avide termiti sta impossessandosi delle parti morte di una corteccia, mentre proprio lì accanto alcune formiche tessitrici, dal colore dell'ambra, si impegnano a cucire insieme due foglie. Con le fortissima zampette, coadiuvate da altrettanto robuste mascelle, queste laboriose creature avvicinano i bordi delle foglie e subito le pinzano con sottilissimi fili. Ma in quel gioco di tira e pinza, spingi e cuci, una di queste finisce catapultata proprio dentro la mia camicia. Un piccolo ragno dalle lunghissime estremità si dà un gran daffare a tessere il suo palcoscenico di seta. Ma, imprudente, distende la sua trappola proprio sopra la mia testa. Finirò per distruggergliela non appena mi rizzerò in piedi a sgranchirmi le gambe. Un altro ragno colorato si appallottola invece sul margine di una foglia fingendosi un bocciolo. Anche lui con questo inganno catturerà la sua preda attratta appunto da quell'ingannevole cibo. Insetti d'ogni specie brulicano dunque dappertutto, attirati dalle linfe e tallonati dai loro astuti predatori, tuttavia prede a loro volta di lucertole e uccelli.

Il giorno declina sulla notte. Nel cielo si accendono gli ultimi bagliori del tramonto. Sembrano ingaggiare una lotta contro le ombre che calano veloci a sfumare i contorni. buio, e quando qui fa buio è proprio notte. La vita degli uccelli si è arrestata. Tacciono anche le scimmie, e ancora prima già si erano ammutolite le cicale. Ma il vuoto che certamente avrebbe lasciato il loro silenzio nella vasta orchestra, è presto colmato dal tono maggiore dei subentranti grilli canterini; infine si sono moltiplicate le più svariate e acute modulazioni delle raganelle. Al nuovo canto notturno ora si aggrega il piagnucolio lontano del caprimulgo, che svolazzando a bocca aperta su qualche invisibile radura inghiotte vento carico di insetti. Ben distinto nella moltitudine delle nuove voci sale anche il richiamo del barbagianní. Un'altra vita si è dunque risvegliata sostituendosi alla prima. una presenza tumultuosa, questa, che ben si mimetizza nelle tenebre e la cui voce è anche più intensa ed echeggiante dei suoni di pieno giorno. Ma la vera meraviglia che anima le calde notti della foresta sono le lucciole. Migliaia di questi lampiridi riempiono l'aria con allegro disordine, lanciando ritmicamente il loro luminoso richiamo d'amore. In alcuni momenti sembra di stare sulle fronde di un gigantesco albero di Natale. Soltanto la fresca nebbia mattutina disperderà quei lampioncini viventi, costringendoli a cercare riparo tra le foglie.

L'orchestra dei suoni notturni ha trovato dunque una sua perfetta armonia, invariata e duratura. L'aria è ferma. Nulla farebbe pensare a un possibile cambiamento di tempo se non il ricordo di certi cumuli pesanti veduti nel cielo al tramonto mentre andavano alla deriva. Ma d'improvviso ecco un vivido chiarore. Segue il borbottio del tuono, lontano, e tanto basta a far ammutolire per un attimo l'intera foresta. Poi, nel vuoto che segue, risuona cupamente il verso di un siamango destatosi improvvisamente. proprio in quel silenzio innaturale che si avverte la minaccia latente.

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E la tigre? Che ne è della «mia» tigre? Solo adesso mi do conto di aver dimenticato completamente la tanto inseguita fiera striata. Potrebbe anche essere qui sotto, poco lontana. Si sarà forse rintanata con l'avvicinarsi del suo periodo amoroso, o più semplicemente avrà deciso di finire il gioco, a rimpiattino con me, l'intruso?

Per avvicinarla ho fatto cose incredibili, persino biasimevoli qualche volta. L'ho inseguita nella giungla, aspettata al varco nelle radure, spiata dall'alto degli alberi, e tutto questo per quaranta giorni consecutivi. Ma è stato inutile. Si è rivelata di un'astuzia davvero insospettabile. Però non ha mai tentato di assalirmi, nonostante la fama di animale subdolo, aggressivo e di fredda ferocia. Devo dire che si è limitata soltanto a «sopportarmi», quasi sdegnando un contatto diretto. Insomma è stata proprio come una gran dama. In fondo, l'insidia che io mi ero aspettato da lei, è stata invece proprio lei a riceverla da me, in forma di assillante assedio. Un essere cosiffatto non può che suscitare grande simpatia e massimo rispetto.

Parlando di un animale e dei suoi atteggiamenti si tende sempre, purtroppo, ad affibbiargli la limitazione dell'istinto, inteso come tendenza di ordine fisico- biologico e non di attitudine psicologica, dunque come fatto soltanto meccanico cui obbedire rimanendone quasi estraneo. Ma a dire il vero a me è sembrato invece che la tigre, sfuggendo al mio accerchiamento nel modo raccontato, abbia dimostrato di possedere un'autentica capacità di analisi. L'intelligenza e la sensibilità dunque non sarebbero soltanto prerogativa dell'uomo. Riferendomi ancora alla mia esperienza particolare, e fors'anche per quella mia recuperata parte di animalità, credo di essere giunto più di una volta a identificarmi nella tigre; deduco quindi che sia piuttosto limitato quell'abisso che starebbe a dividere l'uomo dall'animale. Tanto più che quest'ultimo dimostra spesso di intuire con immediatezza anche ciò che l'essere umano non arriva a intendere, o almeno è assai lento a decifrare. Un animale superiore com'è la tigre sa, ma non sa forse di sapere; però capta assai bene il senso delle cose, questo io l'ho riscontrato. Potrebbe dunque possedere consapevolezza e autocoscienza? Ho visto gente inorridire a quest'idea, gente che umanizza il proprio gatto snaturandolo, ma nel contempo ritiene che il sapere di un animale superiore stia scritto soltanto nell'istinto e nel vento, che tutto a lui racconta. A gran fatica costoro accettano che per un animale il mezzo di ricevere e inviare messaggi possa essere in certa misura di ordine extrasensoriale, dunque condotto su canali e con rapidità differenti rispetto ai nostri; ma dir loro che questi animali, pur governati da esigenze e comportamenti diversi dai nostri, possano provare anche qualche sentimento primario fondato sull'emozione, ebbene è anatema. Eppure, sebbene non condivida il criterio di umanizzare un animale snaturandolo, a me è proprio sembrato che di emozioni nella «mia» tigre ne siano emerse più di una. Dopotutto, a darmene l'impressione, non potrebbe essere stata la medesima emotività animale da me adottata?

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Krakatoa, sui resti di un cataclisma (1968)

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da quel momento che cominciò l'anno zero del nuovo Krakatoa, destinato a ricrearsi, ed è quanto avvenne negli anni che seguirono. Il nuovo Krakatoa è infatti questo stesso cumulo di materia eruttata, e ora raffreddata, su cui, da giorni, vivo tra realtà e immaginazione. Basterebbe un sospiro del gigante, temporaneamente assopito, a cambiare nuovamente e in pochi attimi la fisionomia a tutto ciò che vedono i miei occhi. Di questo io ne ho piena consapevolezza. Ma per far capire meglio l'intensità emotiva che mi accompagna ecco in sintesi la storia dell'incredibile Krakatoa.

Sebbene sembrino un paradiso tropicale, le isole di Giava e Sumatra sono in realtà le regioni geologicamente più instabili e pericolose della Terra. Qui convergono i due grandi archi di debolezza della crosta terrestre - l'alpino-himalayano e il circumpacifico - che danno come risultante la zona più vulcanica del mondo: circa 500 vulcani, 117 dei quali in attività.

Krakatoa, un verde isolotto di forse trenta chilometri quadrati presso lo stretto della Sonda, non aveva altra fama, prima del 1883, che quella di essere stato un covo di pirati che rapivano le donne dalla terraferma. Dei tre crateri spenti che lo dominavano - Rakata, Danan e Perboewatan - il più elevato, Rakata, raggiungeva appena gli 820 metri d'altezza. In confronto ai maestosi colossi che orlano lo stretto, gli umili coni di quell'isolotto passavano quasi inosservati. Persino i geologi trascurarono il Krakatoa, tanto è vero che negli studi da questi compiuti nel 1880 non lo avevano neppure incluso fra le «aperture» che formano l'Anello di fuoco del Pacifico. E anche dopo, quando incominciò l'insospettata eruzione, nessuno diede molta importanza alle pur violente avvisaglie dell'imminente tragedia, che violente si ripeterono per tre mesi nel cielo dello stretto. Nessuno insomma si era reso conto che il modesto Krakatoa era in quegli anni il vulcano più pericoloso del globo. Poi, a tragedia avvenuta, cioè dopo quel fatidico 27 agosto 1883, la sua esplosione verrà ricordata come la più tremenda che l'uomo abbia mai udito; per le sue singolari caratteristiche sarà anche annoverata fra le maggiori di tutti i tempi, se non addirittura come la più grande e la più spettacolare di quelle conosciute.

La mattina del 20 maggio 1883 il Krakatoa si risveglia dal suo lungo sonno con una serie di boati che rimbombano nell'aria per un raggio di 500 chilometri. Dal cono del Perboewatan sale nel cielo una colonna di vapori infuocati alta più di 10.000 metri, mentre tutt'intorno si spandono ceneri roventi. Poi, di giorno in giorno, il fenomeno eruttivo diminuisce gradatamente d'intensità.

Ci si illude che la gola del vulcano abbia finito di ribollire, che il mostro si riaddormenti per altri duecento anni, com'era avvenuto nel 1680. Invece, nelle profondità del Krakatoa, la pressione sta raggiungendo il limite dell'esplosione. Un'infiltrazione d'acqua nel serbatoio di fusione crea un enorme volume di vapore. Il magma incandescente sale su per il camino del vulcano e con la potenza irresistibile del suo gas comprime il materiale che teneva saldamente otturate le apertura di Rakata, Danan e Perboewatan. La pressione continua ad aumentare, ormai il disastro è inevitabile. Il Perboewatan cede per primo. Dalle sue viscere si leva un poderoso ruggito - le forze immense che nei primordi modellarono il pianeta devono aver tuonato così - e nel cielo viene proiettata una colonna di vapori e detriti alta diciassette chilometri. il primo atto del parossismo finale del Krakatoa.

Sono le ore 13 di domenica 26 agosto.

Subito dopo quel violento preludio l'isola appare avvolta da nubi e fiamme. Ora, sulla costa dello stretto della Sonda, si abbattono ondate tremende che seminano morte e distruzione. Incomincia a cadere una fitta pioggia di cenere e lapilli roventi, e per tre giorni tutto scomparirà nelle tenebre, rotte soltanto dai lampi che dardeggiano dal vulcano. Nessuno potrà vedere l'inabissamento del Krakatoa. Solo qualche anno più tardi scienziati potranno ricosrruire abbastanza dettagliatamente l'immane disastro.

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L'isola di Robinson Crusoe (1970)

Chi non conosce il libro delle sorprendenti avventure di Robinson Crusoe? Un racconto che in passato riscosse uno strepitoso successo, ma che ancora oggi, dopo oltre due secoli e mezzo, è considerato un classico della letteratura giovanile. All'opposto di Herman Melville, Daniel Defoe ha qui lavorato di pura fantasia, raccontando la storia di un marinaio sbattuto dalla tempesta su ull'isola disabitata dove, unico scampato al naufragio, visse per ventotto anni solitario e abbandonato. Ma, come molti sanno, Defoe ha tratto ispirazione da un fatto vero che accadde in quell'epoca, e che suscitò enorme meraviglia.

Quando, nel 1712, le due navi inglesi Duke e Dutchess fecero ritorno in patria dopo un lungo e fortunato vaggio nei mari del Sud, si seppe subito che con esse era rientrato anche un marinaio scozzese di nome Alexander Selkirk, ritrovato dalle due navi a Juan Fernández, una sperduta isola del Pacifico, dove quell'uomo era rimasto per più di quattro anni in completa solitudine. Era stato abbandonato là, nel 1704, dal capitano Stradling del mercantile britannico Cinque Ports Gallet, come castigo per l'ennesima sua ribellione. Per aiutarlo a sopravvivere, almeno in un primo tempo, gli erano stati lasciati un fucile, un minimo di alimenti, un po' di tela, corda, qualche coltello e pochi altri oggetti. Così, lo scozzese ribelle che non mancava d'ingegno passò il suo tempo sull'isola a cacciare, a pescare, a seminare, ma soprattutto a scrutare ansiosamente l'orizzonte in cui aveva riposto ogni speranza. Selkirk infatti non si rassegnò mai a dover vivere lì il resto della sua vita.

Fu lo stesso Selkirk, al suo rientro, a narrare le proprie esperienze in un manoscritto ora conservato al British Museum. Però la meritata diffusione della sua impressionante cronaca l'ebbe dal suo salvatore, il capitano Woodes Rogers, che nella relazione del suo Viaggio intorno al mondo incluse «Il racconto di come Alexander Selkirk visse quattro anni e quattro mesi, solo, sopra un'isola deserta». Quella storia fece scalpore, e suscitò un così grande interesse presso il pubblico che Defoe pensò allora di ricavarne il suo Robinson Crusoe.

Sull'onda di quanto premesso, sono andato, per rimanervi un paio di settimane, nell'arcipelago Juan Fernández, e precisamente sull'isola maggiore denominata Más a Tierra, che oggi impropriamente chiamano anche Robinson Crusoe. Questo avveniva tra il dicembre 1970 e il gennaio 1971. Il giorno del mio arrivo a Más a Tierra, cielo e mare appaiono di un unico grigiore, i monti sono scomparsi nelle nubi, la pioggia scroscia portata dal vento freddo e incessante. Presto mi accorgerò che sul'isola, in questa stagione, il maltempo è la normalità.

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Ai confini del mondo (1971)

Capo Horn

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La tempesta dura ventiquattr'ore violenta, poi si attenua, cessa a tratti, e per brevi momenti compare, velato, il disco del sole. Alla resa dei conti la condizione normale di quest'isola è il maltempo. Dato questo per scontato, vivo giorni stimolanti e percorro tutta l'isola in lungo e in largo: non è più grande dell'Elba. una terra che vista dal mare pare fatta di miti ondulazioni rivestite di prati giallo-verdi; ma in realtà è per lo più un susseguirsi di paludi e acquitrini, su cui crescono rigogliose giuncaie e fitte graminacee frammiste a bassi cespugli di vario genere, sovente carichi di bacche rosse. Fra gli acquitrini crescono ampi cuscini di muschio, oltre a verdi rigonfiamenti compatti e tempestati di fiorellini bianchi; ricordano il silene alpino e costituiscono la sola nota dolce dell'isola. Le dorsali più alte sono rocciose, disseminate di blocchi e scaglie rivestiti di lichene. Sui declivi più protetti appaiono invece compatti faggeti plasmati dal vento; sono appena riconoscibili da lontano per il verde più denso delle loro chiome, chiazzate a tratti da pallide frasche rinsecchite. Sui vasti pianori si aprono sovente cedevoli e insidiose torbiere, e qui basta la minima distrazione per ritrovarsi sul ciglio franoso di un pozzo, quasi sempre mimetizzato da una bella fioritura di erba veronica. Tali forre rivelano sovente l'esistenza di pericolosi torrenti sotterranei. Vi sono inoltre innumerevoli laghetti, dimora di intere famiglie di oche mageraniche.

Ovviamente la vita qui è presente soprattutto con specie che si nutrono, e dipendono, esclusivamente dal mare. Primi fra tutti sono i pinguini. Vi è il tipico Eudyptes cristatus, fornito di due ciuffi di piume giallo-oro ai lati del capo, e alberga in grande colonia proprio su una nuda scogliera del Capo Horn. Insediati fra i cespugli dell'entroterra, in un labirinto di tane e gallerie in cui nidificano, vi sono poi vari gruppi di più comuni Spbeniscus magellanicus, i quali, ignorando totalmente l'inaffidabilità dell'uomo, si lasciano avvicinare fin quasi a farsi toccare.

Procedendo sulla riva del mare, là dov'è possibile tra scogli e spiagge sassose, è facile imbattersi in covate di uccelli delle varíe specie australi; aquile marine insistentemente volteggiano a breve distanza. Ma ciò che più impressiona su questi litorali sono gli accumuli di grosse alghe portate dai marosi. Depositate sugli alti scogli, pendono gigantesche Macrocystis pyrifera dai lunghi e neri tentacoli; ammassi di Durvillea utilis, ben radicati sulle rocce semisommerse, fluttuano invece nella risacca e si dimenano come grovigli di lunghi serpenti acquatici.

La punta occidentale dell'isola costituisce a mio avviso il miglior belvedere, anche per gli stupendi faraglioni che là si elevano dal mare. Ma il vento dell'ovest, il famoso vento che ha procurato al Capo Horn la sua cattiva fama, tocca qui limiti incredibili; basti dire che dall'alto della scogliera arrivo a protendermi nel vuoto sostenuto totalmente dal vento.

Ed eccomi al giorno più atteso del mio viaggio, quando raggiungo il vero e proprio Capo Horn. Dalla baia di sud-est, dove ero giunto attraverso i crinali dell'isola, punto in direzione di un grande scoglio isolato contro il quale già si vedono biancheggiare gli alti frangenti del Sud. Quando non mi separano che poche centinaia di metri da quel punto preso come riferimento, una scogliera dirupata mi obbliga ad aggirare l'ostacolo su per chine erbose. Ed è così che arrivo quasi senza accorgermene alle mitiche rocce di Capo Horn. Ancor prima di affacciarmi su quel severo paesaggio, scopro il debole faro. Non è più grande di una comune lanterna, ed è lì arroccato sul crinale sostenuto da un semplice trespolo di legno verniciato di rosso. incredibile la precaríetà di un segnale tanto importante, la cui esistenza, qui, ha quasi del miracoloso.

Sporgendomi da quell'estremo balcone meridionale, la prima cosa che cerco, e lo faccio istintivamente, è di accertarmi se il continente finisce proprio lì o se invece non esista qualcos'altro, anche un solo isolotto, a dare continuità alle terre emerse. Ciò in tal caso basterebbe a ridurre quell'incanto che invece provo pienamente di fronte al vasto e misterioso vuoto che si apre sotto i miei piedi, e mi fa sognare. Ma prima ancora della realtà, sono le cose lette e immaginare a presentarsi nella mente, ancor più penetranti e amplificate dai suoni concreti del luogo. Dal basso infatti sale un rombo possente che sembra uscire dal profondo dell'oceano; è come se esseri inimmaginabíli e imponenti, in lotta fra loro, si dimenassero emettendo prolungati ruggiti. A mano a mano che mi sporgo sull'abisso vedo il mare, già fosco e crestato dal vento di sud-ovest, farsi sempre più schiumoso, ribollente all'urto dei suoi cavalloni contro i primi scogli che incontra. Ad attendermi è ora il grande scoglio di sinistra, lo stesso che già avevo assunto come punto di orientamento per giungere fin qui dalla baia di sud-est. Da questo lato le sue pareti sono altissime e a picco, assalite da assordanti frangenti; eppure, come se niente fosse, al suo culmine ampio e rugoso passeggiano centinaia, forse migliaia di pinguini crestati. da non credere come bastino queste inavvicinabili presenze a far sentire meno soli.

Ho dunque raggiunto il leggendario Capo Horn e ora, volgendo le spalle ai «Quaranta Ruggenti» posso guardare oltre, verso i gelidi spazi dei «Cinquanta Urlanti», dove le poderose forze della natura bene si combinano con la fantasia dell'uomo posto lì di fronte. Ma tutto questo ancora non basta. Voglio andare oltre, se ancora è possibile, fino a toccarne i limiti. Allora mi calo giù per il grande salto. Discendo un primo lungo costone erboso, rasato e ingiallito dalla salsedine. Qui lo scoscendimento diventa una catasta di massi granitici, a tratti in bilico. Discendo anche questi. Fra le rocce, su zolle muschiose sempre più rade, occhieggia una gran quantità di graziosi fiorellini gialli, simili a bottoncini. Adesso la parete precipita bruscamente da un lato, mentre dall'altro si allunga per vari metri una placca liscia e compatta. Vado giù per questa, con molta cautela e anche con difficoltà, perché ho ai piedi gli stivali di gomma al posto degli scarponi. L'aspetto di questa placca, dilavata e un po' scolorita, mostra gli effetti della sua costante esposizione alle furie del mare, ormai vicino, che nelle frequenti ire spinge fin qui le sue bordate. Sono giunto sul margine estremo, oltre il quale la roccia scompare sotto i piedi nella bolgia schiumosa. Ma forse sulle rocce a destra potrei ancora calarmi per qualche metro, sfruttando alcune pieghe della parete. Così faccio, fin quando un flusso d'acqua mi investe di rimbalzo, ma senza conseguenze. il limite massimo oltre il quale non si può più andare, e lì rimango a cogliere emozioni. Vedo le creste arricciate degli alti cavalloni che avanzano velocemente dal mare aperto, e mi vengono incontro mantenendosi quasi alla stessa mia altezza. Improvvisamente urtano contro i primi scogli, disseminati qui attorno, e si rompono sollevando valanghe d'acqua, creste spumose e turbini di nebbie. Poi, quando giungono ancora più vicino, è il caos: un candido finimondo ribollente fatto di esplosioni, risucchi e grandi sollevamenti d'acqua seguiti da voragini, nuovamente colmate in pochi istanti dalla stessa materia impazzita, che non conosce tregua. Dal basso, nel tumulto nebbioso, vedo alzarsi intorno a me, più alti di me, brandelli di mare e lingue schiumose che irrompono e ricadono come cascate di coriandoli. l'ultimo atto di un rito poderoso ripetuto senza fine. La sonorità dell'aria tocca limiti impressionanti, scuote le rocce cui sono aggrappato e raggiunge il suo massimo ogniqualvolta l'ondata investe, e sommerge, la roccia torreggiante appena a lato, alta una ventina di metri.

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Nelle foreste dell'Orinoco (1967 e 1973)

Nell'esplorazione idrografica del pianeta mai si presentò un fenomeno naturale tanto curioso, contraddittorio e discusso come quello che vede comunicanti fra loro i due grandi fiumi Orinoco e Amazzoni, in cui defluiscono le acque dei due relativi bacini sudamericani. A rivelarlo fin dal 1639 era stato un intraprendente esploratore, ma a quell'epoca furono in pochi a crederci. La tradizione, e una certa logica, volevano invece che le regioni fluviali della Terra fossero separate fra loro da catene montuose o quanto meno da elevazioni; e in realtà fino allora, si era sempre rilevato che ogni fiume determina una pianta idrografica, quindi non può appartenere simultaneamente a due conche differenti.

Circa un secolo più tardi, un altro esploratore naviga per intero questo tratto di acque misteriose, chiamato Casiquiare, dimostrando sia l'esistenza di una biforcazione dell'Orinoco, sia il fatto che queste acque comunicano effettivamente con il bacino dell'Amazzoni. Ma una volta ancora la scienza non si arrende alle testimonianze, così la mappa editata nel 1798 riporta testualmente questa cruda nota: «La comunicazione tra i fiumi Orinoco e Amazzoni è una mostruosità geografica che, senza alcuna ragione, si è diffusa nel mondo».

Due anni più tardi, nel 1800, il barone Alexander von Humboldt, l'ultimo grande investigatore universale, percorre e misura il Casiquiare, e la sua autorità rende finalmente giustizia all'esistenza reale di questa «mostruosità geografica». Viaggio nelle Regioni equinoziali del Nuovo Continente è il titolo dell'opera gigantesca, composta da trentacinque volumi, nella quale Humboldt riferisce l'esplorazione compiuta in queste terre dal 1799 al 1804.

Nel 1973 ho ripercorso quel celebre itinerario fluviale nelle regioni amazzoniche venezuelane.

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Pagina 339

Sulle terre alte della Guayana - Auyán Tepuy (1975)

Il mondo perduto, il romanzo di Arthur Conan Doyle, è tutt'oggi considerato uno dei più sorprendenti racconti d'avventura. Sensibile al fascino delle vaste foreste tropicali, e attingendo a personali ricordi di viaggio, l'autore immagina l'esistenza nell'Amazzonia di un misterioso altipiano come unico avanzo terrestre di un mondo scomparso milioni d'anni fa. In epoca imprecisata sarebbero avvenute, secondo lo scrittore, tali convulsioni terrestri da «sbalzare» in aria, con tutto il suo contenuto vivente, una vasta porzione di quella foresta. Ne sarebbe risultato il più singolare altipiano, tagliato fuori dal resto del mondo da precipizi perpendicolari, altissimi e impercorribili.

Sarebbero perciò rimasti sospesi o arrestati, sull'altipiano, i processi ordinari della natura, come pure sarebbero stati neutralizzati e alterati gli sforzi che caratterizzano la lotta per la vita. Di conseguenza, in tali accidentali condizioni, si sarebbero conservate lassù l'esistenza e la continuità di alcune specie sparite in tutti gli altri punti della Terra: piante preistoriche e animali dell'età giurassica come l'iguanodonte, il pterodattilo, il plesiosauro d'acqua dolce, il dinosauro carnivoro ecc.

Ebbene, questa terra favolosa così come immaginata da Conan Doyle, ossia popolata di esseri di un'altra età fra cui si avvicendano i protagonisti del romanzo in un'atmosfera da fantascienza, esiste veramente, almeno come entità geografica, e forse è proprio stando al suo cospetto che l'autore si ispirò. Quale prodigio della natura, il Mondo perduto di Conan Doyle trova dunque una reale corrispondenza, e in forme e proporzioni ancora più estreme, in una regione dello stesso Sudamerica a tutt'oggi soltanto parzialmente esplorata. Si tratta della Guayana, nel Sud-Est del Venezuela. Il suo più vasto tavolato roccioso, inaccessibile e sospeso tra le nuvole a più di mille metri sopra l'immensa foresta vergine, porta il nome di Auyán Tepuy.

All'inizio di ottobre 1975 parto per l'Auyán Tepuy. Il mio viaggio avrà un duplice scopo. Il primo è quello di contornare, lungo i fiumi, i fianchi est e nord del vasto Auyán, articolati in valli, speroni e bastionate selvagge da cui precipita il Salto Angel, vale a dire la più alta cascata d'acqua del mondo, circa un chilometro di altezza. Il secondo è invece quello di raggiungere possibilmente la sommità dell'altipiano nelle vicinanze del grande Salto. Camarata è l'ultima base a est dell'esteso altipiano; vi si accede soltanto per via fluviale oppure con un piccolo aereo, che vola radendo la foresta e sfiorando le alte pareti; come se nel suo esotismo il paesaggio non fosse già di per sé abbastanza emozionante.

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L'Antartide dei miei ricordi (1976)

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Sono alla ricerca delle mummie nella North Fork, e sono solo. Il vento fischia e si lamenta attraverso la selva di massi morenici. Già si indovina il labirinto, gli ultimi cupi meandri che dividono la valle di Wright dal ghiacciaio continentale. una superficie caotica di pozzi, gole e valli senza sbocco: la creazione di una remota epoca glaciale. Il vento urla in quella direzione e mi piomba addosso siderale, con violenza moltiplicata. l' Effetto Venturi, ossia quel fenomeno fisico-idraulico molto comune da queste parti, che grossomodo si manifesta così: la gelida corrente che spazza l'altipiano antartico trova in queste valli delle strettoie nelle quali, incanalandosi, aumenta d'intensità anziché diminuire. Ovviamente questo vento risulta maggiormente raffreddato dalle zone d'ombra che attraversa.

Scopro la prima mummia appena al di là di un masso roccioso, quando per caso mi giro di spalle. Eccola allungata sulla ghiaia, intatta nella sua pelliccia giallastra, il capo appena supino, la bocca ancora socchiusa nell'ultimo respiro. Una violenta bufera deve averla indotta a trascinarsi fin qui per trovare un riparo. La seconda invece mi appare ancora da lontano, e sembra un fagotto scuro dimenticato sulla sabbia. Le ossa di un'altra biancheggiano in fondo a una depressione alcalina di almeno cinquanta metri: una vera trappola naturale. Altre due giacciono quasi affiancate, protese verso l'impossibile scarpata che si eleva subito lì davanti al loro muso, scrostato dai millenni. Un'altra ancora spunta solo per metà dal terreno che l'ha inghiottita; impressiona vederla in questo suo atteggiamento, con gli occhi vuoti rivolti al cielo. Alla fine ne avrò contate una ventina, per lo più distanti vari chilometri l'una dall'altra. Logicamente erano arrivate qui in epoche diverse, la tragedia di ciascuna fu quindi solitaria.

Da varie ore mi sto aggirando tra i resti di un dramma crudele, avvenuto senza testimoni che non fossero le gelide forme inanimate della vallata; una grande valle lunare dove sembra estranea, addirittura proibita, ogni forma di esistenza. La mia curiosità ha prevalso sull'orrore, e io in questo remoto ambiente di morte posso soltanto stupirmi. Nell'immaginazione non mi è difficile ricostruire il dramma di ognuna di queste creature, così rigidamente immobili e silenziose da secoli e secoli. Mi domando che cosa avevano fatto di tanto diverso che io stesso non avrei fatto al loro posto. Rivedo le loro sagome scure alle prese con la solitudine, la fame, il freddo, la morte; e mi pare di soffrire con loro, per loro a cui era mancato quel senso istintivo che fa scoprire i passi nascosti ed evitare le gole insuperabili. Nel lugubre crepuscolo autunnale, chissà per quante settimane, mesi forse, si trascinarono penosamente prima di spegnersi sulle crudeli morene di fondovalle. Quante saranno state tratte in inganno da queste depressioni moreniche? Ignare si erano buttate giù lungo quei pendii scoscesi e franosi, che potevano essere solo delle facili entrate senza possibilità di ritorno. E una volta laggiù, la vertigine della fame si era bloccata nella morsa di un terrore disperato. Ogni masso dovette allora sembrare un mostro in agguato, e l'aria un qualcosa di pesante come piombo, e l'azzurro del cielo una pietra tombale, mentre il sibilo del vento diventava progressivamente un suono misterioso, lontano, come proveniente da un punto indefinito, indefinibile: l'aldilà. La morte è sempre una visitatrice sinistra, ma quanto appare più atroce nell'infinita solitudine di questo angolo di mondo!

Sono più che mai solo, e nella realtà del mio essere in questo luogo mi sento quasi colpevole di vivere.

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