Autore Edoardo Boncinelli
Titolo Noi siamo cultura
SottotitoloPerché sapere ci rende liberi
EdizioneRizzoli, Milano, 2015 , pag. 160, cop.rig.sov., dim. 14,5x22x1,5 cm , Isbn 978-88-17-08054-5
LettoreFlo Bertelli, 2015
Classe natura-cultura , evoluzione , antropologia , scienza , storia della scienza , epistemologia












 

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Indice


Introduzione. Che cos'è la cultura?                      7


                       PRIMA PARTE
            L'avventura che dà senso al mondo

Plasmati dal collettivo                                 15
Le trappole del cervello                                22
La trasmissione del sapere                              24
Il programma dell'individualità                         29
Il segreto dell'adattabilità                            36
Come cristalli di neve                                  41
Coltivare il seme del talento                           47
Teste piene e teste ben fatte                           50
La cultura rende liberi                                 55
Una macchina per produrre credenze                      58
Determinismo, libero arbitrio, complessità              60
I miei libri                                            67
Curiosità e mistero                                     72
Meraviglie dell'arte, meraviglie della scienza          77


                      SECONDA PARTE
    Possedere la conoscenza, domare l'imprevedibile

Un progresso a due velocità                             85
Scienza e tecnica                                       92
Indietro non si torna                                   98
Una gloriosa impresa collettiva                        102
Un cammino a prova di rivoluzione                      107
Il vincolo della riproducibilità                       116
Misura, logica e fallibilità                           125
Il ruolo e i limiti dell'impresa scientifica           134
Più longevi, più sicuri, più liberi                    145
Artisti, scienziati, geni                              149


Conclusione. Sapere aude!                              155


 

 

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Pagina 7

Introduzione
Che cos'è la cultura?



L'uomo si caratterizza per il possesso di una cultura. È questo lo specifico della sua natura. Gli animali vivono del retaggio della loro evoluzione biologica, a cui noi aggiungiamo un'evoluzione culturale, da intendersi come successione e sviluppo delle fasi della nostra cultura. Viviamo immersi nella cultura e ne condividiamo i trionfi e le cadute come una sorta di destino. In quanto specie e in quanto individui.

Ma cosa intendiamo quando parliamo di cultura?

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Pagina 10

Quando parliamo di cultura non intendiamo in realtà niente di molto diverso dalla sua definizione antropologica, ma con un lieve spostamento di senso verso i contenuti conoscitivi esplicitabili, rispetto al complesso di procedure tramandate e di assunzioni tacitamente condivise. La cultura, quindi, è per noi il patrimonio di conoscenze condivise, magari non proprio fra tutti, ma certo all'interno di cerchie ben definite, la cui combinazione esaurisce il vivo del nostro mondo. La cultura così intesa è allora primariamente conoscenza, anche se pertinente ai campi più diversi. La differenza fra cultura e conoscenza culturale è straordinariamente sottile e solo l'uso quotidiano dei due termini può introdurre una prammatica sfumatura di significato.

All'interno di tale definizione è possibile introdurre un'altra distinzione fattuale, quella fra l'entità astratta che è la cultura intesa come patrimonio dell'ínsieme di soggetti che compongono il nostro mondo e l'entità concreta rappresentata dalla cultura posseduta da una persona specifica. Questo è il valore che attribuiamo al termine quando facciamo affermazioni quali «Quella è una persona di cultura» o, viceversa, «La sua cultura è scarsa».

Entità astratta ed entità concreta sono ovviamente interdipendenti perché la cultura di un popolo è per così dire la somma pesata delle culture degli individui che lo compongono, così come la cultura di un individuo è anche funzione della società a cui questo appartiene. Una popolazione possiede una cultura quasi senza accorgersene, mentre un individuo se ne deve appropriare e la deve coltivare. Ma perché impegnarsi a questo scopo?

La cultura effettivamente posseduta corrisponde alla quota di civiltà alla quale una popolazione o un individuo hanno accesso diretto, ovvero alla parte di tesoro culturale sulla quale possono contare. Va quasi da sé che maggiore è, meglio è, perché colloca quel collettivo o quella persona in posizione favorevole. Essere colti significa infatti possedere un buon numero di conoscenze strumentali e un patrimonio di nozioni edificanti e capaci di promuovere e armonizzare la nostra personalità: una persona colta è più libera, più consapevole e più capace di sostenere il peso della vita, almeno genericamente parlando.

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Pagina 29

Il programma dell'individualità


Ciascuno di noi è il prodotto di tre componenti fondamentali: il suo genoma, gli eventi della sua vita e il caso, il puro caso. Andiamo per ordine.

[...]

Che cosa fa il genoma? Dice alla cellula in cui si trova che cosa deve fare, in maniera univoca e autoritaria («Fai così e non discutere») o, come accade nella maggior parte dei casi, contemplando una serie di opzioni legate a un certo numero di contesti possibili («Fai così se le condizioni sono queste, fai colà se le condizioni sono queste altre»). Una delle acquisizioni più recenti e interessanti della ricerca è stata la scoperta di un meccanismo di contrattazione, per così dire, che avviene tra il Dna e il suo messaggio e la cellula, anzi le cellule, perché anche le cellule tra di loro si parlano. Quello che succede in una cellula spesso risente di quello che è successo in altre cellule o addirittura al di fuori dell'organismo. Molte delle istruzioni per l'uso portate dal genoma sono infatti condizionate dalla situazione dell'ambiente, ed è per questo che si parla di adattabilità degli esseri viventi: se i dettami del Dna fossero sempre indiscutibili, non ci sarebbe alcuna adattabilità.

In realtà, quando si parla di organismi piccolissimi, per esempio i virus, o quando si parla dell'inizio della vita di animali multicellulari come siamo noi, lo spazio per la contrattazione è minimo, non c'è il tempo per ascoltare quello che dice il mondo circostante. Per questo i primi comandamenti del Dna sono dittatoriali, ma lo sono sempre meno via via che cresce il numero delle cellule, via via che aumentano le dimensioni dell'organismo e la sua interazione con il mondo. Questa sorta di relativizzazione del potere di controllo del Dna, ovviamente parziale perché alcuni dei suoi ordini debbono comunque essere sempre eseguiti alla lettera, va in un certo senso incontro alle critiche rivolte qualche tempo fa ai biologi da un certo numero di intellettuali, che parlarono addirittura di mistica del Dna. Agli scienziati, cioè, veniva imputata la colpa di aver imparato con tanto entusiasmo il funzionamento del Dna da renderlo un'entità superiore, una specie di divinità imperturbabile e sorda a quanto effettivamente succede nelle cellule.

Al di là di certe impennate polemiche che andavano oltre il segno, e il vero, si trattava di osservazioni fondate, perché non bisogna mai esagerare in nulla, soprattutto in campo scientifico. Il Dna è essenziale, ma se ne può discutere. Non sempre e non in ogni circostanza, ma in moltissimi frangenti si può mediare. Certo, se non ci fossero i geni, non ci sarebbe nulla, perché senza Dna, senza geni, la vita non ci sarebbe. Con tutta l'adattabilità, con tutta l'influenza dell'ambiente, con tutta l'interazione che esiste tra il dettato genetico e le vicende dell'esistenza, senza geni o con geni mutati, cioè alterati, la vita non ci sarebbe. E su questo non si discute. L'ambiente da solo non può dare la vita e nemmeno formare un organismo.

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Pagina 41

[...] Progetto genetico e biografia sono quindi le due principali componenti di quanto ha fatto di noi ciò che siamo. Ma non basta.


Come cristalli di neve

Che cosa manca al conto? L'azione sottile del caso, cioè di quell'insieme di processi puramente casuali che a ogni istante interferiscono con l'azione delle altre due componenti. Nel tentativo di valutare il rispettivo contributo delle due componenti principali su questa o quella caratteristica fisica o psichica dei diversi individui, negli scorsi decenni sono state condotte le più diverse misurazioni, che si sono avvalse delle metodologie più varie e i cui risultati sono stati poi soppesati e controllati fino alla noia. Ebbene, tutto questo lavoro ha permesso di rilevare come praticamente in ogni caso la percentuale di responsabilità spettante all'azione dei geni sommata a quella spettante all'azione dell'ambiente non raggiungeva il cento per cento; mancava sempre qualcosa, e talvolta più di qualcosa. Alla fine si è capito che si era semplicemente trascurato il ruolo rivestito dalla componente casuale nella formazione del corpo e della mente dei diversi individui. Oggi nessuno più dubita di questo fenomeno, al quale tuttavia è necessario fornire una spiegazione, o almeno una giustificazione.

Diciamo innanzitutto che un fatto casuale non è un evento senza una causa. Ne avrà certamente una, anzi più di una, come tutti gli eventi del mondo, ma noi non la conosciamo, o perché è impossibile da conoscere o perché è difficile oppure perché non vale la pena conoscerla.

Una causa è impossibile da conoscere solo nel caso dei fenomeni quantistici, che però non è necessario scomodare quando si tratta di comprendere un fatto biologico. Niente indica, infatti, almeno fino a oggi, che la spiegazione degli eventi biologici più consueti richieda un'impostazione quantistica della prospettiva di ricerca. Una causa può invece essere difficile da individuare per una grande varietà di motivi, microscopici o macroscopici o, più spesso, di entrambe le nature. Il più delle volte, però, risulterà o essenzialmente inutile determinarla, perché irrilevante, o troppo complicato in rapporto alla sua rilevanza.

Se lanciamo in alto una moneta, potrà cadere su una faccia o sull'altra in base a una nutrita serie di cause: la velocità di partenza, l'angolazione, le condizioni dell'aria, il punto dove batte contro il terreno e via discorrendo. Non è impossibile determinare tutte queste condizioni, ma è molto arduo e non ne vale assolutamente la pena: diciamo allora che il risultato del lancio di una moneta è casuale. E la stessa cosa vale per il lancio di un dado. Lo stesso vale per la traiettoria di una singola goccia d'acqua in una cascata: in linea di principio non è impossibile da determinare, ma che importanza può avere? Così pure una particolare mutazione che compaia in un singolo individuo avrà certamente una causa, ma in condizioni normali individuarla non ha alcun interesse. Potremmo andare avanti all'infinito con gli esempi, ma non credo che ne valga la pena: sono innumerevoli le categorie di eventi che definiamo casuali soltanto perché non è così rilevante individuarne la causa.

Detto questo, nei meccanismi di sviluppo di un animale superiore il puro caso interviene ovunque e sempre, a livello molecolare come a livello macroscopico, durante le primissime fasi come in quelle più avanzate. A livello molecolare le determinazioni non sono mai molto rigide. Non c'è niente che possa controllare se di una certa proteina nucleare si producono venti molecole o ventidue, ma in date circostanze questo può contare, e dopo qualche tempo gli effetti di differenze del genere si sommano e si traducono in differenze biologiche. Così, l'individuo le cui prime cellule hanno visto formarsi venti molecole di quella determinata proteina sarà diverso dall'individuo nelle cui cellule di molecole ce ne sono ventidue; se tanto o poco diverso dipenderà da molte altre circostanze, alcune delle quali altrettanto aleatorie. Possiamo anche dire che lo sviluppo dell'embrione in questione è andato incontro a una biforcazione: se fosse accaduto un particolare microevento, le cose avrebbero preso una certa piega, mentre se fosse accaduto il microevento alternativo, le cose ne avrebbero presa un'altra.

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Coltivare il seme del talento


Dire che i geni sono importanti non significa affermare che l'educazione non lo sia e viceversa. Anzi. Più si considera rilevante l'azione dei geni, più risultano importanti la formazione e l'educazione, perché in loro assenza i geni non si possono esprimere fino in fondo, e averne di buoni o di ottimi sarebbe come essere venuti in possesso di uno scrigno colmo di tesori e non aprirlo mai. I nostri geni, infatti, come e più di quelli di ogni altro organismo, sono fatti apposta per essere sfidati o assecondati dalle conseguenze delle esperienze della vita, e ne «prevedono» l'intervento per la messa a punto della propria azione. Un esempio banale ma non irrilevante è dato dai geni necessari per produrre e secernere il latte. Tali geni sono sempre presenti, ma la loro azione si può osservare soltanto in donne che abbiano partorito un figlio. In assenza della catena di eventi che conduce una donna alla maternità, la loro azione non può estrinsecarsi e quindi neppure essere notata. Così come i geni che ci permettono di parlare non possono esercitare la loro azione se chi li porta non vive in una comunità umana e non apprende almeno una lingua: non dettano quale lingua parleremo ma si mettono a disposizione se vogliamo impararne e utilizzarne una.

Ciascuno ha i suoi talenti, dettati dai geni, e se sono presenti le condizioni appropriate, questi talenti possono sbocciare ovunque. In ogni parte del globo, in ogni famiglia, in ogni ceto sociale. È così per le doti intellettuali, per l'ingegno e per la creatività. Ma il discorso è lo stesso anche per la volontà, la perseveranza, la resistenza alla fatica e alla frustrazione, e per le doti più prettamente atletiche, come l'antico spirito di Olimpia ci insegna. Prima dello studio, dell'impegno e dell'allenamento, occorre quindi aver avuto la ventura di pescare il numero fortunato nella lotteria dei geni. E questi sono a loro modo galantuomini. E non guardano in faccia nessuno. Non è necessario avere alle spalle un illustre o potente casato e una gloriosa tradizione per essere un grande artista o un immortale inventore. Il genio colpisce dove colpisce e può fare ardere le pietre.

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Pagina 56

La cultura è una responsabilità che arricchisce e rende liberi. È libertà, ma anche liberazione come azione capace di sciogliere legami atavici che non hanno alcuna ragione di esistere e di far uscire la persona dalle strettoie del suo punto di vista e della sua ottica.

Autoistruirsi per l'intera esistenza implica appropriarsi di continuo di nuove porzioni del tesoro di conoscenza scientifica, tecnica, culturale e artistica in possesso dell'umanità. E questo da un lato apre la mente, consentendole di soppesare, valutare, elaborare idee sempre nuove e sempre zampillanti, e dall'altro la tiene in esercizio. Per quanto talvolta si possa essere tentati di accontentarsi di quanto si è imparato, si è visto o si è sentito, se lo si fa si rischia di regredire, perché la mente, come il progresso, se si ferma torna indietro. Occorre quindi che vada sempre avanti e che si riempia via via di nuovi contenuti.

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Pagina 67

I miei libri

E se siamo responsabili del nostro agire, lo diventiamo ancora di più quando ci dotiamo di una cultura. A prescindere dalle strategie – vere o presunte – che certe forme di potere escogitano per mantenere i cittadini in condizioni di ignoranza per meglio assoggettarli e controllarli, è innegabile che possedere cultura sia una grossa assunzione di responsabilità. La cultura è una milizia senza fine, e non tutti hanno la forza o il coraggio di perseguirla fino in fondo, in un mondo in cui (in pubblico) ovunque si dicono le stesse cose, a volte addirittura espresse con le stesse parole. Può darsi che in questo tenersi a distanza dal sapere pesi un retaggio dei tempi andati, quando la cultura era qualcosa di scandaloso, qualcosa di proibito, di riservato a pochi iniziati e spesso contrario alla morale. Non ci dimentichiamo che la democrazia greca è riuscita ad avvelenare Socrate perché «rovinava» i giovani semplicemente cercando di allargare loro il cervello.

Ma credo che in questo disinteresse giochi forse anche l'incapacità di provare piacere nell'acquisire conoscenza, un piacere che nasce dalla soddisfazione di colmare la propria sete di sapere. Se qualcuno non prova questa sete, se non sente il bisogno di placarla, per quanto mai definitivamente, è difficile che si accosti al pozzo del sapere, e tanto più che provi soddisfazione dall'attingervi. È anche vero, però, che a volte basta una lettura azzeccata per accendere in qualcuno la voglia di avventurarsi in altre letture, e basta un libro per far mutare di corso una biografia. Non accade spesso, ma accade.

La molla, insomma, è la curiosità, è il desiderio di capire quello che ancora non si è capito e di capire meglio quanto già si è capito: la soddisfazione, in entrambi i casi, è equiparabile a quella che può procurarci il riuscire a distinguere finalmente una forma da un insieme di punti colorati che parevano non averne una, o a estrarre un significato da una serie di parole che sembravano esserne prive.

Ho cominciato a provare questa curiosità fin da bambino, e da allora mi ha accompagnato nel corso di tutta la vita. I libri sono stati ovviamente lo strumento principe con cui soddisfarla. Quando ero giovane il libro rappresentava per me un bisogno vitale: vi cercavo innanzitutto la verità sul mondo. Non so se capita a tutti, ma io nei libri cercavo la lezione globale, aspettandomi che mi mettessero in grado di seguire lo sviluppo delle avventure intellettuali che nel loro complesso mi avrebbero portato a conoscere il mondo. C'era l'avventura della fisica moderna, della matematica, della psicologia, della sociologia, dell'economia, dell'antropologia, dei classici greci e latini, della grande letteratura, della cibernetica, dell'arte, della musica, della storia, della filosofia, della critica letteraria, del teatro... Di tutto ero affamato e assetato, tutto pensavo di poter capire e apprendere, tutto pensavo di ricordare.

Ma a che scopo? Innanzitutto, come ho detto, per soddisfare la mia curiosità, veramente insaziabile e, in secondo luogo, perché trascurare qualcosa poteva voler dire perdere l'occasione di capire meglio la realtà, il senso della vita, l'intricata e multiforme necessità del tutto. Non esistevano, ricordo, vie di mezzo: o capire tutto o non capire. Ma pensavo veramente di poter capire tutto? Credo proprio di sì, ovviamente col tempo. Quando si è giovani, davanti a noi si apre un orizzonte infinito. Abbiamo di fronte il possibile indeterminato, e c'è l'ignoto dietro l'angolo di ogni strada, c'è la sfida, continenti e continenti da esplorare. E una gran fede e una perenne aspettativa di saporite verità. Chiaramente, molte delle cose che cercavo sui libri me le avrebbero potute dare persone in carne e ossa oppure la scuola, ma non sarebbe stato lo stesso: una cosa che sta in un libro è tutta mia. Solo mia, e me la posso andare a rivedere quando voglio e tutte le volte che voglio. Il libro è conoscenza. E promessa di conoscenza. E io volevo conoscere tutto, almeno tutto ciò che mi interessava, che non era poco.

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Pagina 92

Scienza e tecnica


Ma torniamo a concentrarci sul progresso tecnico e scientifico. È importante chiarire fin dall'inizio il rapporto intercorrente fra la scienza, o le scienze, e la tecnica, o le realizzazioni tecniche. Nonostante quanto spesso si dice, il loro non è un rapporto gerarchico e meno ancora di subordinazione. La visione oggi corrente è quella secondo la quale la scienza trova nuove spiegazioni e combinazioni di eventi e la tecnica le mette in pratica, subito o col tempo, direttamente o indirettamente, in tutto o in parte. A tutto questo si dà usualmente il nome derisorio di «tecno-scienza». Certo alcune applicazioni pratiche, per esempio nel campo dell'elettronica, non si sarebbero neppure potute pensare se la scienza dell'immensamente piccolo non ci avesse messo a giorno delle sue leggi e della sua fenomenologia, quasi costringendoci ad abbassare lo sguardo sulle meraviglie di quel minuscolo mondo. Né sarebbero state immaginabili alcune tecniche di diagnosi molecolare condotta direttamente sul Dna se non avessimo imparato moltissimo sul Dna e sui suoi geni. E un gran numero di sintesi industriali di composti chimici, magari semplicissimi, sarebbero stati assolutamente irrealizzabili senza la teoria e la progettazione che ci stanno dietro.

Ma è vero anche il contrario. Alcune scoperte sono state possibili solo grazie alla disponibilità di tecniche adeguate, e sempre più spesso la ricerca sperimentale procede di pari passo con lo sviluppo di nuovi strumenti e metodi d'indagine. La strumentistica è oggi divenuta al contempo una sorta di fucina della scienza e di palestra della tecnica. Come, a pensarci bene, è logico che sia. Le scienze sperimentali si basano sull'investigazione di sempre nuovi fenomeni e tale investigazione è assai spesso assistita da strumenti via via più sofisticati. È una caratteristica intrinseca di ogni sperimentazione la ricerca di quesiti solubili, e solubili significa aggredibili con le tecnologie sperimentali correnti, attraverso esperimenti eseguibili materialmente e non solo sulla carta. Oggi, insomma, la scienza ispira la tecnica e la tecnica la scienza. Ma è sempre stato così?

Fermo restando che è in ogni caso difficile ricostruire con esattezza quanto è successo nel passato, soprattutto remoto, possiamo affermare con relativa certezza che la tecnica è venuta prima della scienza, molto prima. In un'epoca in cui non si immaginava neppure che cosa volesse dire scienza, i nostri antenati già progettavano e realizzavano strumenti adatti ai più diversi scopi, lavorando materie prime naturali e fabbricando manufatti. Come questo sia potuto accadere non lo sappiamo, ma possiamo immaginare diversi possibili cammini che abbiano condotto al raggiungimento di tali mete.

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Pagina 100

Con l'espansione di tutto, e soprattutto dei consumi, la nostra specie sta invadendo e rovinando il pianeta, sostengono costoro. In buona parte questa notazione è incontestabile: il nostro pianeta non è infinito e non possiede risorse infinite, e soprattutto era attrezzato per un volume contenuto di inquinamento e per un'interferenza limitata con i cicli del suo continuo rinnovamento.

Quando eravamo relativamente pochi e osservavamo la vastità delle terre e dei mari, per non parlare del cielo, pensavamo di abitare una casa infinitamente estesa e piena zeppa di risorse. Ora questa casa ci si è ristretta, e di molto! Ci siamo misurati con essa, l'abbiamo meglio conosciuta ed esplorata, e l'abbiamo trovata piccola per il nostro ritmo d'espansione. Presto non ci staremo più, e soprattutto non troveremo più abbastanza energia e materia per soddisfare i nostri bisogni, spontanei o indotti che siano. Dobbiamo preoccuparci? No. Dobbiamo pensarci? Sì. Perché per la prima volta il nostro presente deve venire a patti con il nostro futuro; nostro e dei nostri figli. Il segreto è, come al solito, provvedere senza preoccuparsi.

A questo proposito da qualche tempo si sente parlare di «decrescita», un processo che viene reclamizzato come la soluzione del domani ai problemi di ristrettezza di risorse del globo e costituisce una delle mode culturali del momento, con i suoi guru e gli immancabili entusiastici sostenitori. Il punto però non è quello di decrescere – come ce lo potremmo permettere? – ma di rallentare la crescita. Crescere bisogna comunque crescere, perché il numero degli esseri umani è in aumento e lo sarà ancora per molto, e gli abitanti dei Paesi in via di sviluppo, o comunque in ritardo sui tempi, entreranno sempre più sensibilmente nel mercato mondiale delle risorse e dei consumi. Ma forse si può cercare di crescere un po' più lentamente e intelligentemente: questo e non altro può essere il vero significato della parola-slogan «decrescita». Consumare meno e più oculatamente; presto detto, ma non facile da mettere in pratica.

Occorrerebbe in primo luogo capire che cosa ci sia veramente essenziale – ciascuno il suo – e cercare di assicurarsi quello e quasi solo quello. Ma cosa significa essenziale? Quasi per definizione l'essenziale è ciò di cui non si può fare a meno, dal punto di vista materiale e psicologico. Ciò che non è essenziale può anche essere considerato superfluo, ma senza dimenticare quello che Shakespeare fa dire a re Lear: «Oh, non ragionare in termini di ciò che è strettamente necessario: nella loro estrema indigenza, i più miserabili dei mendicanti che conosciamo possiedono qualcosa di superfluo». Occorrerà rifletterci bene su, ed essere, se possibile, razionali e coerenti. Soprattutto razionali. E non demonizzare la tecnica come nostra avversaria ma servircene, insieme alla scienza, per trovare una soluzione ai problemi.

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Pagina 102

Una gloriosa impresa collettiva


Chiariti il rapporto esistente tra scienza e tecnica, l'origine più antica di quest'ultima e le possibili combinazioni di eventi da cui è stato segnato il suo cammino, resta da definire che cosa sia la scienza.

[...]

Alla luce di questo, la definizione di «scienza» può dunque farsi decisamente più articolata e suonare pressappoco così: «La scienza è un'impresa collettiva e progressiva volta a cogliere gli aspetti riproducibili di un numero sempre maggiore di fenomeni naturali e a comunicarli attraverso lo spazio e il tempo in forma sinottica e internamente non contraddittoria, in modo da porre chiunque in condizione di fare previsioni fondate e di progettare e mettere in atto "macchine" funzionanti, siano esse di natura materiale o mentale».

Innanzitutto, quindi, la scienza si configura come un'impresa collettiva. La conduzione della ricerca scientifica e soprattutto il suo controllo sono oggi compito di molti e non di qualche singolo, per quanto di genio. Oggi si fa ricerca prevalentemente in gruppo, perché sono necessarie competenze e disposizioni diverse e perché il lavoro da compiere è tanto (esistono pubblicazioni firmate da decine, quando non da centinaia di autori). Il vero motivo per cui si definisce collettiva l'impresa scientifica è però un altro, ovvero il fatto che i suoi risultati debbono necessariamente essere divulgati — in riviste specializzate o più raramente in volume — e possono quindi essere vagliati non solo da coloro che lavorano in un certo campo ma potenzialmente da tutti i ricercatori del mondo.

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Quanto al determinismo, la fisica classica si è sempre fatta un vanto di poter seguire nei minimi particolari il moto di un corpo, o un qualsiasi altro fenomeno, anche per lunghi periodi. Conoscendo le leggi di quel fenomeno e le condizioni specifiche del processo in atto, si può prevedere con un ragionevole margine di sicurezza l'accadere di ogni singolo evento. Il futuro di un processo è quindi determinato.

Prende appunto il nome di determinismo la convinzione di poter sempre prevedere con precisione l'andamento di un fenomeno naturale. Si usa anche dire che la fisica classica è deterministica: date certe condizioni di partenza, ne deve per forza seguire un particolare corso degli eventi, in maniera determinata e prevedibile. Alcuni hanno spinto tale convinzione a limiti estremi. Laplace, come abbiamo visto, arrivò ad affermare che se qualche Supermente avesse avuto la possibilità di conoscere le posizioni e le velocità di ciascun oggetto esistente in un dato momento, avrebbe potuto prevedere con esattezza l'intera storia futura dell'universo.

Nel mondo delle particelle subatomiche, invece, le cose non stanno affatto così. Il comportamento della singola particella non è infatti prevedibile nel dettaglio, nemmeno in linea di principio. Quello che è prevedibile è solo il comportamento di un gran numero di particelle messe nelle stesse condizioni. Si dice a questo proposito che le particelle non seguono leggi deterministiche, ma solo probabilistiche o statistiche. È da questa constatazione che muovono quanti vedono ormai tramontata ogni possibilità di conoscere scientificamente il mondo che ci circonda. Ovviamente non è così. In primo luogo, perché quello che abbiamo detto riguarda esclusivamente entità microscopiche. In secondo luogo, perché se è vero che un singolo elettrone o un singolo protone si trovano in questa situazione, una manciata di elettroni verrà osservata in stati definiti con una frequenza molto simile alle probabilità spettanti ai vari stati. Se il numero delle particelle è alto, quindi, non ci sarà alcuna sorpresa: il complesso di particelle si comporterà nella maniera attesa e tutto rientrerà nei canoni delle previsioni deterministiche classiche. Che riguardano infatti corpi estesi costituiti di miliardi di particelle. È assurdo quindi voler applicare l'apparato logico della meccanica quantistica a un copertone di auto e più ancora a un essere umano, come si sente fare da alcuni cosiddetti intellettuali «aggiornati».

La visione di un cammino della scienza non progressivo, ma per così dire «a singhiozzi», ha generato uno sciame di luoghi comuni. Nella sua versione più radicale, questo insieme di luoghi comuni porta a concludere che dietro le affermazioni della scienza non ci sia alcuna sostanza reale, ma solo un accordo, un tacito patto, all'interno della comunità degli scienziati, che in un determinato periodo assume una certa forma e in un altro periodo una forma diversa. Il valore conoscitivo dell'impresa scientifica sarebbe in sostanza quasi nullo e le varie teorie scientifiche s'imporrebbero solo in virtù di un contratto sociale fra gli scienziati, o peggio fra gli scienziati e le forze politiche o produttive.

Il tempo sta facendo e sempre più farà giustizia di queste affermazioni, figlie d'ignoranza o di vera e propria malafede. Non possiamo non notare, comunque, che la scienza non è che una delle tante attività umane, ma le due caratteristiche appena ricordate, cioè il suo essere un'impresa collettiva e progressiva, la pongono in una posizione tutta particolare.

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Pagina 120

Il requisito della riproducibilità pone condizioni piuttosto stringenti agli oggetti della scienza, condizioni che lasciano molti estremamente perplessi portandoli a concludere che la scienza non possa essere una conoscenza «vera», dal momento che sceglie accuratamente i suoi oggetti trascurandone tanti altri. Infatti, la scienza come la intendiamo oggi non è la scienza del vero, se mai possa esisterne una. Le coincidenze, le combinazioni, le connessioni che qualcuno considera significative, le apparizioni a persone singole, le osservazioni possibili solo a chi possiede particolari virtù, congenite o acquisite, che tanto piacciono agli esseri umani fin dagli albori della loro storia, non sono e non possono essere oggetto di studio scientifico.

Il vincolo della riproducibilità non deve essere, però, applicato in maniera miope a ogni singolo fenomeno facente parte di un insieme di eventi tra loro correlati. Esistono fenomeni che a rigore non possono dirsi riproducibili e che tuttavia giacciono al cuore dell'impresa scientifica contemporanea, come il procedere dell'evoluzione biologica o eventi propri di alcune province della cosmologia.

[...]

Per quanto fondate siano queste obiezioni, accogliendole senza riserve si rischia di escludere l'intera biologia dall'area delle scienze. La biologia studia infatti un insieme di eventi altamente singolari e irriproducibili, dove il fattore tempo e l'irreversibilità la fanno da padroni. Nessuno si sognerebbe però di negare l'affidabilità scientifica delle conoscenze da noi acquisite sul codice genetico o sul meccanismo della sintesi proteica, che costituiscono ormai un capitolo dei più significativi del nostro patrimonio culturale. Il punto è che nel caso dell'evoluzione si ha un'enorme dilatazione della scala dei tempi. La trascrizione di un frammento di Dna e la traduzione del corrispondente Rna messaggero richiedono qualche minuto o qualche ora, mentre l'evoluzione del cavallo ha richiesto decine di milioni di anni.

Esistono tuttavia anche fenomeni evolutivi rilevanti che si sono verificati in tempi molto più brevi. L'osservazione degli eventi connessi al cosiddetto melanismo industriale, per esempio, ha richiesto pochi decenni, ma questo può indurci a concludere che tale fenomeno sia in sé più scientifico della speciazione di un particolare tipo di moscerini? Direi di no. Appare chiaro, quindi, che non è solo questione di tempi. D'altra parte, se il fattore tempo è importante, lo status di scientificità della teoria dell'evoluzione si viene a trovare sullo stesso piano di quello delle teorie cosmologiche. Entrambe le teorie vanno accettate oppure rifiutate sulla base degli stessi argomenti, senza contare che la teoria dell'evoluzione si occupa di eventi che hanno avuto luogo in tempi ben più recenti di quelli cui è interessata la cosmologia, e in condizioni ambientali che ci sono decisamente più familiari.

Una teoria può anche non essere verificabile in ogni sua articolazione e limitarsi a comprendere un certo numero di singoli fatti verificabili, se questi fatti sono logicamente correlati fra di loro e se il loro insieme permette di fare previsioni verificabili e verificate. Se non è stato ancora trovato un certo tipo di fossile, ma in base alla teoria adottata si prevede che debba esistere e debba avere certe caratteristiche, possiamo considerare il successivo ritrovamento del fossile come una sorta di verifica sperimentale. Analogamente, se si può prevedere che due geni appartenenti a due specie evolutivamente correlate debbano avere un certo grado di somiglianza e si constata che effettivamente è così, possiamo considerare questa osservazione sperimentale come una verifica della teoria stessa. L'importante è che la teoria non conduca a previsioni che siano poi smentite dai fatti. Insomma, la teoria dell'evoluzione, come in fondo quasi tutte le teorie scientifiche, non sarà mai verificabile in tutti i suoi singoli aspetti particolari, ma può benissimo vivere e prosperare se si articola su un certo numero di fatti verificati che siano logicamente connessi con quelli non verificabili o non verificabili al momento. Va anche detto che il numero di fatti verificabili e verificati nell'ambito dei fenomeni evolutivi è in continuo aumento e tutto lascia pensare che così sarà ancora a lungo.

Decisamente ingenua, se non erronea, è la posizione di quanti affermano che la teoria dell'evoluzione biologica non appartenga al dominio della scienza perché non è espressa in termini di formule o di equazioni matematiche. Non tutte le teorie scientifiche devono per forza essere matematizzabili. Quello che si richiede è che siano logicamente ineccepibili, cioè non ambigue e non contraddittorie, come vedremo tra poco, ma non necessariamente matematizzabili, anche se è apprezzabile che siano formalizzate. Si tratta di tre criteri diversi, per quanto talvolta possano coincidere. Il criterio della consistenza logica rappresenta un'essenziale conditio sine qua non per una teoria scientifica. Alcune teorie formalizzabili e formalizzate possono essere anche matematizzate. Perché questo accada occorre che all'interno della disciplina o della sottodisciplina possano essere individuati parametri quantitativi che evolvano in maniera riproducibile e sui quali si possa operare con gli strumenti della matematica, se non dell'aritmetica. Non è solo la teoria dell'evoluzione a non essere matematizzata, o a esserlo solo in parte. Gran parte della biologia non lo è, e non credo che si voglia affermare per questo che la biologia d'oggi non sia una scienza, anche se relativamente giovane e in una fase di crescita piuttosto disordinata.

Il vincolo della riproducibilità introduce una fondamentale discriminante fra le attività umane che possono aspirare al titolo di scienza, nel preciso significato che stiamo dando a questo termine. Nessuno dubita del fatto che la fisica delle particelle sia una scienza, mentre pochi, penso, considerano l'astrologia una scienza. Per altre discipline è però più difficile pronunciarsi. L'argomento è delicato, perché distinzioni di questo tipo urtano molte suscettibilità e vanno a colpire molti interessi. Non a caso è stato introdotto nei Paesi anglosassoni l'uso della distinzione tra scienze hard e scienze soft. Le scienze dure sarebbero le scienze fisiche e la biologia, quelle soft tutte le altre. Nella definizione di scienza così come la si è chiarita all'inizio di questo discorso, ricadono in pieno le scienze hard, e non ricadono alcuni argomenti cruciali di discipline come l'economia e la sociologia o altre discipline nel loro complesso.

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La scienza e la tecnica votate a cambiare più o meno consapevolmente il mondo circostante e la nostra maniera di viverci e l'arte in tutte le sue forme costituiscono quanto siamo soliti designare come «cultura». Distinguere tra i due ambiti è spesso complicato, perché in ogni arte c'è una certa componente tecnica e in ogni operazione pratica può fare capolino una preoccupazione di natura estetica. Che cosa è stato ed è più importante nella nostra vita? La scienza o l'arte? Chi può dirlo? Si tratta di aspetti strettamente interconnessi e autenticamente inscindibili. E questo è proprio il loro pregio.

Ma come accade che qualcuno si dedichi alla scienza e al progresso materiale e qualcuno preferisca coltivare le arti, ammesso che abbia senso assegnare una dimensione reale a tale distinzione e che si possa individuare più o meno chiaramente un simile spartiacque? Proprio bene non si sa, ma si possono fare delle ipotesi, visto che sembra esserci, negli individui, una certa inclinazione verso un tipo di attività o verso l'altro. E queste ipotesi sono naturalmente connesse al funzionamento del nostro cervello.

Il sistema nervoso centrale, e in particolare il cervello, è il teatro di un continuo scambio di informazioni che percorrono i singoli circuiti in tutte le direzioní. La maggior parte di questi scambi sono centripeti, muovono cioè dalla periferia al centro del corpo, ma alcuni sono anche centrifughi o circoscritti alle aree cerebrali, percorse quasi ossessivamente. Si tratta di fenomeni fisico-chimici descrivibili in un certo dettaglio, almeno in linea di principio, ma di cui non si ha consapevolezza e che avvengono di continuo e più o meno contemporaneamente, come dire in parallelo, l'uno accanto all'altro. Si può trattare di stimoli sensoriali, di vere e proprie percezioni o di ricordi che emergono, ma anche di una loro dosata combinazione.

Di tanto in tanto alcuni di questi processi paralleli affiorano alla coscienza. Non sappiamo bene come questo avvenga, ma possiamo paragonare il processo in questione a una serializzazione forzata. Processi paralleli avvengono allo stesso tempo, l'uno accanto all'altro, mentre un processo seriale è una successione lineare, o quasi lineare, di eventi che si succedono uno in fila all'altro, in serie appunto. I contenuti della coscienza sembrano possedere una struttura seriale, se non altro perché possono essere raccontati, possono essere espressi, cioè, da parole accostate a comporre una frase. La temporanea serializzazione di un gruppetto di processi paralleli non è un fenomeno semplice e gratuito. Anche se non ce ne accorgiamo, richiede sforzo e impiego di energia. Di questo possiamo facilmente renderci conto quando siamo molto stanchi, febbricitanti o un po' brilli. O semplicemente anziani: allora le parole non si mettono agevolmente in fila e qualcuna di esse addirittura ci manca. Si dirà che non sempre la coscienza è articolata in un racconto. Può anche essere, ma certo la raccontabilità di qualcosa, stati d'animo o nozioni, è la riprova di un avvenuto accesso di questo qualcosa alla coscienza. In uno stato di coscienza noi ci parliamo e in un certo senso ci prepariamo a parlare anche a qualcun altro.

I contenuti che hanno avuto accesso alla coscienza non persistono a lungo in tale stato. Poiché la condizione di serialità è il frutto di uno sforzo, appena possibile tali contenuti ritornano nel mare magnum dei processi paralleli. Come dire che ogni stato di coscienza coincide con un episodio di coscienza, più o meno lungo, ma circoscritto entro precisi limiti temporali: da un terzo di secondo a qualche decina di secondi, non di più. Nonostante l'apparenza, non esiste un flusso continuo di coscienza, ma una collezione più o meno serrata di episodi di coscienza. Visto da dentro, ognuno di questi può sembrarci anche eterno, ma il suo tempo esterno è stretto e limitato. L'affiorare alla coscienza può essere visto come una sorta di «gita premio» concessa a un certo numero di processi paralleli. Dopo, tutto ritorna parallelo, e quindi inconsapevole e per così dire preverbale.

Nella testa dei bambini e, a riposo, anche nella nostra, i veri episodi di coscienza sono rari e di breve durata. Altrimenti si farebbe troppa fatica. Esistono circostanze, però, che ci costringono a serrare le file, e a inanellare episodi di coscienza uno dietro l'altro per un tempo ragguardevole. Succede ordinariamente quando si legge con attenzione, quando si scrive e quando si esegue un calcolo. Va da sé che il cervello dei nostri lontani antenati era esposto molto raramente a condizioni di questo tipo. Con l'invenzione della scrittura, e del calcolo aritmetico, e infine del computer, il nostro cervello è stato messo sempre più a cimento, e costretto a sforzi «di concentrazione» via via più pesanti e impegnativi. È altresì evidente che qualunque cosa si intenda con «ragione», è nel regno del seriale sostenuto per qualche tempo che va cercata. Per eseguire un ragionamento corretto, o per risolvere un problema, occorre tenere la mente per una certa durata fissa sulle stesse tematiche. Pena lo «sfarinamento» della logica e una distrazione fatale, tipica dei ragazzi svogliati o di chi è mentalmente pigro.

Caratteristiche fondamentali dell'elaborazione razionale sono la precisione e l'univocità. Un'affermazione razionale dovrebbe idealmente avere un solo significato, potenzialmente esplicitabile. È quindi chiaro che la matematica e le scienze si debbano basare prevalentemente sulla razionalità, e perciò su un'elaborazione mentale seriale abbastanza protratta nel tempo. L'operare scientifico e tecnico poggia prevalentemente su un'inclinazione mentale del genere.

Abbastanza diversa è la situazione di chi produce arte, anche se esistono ovviamente ambiti ibridi, come per esempio quello della progettazione architettonica, a metà tra arte e tecnica. A chi produce arte non si richiede consequenzialità né necessariamente univocità. Anzi, si dice spesso che è l'ambiguità la cifra più autentica dell'eccellenza estetica: ogni elemento deve «alludere» a più cose contemporaneamente e generare in noi una molteplicità di risonanze emotive distinte.

Considerando ovviamente la gran quantità di situazioni ibride, si può dunque affermare che la piccola e media produzione scientifica e tecnica si basano prevalentemente sulla consequenzialità, e la piccola e media produzione artistica si basano sul parallelismo e sull'ambiguità. E poi ci sono le eccellenze, che sono tali anche grazie alla interazione dei due tipi di attività intellettuale. Un grande, grandissimo letterato non può non avere elementi di consequenzialità e di consistenza logica, così come un grande scienziato che ha intuito novità strabilianti non può non aver fatto tesoro di elementi paralleli e irrazionali. Per i geni c'è, come sempre, una condizione a parte.

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