Copertina
Autore Max Born
Titolo Il potere della fisica
EdizioneBoringhieri, Torino, 1962, Biblioteca di cultura scientifica 38 , pag. 144, dim. 155x220x19 mm
OriginaleExperiment and Theory in Physics [1943], Physik und Politik [1960]
TraduttoreMaria Ferretti
Classe fisica , filosofia
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Indice


1. Esperimento e teoria, 9

2. Il concetto di realtà, 50

   Ambiguità del concetto di realtà
   Positivismo e materialismo
   Il positivismo
   Estensione dei concetti
   Invarianti
   Gli invarianti fisici
   Il materialismo
   Conclusione

3. I limiti della rappresentazione
        fisica del mondo, 75

   Principio d'impossibilità.
        Termodinamica
   Teoria della relatività ristretta
   Relatività generale e cosmologia
   Prevedibilità e precisione di misura
   Teorie atomiche e quantistiche
   La complementarità
   Le scienze affini
   Limiti sociali ed etici

4. La fisica di oggi nello specchio di
        ieri, 111

5. Fisica e politica, 125

   Crisi della scienza
   Fisica e tecnica
   Le piaghe dell'umanità
   Guerra ed etica
   Uno sguardo alla storia
   Conclusione

 

 

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Pagina 9

I.
Esperimento e teoria
(1943)



naturale che un uomo consideri importante e utile il lavoro delle sue mani e del suo cervello, e perciò nessuno vorra rimproverare il focoso sperimentatore che si compiace delle sue misure e guarda un pochino dall'alto in basso la fisica fatta a tavolino dal suo collega teorico; il quale, da parte sua, è fiero delle sue idee elevate e disprezza le dita sporche dell'altro. Non molto tempo fa però, questa specie di rivalità amichevole si è trasformata in qualcosa di piú serio. In Germania una scuola di sperimentatori estremisti, capeggiata da Lenard e da Stark, andò tanto avanti da rifiutare tutta la teoria come un'invenzione degli Ebrei, e da dichiarare che il solo metodo di scienza genuinamente ariano è l'esperimento. C'è anche un movimento in direzione opposta, il quale, benché non razzista, non è meno radicale nell'affermare che per la mente bene allenata alla matematica e all'epistemologia le leggi della natura sono manifeste senza far ricorso all'esperimento. Due noti astronomi, Milne ed Eddington, seguono questa corrente di pensiero, anche se apparentemente essa li porta in direzioni piuttosto differenti.

Non è mia intenzione discutere alcuna delle affascinanti teorie di costoro; ma voglio richiamare l'attenzione sulla filosofia di Eddington, che proclama il trionfo della teoria sull'esperimento. Io sono un fisico teorico (di origine ebraica) e ci si potrebbe aspettare che mi rallegrassi di questa teoria. Ma non me ne rallegro.

Al contrario considero queste teorie un notevole pericolo per il sano sviluppo della scienza, ed è per questa convinzione che mi accingo a trattare questo difficile argomento. Non voglio tuttavia discutere con Eddington di profondi principi filosofici, né gareggiare con lui nella sua insuperata padronanza della dialettica della discussione. Ciò che voglio mostrare in modo semplice sono le mutue relazioni tra teoria ed esperimento nell'attuale sviluppo storico della scienza, e offrire un giudizio equilibrato sulla presente situazione e sulle possibilità future.

Ma anche questo modesto programma non è facile, perché uno scienziato attivo ha poco tempo per la storia della scienza. Ho letto molto poco, veramente troppo poco, della letteratura originale, e la maggior parte delle mie conoscenze è di seconda mano, presa da manuali ed enciclopedie. Ci sono però due fatti che m'incoraggiano: conosco alcuni dei grandi e classici capolavori della matematica e della fisica, abbastanza per non avere incertezze sullo sfondo storico e personale su cui si sono sviluppate; in secondo luogo, sono abbastanza vecchio per poter dire di aver assistito durante il corso della mia vita allo sviluppo della fisica moderna, che è una considerevole parte di tutta la fisica. Mi sembra che ciò fornisca sufficiente materiale per formarsi un'opinione.

Osservando attentamente la storia della scienza, notiamo una specie di ciclo, periodi di sviluppo sperimentale che si alternano con periodi di sviluppo teorico. Le teorie tendono a divenire sempre piú astratte e generali; culminano in principi, che sono inizialmente combattuti dai filosofi, ma piú tardi assimilati; appena essi diventano parte di un sistema filosofico, comincia un processo di dogmatizzazione e di petrificazione. Questa caratteristica è già avvertita nelle piú vecchie scienze quantitative, la matematica e l'astronomia: non c'è alcun dubbio che la prima conoscenza geometrica, scoperta dai Sumeri, dai Babilonesi e dagli Egiziani, era puramente empirica. I Greci scoprirono l'interdipendenza logica dei fatti geometrici e fondarono la prima scienza deduttiva, com'è formulata nell'opera di Euclide. Un matematico moderno può naturalmente considerare la geometria come un prodotto del puro pensiero, prendendo gli assiomi e i postulati come definizioni e tutto il sistema come un giuoco divertente. Ma questo non è certo quello che i filosofi greci intendevano fosse la loro geometria: essi pensavano di avere a che fare con proprietà di cose reali. Il fatto che le predizioni delle loro teorie erano confermate in ogni caso dall'esperienza, portò alla convinzione che gli assiomi della geometria euclidea contenessero la verità assoluta.

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