Copertina
Autore Giordano Bruno
Titolo Opere italiane 2
EdizioneUTET Libreria, Torino, 2007 [2002], Classici italiani 42 , pag. 900, vol. 2, cop.fle., dim. 12x19x4,5 cm , Isbn 978-88-02-07633-1
LettoreLuca Vita, 2007
Classe classici italiani
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Indice


  7 IV. DE L'INFINITO, UNIVERSO E MONDI

    commento di JEAN SEIDENGART

    Proemiale epistola, 9
    Dialogo primo, 33
    Dialogo secondo, 58
    Dialogo terzo, 87
    Dialogo quarto, 115
    Dialogo quinto, 135


169 V. SPACCIO DE LA BESTIA TRIONFANTE

    commento di MARIA PIA ELLERO

    Epistola esplicatoria, 171
    Dialogo primo, 197
    Dialogo secondo, 255
    Dialogo terzo, 317
    Errori più fastidiosi, 403


405 VI. CABALA DEL CAVALLO PEGASEO

    commento di NICOLA BADALONI

    Epistola dedicatoria, 407
    Sonetto in lode dell'asino, 415
    Declamazione al studioso, divoto e pio lettore, 416
    Un molto pio sonetto, 431
    Dialogo primo, 432
    Dialogo secondo, 450
    Dialogo terzo, 474
    A l'asino cillenico, 476
    L'asino cillenico del Nolano, 477


485 VII. DE GLI EROICI FURORI

    commento di MIGUEL ANGEL GRANDA

    Argomento del Nolano sopra gli eroici furori, 487
    Argomento de' cinque dialoghi de la prima parte, 501
    Argomento de' cinque dialoghi de la seconda parte, 505
    Argomento et allegoria del quinto dialogo, 509
    Avertimento a' lettori, 522
    Alcuni errori di stampa più urgenti, 523
    Iscusazioni del Nolano alle più virtuose
    e leggiadre dame, 524

525 Prima parte De gli eroici furori

    Dialogo primo, 525
    Dialogo secondo, 542
    Dialogo terzo, 554
    Dialogo quarto, 575
    Dialogo quinto, 602

642 Seconda parte De gli eroici furori

    Dialogo primo, 642
    Dialogo secondo, 683
    Dialogo terzo, 609
    Dialogo quarto, 715
    Dialogo quinto, 738


755 APPENDICI

    L'iconografia bruniana di LARS BERGGREN, 757
    Incipitario, Tavola metrica e Rimario
    di ZAIRA SORRENTI, 771
    Le quattro figure congetturali dello SPACCIO, 825
    Tavola delle costellazioni (dallo SPACCIO), 829
    Sulle fonti emblematiche degli EROICI FURORI
    di DONATO MANSUETO, 835


855 Indici

    Indice dei nomi dei testi bruniani, 857
    Indice dei nomi dell'Introduzione e dei commenti, 877

 

 

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Pagina 33

GIORDANO BRUNO NOLANO
De l'infinito, universo e mondi.


DIALOGO PRIMO


INTERLOCUTORI
Elpino, Filoteo, Fracastorio, Burchio.



ELPINO. — Come è possibile che l'universo sia infinito?

FILOTEO. — Come è possibile che l'universo sia finito?

ELPINO. — Volete voi che si possa dimostrar questa infinitudine?

FILOTEO. — Volete voi che si possa dimostrar questa finitudine?

ELPINO. — Che dilatazione è questa?

FILOTEO. — Che margine è questa?

FRACASTORIO. — Ad rem, ad rem, si iuvat; troppo a lungo ne avete tenuto suspesi.

BURCHIO. — Venite presto a qualche raggione, Filoteo, perché io mi prenderò spasso de ascoltar questa favola o fantasia.

FRACASTORIO. — Modestius, Burchio: che dirai se la verità ti convincesse al fine?

BURCHIO. — Questo ancor che sia vero, io non lo voglio credere: perché questo infinito non è possibile che possa esser capito dal mio capo, né digerito dal mio stomaco; benché, per dirla, pure vorrei che fusse cossi come dice Filoteo, per che se per mala sorte avenesse che io cascasse da questo mondo, sempre trovarei di paese.

ELPINO. — Certo, o Filoteo, se noi vogliamo far il senso giudice, o pur donargli quella prima che gli conviene, per quel che ogni notizia prende origine da lui, trovaremo forse che non è facile di trovar mezzo per conchiudere quel che tu dici, più tosto che il contrario. Or piacendovi cominciate a farmi intendere.

FILOTEO. — Non è senso che vegga l'infinito, non è senso da cui si richieda questa conchiusione: per che l'infinito non può essere oggetto del senso; e però chi dimanda di conoscere questo per via di senso, è simile a colui che volesse veder con gli occhi la sustanza e l'essenza: e chi negasse per questo la cosa, per che non è sensibile o visibile, verebe a negar la propria sustanza et essere. Però deve esser modo circa il dimandar testimonio del senso: a cui non doniamo luogo in altro che in cose sensibili, anco non senza suspizione, se non entra in giudizio gionto alla raggione. A l'intelletto conviene giudicare e render raggione de le cose absenti e divise per distanza di tempo et intervallo di luoghi. Et in questo assai ne basta, et assai sufficiente testimonio abbiamo dal senso, per quel, che non è potente a contradirne, e che oltre fa evidente e confessa la sua imbecillità et insufficienza per l'apparenza de la finitudine che caggiona per il suo orizonte, in formar della quale ancora si vede quanto sia incostante. Or come abbiamo per esperienza che ne inganna nella superficie di questo globo in cui ne ritroviamo, molto maggiormente doviamo averlo suspetto quanto a quel termine che nella stellifera concavità ne fa comprendere.

ELPINO. — A che dumque ne serveno gli sensi? dite.

FILOTEO. — Ad eccitar la raggione solamente, ad accusare, ad indicare e testificare in parte: non a testificare in tutto; né meno a giudicare, né a condannare. Perché giamai (quantumque perfetti) son senza qualche perturbazione. Onde la verità come da un debile principio è da gli sensi in picciola parte: ma non è nelli sensi.

ELPINO. — Dove dumque?

FILOTEO. — Ne l'ogetto sensibile come in un specchio. Nella raggione per modo di argumentazione e discorso. Nell'intelletto per modo di principio, o di conclusione. Nella mente in propria e viva forma.

ELPINO. — Su dumque, fate vostre raggioni.

FILOTEO. — Cossi farò. Se il mondo è finito, et estra il mondo è nulla, vi dimando: ove è il mondo? ove è l'universo? Risponde Aristotele: è in se stesso. Il convesso del primo cielo è loco universale; e quello, come primo continente, non è in altro continente: per che il loco non è altro che superficie et estremità di corpo continente; onde chi non ha corpo continente, non ha loco. Or che vuoi dir tu, Aristotele, per questo che «il luogo è in se stesso»? che mi conchiuderai per «cosa estra il mondo»? Se tu dici che non v'è nulla, il cielo, il mondo, certo non sarà in parte alcuna:...

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Pagina 415

SONETTO


IN LODE DE L'ASINO




    O sant'asinità, sant'ignoranza,
santa stolticia e pia divozione,
qual sola puoi far l'anime sì buone,
ch'uman ingegno e studio non l'avanza:

    non gionge faticosa vigilanza
d'arte qualumque sia, o 'nvenzione,
né de sofossi contemplazione,
al ciel dove t'edifichi la stanza.

    Che vi vai, curiosi, il studiare,
voler saper quel che fa la natura,
se gli astri son pur terra, fuoco e mare?

    La santa asinità di ciò non cura;
ma con man gionte e 'n ginocchion vuol stare
aspettando da Dio la sua ventura.

        Nessuna cosa dura,
eccetto il frutto de l'eterna requie,
la qual ne done Dio dopo l'essequie.

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