Copertina
Autore Charles Bukowski
Titolo Taccuino di un vecchio porco
EdizioneFeltrinelli, Milano, 1980 [1979], Universale economica 899 , pag. 207, pref. 7, dim. 110x180x13 mm
OriginaleNotes of a dirty old man [1969]
CuratoreCarlo A. Corsi
PrefazioneCarlo A. Corsi
Classe narrativa statunitense
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Pagina 23 [ inizio libro ]

un figlio di puttana si era rifiutato di scucire il grano, tutti che dicevano d'essere al verde, il pokerino era finito, io ero lì seduto col mio fratellino Elf, Elf era un ragazzo svampito, svaccato in toto, era stato a letto per anni a spremersi le palle gommose, a fare esercizi folli, e quando poi era sceso dal letto era più largo che lungo, un bruto sorridente tutto muscoli che voleva fare lo scrittore ma suonava un po' troppo come Thomas Wolfe e, a parte Dreiser, T. Wolfe è proprio il peggior scrittore che sia mai nato in America, e io colpii Elf dietro l'orecchio e la bottiglia cadde giù dal tavolo (aveva detto qualcosa che non m'era piaciuta) e mentre Elf si rialzava presi la bottiglia, scotch di marca, e lo centrai tra la mascella e il collo e lui andò giù un'altra volta, e io mi sentii sicuro di vincere, studiavo Dostoevskij e ascoltavo Mahler al buio, ebbi il tempo di attaccarmi alla bottiglia, di metterla giù, di fintare il destro e di allungare il sinistro appena sotto la cintura e lui andò a cadere sulla specchiera, goffamente, lo specchio si ruppe, ne uscì un suono da film, brillò e crepitò e allora Elf me ne fece planare uno sulla fronte, e io ricaddi su una sedia che si spiaccicò come un uovo, mobili da due soldi, e a quel punto c'ero dentro fino al collo - ho mani piccole e non avevo molta familiarità con l'arte, della boxe e poi non l'avevo mica messo fuori uso - e lui entrò in azione come un impiegatuccio vendicativo, e io lo centravo una volta su tre, mica dei colpi molto buoni, ma lui non mollava, e i mobili cadevano da tutte le parti, un gran casino e io che continuavo a sperare che qualcuno venisse a metterci un fermo, la padrona di casa, la polizia, Dio, uno qualsiasi, invece continuò così e poi non ricordo più niente.

quando mi svegliai il sole era alto e io in basso, sotto il letto. mi tirai fuori da lì sotto e scoprii che potevo reggermi. largo taglio sotto il mento. nocche sbucciate. di teste pesanti da sbronza ne avevo conosciute anche di peggiori. e ci si può svegliare anche in posti peggiori. per esempio in prigione? forse. diedi un'occhiata in giro. era accaduto sul serio. tutto rotto, impataccato e sconquassato, sparso in giro - lampade, sedie, specchiera, letto, posacenere - sfasciato al di là d'ogni immaginazione, roba da non credere, tutto orribile e finito. bevvi un po' d'acqua e poi andai al cesso. erano ancora lì: i deca, i venti, i cinque, i soldi che avevo buttato nello sgabuzzino ogni volta che ero andato a pisciare durante il pokerino, e ricordai che la rissa era cominciata per la GRANA. raccolsi i verdoni, li ficcai nel portafoglio, piazzai la valigia di cartone sul letto inclinato e cominciai a raccogliere i miei pochi stracci: camicie da lavoro, scarpe dure e bucate, calzini infeltriti e lerci, pantaloni sformati con gambe da far ridere, un racconto su come si beccano i pidocchi al teatro dell'opera di San Francisco e un dizionario sgualcito da mercatino rionale - «palingenesi - ripetizione di fasi ancestrali dalla nascita alla morte.»

la sveglia funzionava, la cara vecchia sveglia, dio la benedica, quante volte l'avevo guardata tra le teste pesanti da sbornia delle sette e mezzo e avevo detto, a culo il lavoro? A CULO IL LAVORO!, beh, diceva che erano le quattro del pomeriggio e stavo per metterla in valigia sopra i miei stracci quando - sicuro, perché no? - qualcuno bussò alla porta.

SÌÌÌ?

SIGNOR BUKOWSKI?

SÌ? SÌ?

VORREI CAMBIARLE LE LENZUOLA.

NO, OGGI NO. OGGI STO MALE.

OH, MI SPIACE. MA MI LASCI ENTRARE A CAMBIARE LE LENZUOLA. POI ME NE VADO.

NO, NO, STO TROPPO MALE, STO DAVVERO TROPPO MALE. NON VOGLIO CHE LEI MI VEDA IN QUESTO STATO.

andammo avanti così. lei voleva cambiare le lenzuola. io dicevo, no. lei diceva, voglio cambiare le lenzuola. non mollava, che padrona di casa. che corpo. tutta corpo. tutto di lei gridava LARDO LARDO LARDO. ero lì solo da due settimane. sotto casa c'era un bar. venivano a cercarmi, io non ero in casa, lei non faceva che dire «è giù al bar, è sempre giù al bar.» mi dicevano, «Gesù, Giuseppe e Maria, ma che razza di PADRONA hai?»

lei era una grassona bianca e andava a Filippini, 'sti Flippini conoscevano tutti gli stili, robe che i bianchi non si sognerebbero neppure, perfino uno come me; adesso 'sti Filippati si sono squagliati coi loro cappelli a tesa larga calati sugli occhi alla George Raft e con le spalle della giacca imbottite; erano loro a dettare la moda, i ragazzi dello stiletto; tacchi di cuoio, facciacce unte - dove siete finiti?

beh, insomma, non c'era niente da bere e me ne stavo seduto da ore e ore, stavo per dare i numeri; avevo il prurito alle gambe, ronzavo come un moscone, con le palle gonfie, stavo lì, seduto, con 450 dollari intascati facile, e non mi potevo comprare nemmeno una birra alla spina. aspettavo il buio. il buio, non la morte. volevo uscire. altro tentativo. alla fine riuscii a darmi una smossa. socchiusi la porta, la catenella ancora agganciata, ed eccone uno, una scimmiolina Flippata con un martello in mano. quando aprii la porta alzò il martello e fece una smorfia. quando richiusi la porta si tolse i chiodini di bocca e fece finta di piantarli nella passatoia delle scale che portavano al pianterreno e all'unico portone che dava sulla strada. non so quanto andammo avanti così. sempre lo stesso movimento. ogni volta che aprivo la porta lui alzava il martello e faceva una smorfia. scimmiolina merdosa! stava lì sul primo gradino e stop. cominciai a dar fuori da matto. sudavo, puzzavo; palline vorticose, vorticose, vorticose, riflettori e lampi di luce m'illuminavano il cervello. mi sentivo sul punto di scoppiare. respinsi con facilità l'attacco di follia e presi la valigia. leggera da portare. stracci. poi presi la macchina da scrivere. una portatile d'acciaio, presa in prestito dalla moglie di un ex amico, mai restituita. aveva un che di solido: grigia, piatta, pesante, discreta, banale. gli occhi mi arrivarono vorticando fino alla nuca e la catenella era tolta, e la valigia in una mano e la macchina da scrivere rubata nell'altra, caricai contro il fuoco della mitragliatrice, l'alba luttuosa, il casino totale, la fine di tutto.

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