|
|
|
| << | < | > | >> |Indice
Arancia meccanica
p. 7 Parte prima
89 Parte seconda
151 Parte terza
Appendice
221 Lettera di Anthony Burgess
al « Los Angeles Times »
225 Intervista a Stanley Kubrick
di Michel Ciment
| << | < | > | >> |Pagina 9 [ inizio libro ]Allora che si fa, eh?C'ero io, cioè Alex, e i miei tre soma, cioè Pete, Georgíe, e Bamba, Bamba perché era davvero bamba, e si stava al Korova Milkbar a rovellarci il cardine su come passare la serata, una sera buia fredda bastarda d'inverno, ma asciutta. Il Korova era un sosto di quelli col latte corretto e forse, O fratelli, vi siete scordati di com'erano questi sosti, con le cose che cambiano allampo oggigiorno e tutti che le scordano svelti, e i giornali che nessuno nemmeno li legge. Non avevano la licenza per i liquori, ma non c'era ancora una legge contro l'aggiunta di quelle trucche nuove che si sbattevano dentro il vecchio mommo, cosí lo potevi glutare con la sintemesc o la drenacrom o il vellocet o un paio d'altre robette che ti davano un quindici minuti tranquilli tranquilli di cinebrivido stando ad ammirare Zio e Tutti gli Angeli e i Santi nella tua scarpa sinistra con le luci che ti scoppiavano dappertutto dentro il planetario. O potevi glutare il latte coi coltelli dentro, come si diceva, e questo ti rendeva sviccio e pronto per un po' di porco diciannove, ed è proprio quel che si glutava la sera in cui sto cominciando questa storia. | << | < | > | >> |Pagina 18- Ti fa sentire proprio frollo, ti fa, - disse Pete. Si locchiava benissimo che al povero vecchio Bamba non gli quadrava mica tanto, ma non disse nulla per paura d'esser considerato un pivello micco e tonno. Be', ce ne andammo all'angolo di Attlee Avenue, dove c'era questo negozio di dolci e cancerose ancora aperto. Erano quasi tre mesi che li lasciavamo in pace e tutto sommato il quartiere era piuttosto tranquillo, quindi non c'erano molte pattuglie di rozzi o cerini in giro essendo tutti piú a nord del fiume in quei giorni. Ci mettemmo le maschere - erano delle novità cinebrivido fatte proprio alla perfezione; erano tutte facce di personalità storiche (ti dicevano il nome quando le compravi) e io avevo Disraeli, Pete aveva Elvis Presley, Georgie aveva Enrico VIII e il povero vecchio Bamba aveva un martino poeta chiamato Pibi Shelley, ed era un travestimento che sembrava vero, capelli e tutto, e di una specialissima trucca plastica che potevi arrotolarla quando avevi finito e nasconderla dentro lo stivale - poi tre di noi entrarono dentro e Pete restò fuori a far antenna, non che ci fosse molto da preoccuparsi ma comunque. Appena planammo nel negozio ci dirigemmo verso Slouse che era il gestore, una grossa gelatina di manzo che locchiò subito l'aria che tirava e fece per correre nel retro dove c'era il telefono e forse anche la sua forosa ben oliata, completa di sei sporchi colpi. Ma Bamba fu dietro al bancone guizzo come un uccello, mandando i pacchetti di taba a sfasciarsi sopra un grosso cartellone di una quaglia che faceva flash agli avventori con tutti gli zughí, e con i tuberi che quasi cascavano di fuori, per reclamizzare qualche nuova marca di cancerose. Allora si locchiò una specie di grossa palla rotolare nel retro dietro la tenda, ed erano Bamba e Slouse come incatenati in una lotta mortale. Poi dietro la tenda si snicchiò ansimare e rantolare e scalciare, e trucche che cascavano, e bestemmiare, e poi tutto un crash crash crash di vetri. Mamma Slouse, la moglie, stava come impietrita dietro il bancone. Si capiva che avrebbe scricciato a piú non posso se gliene davi l'occasione, cosí piombai dietro quel banco guizzo guizzo e l'acchiappai, ed era un gran bidone cinebrivido, tutta sniffiosa di profumo e con dei grossi tuberi flipflop tutti sballonzolanti. Le misi una granfia sul truglio per impedirle di mugghiare morte e distruzione ai quattro venti, ma questa cucciolona mi ci dette un accidenti di morsaccio lurido e cosí fui io che scricciai, e lei se ne venne fuori con un flipposo urlo per i rozzi che era una bellezza. Allora si dovette festarla perbenino con uno dei pesi della bilancla e poi le feci una bella carezza con un piede di porco che tenevano per aprire le casse, e quello fece uscire il rosso come un vecchio amico. Cosí adesso era per terra e le demmo una strappatina alle palandre tanto per divertirci e una piccola stivalata perché smettesse di lamentarsi. E, locchiandola là distesa con i tuberi all'aria, mi chiesi lo faccio o non lo faccio, ma quello era per piú tardi nella serata. Poi ripulimmo la cassa - quella cupa c'era un flipposo bottino cinebrivido - e dopo esserci serviti delle migliori cancerose piú super che c'erano, ce n'andammo, fratelli.| << | < | > | >> |Pagina 24Fu sotto la Centrale elettrica municipale che incontrammo Billyboy e i suoi cinque soma. Dovete sapere, fratelli, che in quei giorni le squadre erano quasi tutte di quattro o cinque ragazzi e si chiamavano auto-squadre perché quattro era un numero comodo per un'automobile, e sei era il numero minimo per una ganga. A volte delle ganghe si univano come per fare un migno esercito per le grandi battaglie notturne, ma in genere era meglio andare in giro in numero ridotto. Billyboy era qualcosa che mi faceva venir voglia di rigettare solo a locchiargli quella grassa biffa ghignante e ci aveva sempre addosso quella sniffa d'olio rancido e rifritto anche quando era vestito con le |
|
Scheda con 10745 bytes di citazioni. Pubblicazione completa della scheda in attesa di autorizzazione dell'editore. | << | < | |