Copertina
Autore James M. Cain
Titolo Mildred Pierce
EdizioneAdelphi, Milano, 2011, gli Adelphi 403 , pag. 308, cop.fle., dim. 12,7x19,5x2,2 cm , Isbn 978-88-459-2664-8
OriginaleMildred Pierce [1941]
TraduttoreMaria Napolitano
LettoreGiovanna Bacci, 2012
Classe narrativa statunitense , noir , gialli
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 9

Capitolo I



Nella primavera del 1931, su un prato di Glendale, in California, un uomo trafficava attorno ad alcuni alberi. Era un lavoro lungo: tagliava prima i rami morti, poi avvolgeva quelli più deboli in strisce di tela di sacco e li legava con cordicelle per sostenere gli avocado in autunno, quando fossero maturati. Il pomeriggio era caldo, ma l'uomo procedeva calmo e preciso, fischiettando. Piccoletto, sui trentacinque anni, portava con disinvolta eleganza i calzoni benché fossero sudici. Si chiamava Herbert Pierce.

Finito che ebbe di rinforzare gli alberi, rastrellò foglie e rami secchi, li trasportò nel garage e li buttò nella cassetta della legna da ardere. Poi prese il tagliaerba e falciò il prato. Un prato uguale a migliaia d'altri nella California del Sud: un rettangolo d'erba su cui crescevano avocado, limoni e mimose, ognuno con un circoletto di terra zappata intorno. Anche la casa, un villino spagnolo dai muri bianchi e dal tetto di tegole rosse, somigliava a tante altre. Oggi le case in stile spagnolo non sono più alla moda, ma a quel tempo la gente le riteneva elegantissime e quella non faceva eccezione, anzi, era una delle più belle.

Terminata la falciatura, l'uomo prese un tubo di gomma, l'avvitò a un rubinetto e si mise ad annaffiare con cura, puntando il getto sugli alberi, sulla terra smossa, sul vialetto lastricato e infine sull'erba. Quando tutto il giardino fu umido e profumato di pioggia, chiuse il rubinetto, fece sgocciolare il tubo, l'avvolse e lo riportò nel garage. Tornò indietro per controllare che l'acqua non avesse ristretto troppo i legacci degli alberi e rientrò in casa.

Al pari del giardino, il soggiorno era il tipico soggiorno da villino spagnolo. C'erano uno scudo araldico di velluto scarlatto appeso al muro, e pesanti tende di velluto scarlatto; di velluto scarlatto, con bordi fantasia, era pure il tappeto. Davanti al caminetto c'era un divano capitonné tra due poltrone coordinate; c'erano poi un lungo tavolo di quercia con sopra un abat-jour di vetro colorato; a terra due lampade di ferro, come i bastoni delle tende, con paralumi di velluto scarlatto; in un angolo un tavolinetto di quercia con sopra una radio in bachelite. Alle pareti erano appesi tre quadri raffiguranti una collina al tramonto con carcasse di buoi in primo piano, un cowboy che radunava le sue bestie sulla neve e una carovana che traversava un deserto pietroso. Sul tavolo c'era un libro, appoggiato di sbieco con studiata eleganza: Enciclopedia delle cognizioni utili si leggeva a caratteri d'oro sulla copertina.

Era una stanza fredda e al tempo stesso troppo carica di mobili opprimente, per chi decideva di soggiornarvi ma Herbert Pierce ne era piuttosto orgoglioso, soprattutto dei quadri, che gli sembravano proprio ben fatti. Quanto a soggiornarvi, l'idea non l'aveva mai sfiorato.

In quell'occasione, però, non la degnò di uno sguardo. L'attraversò fischiettando e andò nella camera da letto, arredata in verde acceso con un certo gusto femminile. Si tolse gli abiti da lavoro, li appese nell'armadio e, nudo, entrò in bagno dove aprì il rubinetto della vasca. La civiltà in cui viveva si rifletteva anche qui, e con un tono più accentuato. Se in materia di prati, soggiorni, quadri e ornamenti era una civiltà che aveva fatto a meno di alcuni concetti di estetica, sul piano pratico aveva rovesciato completamente tutte le leggi tradizionali. La stanza da bagno, rivestita di piastrelle bianche e verdi e linda come una sala operatoria, era un gioiello di comodità: ogni cosa era al suo posto, ogni cosa funzionava. Venti secondi dopo aver girato i rubinetti, l'uomo entrò nell'acqua dalla temperatura esattamente corrispondente ai suoi desideri, si lavò con cura, aprì lo scolo, uscì dalla vasca, si asciugò con un asciugamano pulito e tornò nella camera da letto senza mai smettere di fischiettare, convinto di aver fatto una cosa normalissima.

Si spazzolò i capelli, poi si vestì. Anche se i pantaloni sportivi non avevano ancora fatto la loro apparizione a quel tempo, i calzoni di flanella esistevano già. Ne indossò un paio pulito, con una giacca blu e una camicia. Poi si recò in cucina, sul retro della casa, dove sua moglie stava dando gli ultimi tocchi a una torta. Era piccola sua moglie, molto più giovane di lui: ma, siccome aveva la faccia sporca di cioccolata e portava un grembiulone verde, era difficile accorgersene; si notavano solo due gambe voluttuose che spuntavano da sotto il grembiule. Era curva su un libro di cucina, intenta a osservare il disegno di un uccello con una pergamena nel becco, decisa a riprodurlo con la matita su un cartoncino. Lui la guardò per qualche istante, poi disse che la torta era magnifica. Ma magnifica era dir poco, giacché quella torta era gigantesca, con mezzo metro di diametro, quattro strati e in cima la glassa, lucida come seta. Invece l'uomo sbadigliò. «Bene,» disse «mi sa proprio che qui non ho altro da fare. Vado a fare due passi».

«Torni per cena?».

«Ci provo, ma se non mi vedi per le sei, non aspettarmi. Forse ho da fare».

«Vorrei saperlo».

«Te l'ho detto: se non mi vedi per le sei...».

«Forse non mi sono spiegata. Questa torta è per la signora Whitley e costa tre dollari. Se torni per cena, con quei soldi ti prendo le costolette d'agnello. Altrimenti compro qualche cosa che piaccia di più alle bambine».

«Allora non aspettarmi».

«Perfetto».

La voce dura della donna era evidentemente in contrasto con l'umore dell'uomo. Dopo essersi aggirato incerto per la cucina, questi provò a rabbonire la moglie.

«Ho sistemato gli alberi. Li ho rinforzati ben bene, non c'è più il rischio che i rami si pieghino come l'anno scorso, quando maturano gli avocado. E poi ho tagliato l'erba. Una bellezza, vedrai».

«E quando pensi di annaffiare il prato?».

«L'ho già annaffiato».

Il suo tono era compiaciuto: aveva teso alla moglie una piccola trappola e lei c'era cascata. Ma nel silenzio che seguì, l'uomo ebbe la vaga sensazione di essere caduto a sua volta in una trappola. Aggiunse, esitante:

«Ho dato una bella bagnata».

« un po' presto, no, per annaffiare?».

«Tanto, prima o poi...».

«Di solito si aspetta che il sole non scotti più: fa meglio all'erba e non si spreca l'acqua che pagano gli altri».

«Chi, per esempio?».

«Lavoro solo io, in questa casa».

«Vedi per caso qualche lavoro che potrei fare e non faccio?».

«Comunque, vedo che ti sei sbrigato».

«Avanti, Mildred, dove vuoi arrivare?».

«Perché non scappi? Lei ti aspetta».

«Lei chi?».

«Lo sai chi».

«Se parli di Maggie Biederhof, non la vedo da una settimana, e per me è soltanto una per giocarci a ramino se non ho altro da fare».

«Cioè sempre, se proprio me lo chiedi».

«Non te l'ho chiesto».

«Che cosa ci fai con lei? Giocate un po' a ramino, poi le sbottoni quell'abito rosso che porta sempre senza reggiseno e la butti sul letto? Dopo fai un sonnellino, ti alzi e guardi se c'è del pollo freddo nella ghiacciaia, poi un'altra mano di ramino, e via di nuovo sul letto? Dev'essere molto divertente. Non riesco a immaginare nulla di più divertente».

I muscoli della faccia dell'uomo si contrassero, segno d'irritazione crescente; aprì la bocca per parlare, ma poi ci ripensò. Infine, con un tono che voleva essere leggero, rassegnato, disse: «E va bene, va bene», e fece per uscire dalla cucina.

«Non le porti niente?».

«Portarle...? Che?».

« avanzata un po' di pasta e ho fatto dei pasticcini per le bambine. Grassa com'è, deve andare matta per i dolci. Aspetta, te li incarto, così glieli porti».

«Va' al diavolo».

Lei posò il cartoncino, gli si piantò davanti e cominciò a parlare. Non si preoccupava dell'amore, della fedeltà o della morale, ma dei soldi, e della sua incapacità di trovare lavoro. Per lei, l'altra donna non era una sirena, pronta a rubarle l'amore del marito, bensì la causa dell'infingardaggine che ultimamente si era impadronita di lui. Bert la interruppe più volte per giustificarsi, ripetere che non c'era lavoro e farle presente, stizzito, che, anche se la signora Biederhof era entrata nella sua vita, lui, dopotutto, aveva pur sempre diritto a un po' di pace, e non meritava di essere rimproverato in continuazione per cose che non dipendevano da lui. Parlavano in fretta, quasi le parole bruciassero e bisognasse raffreddarle tenendole in bocca. Quella scenata sordida aveva in fondo un sapore antico, quasi classico: quei due usavano le stesse recriminazioni fin dai primi tempi del loro matrimonio, senza abbellirle e senza aggiungere nulla di originale. A un certo punto si fermarono, e l'uomo fece di nuovo per uscire dalla cucina.

«Dove vai?» domandò lei bloccandolo.

«Perché dovrei dirtelo?».

«Vai da Maggie Biederhof?».

«E anche se fosse?».

«Allora fa' subito le valigie e vattene sul serio, perché se esci da quella porta, io non ti permetterò di tornare. A costo di farti a pezzi, qui dentro non ti farò rientrare».

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 48

La signorina Turner, che aveva un modesto locale in uno dei grandi immobili riservati agli uffici in centro, si rivelò una persona ordinata, non molto più anziana di Mildred e piuttosto cinica. Fumava una sigaretta con un lungo bocchino con il quale fece cenno a Mildred di sedersi a una piccola scrivania, poi, senza alzare gli occhi, le ingiunse di riempire un modulo. Ricordandosi di scrivere chiaramente, Mildred fornì una quantità assurda di informazioni su di sé, che spaziavano da età, peso, altezza e nazionalità, a religione, titolo di studio e stato coniugale. Molte domande le sembrarono inutili, alcune impertinenti, ma rispose a tutte. Giunta alla casella «Tipo di lavoro desiderato», esitò. Che tipo di lavoro desiderava? Qualunque lavoro le rendesse un po' di denaro, ma non poteva rispondere così, e allora scrisse: «Receptionist». Non era ben sicura del significato, ma aveva sentito spesso la parola nelle ultime settimane e le sembrava autorevole.

Giunta all'ampio spazio riservato ai nomi e agli indirizzi dei precedenti datori di lavoro, scrisse, con rammarico: «Primo impiego». Firmò il modulo prima di consegnarlo. La Turner la invitò a sedersi, studiò il modulo, scrollò la testa e lo gettò sulla scrivania:

«Non ha nessuna possibilità».

«Perché no?».

«Sa che cos'è una receptionist?».

«Non saprei esattamente, ma...».

«Una receptionist è una signorina pigra che non sa fare niente al mondo, ma vuole starsene in prima fila dove tutti possono ammirarla. quella con l'abito di seta nero, molto scollato e molto corto, seduta all'ingresso davanti a quel piccolo centralino sul quale ogni tanto, se ne ha voglia, compone un numero. Quella, sa, che dice: "Si accomodi, il signor Doakes la riceverà fra un minuto", e nel frattempo continua a mostrare le gambe e a smaltarsi le unghie. Se va a letto con Doakes prende venti dollari la settimana, altrimenti dodici. In altre parole, non si offenda, ma da come ha compilato questo modulo dovrei dire che anche lei è così».

«Come no: io a letto ci sto benissimo».

Se questa uscita produsse qualche effetto su di lei, la Turner non lo diede a vedere. «Ne sono certa,» disse annuendo «non è la sola. Ma io non dirigo una casa di appuntamenti, e per il momento un posto come lei lo cerca non c'è. Le receptionist andavano di moda ai bei tempi passati, quando perfino un usuraio per darsi un tono doveva averne una nell'anticamera, ma poi si scoprì che quel tipo di impiegata non era indispensabile. I capi cominciarono ad andare a letto con le mogli e la faccenda funzionò. O perlomeno, l'indice della natalità ricominciò a salire. Lei non ha fortuna, cara».

«Ma io so fare anche altre cose».

«Non si direbbe».

«Lei non mi dà modo di elencargliele».

«Se sapesse fare qualche altra cosa l'avrebbe scritto a lettere cubitali sul modulo. No, non voglio sapere altro: è inutile sprecare il mio tempo e il suo. Archivierò la sua scheda, ma gliel'ho detto e glielo ripeto: lei non ha nessuna possibilità».

Il colloquio era terminato, era chiaro, ma Mildred si costrinse a fare un piccolo discorso, una sorta di imbonimento. Parlando, si riscaldò: spiegò che quando si era sposata non aveva ancora diciassette anni e che, mentre le altre imparavano mestieri e professioni, lei aveva messo su casa e allevato due figlie. «Una carriera» commentò «che in genere non è considerata disonorevole». Ora che il suo matrimonio era naufragato, era forse giusto punirla per ciò che aveva fatto e negarle il diritto di guadagnarsi la vita come gli altri? Per giunta, anche da sposata, non era certo rimasta con le mani in mano. Si era allenata a essere una brava massaia e un'ottima cuoca; anzi, i suoi guadagni, per quanto modesti, li doveva proprio alla fama delle sue doti culinarie tra i vicini. Se cucinava bene, avrebbe potuto far bene anche altre cose. «Sono brava in tutto quello che faccio» ripeteva.

La Turner estrasse una serie di schedari pieni di moduli di diversi colori e li dispose a ventaglio sulla scrivania. Guardando attentamente Mildred, disse: «Come le ho già detto, lei non ha le qualifiche necessarie. Dia un'occhiata qui e capirà. Questi tre schedari sono datori di lavoro, gente che mi chiama quando vuole qualcuno. E mi chiamano, sa? Mi chiamano perché li tratto onestamente e risparmio loro colloqui inutili con gente come lei. Vede quei moduli rosa? Significano: "Ebrei esclusi". Vede quelli azzurri? Sono pochi, ma significano: "Cristiani esclusi". Questo non la riguarda, ma le farà capire. Su questa scrivania la gente è venduta come il bestiame in fiera, esattamente per la stessa ragione: perché ha i numeri che esige il compratore. Capito? E ora, questo la riguarda. Quei moduli verdi significano: "Coniugate escluse"».

«Perché, se è lecito?».

«Perché proprio nell'ora di punta voialtre piccole massaie perfette di solito ricevete la notizia che il pargolo si è preso il mal di pancia, scappate via e ritornate forse l'indomani o forse dopo un mese».

«Qualcuno dovrà pur pensare ai pargoli».

«Questa gente, i datori di lavoro dei moduli verdi, non s'interessa molto dei pargoli. E un altro vizio di voialtre piccole massaie perfette è quello di accumulare una montagna di debiti che tocca al maritino pagare. Il maritino non ce la fa e allora vi mettete a lavorare anche voi. E il primo assegno che vi danno non basta a pagarne la centesima parte... e la vita è troppo breve».

«E le sembra giusto?».

«Non sta a me giudicare. Per me sono clienti come tutti gli altri».

«Io non ho debiti».

«Ne è sicura?».

Mildred pensò con senso di colpa alla scadenza del primo luglio e la Turner, cogliendo il suo sguardo, continuò: «Vede? Ora guardi un po' questi altri schedari qui. Sono tutti candidati. Ecco le stenografe: sono un esercito ma una cosa, almeno, la sanno fare. Queste sono segretarie qualificate: un esercito anche loro, ma in uno schedario diverso. Queste sono stenografe con preparazione scientifica: infermiere, assistenti di laboratorio, chimiche, tutte capaci di far marciare una clinica, un ambulatorio con tre o quattro dottori, o di sbrigare lavori ospedalieri. Perché dovrei raccomandare lei prima di loro? Qualcuna è perfino laureata in Fisica e in Scienze naturali. Ecco uno schedario intero di stenografe che sono anche esperte contabili. Ognuna di loro potrebbe sbrigare tutto il lavoro di una piccola ditta e ritagliarsi un po' di tempo anche per il letto. Questi sono piazzisti, uomini e donne, ognuno con referenze di prim'ordine... capaci veramente di collocare merce. Sono tutti arenati perché il mercato è fermo, ma non vedo proprio perché lei dovrebbe scavalcarli. E questi sono gli alti profili. Guardi qui, uno schedario intero, uomini e donne, dirigenti e amministratori: chiunque di loro raccomandi, sono certa di non sbagliare. Sono tutti a casa, seduti accanto al telefono, ad aspettare che li chiami. Ma io non li chiamerò: non ho niente da dire. Se lo metta bene in testa: lei non ha nessuna possibilità. Io soffro, non dormo la notte, pensando che non ho niente da offrire a questa gente. tutta gente meritevole, ma io non posso aiutarla. Perciò non s'illuda che la faccia passare davanti a uno di loro. Lei non è specializzata. Non sa fare niente di preciso e io odio la gente che non sa far niente».

«Lei come mi classificherebbe?».

Le labbra di Mildred avevano ricominciato a fremere come nell'ufficio della signora Boole. La Turner girò in fretta la testa. «Posso darle un consiglio?» domandò.

«Certamente».

«Non la definirei una bellezza fatale, ma ha una figura perfetta, e, a suo dire, cucina bene ed è brava a letto. Perché non rinuncia a trovare un impiego e non si cerca piuttosto un uomo disposto a sposarla?».

«Già fatto».

«Ha fatto fiasco?».

«Vedo che non riesco a dargliela a bere. la prima cosa che mi è venuta in mente, e all'inizio sembrava che funzionasse. Poi, forse, le due figlie mi hanno squalificata anche lì. Lui non ha detto questo, ma...».

«Ehi, così mi spezza il cuore».

«Non pensavo che avesse un cuore».

«Nemmeno io».

La fredda logica della Turner penetrò fino alle viscere di Mildred, dove non erano arrivate la stanchezza, l'attesa e l'inutile speranza delle ultime settimane. Rincasata, si lasciò andare e pianse per un'ora. Ma il giorno dopo andò ostinatamente a iscriversi ad altre tre agenzie. Si mise a fare pazzie, come entrare d'impulso a chiedere lavoro nei negozi davanti ai quali si trovava a passare. Un giorno entrò in uno stabile di uffici e iniziando dall'ultimo piano visitò ogni singola ditta, riuscendo a parlare solo con due persone. Intanto il pensiero del primo luglio la ossessionava. Cominciò a perdere le forze, impallidì, si sciupò. Stirò così tante volte l'abitino stampato che ormai, prima di applicarvi il ferro, ne esaminava preoccupata le cuciture. Viveva di fiocchi d'avena e di pane, riservando alle bambine tutto il latte, le uova e il pollo che poteva comprare.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 100

La domenica seguente, quando le bambine furono invitate a cena dai Pierce, Mildred capì che Bert sarebbe venuto da lei. L'aveva avvisato che desiderava vederlo e lui aveva evidentemente disposto le cose in modo da trovarla sola. Cominciò a preparare le torte in anticipo sperando di finire prima del suo arrivo, ma aveva ancora le braccia fino al gomito nella pasta quando egli entrò in cucina. Le domandò come se l'era passata. «Benissimo» replicò Mildred, per poi chiedergli a sua volta come andasse. Bert rispose: «Non c'è male», poi si sedette con aria amichevole e si mise a guardarla. Lei non osò intavolare subito l'argomento; ci riuscì solo dopo aver parlato del più e del meno. Parlò della Casa modello, delle difficoltà legali, e citò Wally per i passaggi più difficili. Poi deglutì. «Pare proprio che dobbiamo divorziare, Bert» disse.

Egli accolse quella dichiarazione con una faccia scura, e la sua risposta si fece attendere. «Dovrò pensarci» disse infine.

«Hai qualche obiezione particolare?».

«... Ne ho molte. Intanto, appartengo a una Chiesa che è piuttosto rigida su questo punto».

«Oh».

Il tono di Mildred era acido. Che Bert arrivasse a invocare i suoi vaghi rapporti con la Chiesa episcopale le sembrava un po' esagerato, tanto più che la sua Chiesa si opponeva non esattamente al divorzio, ma alle seconde nozze dei divorziati. Ma lui continuò senza lasciarle il tempo di ribattere: «E poi voglio capire meglio quest'affare con Wally Burgan. Molto meglio!».

«Tu che c'entri?».

«Sei mia moglie, no?».

Mildred si girò di scatto affondando le mani nella pasta e sforzandosi di ricordare che discutere con Bert era come discutere con un bambino. Dopo un poco, lo sentì dire: «Io me ne intendo probabilmente dieci volte più di Wally, di tasse federali, e questa storia mi sembra assurda. Si può ridurla, direi, a un semplicissimo caso di collusione. La collusione esiste o no? In casi simili l'onere della prova spetta al governo e nel nostro caso non esistono prove perché io sono in grado di testimoniare quando vogliono...».

«Non capisci, Bert, che non si tratta di fornire o no delle prove a un tribunale? Io voglio solo che il governo mi permetta di comprare la casa, e non me lo permetterà se non divorzio».

«Non capisco perché dovrebbero proibirtelo».

«Che cosa devo dire a Wally?».

«Mandalo da me».

Bert si alzò battendosi la mano sulla coscia, come se considerasse finita la discussione. Mildred continuò a impastare furiosamente, cercando di calmarsi. Infine proruppe: «Bert, voglio il divorzio».

«L'ho capito, Mildred, non sono sordo».

«Lo voglio e l'otterrò».

«Solo se a me andrà di concedertelo».

«E che mi dici di Maggie Biederhof?».

«E tu che mi dici di Wally Burgan?».

Mai, nemmeno nei suoi giorni più gloriosi di comparsa cinematografica, Bert aveva interpretato meglio la parte di quello che le busca. L'impasto lo colse in pieno sulla faccia e aderì un istante prima di scivolar giù rivelando una tragica, offesa dignità. Mentre la pasta colava a terra, una collera cieca prese il posto della dignità e Bert cominciò a parlare. Disse che aveva degli amici, che era informato delle macchinazioni di sua moglie. Mildred avrebbe dovuto sapere che non poteva abbindolarlo. Fu poi costretto ad andarsi a pulire al lavandino e, mentre si staccava la pasta dalla faccia, Mildred parlò a sua volta. Lo accusò di non essere in grado di mantenere la famiglia, di metterle i bastoni tra le ruote ogni volta che provava a racimolare un po' di soldi. Allora Bert alluse di nuovo a Wally, ma fu travolto dalle urla. «Va bene,» disse dunque «ma provati un po' a tirare in ballo Maggie Biederhof e vedrai cosa succede. Non otterrai mai il divorzio,» concluse «non in questo Stato, almeno». Mentre Mildred urlava ancora una volta che lei il divorzio l'avrebbe ottenuto, che non le importava niente, Bert disse: «Vedremo», e se ne andò.


La signora Gessler ascoltò sorbendo il tè e scrollando il capo. « buffo, piccola. Tu hai vissuto con Bert... quanto? Dieci o dodici anni, e ancora non lo capisci».

« un bastian contrario».

«Niente affatto. Se uno sa come prenderlo, non è per niente bastian contrario. Bert somiglia a Veda. Se non può fare le cose in grande stile, gli sembra di non vivere, ecco tutto».

«Che cosa ci vedi di grandioso nel suo modo di agire?».

«Per una volta, cerca di guardare le cose con i suoi occhi. Bert se ne infischia della Chiesa, della legge o di Wally. Li ha tirati in ballo solo per darsi delle arie. Quello che lo tormenta è non poter far niente per le bambine. Preferirebbe morire, piuttosto che ammettere in tribunale di non essere in grado di sborsare un solo centesimo per loro».

«Sta forse facendo qualcosa per le bambine, ora?».

«No, ma questo non c'entra; per lui è solo una situazione transitoria, trascurabile. Appena concluderà qualcosa...».

«Cioè mai...».

«Mi lasci parlare un momento? la paura di non essere all'altezza in uno di quei momenti fondamentali della vita di un uomo che lo rende vigliacco. Ma non resisterà a lungo, vedrai. Intanto c'è la Biederhof. Non sarà certo contenta, quando scoprirà che tu volevi divorziare e Bert si è opposto. Le verrà il dubbio che lui non la ami veramente... anche se come uno possa amare quella donna non riesco proprio a capirlo! E poi, lui sa benissimo che se fa uno sgarbo a te danneggia anche le bambine. E Bert ama le bambine. Credimi, piccola, è con le spalle al muro. Vedrai che cederà».

«Sì, ma quando?».

«Quando riceverà la torta. Una torta speciale che non gli solleticherà lo stomaco, ma i sentimenti più elevati, cioè, nel caso di Bert, la vanità. Una torta che ti è costata molta fatica, sulla quale vorresti il suo parere prima di metterla in commercio».

«Non mi costa nulla fargli una torta».

«Allora sbrigati».

E così Mildred preparò una torta a Bert; un'opera d'arte ripiena di mele caramellate in cui il sapore asprigno delle mele selvatiche si sposava alla perfezione con la cristallina dolcezza dello zucchero. Un dolce, insomma, commerciale come una molletta per il bucato intagliata a mano. Ma Mildred vi unì un bigliettino in cui chiedeva a Bert il suo parere, e un poscritto per spiegargli il motivo per cui aveva decorato la torta con le sue iniziali («Volevo vedere se sapevo ancora farle»). Mandò tutto per mezzo di Letty, e verso la metà della settimana arrivò, come previsto, un altro invito alle bambine per la domenica. Questa volta Mildred ebbe cura di terminare per tempo il suo lavoro e preparò un pranzo freddo. Siccome Letty era di turno, Mildred le fece servire il pranzo nello studio, dopo un cocktail. Bert accettò quelle attenzioni con fare sostenuto e discusse a lungo della torta, destinata a suo avviso a un enorme successo. Secondo lui il commercio della pasticceria aveva un grande avvenire, perché la gente non poteva più permettersi tanti domestici e i dolci richiedono tempo e cure. Anche Mildred la pensava allo stesso modo, ma in quel momento se ne dimenticò e l'ottimismo di Bert le fece molto piacere. Bert ribadì il concetto, poi fra loro scese il silenzio.

«Mildred,» riprese infine «ti avevo promesso che avrei riflettuto su quella faccenda».

«Ebbene?».

«Certo, da qualunque parte la si guardi è sgradevole».

«Non credere che a me faccia piacere».

« una di quelle decisioni che si prendono malvolentieri, ma in realtà noi due non c'entriamo affatto».

«Non ti capisco, Bert».

«Voglio dire: non si tratta dei nostri sentimenti. Quello che conta sono le bambine. Dobbiamo preoccuparci e parlare di loro».

«Ti pare che io abbia mai avuto altro in mente? Se voglio approfittare di quest'occasione è per loro. Se avrò successo, potrò dare alle bambine quello di cui secondo me hanno bisogno, e quello che anche tu dovresti desiderare per loro».

«Voglio fare anch'io la mia parte».

«Nessuno ti ha chiesto niente. Sono sicura che, quando potrai, sarai ben felice di dare il tuo contributo. Ma ora... ho forse fiatato? Dimmi!».

«Mildred, una cosa che posso fare c'è, e la farò, se il divorzio ti sta davvero a cuore. Posso offrire a te e alle bambine un tetto che nessuno potrà togliervi. Voglio regalarti la casa».

Colta di sorpresa, Mildred ebbe voglia di ridere e di piangere al tempo stesso. La casa, per quanto la riguardava, aveva smesso da tempo di essere un bene. Era il posto dove viveva, e che la schiacciava sotto il peso del mutuo, delle tasse e delle spese di manutenzione. L'offerta di Bert, in quel momento, le sembrò grottesca. Ricordò tuttavia le parole della signora Gessler e capì di essere in presenza di un uomo e del suo orgoglio. Si alzò di scatto, gli si avvicinò e gli gettò le braccia al collo.

«Non devi farlo».

« quello che voglio, Mildred».

«Se davvero è quello che vuoi, io posso fare una cosa sola: accettare. Ma non devi sentirti obbligato. Sappilo».

«Lo so, ma tu devi accettare».

«Mi spiace aver detto quelle cose sulla signora Biederhof».

«E io non posso perdonarmi quello che ho detto su Wally. So benissimo che fra te e quel grassone non c'è niente. Ma...».

«Si parla per parlare».

«Già. Senza convinzione».

«Parole che non hanno senso, Bert. Non credi che a me costi quanto costa a te? Ma è per il bene delle bambine».

«Sì, è per il loro bene».

Parlarono fitto, a lungo, ricordando tra le risa la faccia di Bert quando lei gli aveva lanciato la pasta. Poi risero delle accuse che avrebbe dovuto muovere Mildred in tribunale, dei presunti maltrattamenti di Bert.

«Dovrai rassegnarti a picchiarmi, Bert. Accusano tutte il marito di averle picchiate; dicono di aver dovuto sopportare violenze fisiche e morali».

«Parli come Veda. Anche lei chiede sempre di essere picchiata».

«Sono contenta che un po' mi somigli».

Bert chiuse il pugno e le sfiorò il mento. Poi scoppiarono entrambi in singhiozzi convulsi, incontrollabili.

| << |  <  |