Autore Enrico Camanni
Titolo Alpi ribelli
SottotitoloStorie di montagna, resistenza e utopia
EdizioneLaterza, Roma-Bari, 2016, i Robinson , pag. 238, cop.fle., dim. 14x21x2 cm , Isbn 978-88-581-2514-4
LettoreFlo Bertelli, 2016
Classe montagna , narrativa italiana , biografie












 

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Indice


Introduzione. Le Alpi non esistono                      5

Il mito delle Alpi libere                              11

Si può adorare Cristo nei boschi                       18

Fate mangiare gli uomini prima dell'attacco            30

La Bibbia dice di non ammazzare                        42

Lasciatéci i prati                                     50

Commando sul Monte Bianco                              58

Il mite combattente                                    67

In questa compagnia di ipocriti e buffoni              77

L'unico socialista della Val di Fassa                  87

Non posso non partecipare                             100

I giorni veri                                         108

Il ricamatore di piume di pavone                      117

I partigiani e i vinti                                125

La lingua e la bandiera                               135

Il comunista di Cogne                                 142

La verità fa più paura                                149

Il Nuovo Mattino                                      159

I disubbidienti del Petit Dru                         169

Sai che vogliono ammazzarmi?                          180

Piove su Genova                                       190

Nevica su Venaus                                      198

Il glorioso rimpatrio                                 207

L'ultimo ribelle                                      214

Conclusione. Le Alpi ribelli                          221


Bibliografia                                          227
Indice dei nomi                                       233


 

 

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Pagina 5




Introduzione
Le Alpi non esistono



Di notte le Alpi non esistono. Le scie dei fanali corrono tra due versanti invisibili, smascherati da qualche luce appesa al buio. Saranno case o stelle? Uomini o chimere? So che le Alpi mi circondano, potrei comporre le valli e le creste nella memoria e sognare di salirle una a una come quando ero ragazzo, ma preferisco rifugiarmi nella non vita dell'automobile scacciando il sonno con un po' di musica. Negli ultimi minuti della notte sarò uno dei tanti italiani delle pianure, uno per cui le montagne non esistono. Solo dei versanti invisibili. Scarabocchi sulle carte geografiche.

È un sabato di agosto, sull'autostrada della Valle d'Aosta. Alle cinque e mezza del mattino mi fermo per un caffè all'autogrill, prima di salire al Lago Blu per incamminarmi verso lo Château des Dames, il castello delle signore. Non è più notte e non è ancora giorno. L'ora di mezzo. Nel bar due trentenni atletici, accento milanese, pantaloni colorati e maglie tecniche da alpinismo, lanciano battute gentili alla signorina della cassa. Conosco quegli atteggiamenti del primo mattino: non sono vere avances, solo un modo per risvegliare i sensi ed esorcizzare l'incertezza della scalata imminente.

Fuori dal prefabbricato, nell'erba secca che borda il parcheggio dei pullman e delle automobili, due ragazzi da discoteca emergono sfatti dalla notte infinita. Le bocche si baciano e i corpi si sorreggono, come due pugili stanchi.

Pochi metri più in là un musulmano di mezza età, jeans sandali e maglietta di bucato, ha allungato un tappetino in direzione della Mecca, o del Monte Zerbion, o del sole. Prega in silenzio senza attirare gli sguardi, senza evitarli. La sua giornata inizia così, mentre la maratona dei due ragazzi termina per sfinimento.

La mia corsa prosegue sui tornanti di Antey-Saint-André, dove aspetto che il lampo del Cervino mi entri ancora una volta negli occhi e nella testa. Il primo sole incendia gli strapiombi del Picco Muzio e io penso a Edward Whymper , l'inglese che sfiorò la follia per scalare «il più nobile scoglio d'Europa». Lo capisco. Non conosco immagine altrettanto potente, non su questa terra. La piramide bianca che riempie il cielo e il triangolo rovescio della valle che spinge nella pancia della montagna.

Quando il Cervino scompare dietro la costa rocciosa rivedo i personaggi dell'autogrill, così estremi nella diversità: una fotografia del mio mondo. Tre figure vitali e colme di passione; tre strade distanti, opposte, inconciliabili. La parola del nostro tempo è una: complessità. Vale anche per le Alpi, che ho girato in lungo e in largo a caccia di segreti. Così estreme nella contraddizione. Dal mare di Ventimiglia al mare di Trieste il vetusto e l'ipermoderno convivono. Troppo poco e troppo, museo e luna park, ghost town e Disneyland coesistono senza parlarsi quasi mai. La fotografia delle più famose montagne del mondo è paradossale: valli spopolate e povere di quasi tutto accanto a valli troppo popolate per due o tre mesi l'anno (il cuore dell'estate, Natale, le settimane bianche invernali) e troppo costruite, con condomini e alberghi di concezione urbana, letti freddi, parcheggi, cinema, boutique, ristoranti e locali notturni. Un mondo irreale in cui aleggiano i fantasmi del «come eravamo», nel nome di un bar o di qualche ritrovo alla moda, nelle antiche stampe che sbiadiscono alle pareti, nelle facce abbronzate e smarrite di vecchi e nuovi montanari sospesi tra due civiltà, un passato perduto e un futuro indeterminato.

C'è un attore invisibile dietro le complesse dinamiche politiche ed economiche che negli ultimi squarci dello scorso millennio hanno determinato la crisi dell'economia alpina e la fine di una civiltà sopravvissuta per circa un millennio, almeno nei suoi caratteri essenziali: il modello consumistico urbano. Nel secondo dopoguerra del Novecento, con l'affermazione del turismo di massa e dello sci di pista, un modello suadente, edonistico e smaccatamente cittadino si è posato sulla tradizione contadina costruita sul risparmio e la sobrietà. Era povera e resistente, ma non abbastanza. Sembrava imbattibile, ma è stata travolta in pochi decenni di sviluppo forsennato. Sedotta, rivoltata e rimpianta.

Nelle valli che hanno accolto lo sci e le stazioni della neve, la città si è mangiata quasi tutto il resto. Ha cambiato la montagna con tre parole che non esistevano nel vocabolario alpino: velocità, motorizzazione, cemento. In altri termini: sci, automobili e condomini. Il processo di colonizzazione urbana non si è manifestato tanto nella conquista spaziale della città che penetrava nelle valli con i suoi tentacoli, a riempirne i vuoti con impianti, parcheggi e seconde case, quanto, e soprattutto, nella cultura egemone che spianava quella minoritaria, annullandone i tempi, i riti, i miti, i tabù, le dinamiche sociali, e importando dalla pianura un modello estraneo ma vincente. Non solo economicamente.

Oggi le Alpi sono un impasto di innovazione e tradizione, globale e locale, modernismo e nostalgia affondati nel cuore della vecchia Europa. Le distanze tra montagna e città si sono ridotte a colpi di autostrada e banda larga, e i bambini di Cervinia, Zermatt, Bormio e Madonna di Campiglio crescono con gli stessi miti dei bambini di Torino, Milano e Venezia. Su internet il centro è ovunque e da nessuna parte.

Dal punto di vista ambientale le Alpi restano il polmone verde dell'Europa industrializzata e un inestimabile serbatoio di biodiversità: in due chilometri verticali si passa dalle colline alla soglia dei ghiacciai, dai castagni di casa nostra alla vegetazione pioniera delle tundre artiche. Le Alpi sono vicinissime alle grandi città, le guardano e le sfiorano, tanto che i quattromila metri del Gran Paradiso fanno parte, come la Mole Antonelliana, dell'area metropolitana torinese. Come aveva profetizzato Leslie Stephen, padre di Virginia Woolf, le Alpi sono diventate il più grande parco giochi della città.

Ma non solo. Un territorio così diverso dal resto del continente presenta a sua volta una straordinaria articolazione interna, perché nei secoli le Alpi hanno ospitato incroci di popoli, culture e lingue in movimento: provenzali, walser, romanci, ladini, carinziani, sloveni... Ogni nuova immigrazione ha portato con sé specifiche forme di produzione e diverse tecniche di adattamento alla natura montana. Le differenze sono ancora ben visibili nelle lingue e sui territori, in particolare nella distanza antropologica ed economica che separa la regione alpina di tradizione romana da quella di lingua e cultura tedesca, e vanno arricchendosi con l'ingresso dei nuovi montanari provenienti da lontano – Marocco, Albania, Europa dell'Est – o semplicemente dalle vicine pianure a corto di lavoro. Trent'anni fa i montanari scendevano dal villaggio alla fabbrica in cerca del posto fisso, adesso qualche cittadino sale nelle valli in cerca di futuro, o almeno di aria migliore.

È in questa prospettiva che oggi bisogna valutare i non facili rapporti tra montagna e città, alture e pianure, lontano e vicino, alto e basso, dunque tra montanari e cittadini di ogni specie. Non nei termini di un incontro-scontro tra passato e presente, o fra tradizione e innovazione, ma in quelli di un mondo fragile e straordinario, seppur paradossale nei suoi anacronismi, che incontra un mondo apparentemente più ricco, solido e sicuro di sé, anche se dopo l'ultima crisi il bluff è scoperto, il banco è saltato e il futuro è incerto per tutti. Cittadini e montanari sono sulla stessa barca.

Il paradosso sta anche nelle distanze. Le Alpi non sono mai state così vicine e così lontane dalle pianure, perché la prossimità virtuale e stradale non ha colmato le distanze psicologiche delle terre alte. Le autostrade di internet e di asfalto non hanno eliminato l'isolamento, il disagio, la carenza di servizi, il vuoto di senso e prospettiva. Cittadini e montanari abitano lo stesso mondo e lo stesso tempo, ma con modi e difficoltà diverse. Anche con la banda larga la montagna resta in salita, anche con internet nevica da ottobre a maggio, si gelano le ossa (meno di una volta, ma si gela ancora) e le serate d'inverno non finiscono mai. E così, in questo oceano di calma e uniformità apparenti, nel più monotono ondeggiare di pil, spread ed economia globale, da una valle si alza la voce burrascosa di Radio Alpi Libere che rilancia l'idea di una «montagna rifugio di banditi e ribelli, roccaforte di eresie e battaglie, baluardo della resistenza a un mondo ogni giorno più ingiusto e insopportabile. Uno sguardo che muove dalle Alpi per scandagliare un orizzonte che non conosce frontiere, per attraversare epoche, territori e conflitti, raccogliendo storie, esperienze e racconti. Un richiamo di resistenza scagliato nell'etere, eco delle mille voci dell'insorgenza, antiche e recenti, vicine e lontane...».

Alle volatili parole «scagliate nell'etere» si affianca il recente studio dello storico dell'ambiente Marco Armiero. Nel libro Le montagne della patria, uscito prima a Cambridge che in Italia, Armiero indaga le relazioni tra montagna e identità nazionale sollevando la tesi delle «montagne (e dei montanari) ribelli», da fra' Dolcino ai No TAV, che con le «montagne selvagge» e le «montagne eroiche» diventano chiave di lettura a suo parere fondamentale per definire il ruolo delle terre alte nella storia d'Italia.

Non è una relazione costante; però è fedele. Dal Medioevo ai giorni nostri, come una risorgiva carsica che emerge dalle profondità del tempo, la montagna ogni tanto si ricorda di essere diversa e fa sentire la sua voce fuori dal coro. In mezzo al conformismo della maggioranza valligiana, ormai più cittadina di quei cittadini che l'hanno cambiata per sempre, tuttora si alza il grido di chi rivendica una diversità geografica e culturale, compiacendosi dell'antico vizio montanaro di sentirsi speciali e ospitare i diversi, i ribelli, i resistenti, gli antagonisti, gli eretici, per diventare rifugio e megafono delle anime libere e contrarie. Anche se ci si ferma alla disubbidienza e all'utopia senza costruire veri modelli di società, la voce arrabbiata della montagna filtra come goccia nelle crepe del sistema, logorandolo con la spavalderia di chi vede il mondo dall'alto in giù e ha il privilegio di cogliere il pericolo per primo e urlarlo in legittima difesa, perché tutte le acque scendono dalla montagna. Nessuna sale alla sorgente.

Il senso di questo libro nasce dunque dalla contrapposizione storica tra le terre alte e basse, che è sempre andata di pari passo con gli scambi, i commerci e i mutamenti di potere. Nostalgia per qualcuno, anacronismo per qualcun altro, nonché pericoloso alibi per strumentalizzazioni leghiste e settarie, il vecchio grido dell'alpe ribelle ci interroga oggi più che mai sulla difficile convivenza di più mondi, o, meglio, di diverse visioni del mondo, nel mare agitato della globalizzazione. È un tema tutt'altro che retorico nel quadro compulsivo del capitalismo avanzato e asfissiato dal predominio della finanza e dalla crisi della politica. La ribellione della montagna nei confronti della città, le rivendicazioni dei margini verso il potere di ogni centro esprimono l'attualissimo bisogno di riequilibrare gli interessi locali e globali, per difendere le visioni minoritarie e assicurare la vita ai territori, soprattutto quelli più lontani e soli, senza farne delle riserve indiane.

Come ha scritto il geografo Eugenio Turri poco prima di lasciarci, «difendere la valle, la sua identità, oggi si può non tanto chiudendosi in una Heimat senza speranza, ma coltivando le passioni locali e nel contempo dialogando con l'esterno, quindi con la megalopoli. Come dire che ci vuole una duplice cultura, unica condizione per vivere o sopravvivere nel difficile mondo della complessità che ci assedia».

Come vedremo, alcuni ribelli delle Alpi l'avevano capito con molto anticipo. Secoli fa, quando ancora ci si spostava per valli e colli con una bisaccia a tracolla sfidando le valanghe, alcuni disubbidienti mostravano già una sorprendente ampiezza di visione: radicati nella loro terra e aperti alle sfide esterne. Non era gente che fuggiva, era gente che credeva e non si piegava. Visionari che vedevano lontano, mentre contro ogni logica la città soffriva di sguardo a una dimensione, incapace di accogliere i diversi e diversamente pensare, credere, fare, tollerare, sperare.

Questo è il vero paradosso.

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Il mito delle Alpi libere



Immanuel Kant medita sul vizio dei montanari per la libertà, Friedrich Schiller issa sui monti le libertà romantiche, poco dopo la Rivoluzione un deputato della Convenzione di Parigi sostiene che i savoiardi figli della natura alpestre sarebbero la prova vivente che «l'homme des montagnes» è davvero «l'homme de la Liberté».

Alpi e libertà sono due parole che si rincorrono da molto tempo. Il binomio è nato con la leggendaria ribellione di Guglielmo Tell al dominatore asburgico, in epoca medievale. Il mito delle Alpi libere discende dalle gesta di un balestriere del cantone di Uri presso San Gottardo, un figlio-bersaglio, una testa e una mela, anche se nessun documento prova la veridicità dell'impresa e probabilmente il mito di Tell deriva da una leggenda scandinava. La libertà scende dal nord.

[...]

Tutto risale a Tell. Sospeso tra fantasia e realtà, il mito fondativo dell'autonomia svizzera si pone come caposaldo della cultura nordalpina, rivendicando il primato politico e morale delle terre alte. Si affianca, dandogli man forte, al racconto delle Alpi libere e incorrotte inaugurato dal bernese Albrecht von Haller («Distanti dal vacuo affanno degli affari, e dal fumo delle città, i montanari vivono in pace») e ribadito da Jean-Jacques Rousseau:

si direbbe che, alzandosi al di sopra del soggiorno degli uomini, ci si lascino tutti i sentimenti bassi e terrestri, e che, a mano a mano che ci si avvicina alle regioni eteree, l'anima sia toccata in parte dalla loro inalterabile purezza.


Anche la piccola Heidí di Johanna Spyri si pone sulla stessa lunghezza d'onda, promuovendo in almeno tre continenti – dalla Svizzera all'America al Giappone – il sogno della montagna libera. Ciò che non era riuscito neppure alla leggenda eterna di Guglielmo Tell, eroe sì, ma soltanto per gli svizzeri e la vecchia cultura mitteleuropea, si palesa attraverso i gesti e le gesta della bambina di Dörfli, che non porta messaggi di redenzione e liberazione, ma li riscalda interpretando la favola della pastorella fiduciosa in Dio, cresciuta con il latte delle capre e l'acqua dei ghiacciai. Libera per natura.

La storia di Heidi si basa sulla contrapposizione tra montagna virtuosa e città viziosa, l'antico paradigma della letteratura romantica. Gli stereotipi alpini ci sono tutti: il povero cibo montanaro di Heidi contrapposto al ricco desco cittadino della famiglia Sesemann, il letto di paglia di Heidi e i morbidi cuscini di Klara, la rustica baita di legno e i saloni stuccati di Francoforte, le sudate conquiste del lavoro contadino e la scontata dovizia dei beni di città. Il quadro è corredato dai dettagli: i fiori alle finestre, la verde valle, i liberi uccelli del bosco, il profumo del legno, il bianco dei ghiacciai, la magia delle stagioni. Ma dietro la scontata conclusione a lieto fine, una condizione resta immutabile: la sottomissione della montagna alla città. All'alpe è riconosciuta la virtù morale, ma la supremazia politica ed economica resta nelle salde mani dei cittadini. Tra Haller e Heidi la montagna è solo retoricamente libera.

[...]

Chi si era romanticamente illuso che le Alpi fossero indenni dalla corruzione e dalle lotte per il potere aveva avuto torto e ragione, allo stesso tempo. Come dimostrava la nuova teoria cartesiana della frontiera spartiacque, le Alpi non erano affatto isolate dallo scacchiere politico, ma avevano beneficiato, per così dire, di una disattenzione del potere, in quanto terre scomode e apparentemente inutili. I montanari ne avevano approfittato per mettere radici, dimostrando che in alta montagna si poteva vivere, e anche esserne fieri. Dunque la crisi veniva dal basso e l'impoverimento e lo spopolamento delle alte valli non erano le «naturali» conseguenze del carattere severo dell'ambiente alpino, con cui i popoli delle Alpi avevano imparato a negoziare con risultati tecnici e culturali sorprendenti, ma piuttosto l'effetto dell'isolamento politico ed economico voluto e imposto dalle capitali esterne.

Questo spiega, ancora oggi, la diffidenza dei montanari verso un'idea di città riassumibile in cinque parole negative: centralizzazione, distanza, potere, indifferenza, incompetenza. Niente a che vedere con le città alpine «interne» come Susa, Aosta, Sondrio, Coira, Innsbruck, Bressanone, Bolzano, Trento, Belluno, che nei secoli hanno ricoperto un utilissimo ruolo di cerniera e mediazione tra le visioni della pianura e i bisogni della montagna. Le capitali figlie degli Stati-nazione, al contrario, centralizzano il potere e respingono la distanza, incorporandola culturalmente.

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Lasciateci i prati



Salendo a Briançon come i Berthalon, ma libero e senza incubi di guerra, il viaggiatore ha almeno tre possibilità: il colle del Lautaret, la Grave e Grenoble, passando ai piedi della Meije; il Monginevro, Claviere, Cesana e la Valle di Susa, passando sotto lo Chaberton; il colle dell'Izoard e il Queyras, passando per Cervières.

L'ultima scelta è la più televisiva perché tutti conoscono il leggendario Izoard e le sue epopee ciclistiche, le imprese di Louison Bobet e Fausto Coppi, le fantasie calcaree della Casse Deserte. Le biciclette sfrecciano sulla Routes des Grandes Alpes ignorando un paese, Cervières, che sembra come gli altri ma non lo è. Cervières ha granai al posto degli alberghi. I magazzini agricoli, i laboratori e le fermes, le fattorie, escludono ogni forma di turismo lezioso, anzi la respingono. Nel suo disordine demodé, nei volumi esagerati rispetto alla vita che ormai contengono, Cervières è il lascito di un mondo che è stato grande e non lo è più, il mondo contadino, ed è anche la testimonianza della resistenza assoluta, forse suicida, di chi si spezza ma non si piega. È sopravvissuto alla colonizzazione urbana ma non ha saputo reinventarsi, o non ha voluto. Mostra i suoi anni senza pudore, sempre più coricato in una delle conche magiche delle Alpi occidentali e quasi estraneo a tanta bellezza. Assuefatto.

La storia è lunga. Nel tardo Medioevo Cervières aderì alla comunità degli Escartons, una specie di repubblica autonoma a cavallo del Monginevro e del Monviso, fondata sui trentotto articoli della Grande Charte constituant le Grand Escarton des cinq vallées briançonnaises en deçà et au-delà les monts. L' escart era l'imposta pagata al governo collettivo dalle comunità; il Grand Escarton ne riuniva cinquanta in cinque raggruppamenti — alta Durance, Queyras, alta Valle di Susa, Val Chisone e Val Varaita — gestendo i beni comuni: boschi, canali d'irrigazione e pascoli.

Come la minoranza walser del Monte Rosa, o quella ladina intorno alle Dolomiti di Sella, gli abitanti del Grand Escarton condividevano le stesse preoccupazioni e le stesse speranze. Le differenze religiose — minoranza valdese e maggioranza cattolica — non riuscivano a separare i montanari perché era più forte il bisogno di stare insieme per contrastare i rigori dell'ambiente e valorizzare la rendita delle risorse, fino a diventare competitivi con la pianura. L'esperienza comunitaria degli Escartons finisce con il Trattato di Utrecht del 1713, quando gli Stati-nazione dicono basta alle unioni alpine e le creste diventano delle frontiere: «I beni vanno ripartiti di qua e di là, come le acque che vi scendono».

Passa il Settecento, passa la prima metà dell'Ottocento. Tra Cervières e la Cerveyrette, su una striscia ininterrotta di prati e pascoli, si continuano a produrre latte e foraggio in quantità. La popolazione tiene duro fino al 1860 con circa novecento abitanti, poi comincia l'emorragia: settecento nel 1880, cinquecento a cavallo del secolo, trecento nel Ventennio, meno di duecento alla fine della seconda guerra mondiale, dopo che le bombe tedesche hanno bruciato i magazzini e le case, e il villaggio è stato ricostruito dall'altra parte del torrente. La vita ricomincia con il paese nuovo, ma negli anni Settanta del Novecento la popolazione tocca il fondo con un presidio di appena cento abitanti permanenti, quasi tutti agricoltori e allevatori. Molti vecchi, poche donne, pochissimi bambini. La città sta mostrando tutto il suo potere attrattivo ed è difficile arrestare l'emorragia.

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Alexander Langer era nato a Vipiteno, il cuore profondo del Sud Tirolo. La casa dei suoi genitori era piena di libri, fuori c'erano le montagne. Le sue cime erano le Dolomiti della Val Badia e della Valle di Funes, la Valle Aurina e la Vetta d'Italia. Cresciuto in mezzo alle Alpi negli anni caldi del conflitto interetnico, era perfettamente bilingue. Aveva radici germaniche, italiane ed ebraiche. I genitori parlavano tedesco, ma lo avevano iscritto all'asilo italiano perché Alex si aprisse al mondo. Più tardi lui aveva scritto di sé:

è sempre complicato spiegare da dove vengo. Sono italiano o tedesco? Nessuna delle bandiere che svettano davanti a ostelli o campeggi è la mia. Non ne sento la mancanza. In compenso riesco, con il tedesco e l'italiano, a parlare e a capire nell'arco che va dalla Danimarca alla Sicilia.


Alex era diventato ragazzo in una terra e in un tempo di frontiera. Portava gli occhiali da miope, uno sguardo smarrito e un'intelligenza fuori dal comune. Le profonde lacerazioni del Sud Tirolo gli avevano insegnato molto presto che esistono ovunque un sud e un nord del mondo, in Scandinavia come in Africa. Il Trentino è un pezzo di meridione per un montanaro tirolese ed è profondissimo nord per un siciliano. Alex aveva capito che nessuno è padrone di un limite invalicabile, perché il limite non è fisso: si costruisce e si sposta insieme, parlandosi. Il problema non è armare la linea del confine ma individuare i passaggi nel muro. Trovare le parole del dialogo. In questo senso Langer era un montanaro del tutto speciale, e anche un ribelle anomalo. I suoi maestri erano stati due disubbidienti convinti: don Lorenzo Milani e padre Ernesto Balducci.

Invece di rinchiudersi nella «piccola patria» cercava di conoscere e capire quelle degli altri, perché tutti hanno una casa. Invece di arroccarsi nelle tradizioni alpine e montanare, interpretava le Alpi come una cerniera e un ponte: «Sul mio ponte si transita in entrambe le direzioni e sono contento di poter contribuire a far circolare idee e persone». Se le Alpi stavano in mezzo all'Europa avevano la vocazione di unirla, non quella di dividerla. Per ragioni storiche e ambientali le regioni dell'arco alpino erano i posti in cui l'utopia «verde» avrebbe dovuto mostrare le maggiori probabilità di riuscita.

L'habitat socio-ecologico della montagna è ancora oggi realtà viva, anche se non mi nascondo che ci troviamo in molte situazioni a un punto critico. Possiamo dire che le aree che si sono meglio difese da questo punto di vista sono quelle più povere, meno sviluppate economicamente.

Un obiettivo assai ambizioso, ma probabilmente l'unico che potrà forse impedire una prospettiva di desertificazione delle Alpi, è quello di salvaguardare la fruizione dell'ambiente montano in termini di uso civico e non di sfruttamento commerciale. O di rapina delle risorse.


Langer è stato tra i fondatori del movimento verde in Italia e poi ne è diventato l'esponente più autorevole. Pensava «grün» in tempi non sospetti, ben prima che il green, l'ecologico, il sostenibile diventassero una moda e una semplificazione.

Molti verdi vivono la loro scelta più come un'opzione politica che non come una conversione più globale e un progredire nella conoscenza, nella comunicazione, nella pratica di vita. Una cultura del parlare, decidere e rivendicare predomina ancora su una cultura del fare, dell'esempio, della non violenza, della disponibilità alla rinuncia per cambiare se stessi e gli altri.


Nato tra le montagne, sapeva perfettamente che le Alpi avrebbero potuto essere un magnifico laboratorio di sviluppo durevole e di innovazione conservativa. In teoria erano il luogo ideale per sperimentare quel «lentius, profundius, suavius» che lui praticava, predicava e amava. In pratica le Alpi erano l'esempio di come si possa stravolgere un mondo in pochi decenni, sostituendo le ragioni del profitto a quelle della convivenza. Gli faceva male che le Dolomiti soccombessero alle logiche banali del turismo di massa e che i ladini fossero diventati una minoranza silenziosa, o senza voce, eppure si batteva contro le minoranze ottuse, le parate arroganti, le segregazioni legalizzate.

Aveva un pensiero aperto sul ruolo delle Alpi, che vedeva come il luogo dell'incontro tra l'antico e il moderno, la periferia e il centro, la solitudine e il dialogo. Se la sua prospettiva avesse avuto degli emuli seri, oggi le Alpi sarebbero un modello di civiltà capace di futuro. Mezza Europa imiterebbe i montanari e la loro saggezza:

bisogna evitare ogni idea di restaurazione nostalgica; bisogna pensare a un comune impegno a tutela e promozione delle Alpi, a un sistema integrato di ricerca e formazione, a una politica comune di trasporti, di salvaguardia della salute, di valorizzazione dell'agricoltura montana, che aiuterà assai meglio di una parata di Schützen o di pompieri...


Secondo Peter Kammerer, la più grande delusione di Alex Langer furono i censimenti del 1981 e del 1991 che sancivano «l'obbligatorietà della dichiarazione di appartenenza ad uno dei tre gruppi linguistici dell'Alto Adige». Li considerò un passo verso l'apartheid.

La vera sconfitta di Alex non fu la realizzazione di questa «gabbia» da parte di una maggioranza accecata di patria, ma il menefreghismo con cui tutti i partiti che si definiscono democratici accettarono questo passo. Ancora oggi non esiste nell'opinione pubblica sudtirolese alcuna sensibilità e consapevolezza delle possibili conseguenze di questo attentato alla democrazia e alla convivenza dei diversi gruppi etnici. Per Alex questo fu un problema fondamentale.


Alla fine rifiutò di assolvere alla dichiarazione etnica, cioè di schierarsi da una parte sola. Il rifiuto gli costò la cattedra al liceo classico di Bolzano, e in seguito la candidatura a sindaco. Altri rifiuti gli preclusero altre vie. Era troppo «politico», nel senso della pòlis, per fare politica in un paese come l'Italia, e anche in un'isola come l'Alto Adige.

Langer è stato un insegnante, un intellettuale, un ambientalista, un politico italiano e un parlamentare europeo, ma prima di tutto è rimasto un giornalista. Scriveva e viaggiava tantissimo; sedeva in un posto qualsiasi, preferibilmente in treno, appoggiava la macchina da scrivere sulle ginocchia ossute e picchiava sui tasti con le dita. La curiosità lo portava rispettosamente nelle vite degli altri. Amava gli altri, si abbeverava del loro spirito.

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Le lunghe frequentazioni dei testi buzzatiani mi hanno reso amico lo scrittore bellunese, che era perdutamente innamorato delle Dolomiti. Penso che se la storia avesse trent'anni di meno Buzzati sarebbe al nostro fianco mentre saliamo il nastro d'asfalto delle Tre Cime, per la prima volta a piedi, tra manifestanti pacifici e bambini schiamazzanti. Una bambina chiede al padre militante: «Papà, quando arriviamo al rifugio? Ma non potevamo prendere la macchina?». La strada dello scandalo è stata chiusa al traffico per un giorno, così scopriamo particolari mai visti: le sassifraghe che vestono i terrapieni e le marmotte che scappano al passaggio degli escursionisti perché conoscono i motori, non le persone.

A ogni tornante della strada la vista si distende sulla valle, sul lago, sui Cadini di Misurina e le crode del Cristallo, verso la conca di Cortina d'Ampezzo. Ogni passo è un orizzonte più largo, un pezzo di cielo nuovo. Il rifugio e le Tre Cime si avvicinano lentamente e autorevolmente, mostrando le fantasie del calcare.

Siamo sul lato domestico delle Lavaredo: il versante meridionale. Il logo della vertigine è dall'altra parte, a nord, sugli strapiombi che hanno ispirato la pubblicità dei salami Negronetto. Le pareti settentrionali delle Tre Cime sono tre Cervini che entrano negli occhi per non lasciarli più, invece le quinte meridionali si scoprono un pezzo alla volta, svelando tagli di pietra e grattacieli di sasso. Il versante sud è la dissimulazione della bellezza, impudicizia discreta. Da nessun punto si vede l'insieme del quadro, bisogna entrar dentro con l'immaginazione per trovare l'angolo da girare, la prospettiva da mettere a fuoco, il non rivelato da afferrare. Troppa roccia per capirla tutta.

Il taglio più inquietante è lo Spigolo Giallo della Cima Piccola, che precipita sul ghiaione come la prua di certi velieri. Lo guardi e ti stropicci le palpebre per verificare se è vero. Alcuni turisti non lo vedono nemmeno perché dal rifugio Auronzo mirano direttamente alla Forcella Lavaredo e alla cartolina delle Tre Cime, sul lato nord. Altri, alzando la testa, rimangono sbigottiti dal taglio vertiginoso; lo puntano con l'obiettivo e consumano le batterie degli apparecchi digitali. Emilio Comici ne rimase stregato.

Comici era il più famoso alpinista italiano. Nato a Trieste nel 1901 da padre triestino e madre veronese, aveva praticato con successo la ginnastica, l'atletica, il nuoto e il canottaggio, fino a scoprire l'arrampicata attraverso la speleologia. Tra il 1929 e il 1931 si era affermato con due imprese memorabili: la parete nord ovest della Sorella di Mezzo del Sorapiss, il primo sesto grado, e la via diretta alla parete del Monte Civetta. Poi si era trasferito a Cortina a fare la guida. Per il regime era un simbolo di ardimento, l'emblema dell'uomo che sfida il vuoto e onora la nazione. Comici era il più bravo scalatore e anche il più fotografato, il più osannato, il più invidiato. Danzava sulla roccia ed esibiva i muscoli come gli atleti di oggi, narcisisti e un po' acrobati. Aveva talento da attore.

Però Comici non era un duro, e nemmeno un eroe. Comici era un sognatore. Le donne si innamoravano dello sguardo malinconico e lui si divertiva a distruggere il vestito eroico che gli era stato cucito addosso facendosi fotografare in pose effeminate, sul lungomare in costume da bagno, con una birra a torso nudo, tra i fiori di campo con la chitarra in mano. La musica romantica accompagnava le sue scalate.

A metà agosto del 1933 scala con i fratelli Dimai la parete nord della Cima Grande di Lavaredo: una via da fantascienza, il più grande problema alpinistico dell'epoca. Ne ricava pochi complimenti, molta invidia e nessun contratto milionario, perché le sponsorizzazioni non esistono ancora. Nei giorni successivi accompagna dei mediocri clienti su itinerari mediocri, sbarcando il lunario con il lavoro di guida alpina.

Ha braccia allenate a dovere e urgenza di emozioni. La bellezza non gli basta mai. Ai primi di settembre sale verso lo Spigolo Giallo della Cima Piccola:

io non saprei descriverlo. Sembra il tagliamare di un fantastico transatlantico arenato su quel mare di ghiaie, oppure il vomere di un ciclopico aratro, oppure il filo di una spada arroventata che per oltre trecentotrenta metri si staglia fuori da enormi strapiombi gialli... Per me era la via esteticamente più logica, anche se praticamente la più inverosimile.

Il primo tentativo naufraga nella pioggia. Comici si ritira nervoso perché la bella stagione può finire da un momento all'altro. Gli serve una coda di estate, non vuole cadere in un altro inverno. Dopo una settimana di maltempo, il 7 settembre torna il sereno. «Andiamo!» grida ai compagni di cordata, «il cielo è pieno di stelle». Sa che il grande giorno è arrivato, si deve cogliere l'occasione. La scalata è fatta di attimi.

Comici riparte per l'avventura esattamente un giorno e cinquantotto anni prima che il gruppo di Mountain Wilderness si riunisca ai piedi dello Spigolo Giallo spiegando gli striscioni sul ghiaione delle Tre Cime. Le stesse rocce, lo stesso cielo a brandelli di nuvole bianche. Settembre benedice le Lavaredo dei ribelli e degli scalatori.

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Eppure il satanico Piaz poteva passare per pavido rispetto a Paul Preuss, prodigioso arrampicatore solitario degli anni Dieci. Nel 1911 l'austriaco aveva scalato senza corda la vertiginosa parete orientale del Campanile Basso di Brenta. Raggiunto lo Stradone provinciale, cioè la cengia della via normale, Preuss si era rimboccato le maniche, aveva salutato i compagni e si era lanciato sul muro grigio. Lo stesso anno aveva scritto sul «Deutsche Alpenzeitung»:

oggi le montagne sono vinte con l'aiuto della corda e dei chiodi, eppure l'esperienza insegna che molti passaggi potrebbero essere superati in arrampicata libera; in caso contrario, è meglio non intestardirsi in insulsi tentativi. Il chiodo da roccia va considerato un espediente di fortuna e non un mezzo per conquistare le pareti. Non sarò io a negare che certi scalatori moderni subiscano il fascino del rischio. Mi sembra però che il pensiero «se cado, resto appeso a tre metri di corda» abbia moralmente meno valore dell'altro: «una caduta e sei morto!».


Píaz gli aveva risposto:

la teoria di Preuss, che per un rocciatore della sua classe ha indubbiamente un alto valore etico-sportivo, costituisce per la gran massa, e specialmente per la giovine generazione alla quale predica il suo vangelo, un pericolo autentico... L'uso razionale e moderato dei mezzi artificiali non va difeso perché esso è d'antica data e sanzionato da tutti gli scrittori e filosofi dell'alpinismo, ma perché in tal caso essere conservatori vuol dire essere umani. Per conto mio, se un chiodo avesse salvato un'unica vita, ciò sarebbe sufficiente a giustificarne l'uso, e lasciatemi galoppare un po'... quasi non ho l'ardire di dirlo... anche l'abuso!


Ma chi è il conservatore? E chi il ribelle? Il bisticcio suscita una riflessione, perché Piaz scrive a chiare lettere che «in tal caso essere conservatori vuol dire essere umani». L'uomo che ha trasgredito ogni regola si attribuisce il ruolo del tradizionalista (!) in quanto difensore del chiodo e della sicurezza in parete.

Il bisticcio è tutto alpínistico e i valori si rovesciano sul piano sociale. Preuss era il solitario, il borghese, il sognatore, mentre Piaz, che aveva dedicato la vita alla montagna, sapeva che non si migliora il mondo con le scalate. Da montanaro, sapeva che i montanari si erano sempre fermati ai pascoli, ben sotto le pareti a strapiombo, e che l'alpinismo era figlio di gente più ricca e spensierata, che comunque poteva permetterselo.

L'alpinismo e il turismo erano arrivati con un certo ritardo sulle Dolomiti, dove a metà Ottocento si parlava ancora la lingua dei cacciatori e dei contrabbandieri. Poi, nel 1900, le grandi imprese della guida Antonio Dimai sulla parete sud della Tofana di Rozes, di Bettega e Zagonel sulla parete sud della Marmolada, avevano rimesso a posto l'orologio della storia. Alla vigilia della prima guerra mondiale la scalata su calcare era ben più avanti di quella su granito; le Alpi orientali si erano prese la loro rivincita sulle occidentali. I campioni dell'arrampicata «italiana» erano l'ampezzano Angelo Dibona e il fassano Tita Piaz, anche se il Trentino apparteneva all'Austria come Cortina, prima della guerra. Dibona e Piaz parlavano in ladino e pensavano in italiano, ma erano ancora cittadini austriaci.

Giovanni Battista Piaz , detto Tita o Pavarin, era nato a Pera di Fassa nel 1879. La famiglia non era benestante, benché i Piaz commerciassero attivamente. Commerciavano ma non si arricchivano. La madre faceva l'ambulante, il padre trafficava ingenuamente con giocattoli di legno colorato, qualche capra, un cavallo ogni tanto. Non risulta che disponessero di terra propria, in cambio coltivavano la passione per il teatro. In famiglia recitavano tutti, anche i bambini.

Dopo un apprendistato scolastico burrascoso che finisce con la radiazione dall'istituto magistrale di Bolzano («quel posto avrebbe dovuto divenire il mio: dove vanno talvolta a naufragare le speranze e le illusioni!», scrive Piaz in preda alla delusione), Tita decide che non studierà più da maestro. La cultura se la farà da sé, ragionando, leggendo e criticando i maestri. Siccome non vuole neanche diventar prete, dio lo scampi!, gli resta solo la montagna. E non è poco.

Comincia a scalare sulle crode sopra casa: le Torri del Vajolet, il Catinaccio, l'Antermoia. Dimostra talento e temerarietà, ma gli mancano i compagni per l'avventura. Lega alla sua corda i secondi più improbabili, trascinandoli anche nell'apertura di vie nuove: cameriere, contadini, «bambini poco più che lattanti, donne, vecchi e persino il curato».

Piaz ha vent'anni alla fine del secolo; è caratterialmente e anagraficamente un personaggio di cerniera tra l'alpinismo pionieristico dell'Ottocento e l'arrampicata emancipata del Novecento. È una guida del futuro. Quando si comincia a parlar di chiodi di ferro per superare i passaggi più difficili, di acrobatiche calate in corda doppia e traversate alla moda dei funamboli, Tita è sedotto dall'innovazione. Sul Campanile di Val Montanaia si cala nel vuoto dall'altezza di un palazzo. A Misurina tende una fune tra due campanili di roccia per raggiungere la cima impossibile: la Guglia De Amicis. Scala i soffitti di calcare, s'infila nei camini e nelle crepe della dolomia. Cerca il nuovo anche accompagnando i clienti in parete. E non importa se sono delle signore, anzi: spesso le donne scalano meglio degli uomini.

Piaz ci sa fare con le donne, e non teme i pettegolezzi. Anzi. È stato proprio lui a introdurre le donne-attrici sulla scena del teatro popolare, scandalizzando i benpensanti e i baciapile. Nella recitazione e nella vita (o viceversa: per lui fa poca differenza) la legge di Tita è salire, sbalordire, irridere le leggi della gravità (che si legge anche «conformismo»), non scendere a patti con il vuoto. Se la montagna è il palcoscenico, la scalata è la rappresentazione.

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I partigiani e i vinti



Come il prigioniero Thaler, il prigioniero Primo Levi conosceva il valore inestimabile di un paio di scarpe nel fango dei campi di concentramento: «Quando c'è la guerra – osserva Levi nelle pagine de La tregua – a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo alla roba da mangiare; e non viceversa, come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovar da mangiare, mentre non vale l'inverso». Anche Nuto Revelli conosceva il problema: «Metà degli alpini hanno le scarpe rotte». E anche Mario Rigoni Stern: «Una notte mi persi tra erbe e stelle e inciampai all'alba nel corpo di un alpino con le scarpe al cielo».

In quegli anni tragici e violenti, ogni resistente viveva con angoscia il rapporto con le proprie scarpe: i prigionieri dei lager, i condannati alla ritirata di Russia, i ribelli delle montagne. Buone scarpe volevano dire mangiare, ragionare, andare, sperare, vivere. Cattive scarpe, o mancanza di scarpe, era l'anticamera della sventura. Equivaleva a un preavviso di morte. Tra i partigiani delle valli cuneesi, chi lasciava il campo per scendere in città cedeva le scarpe ai compagni più motivati, come racconta il comandante Dante Livio Bianco nel suo diario:

(capita che) anche degli ottimi ragazzi che hanno combattuto benissimo... adesso non si sentano più d'andare avanti, in quelle condizioni, e vengano allontanati. Così, con questo vaglio rigoroso, si opera una severa selezione morale: si può esser sicuri che chi resta è veramente un perfetto partigiano. Oltre tutto, poi, questa «epurazione» presenta anche un aspetto pratico d'un certo interesse, in quanto si risolve in un mezzo per migliorare l'equipaggiamento delle formazioni. Chi se ne va è tenuto a lasciare ai compagni che restano quanto ha di meglio, a cominciare dalle scarpe: così preziose!


La ritirata di Russia e la guerra di resistenza sono state entrambe un problema di scarpe. Erano guerre fatte quasi sempre a piedi, con i piedi nella neve e nel fango, su terreni ostili, in condizioni difficili o estreme. Guerre di piedi, tomaie e suole, combattute camminando e marciando, nonostante fosse già tempo di camion, auto blindate e carri armati, e gli aerei volassero a bombardare le città. Guerre simili e diversissime: l'isolamento delle montagne partigiane era un rifugio, il fiato gelido della steppa era la morte.

Nuto Revelli ha vissuto tutte e due le guerre, l'epopea del Don e la resistenza delle Alpi, raccontandole in un libro – La guerra dei poveri – che si lega a un altro libro – Il mondo dei vinti –, poveri montanari anche loro, i «vinti», ma vittime delle ritirate del dopoguerra, e in fondo di un'altra forma di guerra: quella del consumismo o del turismo di massa. «L'assalto del turismo alla società contadina si è rivelato una vera e propria scelta di guerra», mi confidò nel 1993 a casa sua, a Cuneo, mentre la città sonnecchiava distratta. «Una guerra» disse.

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Chi frequenta le Alpi contemporanee si imbatte continuamente in questa contraddizione, nell'incontro-scontro tra montanari per scelta e montanari per nascita, che spesso è anche l'incontro-scontro tra chi ha deciso di cambiare e chi non ha avuto il coraggio di farlo. «Io penso che nella vita ogni tanto bisogna fare qualche follia!», dice il protagonista de Il vento fa il suo giro. «Noi non ne siamo più capaci da molto tempo» potrebbe rispondergli uno qualunque dei suoi ospiti-aguzzini, se fosse sincero con la storia.

L'incontro-scontro del film di Diritti è anch'esso metafora del nostro presente. Della nostra miopia. Ci scanniamo per un pezzo di terra e due arbusti da capre nel nome di risibili confini, esibendo gloriose tradizioni e intoccabili consuetudini, ma siamo sullo stesso carro, ormai. La società è globale, il consumismo è dappertutto. Che cosa vuol dire montanaro? Dove finisce la città? Dove comincia la montagna? Con tutto l'ottimismo nella capacità rigenerativa dei giovani, con tutto l'affetto verso i valori della civiltà contadina, quali argomenti si possono proporre a un ragazzo di montagna per convincerlo a reinterpretare il ruolo che fu di suo padre, e prima di suo nonno, e prima del padre del nonno fino a perdere la memoria? Come si può persuaderlo a rinunciare alle lusinghe della società dello spreco per isolarsi in una fattoria o in un alpeggio? In nome di chi, di che cosa?

Il mondo è cambiato alla fine del millennio. La civiltà contadina non c'è più. I vecchi valori sono stati frullati dai nuovi. I ragazzi di montagna e quelli di città si assomigliano come gemelli, sono quasi uguali. Chi è il ricco, chi il povero? Giovani montanari scorrazzano senza meta sulle automobili a sedici cilindri, giovani cittadini senza motore cercano una nuova vita sulle Alpi. I ragazzi di montagna passano il piattello dello skilift agli sciatori di città, imitandoli, invidiandoli. Preferiscono servire i panini nei bar piuttosto che affrontare gli studi. Depressione, alcolismo, tossicodipendenza e suicidi giovanili insidiano soprattutto le valli più ricche, dal Sud Tirolo alla Valtellina alla Valle d'Aosta.

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Il Nuovo Mattino



Tra la tragedia del Vajont e l'uscita del libro inchiesta dí Tina Merlin non intercorrono anni qualsiasi. In mezzo c'è un ventennio di fiamma, il tempo delle rivoluzioni. Tra í Sessanta e gli Ottanta nascono e muoiono le utopie del Sessantotto e del Settantasette, le lotte di classe, gli scontri ideologici; si avvicendano il terrorismo, le stragi, le denunce, i processi, le condanne; infine, a chiudere il cerchio, arrivano i riflussi e le restaurazioni. Il mondo va a sinistra e torna rapidamente indietro. Tra i Cinquanta e i Sessanta le denunce della Merlin scivolarono su un'Italia bigotta e perbenista, schiacciata dal clima di guerra fredda, abbagliata dallo sviluppo senza limiti e insensibile alle urgenze ambientali. Vent'anni dopo il suo amaro bilancio del disastro incespicò in un'Italia sazia e consumista, assai più informata e politicizzata, probabilmente più cinica, ugualmente distratta. Un paese che voleva divertirsi e dimenticare.

In quei vent'anni cambia tutto anche sulle Alpi, anche se in un certo senso non cambia niente. Si compie lo spopolamento denunciato da Revelli e si conclude il ripopolamento a scopo turistico: le città della neve, i giganteschi comprensori sciistici, le stazioni dello sport totale. Si scia sui pascoli e sui campi, proprio nei mesi in cui pascoli e campi riposavano sotto metri di neve. Le alte valli sono affollate e prezzate nelle settimane delle vacanze invernali, un po' meno d'estate, vuote nelle mezze stagioni, quando i condomini e le seconde case celano migliaia di letti freddi e mostrano il lato oscuro del turismo di massa. Dopo la fuga dei contadini, nelle medie valli è sempre mezza stagione. Le basse valli vivono con le fabbriche e il pendolarismo delle città.

Tra la resa dei valligiani e l'euforia degli speculatori c'è posto per la rivoluzione culturale del Sessantotto, che non cambia l'immagine della montagna, sempre più sospesa tra la nostalgia del passato e il conformismo del presente, ma rigenera l'alpinismo. Ne inventa uno nuovo. Il Sessantotto degli scalatori arriva in ritardo, verso la metà degli anni Settanta, ma porta una conversione decisiva. Un vento impetuoso soffia sulle pareti rivoltando i valori, i linguaggi, gli stili. Perfino i colori.

Nel 1963 gli alpinisti vestono ancora alla montanara con i calzettoni della nonna e i grigi pantaloni alla zuava. Lana spessa, tasche larghe e sbuffi sulle ginocchia. Una specie di divisa. Lo stesso anno Pino Dionisi, austero direttore della Scuola di alpinismo Giusto Gervasutti di Torino, reclama rispetto e ubbidienza:

non è necessario rammentare che la disciplina, in tutti i casi della vita, ha un'importanza di prim'ordine, poiché nulla si può ottenere quando essa venga a difettare... Nella scuola che dirigo da molti anni è obbligo all'Istruttore dare del Lei all'allievo, così come, naturalmente, l'allievo deve fare rivolgendosi all'Istruttore.


Vent'anni dopo è cambiato tutto. Gli scalatori di ogni età si danno del tu, usano parole inglesi come freeclimbing e indossano salopette marchiate Fila e Cerruti. Dai quindici ai settant'anni sfoggiano rossi eversivi, verdi lucenti e azzurri caramellosi. Il grigioverde degli alpini è morto e sepolto. Ormai è uno sbiadito ricordo della Guerra Bianca. Sulle pareti di roccia si ostenta la nuova arrampicata, si provoca, non ci si nasconde più.

Dal vecchio andare in montagna, che navigava a distanza imparziale tra gli ordini della caserma e le abitudini della sacrestia, si è approdati a un alpinismo «laico» che sarebbe sembrato troppo democratico a Quintino Sella, il fondatore del Club Alpino, e insopportabilmente disincantato al poeta Guido Rey , il cantore de «la lotta con l'Alpe utile come il lavoro, nobile come un'arte, bella come una fede». Il cambiamento era nell'aria, ma l'esito è sconvolgente. Poche altre attività umane hanno affrontato la crisi dei propri valori in modo così radicale e definitivo. La parabola degli scalatori racconta come un manuale di sociologia i processi trasgressivi degli anni Settanta, quando l'alpinismo, senza arrendersi alla retorica dell'Alpe romantica o alla centrifuga del consumismo, seppe immaginare una terza via. E in quegli anni immaginare era già vincere.

La scintilla della ribellione si accende in Piemonte e Lombardia, propagandosi tra Torino e la Valle dell'Orco, Milano-Sondrio e la Val di Mello, Trieste e la Val Rosandra, Reggio Emilia e la Pietra di Bismantova. I ribelli sono giovani e acculturati, ma alle piazze preferiscono le montagne e in parete fanno la rivoluzione. Gli esponenti del «Nuovo Mattino» (dal nome della famosa via di Harding e Caldwell, The wall of the early morning light, disegnata sul granito di El Capitan in California) sono ispirati da Gian Piero Motti , un ragazzo torinese colto e tormentato, ottimo scalatore e raffinato trasgressore. Si liberano dalle zavorre eroiche come l'obbligo della vetta e le mille croci stagliate sulla simbologia sacrificale dell'ascensione. Detestano l'ipocrisia. Non sopportano la falsa immagine dell'alpinista duro e puro, che fa sempre a pugni con la vita reale.

«Ho conosciuto molti ragazzi e molti uomini – denuncia Motti in un famoso articolo del 1972: I falliti – che avevano trovato nell'alpinismo il compenso al loro fallimento nella vita di ogni giorno». La montagna è una bellissima fuga, bisognava pur ammetterlo prima o poi. «I veri eroi sono quelli che prendono la metropolitana ogni giorno alle sette del mattino», scrive l'himalaista francese Nicolas Jaeger.

Il Nuovo Mattino non è un movimento politico, è soprattutto un'invenzione narrativa; infatti Motti sa di lettere e filosofia, conosce la storia dell'alpinismo e scrive da intellettuale, non da scalatore. Lui, Gian Carlo Grassi e gli arrampicatori della beat generation cercano in parete il loro altrove, un luogo diverso ma non nemico della città, una verità complementare ma non conflittuale all'esperienza quotidiana. Portano jeans e fasce nei capelli, ascoltano Dylan e la musica rock e respingono senza pietà il simbolo più inviolabile della storia dell'alpinismo: la vetta. Posano i vecchi scarponi e provano a scalare in scarpe da tennis. Seguono fedelmente il vangelo della trasgressione. Se i manuali dell'accademia insegnano che lo zaino è la casa dell'alpinista, loro partono senza zaino, senza giacca, senza tutto, rischiando di congelarsi. Adorano gli orari rilassati e i bivacchi scanzonati, inseguono giovani voci di donne, immagini, visioni, iniziazioni dai nomi suadenti: Itaca nel sole, Luna nascente, Il lungo cammino dei Comanches, La via della Rivoluzione. Ispirati dal mito dell'arrampicata californiana, anche se non hanno mai attraversato fisicamente l'oceano, lavorano di fantasia e trovano meravigliose rocce granitiche a due passi da casa. Su quei sassi immaginano di essere su El Capitan della Yosemite Valley, sulle pareti del sogno, in Verdon o in Paradiso, comunque lontano dagli obblighi e dai tabù.

Nel 1972 Motti intuisce che i tempi sono maturi e sale con alcuni compagni la parete del piccolo Capitan della Valle dell'Orco, il Caporal, per la via dei Tempi moderni. Le difficoltà, le tecniche e lo stile di scalata non sono poi molto diversi da quelli praticati in alta montagna, ma la visione è rivoluzionaria:

è vero – scrive Motti – ai piedi della parete si estende la foresta, sopra, usciti dal verticale delle rocce, ti accoglie il verde e pianeggiante altopiano. Ma quando sei impegnato in parete vivi lo stesso «istante» che potresti vivere sul Petit Dru o sulla Civetta. È lo spirito dell'alpinismo californiano. Lo scopo non è raggiungere la vetta, e nemmeno affermare se stessi. L'arrampicata è un mezzo per vivere sensazioni più profonde... Se poi qualcuno dirà che questo non è più alpinismo, di certo non ci sentiremo offesi.


Gli fa eco Andrea Gobetti, il nipote di Piero, ispirato dalla speleologia e dall'arrampicata:

quando guidato dal mio amico Roberto Bonelli passai dalle grotte alle pareti era il 1974 e lì trovai in piena fioritura un'acuta analisi sul perché si va in montagna, su come goderne anziché soffrirne. L'inutilità dei monti era ancora rispettata come il loro tesoro più grande. Era un mondo emozionante in cui potevi migliorare la tua vita reale e spirituale di tutti i giorni riflettendo e risolvendo problemi di pietra.


Per gli alpinisti dell'epoca eroica il completamento obbligatorio della scalata era la cima, o meglio la vetta, che corrispondeva alla croce stagliata sulle creste. In termini bellici la vetta era l'occupazione della postazione estrema, la medaglia della vittoria. Il fine e la fine dell'ascensione. Con il Nuovo Mattino la cima sparisce: non c'è più nessun fine, e nemmeno una fine; per finire un'arrampicata bastano l'allentarsi del vuoto e il termine del precipizio. I ribelli introducono il termine provocatorio di «altopiano», che è più di un concetto geografico. «La via porta all'altopiano», decide Motti – per ribadire che la vetta non è necessaria, anzi è inutile. Conta il viaggio che la precede. Il fine è il viaggio.

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Rossa non lasciava mai tracce del suo passaggio. Niente articoli e niente relazioni tecniche, solo i chiodi confitti nelle fessure della roccia. Ha aperto delle belle vie alla Rocca di Perti, all'Uja di Mondrone e alla Rocca Sbarua, ma quasi nessuno sa che sono sue. Quando sono andato a ripeterle ho sempre trovato delle fessure chiodate con intelligenza. La tecnica e l'estetica s'incontravano nelle vie di Guido, che era operaio e artista.

Se non avesse confidato a Bastrenta i suoi ideali per corrispondenza, adesso noi non sapremmo che idea avesse del mondo, in che cosa sperasse, per che cosa sia morto; ma nella lettera c'è quel che basta. È un manifesto politico e spirituale. Giuseppe e io leggiamo qualche brano e lo commentiamo. Mi vengono in mente altre figure del secondo Novecento e suggerisco al pubblico i nomi di Ernesto Balducci e Ivan Illich. Potrei tradurre in titoli quei nomi e cognomi: La terra del tramonto, L'uomo e la macchina, La società conviviale, L'uomo planetario, Siate ragionevoli: chiedete l'impossibile. Sono titoli di libri, vecchie provocazioni, utopie così lontane e talmente tradite da far male.

Dopo un'ora di parole e musiche la storia di Rossa scivola verso l'ineluttabile epilogo di sangue, noi rimandiamo e ci giriamo intorno perché a quella storia sta attaccato un mondo. Ci siamo detti che la sua vita era molto più importante della sua morte, anche se è diventato famoso per un colpo di pistola. L'unico che l'ha ucciso. Per noi Rossa è più di quel proiettile vile e insensato, noi lo rispettiamo per tutto il resto. Il suo percorso è una scia che illumina il suo tempo e anche il nostro.

Ad ogni modo accenno all'assassinio del 1979 – Berardi, le BR, una mattina d'inverno – e penso che è successo proprio qui, a Genova. Vicinissimo nello spazio, lontanissimo nel tempo. Quando finisco con il capitolo più triste, Giuseppe ha pronta una poesia di Wislawa Szymborska. S'intitola L'odio.

    Guardate com'è sempre efficiente
    come si mantiene in forma
    nel nostro secolo l'odio,
    con quanta facilità supera gli ostacoli
    come gli è facile avventarsi, agguantare.
    Non è come gli altri sentimenti,
    insieme più vecchio e più giovane di loro,
    da solo genera le cause
    che lo fanno nascere...

Seguo i versi di Szymborska e l'eco distorta delle chitarre acustiche. Ho la finestra alle spalle, spalancata sulla notte. Sarà già tempesta arancione? Probabilmente il mare starà salendo dietro la fabbrica di Rossa. Non importa, il mondo è qui, stasera. Tutto qui dentro. Stiamo facendo un viaggio nel passato, e anche nel futuro: «Come si mantiene in forma nel nostro secolo l'odio...», recita Giuseppe. Quale secolo? Il nostro? Il loro? È proprio il caso di guardare indietro? Dieci anni fa sarebbe stata una caduta nella nostalgia, però oggi ne abbiamo bisogno. Abbiamo improvvisamente bisogno del vecchio armadio delle speranze: l'uomo nuovo, la conversione universale, i limiti dello sviluppo. Abbiamo solo un papa che parla di queste cose, ed è solo, appunto.

Quando voce e chitarra tacciono la sala è piena di sentimento, ma non sazia. Non ancora. Allora continuiamo a girare intorno a una storia che è finita nel 1979, alla vigilia dell'Italia da bere, e che ci parla anche ora perché è finita senza concludersi – si è solo interrotta per trentacinque anni – e ha lasciato socchiuse un sacco di porte, porticine, parentesi, illusioni. Quasi nessuno ha seguito gli insegnamenti di Ernesto Balducci e Ivan Illich, e neanche di Guido Rossa. Lui è morto alla fine del decennio più spietato della storia recente, quando l'ideologia separava brutalmente le persone, spaccava gli amori e le parentele, e il nemico si nascondeva dietro e dentro le porte delle case. Dieci anni dopo non c'era più nessuna ideologia, nessun ideale, e neanche un nemico da combattere. I pochi ribelli superstiti erano un avanzo del passato e un refuso del presente.

L'alpinismo ha seguito la stessa china. Anche gli scalatori non disubbidiscono da molto tempo e oggi è assai alla moda vestirsi da montagna: piumino firmato, zainetto di marca e scarpe con la suola Vibram. Negli anni Settanta quella macchia gialla del noto marchio sotto il carrarmato era un logo avventuriero, adesso è quasi l'invito a una festa elegante. Se Rossa rispuntasse su qualche roccia porterebbe i pantaloni alla zuava e gli scarponi, e riderebbe del nostro conformismo. «Non c'è più nessuna lotta, nessun valore, nessun cambiamento effettivo che possa trasformare l'attuale situazione di stallo: potendo far di tutto, decidiamo di fare quello che ci piace», dice la ragazza del 1977. Il nuovo mattino è tardo pomeriggio.

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