Copertina
Autore Andrea Camilleri
Titolo Una lama di luce
EdizioneSellerio, Palermo, 2012, La memoria 893 , pag. 266, cop.fle., dim. 12x16,7x1,4 cm , Isbn 978-88-389-2705-8
LettoreGiangiacomo Pisa, 2012
Classe gialli
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 9

Uno



La matinata, sino dalla prim'alba, si era addimostrata volubili e crapicciosa. Epperciò, per contagio, macari il comportamento di Montalbano, in quella matinata, sarebbi stato minimo minimo instabili. La meglio era, quanno capitava, di vidiri il meno nummaro di pirsone possibbili.

Cchiù passavano l'anni e cchiù s'addimostrava d'umori sensibili alle variazioni climatiche, all'istesso modo che una maggiori o minori umidità agisci supra ai dolori d'ossa di un vecchio. E arrinisciva sempri meno a controllarisi, ad ammucciari l'eccessi d'alligria o di grivianza.

Nel tempo che ci aviva dovuto 'mpiegari per arrivari dalla sò casa di Marinella insino alla contrata Casuzza, sì e no 'na quinnicina di chilometri ma tutti fatti di trazzere bone per cingolati o di stratuzze di campagna tanticchia meno larghe della larghizza della machina, il celo dal rosa chiaro era passato al grigio e po' dal grigio si era convirtuto al cilestre splapito per firmarisi momintaneo a un bianchizzo neglioso che sfumava i contorni e confonniva la vista.

La tilefonata gli era arrivata alle otto del matino, mentri che stava finenno di farisi la doccia. Si era susuto tardo pirchì sapiva che quel jorno non doviva annare in ufficio.

S'infuscò. Non s'aspittava d'essiri chiamato al tilefono. Chi era che gli scassava i cabasisi?

In linia teorica, in commissariato non avrebbi dovuto essirici nisciuno fatta cizzioni del cintralinista pirchì quella sarebbi stata 'na jornata spiciali per Vigàta.

Spiciali in quanto che il signori e ministro dell'Interno, di ritorno dalla visita all'isola di Lampidusa indove i centri d'accoglienza (sissignori, avivano il coraggio d'acchiamarli accussì!) per gli immigrati non erano cchiù 'n condizioni di continiri manco un picciliddro di un misi, le sarde salate avivano maggiori spazio, aviva espresso la 'ntinzioni di spezionari l'attendamenti di fortuna priparati a Vigàta. Che già, da parti loro, erano chini come l'ova, con l'aggravanti che quei povirazzi erano costretti a dormiri 'n terra e a fari i loro bisogni all'aperto.

Epperciò il signori e quistori Bonetti-Alderighi aveva proclamato la mobilitazioni generali tanto della questura di Montelusa quanto del commissariato di Vigàta per blindari le strate del percorso che avrebbi dovuto fari l'alto pirsonaggio onde evitari che ai sò oricchi non arrivassiro frischi, piriti e parolazzi (in taliàno chiamati contestazioni) della popolazioni, ma sulo gli applausi di quattro morti di fami appositamenti pagati.

Montalbano, senza pinsarici supra un momento, aviva scarricato il tutto supra alle spalli di Mimì Augello e sinni era approfittato per pigliarisi 'na jornata di riposo. Al sulo vidirlo in tilevisioni, a Montalbano il signori e ministro gli faciva viniri il sangue suttasupra, figurarisi a vidirlo di pirsona pirsonalmenti.

Il tutto, nella sottintisa spiranzia che, per il rispetto dovuto a un membro del governo, 'n paìsi e nei dintorni non capitassero né ammazzatine né autri fatti delittuosi. I sdilinquenti di certo avrebbiro avuto la sdilicatizza d'animo di non trubbare quella jornata gaudiosa.

Perciò chi poteva essiri a tilefonari?

Addecidì di non arrispunniri, ma il tilefono, doppo essirisi azzittuto per tanticchia, tornò a sonari.

E se era Livia? Che macari gli doviva diri qualichi cosa d'importanti? No, non c'erano santi, doviva sollevari il ricevitori.

«Pronti, dottori? Catarella sum».

Strammò. Catarella parlava 'n latino? Che stava capitanno all'universo ? La fini del munno era vicina? Di sicuro non aviva sintuto bono.

«Che dicisti?».

«Catarella sugno, dottori».

Respirò sollivato. Aviva malo sintuto. L'universo tornò nell'ordine.

«Dimmi».

«Dottori, lo devo avvirtiri in primizia di tutto che di cosa longa e compricata trattasi».

Montalbano col pedi si tirò vicina 'na seggia, ci s'assittò.

«E io ccà sugno».

«Vabbeni. Stamatina essenno che il sottoscritto erasi arrecatosi all'ordini del dottori Augello in quanto che c'era l'aspittativa dell'arrivanza dell'aliquottero che apportava il signori e ministro...».

«Arrivò?».

«Non lo saccio, dottori. Sono ignorevole della circostanzia».

«E pirchì?».

«Sono ignorevole in quanto non trovomi in loco».

«Ma dove sei?».

«In un autro loco dettosi contrata Casuzza, dottori, che attrovasi appresso al vecchio passaggio a livello che veni doppo...».

«Lo saccio indov'è 'sta contrata Casuzza. Ma mi vuoi spiegari che ci fai, sì o no?».

«Dottori, addimanno compressione e pirdonanza, ma se vossia mi metti 'n mezzo 'n continuo la 'ntirruzioni io...».

«Scusami, vai avanti».

«Donchi, a un certo momento il detto dottori Augello arricivitti 'na tilefonata dal nostro cintralino indove che io ero stato assostituito dall'agenti Filippazzo Michele in quanto che il detto erari storciuniato 'na gamma e...».

«Scusami, il detto cu? Il dottor Augello o Filippazzo?».

Trimò al pinsero che essennosi fatto mali Mimì attoccava a lui annare a riciviri al ministro.

«Filippazzo, dottori, il quali che quindi non potevasi apprestare al servizio attivico, e la passò a Fazio, il quali, sintuta la suddetta tilefonata, mi dissi di lassari perdiri l'aspittativa dell'aliquottero e di arricarimi urgentevole 'n contrata Casuzza. La quali...».

Montalbano si fici pirsuaso che ci sarebbi voluta mezza matinata per arrivari ad accapirici qualichi cosa.

«Senti, Catarè, facemo accussì. Ora m'informo e po' mi faccio risentire io tra cinco minuti».

«Ma il ciallulare 'ntanto io lo devo tiniri astutato o no?».

«Astutalo».

Chiamò a Fazio. Il quali arrispunnì 'mmidiato.

«E arrivato il ministro?».

«Non ancora».

«Mi ha telefonato Catarella ma dopo un quarto d'ora di parlata ancora non ci avevo accapito nenti».

«Dottore, le spiego io di che si tratta. Un contadino ha chiamato il nostro centralino per farci sapere che nel suo campo ha trovato una cassa da morto».

«Vuota o piena?».

«Non l'ho capito bene. Si sentiva malissimo».

«Perché ci hai mandato Catarella?».

«Non m'è parsa cosa impegnativa».

Ringraziò Fazio e richiamò Catarella.

«Il tabbuto è vacante o chino?».

«Dottori, il sullodato tabbuto attrovasi col coperchio posato di supra e quindi di conseguenzia addiventa invisibili il continuto di esso midesimo tabbuto».

«Tu perciò non l'hai sollivato?».

«Nonsi, dottori, in quanto che c'era fallanza d'ordini 'n proposito al sollivamento del coperchio. Si vossia m'ordina che lo rapro, io lo rapro. Ma cosa 'nutili è».

«Pirchì?».

«Pirchì il tabbuto non è vacante».

«Come fai a saperlo?».

«Lo saccio in quanto che il viddrano contatino che sarebbi che è il propietario del tirreno indove attrovasi apposto il suddetto tabbuto e che chiamasi Annibale Lococo fu Giuseppe e che sta ccà allato a mia, il coperchio lo sollivò quel tanto che abbastava e videsi che il tabbuto erasi accupato».

«Occupato da chi?».

«Da un catafero di morto, dottori».

Epperciò la cosa era 'mpignativa, al contrario di quello che aviva pinsato Fazio.

«Vabbè, aspettami».

E accussì aviva dovuto mittirisi, santianno, 'n machina e partiri.


Il tabbuto era di quelli per i morti di terza classe, i cchiù povirazzi, di ligno grezzo senza manco 'na passata di vernici.

Un angolo di tila bianca sporgiva da sutta al coperchio posato malamenti.

Montalbano si calò a taliarlo meglio. Con il pollici e l'indici della mano dritta lo pigliò e ne tirò fora 'n autro tanticchia. Accussì potti vidiri che c'erano arraccamate supra una B e una A 'ntricciate.

Annibale Lococo stava assittato 'n punta al tabbuto, dalla parti dei pedi, un fucili in spalla e si fumava un mezzo toscano. Era un cinquantino sigaligno arrustuto dal soli.

Catarella era a un passo di distanzia, ma addritta, immobili sull'attenti, 'ncapaci di spiccicari parola, sopraffatto dalla mozioni di stari facenno 'n'indagini 'nzemmula al commissario.

Torno torno un paisaggio sdisolato, cchiù petre che terra, rari àrboli che pativano di millinnaria mancanza d'acqua, macchie di saggina, troffe enormi d'erba servatica. A un chilometro di distanzia 'na casuzza solitaria, forsi quella che dava il nomi alla contrata.

Nelle vicinanze del tabbuto, supra al pruvolazzo che una volta era stato terra, si vidivano chiaramenti 'mpresse le orme dei copertoni di un camioncino e delle scarpe di due uomini.

« suo 'sto tirreno?» spiò Montalbano a Lococo.

«Tirreno? Quali tirreno?» fici Lococo taliannolo strammato.

«Questo dove stiamo noi».

«Ah. E vossia me lo chiama tirreno?».

«Che ci coltiva?».

Prima d'arrispunniri, il viddrano lo taliò novamenti, si isò la coppola, si grattò la testa, si livò il sicarro dalla vucca, sputò 'n terra con disprezzo, si rimittì il mezzo toscano tra le labbra.

«Nenti. Che minchia ci voli coltivari? ccà non piglia nisciuna cosa. Terra mallitta è. Ma ci vegno a caccia. chino di lepri».

«Ha scoperto lei il tabbuto?».

«Sissi».

«Quando?».

«Stamatina verso le sei e mezza. E vi ho chiamato subito col tilefonino».

«Ieri sera è passato da qui?».

«Nonsi, sunno tri jorni che non ci vegno».

«Quindi non sa quando hanno lasciato qua il tabbuto».

«Esattamenti».

«Ha guardato dentro?».

«Certo. Pirchì, vossia no? Vinni pigliato di curiosità. Vitti che il coperchio non era avvitato e lo isai tanticchia. Ci sta un catafero cummigliato da un linzolo».

«Mi dica la verità, ha sollevato il lenzuolo per taliarlo 'n facci?».

«Sissi».

«Mascolo o fìmmina?».

«Mascolo».

«L'ha riconosciuto?».

«Mai viduto».

«Lei immagina il motivo per cui l'hanno lasciato nel suo campo?».

«Se avissi tanta 'mmaginazioni, scriviria romanzi».

Pariva sincero.

«Va bene. Si alzi, per favore. Catarella, solleva il coperchio».

Catarella s'agginocchiò allato alla cascia da morto e sollivò di picca il coperchio.

Di colpo, girò la testa di lato e storci la vucca.

«Iam fetet» dissi arrivolto al commissario.

Montalbano fici un sàvuto narrè, sbalorduto. Allura era vero! Non si era sbagliato! Catarella parlava 'n latino!

«Che dicisti?».

«Dissi che già fete».

Ennò! Stavota aviva sintuto distintamenti! Non c'era nisciuna possibilità d'errori.

«Tu mi vuoi pigliari per il culo!» esplodì facenno 'na gran vociata che 'ntronò per primo a lui stisso.

In risposta un cani, luntano, si misi ad abbaiari.

Catarella lassò cadiri di colpo il coperchio e si susì addritta, russo come un gallinaccio.

«Iu? A vossia? Ma come ci veni 'n testa 'na cosa simili? Iu mai e po' mai mi pirmittiria di...».

Non potti continuari, dispirato si pigliò la testa tra le mano e accomenzò a lamintiarisi.

«O me miserum! O me infelicem!».

Montalbano non ci vitti cchiù dall'occhi, pirdì il controllo e gli satò di supra, agguantannolo per il collo e scutuliannolo come se Catarella era un àrbolo dal quali fari cadiri 'n terra piri maturi.

«Mala tempora currunt!» fici filosofico Lococo tiranno 'na vuccata dal sicarro.

Montalbano s'apparalizzò, agghiazzato dallo spavento.

Ci si mittiva macari Lococo col latino? Era tornato narrè nel tempo e non sinni era addunato? Allura com'è ch'erano vistuti moderni e non avivano né la tunica né la toga?

Ma a 'sto punto il coperchio del tabbuto si raprì dall'interno facenno 'na gran rumorata mentri che sbattiva 'n terra e il catafero che pariva 'na mummia si susì a lento a lento ritto.

«Ma lei, Montalbano, non ha nessun rispetto per i morti?» spiò, arraggiato nìvuro, il catafero mentri si livava il linzolo dalla facci facennosi arraccanosciri.

Era il signori e quistori Bonetti-Alderighi.


Montalbano ristò a longo corcato a ripinsari al sogno che aviva fatto e che l'aviva 'mpressionato assà.

Non certo pirchì il morto si era arrivilato essiri Bonetti-Alderighi o pirchì Catarella e Lococo si erano mittuti a parlari latino, ma pirchì si era trattato di un sogno tradimintoso, 'ngannatori, vali a diri di quelli indove la successioni dei fatti è tutta a strittissimo rigori di logica e di ralogio.

E ogni particolari, ogni dittaglio sunno prisintati in modo tali d'aumentari il senso di realtà. E il confini tra sogno e realtà finisci coll'addivintari troppo sottili, praticamenti 'nvisibili. Meno mali che nella parti finali la logica era scomparuta, masannò sarebbi stato uno di quei sogni che, dopo qualichi tempo, non si sapi cchiù distinguiri se si trattò di un fatto vero o sognato.

Senonché nel sogno che aviva fatto non c'era assolutamenti nenti di vero, manco la vinuta del ministro.

E di conseguenzia, purtroppo, quella non era jornata di riposo, ma di travaglio. Come tutte le autre.

Si susì, raprì la finestra.

Il celo per mità era ancora cilestre, ma l'autra mità stava cangianno colori, tirava al grigio per via di 'na coperta di nuvole uniformi e chiatte che vinivano dal mari.

Era appena nisciuto dalla doccia che il tilefono squillò. Annò ad arrispunniri vagnando 'n terra coll'acqua che gli colava dal corpo. Era Fazio.

«Dottore, mi scusasse il distrubbo, ma...».

«Dimmi».

«Ha telefonato il questore. Ha ricevuto una comunicazione urgente. Riguarda il ministro dell'Interno».

«Ma non è a Lampidusa?».

«Sissi, ma pare che vuole viniri a visitare l'accampamento d'emergenza di Vigàta. Arriva tra un dù ore in elicottero».

«Che grannissima rottura di cabasisi!».

«Aspittasse. Il questore ha disposto che tutto il commissariato si metta agli ordini del vicequestore Signorino che tra un quarto d'ora sarà qua. La volevo avvertire».

Montalbano tirò un sospiro di sollevo.

«Grazie».

«Vossia, naturalmenti, non avi nisciuna 'ntinzioni di farisi vidiri».

«Ci 'nzirtasti».

«Che dico a Signorino?».

«Che sugno corcato con la 'nfruenza e mi scuso per l'assenza. E con molta osservanza mi gratto la panza. Quanno che il ministro sinni va, chiamami ccà, a Marinella».

Epperciò la vinuta del ministro era un fatto vero.

Potiva diri d'aviri fatto un sogno premonitori? Se sì, viniva a significari che il signori e quistori tra brevi si sarebbi vinuto ad attrovari dintra a un tabbuto?

No, era una semprici coincidenza. Non ci sarebbi stato un seguito. Soprattutto pirchì, a pinsarici bono, era umanamenti 'mpossibbili che Catarella si mittiva a parlari latino.

Daccapo sonò il telefono.

«Pronto?».

«Mi scusi, ho sbagliato» fici 'na voci fimminina riattaccanno.

Ma non era Livia? Pirchì aviva ditto d'aviri sbagliato nummaro? La chiamò.

«Che ti prende?».

«Perché me lo chiedi?».

«Scusami, Livia, fai il numero di casa, ti rispondo e tu riattacchi dicendo d'avere sbagliato!».

«Ah, eri tu!».

«Certo che ero io!».

«Ma, vedi, ero così sicura di non trovarti in casa che... a proposito, che fai ancora a Marinella? Non ti senti bene?».

«Mi sento benissimo! E non cercare di svicolare!».

«Da cosa?».

«Dal fatto che non hai riconosciuto la mia voce! Ti pare naturale che dopo tutti questi anni...».

«Come ti pesano, eh?».

«Cosa mi pesano?».

«Gli anni che stiamo insieme».

'N conclusioni, fu 'na bella sciarriatina di un quarto d'ura e passa.

Se la fissiò 'n'autra mezzorata 'n mutanne a tambasiare casa casa. Po' arrivò Adelina la quali, vidennolo, s'appagnò.

«Maria, dottori, chi fu? Malatu è?».

«Adelì, ti ci vuoi mittiri macari tu? No, non t'apprioccupari. Staio benissimo. Anzi, la voi sapiri 'na cosa? Oggi mangio 'n casa. Che m'appripari?».

Adelina sorridì.

«Chi 'nni dici di 'na bella pasta 'ncasciata?».

«'Na miraviglia, Adelì».

«E doppo tri o quattro trigliuzze fritte croccanti?».

«Facemo cinco e non sinni parla cchiù».

'U paradiso era 'mproviso calato 'n terra.

Stetti 'n casa un'orata, ma appena accomenzò a sintiri nelle nasche il sciauro angelico che viniva dalla cucina, accapì che non era cosa, non avrebbi potuto reggiri, gli principiò di subito un senso di vacantizza alla vucca dello stomaco, epperciò addecidì di farisi 'na longa passiata a ripa di mari.

Quanno tornò doppo un dù orate, Adelina l'avvirtì che aviva chiamato Fazio per diri che il ministro aviva cangiato idea e sinni era ripartuto per Roma senza passari da Vigàta.


Montalbano arrivò 'n commissariato alle quattro passate, col sorriso sulle labbra, 'n paci con se stisso e col munno sano. Miracolo della pasta 'ncasciata.

Si firmò un momento davanti a Catarella che, vidennolo trasire, era scattato sull'attenti.

«Catarè, me la levi 'na curiosità?».

«All'ordini, dottori».

«Tu l'accanosci 'u latino?».

«Certamenti, dottori».

Montalbano s'imparpagliò, alloccuto. Era pirsuaso che Catarella avissi fatto a malappena la scola d'obbligo.

«L'hai studiato?».

«Studiato studiato propiamenti studiato nonsi, ma ci pozzo diri che l'accanoscio bono».

Montalbano era sempri cchiù 'ngiarmato.

«E come facisti?».

«Ad accanoscirlo?».

«Sì».

«Mi lo prisintò un vicino di casa».

«Ma a cu?».

«Al raggiuneri Vicenzo Camastra chiamato 'u latino».

Il sorriso tornò sulle labbra del commissario. Meglio accussì, tutto rientrava nella normalità.

| << |  <  |