Copertina
Autore Luciano Canfora
Titolo La biblioteca scomparsa
EdizioneSellerio, Palermo, 2000 [1986], La memoria 140 , pag. 210, dim. 120x166x11 mm , Isbn 978-88-389-0374-8
LettoreRenato di Stefano, 2002
Classe libri , storia antica , paesi: Egitto , musei
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Indice


La biblioteca scomparsa

I    La tomba del faraone                    11
II   La biblioteca sacra                     16
III  La città proibita                       21
IV   Il fuggiasco                            24
V    La biblioteca universale                28
VI   « Lascio i libri a Neleo »              34
VII  Il simposio dei sapienti                38
VIII Nella gabbia delle muse                 45
IX   La biblioteca rivale                    53
X    Ricompare Aristotele, e si perde        59
XI   Il secondo visitatore                   67
XII  La guerra                               74
XIII Il terzo visitatore                     80
XIV  La biblioteca                           86
XV   L'incendio                              90
XVI  Dialogo di Giovanni Filopono con
     l'emiro Amr ibn al-As in procinto
     di incendiare la biblioteca             92

Nota                                        109

Fonti

 l. Gibbon                                  117
 2. I dialoghi di Amr                       122
 3. Aristea aggiornato                      126
 4. Gellio                                  130
 5. Isidoro di Siviglia                     133
 6. Livio                                   139
 7. Congetture                              144
 8. Ecateo                                  152
 9. La biblioteca introvabile               154
10. Il « soma » di Ramsete                  169
11. Qades                                   174
12. Strabone e la storia di Neleo           181
13. La vulgata bibliotecaria                191
14. I roghi                                 197
15. Epilogo                                 200

 

 

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Pagina 28

V
La biblioteca universale



Demetrio era stato il plenipotenziario della biblioteca. Ogni tanto il re passava in rassegna i rotoli, come manipoli di soldati. «Quanti rotoli abbiamo?» chiedeva. E Demetrio lo aggiornava sulle cifre. Si erano proposti un obiettivo, avevano fatto dei calcoli. Avevano stabilito che, per raccogliere ad Alessandria «i libri di tutti i popoli della terra» fossero necessari in tutto cinquecentomila rotoli. Tolomeo concepì una lettera «a tutti i sovrani e governanti della terra» in cui chiedeva che «non esitassero ad inviargli» le opere di qualunque genere di autori: «poeti e prosatori, retori e sofisti, medici e indovini, storici, e tutti gli altri ancora». Ordinò che venissero ricopiati tutti i libri che per caso si trovassero nelle navi che facevano scalo ad Alessandria, che gli originali fossero trattenuti ed ai possessori venissero consegnate le copie: questo fondo fu poi chiamato «il fondo delle navi».

Ogni tanto Demetrio stendeva un rapporto scritto per il sovrano, che incominciava così: «Demetrio al gran re. In ottemperanza al tuo ordine di aggiungere alle collezioni della biblioteca, per completarla, i libri che ancora mancano, e di restaurare adeguatamente quelli difettosi, ho speso grande cura, ed ora faccio a te un resoconto ecc.».

In uno di questi resoconti, Demetrio illustrava l'opportunità di acquisire anche «i libri della legge giudaica». «È necessario - proseguiva - che questi libri, in forma corretta, trovino posto nella tua biblioteca». E, convinto di ricorrere ad un nome bene accetto al sovrano, si appellava all'autorità di Ecateo di Abdera, che nelle sue Storie d'Egitto tanto spazio aveva dedicato alla storia ebraica. L'argomento di Ecateo, come lo riferisce Demetrio, era piuttosto curioso. Suonava all'incirca così: «Nessuna meraviglia se per lo più gli autori, i poeti, e la turba degli storici non hanno fatto cenno di quei libri e degli uomini che sono vissuti e vivono in accordo con essi: non a caso se ne sono astenuti, in ragione dell'elemento sacro che è in essi».

Quando i rotoli erano già duecentomila, durante una visita del re alla biblioteca, Demetrio tornò sull'argomento. «Mi dicono - così si rivolse al sovrano - che anche le leggi degli Ebrei sono libri degni di copiatura e di sistemazione nella tua biblioteca». «D'accordo - rispose Tolomeo -, e cosa ti impedisce di provvedere a questa acquisizione? Come sai, hai ai tuoi ordini tutto quanto occorre, uomini e mezzi». «Ma bisogna tradurli - fece osservare Demetrio -, sono scritti in ebraico, non in siriaco, come generalmente si crede; è tutta un'altra lingua».

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Pagina 32

[...] «Da ciascun popolo», informa un trattatista bizantino, «furono reclutati dotti, i quali, oltre che padroneggiare la propria lingua, conoscessero a meraviglia il greco: a ciascun gruppo furono affidati i relativi testi, e così di tutto fu allestita una traduzione in greco». La traduzione dei testi iranici attribuiti a Zoroastro, oltre due milioni di versi, fu ricordata ancora secoli dopo come un'impresa memorabile. Al tempo di Callimaco, che compilava i cataloghi degli autori greci divisi per armadi, Ermippo, suo scolaro, pensò di emularlo, e forse in cuor suo di superarlo, confezionando gli indici di questo paio di milioni di versi, rispetto ai quali le poche decine di migliaia di esametri dell' Iliade e dell' Odissea facevano la figura di minuscoli breviari. Quei dotti furono gli unici che godettero, in un certo periodo della storia della biblioteca, della visione abbagliante, poi sogno di scrittori fantastici, dei libri di tutto il mondo. Ansia di totalità e volontà di dominio non dissimili dall'impulso che spingeva Alessandro, secondo le parole di un antico retore, a cercare di «varcare i confini del mondo». Ed anche di lui si era sostenuto che a Ninive avesse voluto una biblioteca di dimensioni imponenti, per la quale aveva fatto allestire traduzioni di testi caldei.

Il disegno perseguito dai Tolomei e messo in pratica dai loro bibliotecari non era dunque soltanto la raccolta dei libri di tutto il mondo ma anche la loro traduzione in greco. Naturalmente poteva trattarsi anche di rielaborazioni e compendi in greco, come furono ad esempio le Storie egizie di Manetone, un sacerdote originario di Sebennito (un paese del Delta) e operante a Eliopoli. Manetone rielaborò decine e decine di fonti, rotoli conservati nei templi, liste di sovrani e delle loro imprese; così come Megastene, ambasciatore del re Seleuco di Siria alla corte indiana di Pataliputra, aveva fatto con tante fonti indiane.

Con le armi dei Macedoni, i Greci erano divenuti in pochi anni casta dominante nell'intero mondo conosciuto: dalla Sicilia al Nord-Africa, dalla penisola balcanica all'Asia minore, dall'Iran all'India, all'Afghanistan, dove Alessandro si era arrestato. I Greci non impararono le lingue dei loro nuovi sudditi ma compresero che per dominarli bisognava capirli, e che per capirli bisognava far tradurre e raccogliere i loro libri. Così nacquero biblioteche regie in tutte le capitali ellenistiche: non soltanto come fattore di prestigio ma come strumento di dominio. E un posto di rilievo lo ebbero, in quest'opera sistematica di traduzione e di raccolta, i libri sacri dei popoli dominati, perché la religione era, per chi intendeva governarli, come la porta della loro anima.

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Pagina 45

VIII
Nella gabbia delle muse



Dentro il Museo però la vita non era affatto tranquilla. «Nella popolosa terra d'Egitto - ghignava un poeta satirico contemporaneo - vengono allevati degli scarabocchiatori libreschi che si beccano eternamente nella gabbia delle Muse». Timone, il filosofo scettico cui si debbono queste parole, sapeva che ad Alessandria, lui dice vagamente «in Egitto», c'era il favoloso Museo: e lo chiama «la gabbia delle Muse» alludendo appunto alla sembianza di uccelli rari, remoti, preziosi, dei suoi abitatori. Dei quali dice che «vengono allevati» anche alludendo ai privilegi materiali concessi loro dal re: il diritto ai pasti gratuti, lo stipendio, l'esenzione dalle tasse.

Li chiamava charakitai intendendo «che fanno scarabocchi» sui rotoli di papiro, con un voluto gioco di parole con charax, «il recinto», dietro il quale quegli uccelli da voliera di lusso vivevano nascosti. E per dimostrare che se ne poteva fare a meno, che tutto il mistero e la riservatezza che li circondava copriva in realtà il vuoto, il nulla, sprezzante diceva ad Arato, il poeta dei Fenomeni che spesso lo frequentava, di adoperare, di Omero, «le vecchie copie», non quelle «ormai corrette», con allusione alla fatica profusa da Zenodoto di Efeso, primo bibliotecario del Museo, sul testo dell' Iliade e dell' Odissea.

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Pagina 47

Una classificazione generale la tentò Callimaco, con i suoi Cataloghi suddivisi per generi, corrispondenti ad altrettanti settori della biblioteca: Cataloghi degli autori che brillarono nelle singole discipline era il titolo del colossale catalogo, che da solo occupava ben centoventi rotoli. Questo catalogo dava un'idea della sistemazione dei rotoli. Ma non era certo una pianta o una guida. Solo molto più tardi, al tempo di Didimo, se ne compilarono. I Cataloghi di Callimaco servivano solo a chi fosse già pratico. E, comunque, basato com'era sul criterio di elencare soltanto gli autori che avevano «brillato» nei vari generi, il repertorio callimacheo doveva rappresentare una scelta, sia pure amplissima, dal catalogo completo. Epici, tragici, comici, storici, medici, retori, leggi, miscellanee sono alcune delle categorie: sei sezioni per la poesia e cinque per la prosa.

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Pagina 86

XIV
La biblioteca



La chiave è nella tomba di Ramsete. Neanche qui è stata trovata la biblioteca dai moderni scavatori. Ma Ecateo non ha barato, è stato solo frainteso. Nonostante noi lo leggiamo nel compendio che ne fece Diodoro, una indicazione era rivelatrice: «di seguito alla biblioteca ci sono le immagini di tutti gli dei egizi». Come potrebbe una sala essere «di seguito» ad un rilievo? «Biblioteca» (bibliothéke) vuol dire però, innanzi tutto, «scaffale»: scaffale sui cui ripiani si depongono i rotoli, quindi ovviamente anche l'insieme dei rotoli, e solo per traslato la sala (quando si cominciò a costruirne) in cui erano collocate «le biblioteche». La «sacra biblioteca» del mausoleo non è dunque una sala, bensì uno scaffale, o più d'uno scaffale, ricavato lungo uno dei lati del peripato.

Essa si trova appunto tra il bassorilievo colorato raffigurante il re che offre agli dei il ricavato delle miniere e le raffigurazioni degli dei egizi. Come in calce al rilievo raffigurante l'offerta mineraria è iscritta la cifra indicante l'ammontare dell'offerta, così al di sopra della «biblioteca» c'è un'iscrizione: «Luogo di cura dell'anima».

Così si comprende l'indicazione relativa alla sala sontuosa, con i triclini. Di essa, che è circolare, si dice che, in un punto, «ha il muro in comune con la biblioteca». Strana precisazione, all'apparenza, dal momento che tutti gli ambienti che si susseguono nel mausoleo hanno ovviamente una parete in comune con quelli via via contigui. Ma, una volta inteso di che genere di «biblioteca» si tratti, la precisazione fornita solo questa volta acquista senso, appare anzi necessaria: la sala sontuosa ha il muro in comune col peripato nel punto in cui è ricavata la biblioteca.

Riepilogando. Lungo il peripato del mausoleo di Ramsete vi sono molti vani adornati di raffigurazioni di ogni genere di cibi prelibati. Procedendo lungo il peripato «è dato incontrare» il bassorilievo con il re che offre i prodotti delle miniere; di seguito c'è la biblioteca; quindi le immagini degli dei egizi con il re che rende omaggio ad Osiride. Nella sala sontuosa, infine, contigua al peripato in corrispondenza della biblioteca, è sepolto, in collocazione alquanto anomala, il corpo del sovrano.

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Pagina 92

XVI
Dialogo di Giovanni Filopono
con l'emiro Amr ibn al-As
in procinto di incendiare la biblioteca



«Ho conquistato la grande città dell'Occidente - scriveva Amr ibn al-As al califfo Omar dopo aver issato la bandiera di Maometto sulle mura di Alessandria - e non mi è facile enumerare le sue ricchezze e le sue bellezze. Mi limiterò a ricordare che conta quattromila palazzi, quattromila bagni pubblici, quattrocento teatri o luoghi di divertimento, dodicimila negozi di frutta e quarantamila Ebrei tributari. La città è stata conquistata con la forza delle armi e senza trattato. I musulmani sono impazienti di godere il frutto della vittoria».

Era il venerdì della nuova luna di Moharram, nel ventesimo anno dell'egira, corrispondente al 22 dicembre dell'anno 640 dell'era cristiana. Da Costantinopoli, l'imperatore Eraclio, che pochi anni prima aveva dovuto riconquistare la città contro i Persiani, ormai minato nel fisico, ordinava disperate controffensive per il recupero della metropoli. Secondo il cronista Teofane, morì di idropisia poche settimane dopo, nel febbraio del 64l. Per ben due volte i generali bizantini rimisero piede nel porto di Alessandria, e altrettante volte ne furono scacciati da Amr. Il quale, nonostante il califfo avesse respinto ogni idea di distruzione e di saccheggio, esasperato dai ripetuti attacchi nemici, mantenne fede alla promessa di rendere Alessandria «accessibile da ogni parte come la casa di una prostituta» e fece smantellare le torri e buona parte delle mura. Frenò, però, i suoi uomini dal saccheggio al quale erano protesi, e, nel punto preciso in cui, con la parola, li aveva sedati, eresse la moschea della Clemenza.

Amr non era un incolto guerriero. Quando, quattro anni prima, aveva occupato la Siria, aveva convocato il patriarca e gli aveva posto sottili, quando non imbarazzanti, questioni intorno alle sacre scritture e alla pretesa natura divina di Cristo. Aveva persino domandato di verificare nell'originale ebraico l'esattezza della resa in greco di un passo della Genesi, ricorrendo al quale il patriarca aveva inteso suffragare le proprie vedute.

Al tempo in cui occupò Alessandria, era ancora vivo, secondo Ibn al-Qifti nella Storia dei sapienti (ma c'è chi invece ne dubita), il vecchissimo Giovanni Filopono, l'infaticabile, com'è riconosciuto dal suo bel soprannome, commentatore di Aristotele. Giovanni era cristiano (apparteneva alla fratellanza cristiana dei «Filoponi»), ma aristotelico, onde con estrema facilità era scivolato nell'eresia. Aveva composto un trattato Sulla enòsi, nel quale pretendeva che le tre persone della trinità non fossero che un'unica natura, sia pure - diceva - in triplice ipostasi.

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Pagina 106

Questo dissero ad Amr i due amici. Tralasciarono entrambi, quasi fossero già prima d'accordo, di ricordare quel passo di Plutarco nella Vita di Cesare, dove, non si sa bene perché, il biografo sostiene che il fuoco «sviluppandosi a partire dall'arsenale» aveva distrutto «la grande biblioteca». Non che gli volessero nascondere un argomento a prima vista sfavorevole per loro: sapevano bene che Plutarco era confutabile, che la biblioteca, se così si vuol chiamare il Museo, non era affatto vicina agli arsenali, che probabilmente Plutarco aveva frainteso una fonte che parlava - come fa Cassio Dione - di «depositi di libri» (bibliothékas) ed aveva immaginato un apocalittico rogo del Museo. Già molto avevano preteso dall'attenzione e dalla pazienza di Amr. Inutile, pensarono, confondergli le idee.

Mentre si concedevano una pausa, ed Amr ripercorreva tra sé, con assorta ammirazione, il rigoroso ragionamento, l'inviato di Omar, appena sbarcato ad Alessandria, raggiunse l'emiro nella dimora di Giovanni. Il suo ingresso destò i tre dalla conversazione interiore che ciascuno, quasi naturalmente, aveva proseguito. Nel susseguirsi delle loro discussioni, in quei giorni di attesa, essi erano, per così dire, ritornati nel passato, trascinativi dall'indagine stessa alla quale si erano dati. Ora ritornavano d'un tratto nel presente. Amr lesse il messaggio: «Quanto ai libri che tu hai nominato», scriveva Omar, «ecco la risposta: se il loro contenuto si accorda con il libro di Allah, noi possiamo farne a meno, dal momento che, in tal caso, il libro di Allah è più che sufficiente. Se invece contengono qualcosa di difforme rispetto al libro di Allah, non c'è alcun bisogno di conservarli. Procedi e distruggili». È facile immaginare la delusione e lo sconforto dei due, ma forse bisognerebbe dire dei tre. Eppure cos'altro c'era da aspettarsi da un devoto bigotto come Omar - rimuginava Amr -: da uno che era stato capace, pare, di impedire al profeta, morente, di dettare un secondo libro, sempre in omaggio al concetto che nel Corano vi era già tutto?

Ad esiti opposti - pensava dal canto suo Giovanni - può dunque condurre una analoga intensità di fede: nel simposio dei sapienti come lo racconta Aristea, i settantadue dottori ebrei avevano soddisfatto ogni più stravagante quesito del re con il richiamo alla coerenza col volere di dio; ora il califio, nella sua schematica risposta, tutto riduce alla coerenza con il libro di dio (che lui chiama Allah); eppure - constatava desolato - quelli avevano dato mano all'incremento di una biblioteca già immensa, questo barbaro al contrario sancisce, in virtù di un rozzo sillogismo, la distruzione di quel tesoro.

Non era possibile, né di buon gusto, rimanere ancora. In silenzio, evitando inutili formalità, Amr lasciò per sempre la casa di Giovanni. Ligio al responso del califfo, incominciò l'opera di distruzione. Distribuì i libri tra tutti i bagni di Alessandria perché fossero usati come combustibile delle stufe che li rendevano così confortevoli. «Il numero di questi bagni - scrive Ibn al-Qifti - era ben noto, ma io l'ho dimenticato» (come sappiamo da Eutichio, erano quattromila). «Si narra - prosegue - che ci siano voluti ben sei mesi per bruciare tutto quel materiale».

Furono risparmiati soltanto i libri di Aristotele.

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Pagina 144

7
Congetture



All'origine della pluralità di opinioni contraddittorie intorno al destino dei libri di Alessandria vi è la non chiara idea della topografia del Museo. I punti in discussione sono stati due: a) la biblioteca era un edificio a sé o si identificava col Museo? b) era o no all'interno del palazzo reale?

A rigore si potrebbe dire che si tratti di due interrogativi facilmente risolubili, e che forse non dovevano neanche sorgere, dal momento che: a) Strabone (XVII,1,8) elenca gli edifici costituenti il Museo e non indica un edificio a sé per la biblioteca, b) non solo Strabone, nel passo ora citato, ma anche Tzetzes nel De comoedia (p. 43 Koster) pongono chiaramente la biblioteca del Museo «dentro la reggia» [...] in opposizione a quella del Serapeo, che era «fuori». Se dunque la discussione è sorta (né poteva risolversi con una verifica in loco poiché nulla è sopravvissuto), ciò dipende dal fatto che in alcune fonti (Gellio, Plutarco, Ammiano Marcellino) affiora la notizia di un «incendio» della «grande biblioteca». La fiducia accordata a queste notizie - discutibili in realtà, come si è detto - comporta alcune conseguenze:

a) Poiché la dinamica dell'incendio è molto chiara dalle fonti superstiti ed esso risulta appiccato nel porto e sviluppatosi intorno al porto, si è cercato di dare alla biblioteca (contro le esplicite indicazioni di Strabone e di Tzetzes) una collocazione vicino al porto;

b) Poiché il Museo come tale ha continuato tranquillamente a prosperare ed una serie continua di fonti letterarie e documentarie - a cominciare proprio da Strabone - ne assicura la felice e mai interrotta esistenza, si è finito col pensare ad una biblioteca (preda dell'incendio) distinta dall'edificio del Museo.

Naturalmente era strano che la biblioteca fosse andata in fuoco ed il Museo no. Allora si sfumava in vario modo la 'distanza' tra Museo e biblioteca!

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Pagina 150

La tenace persistenza di dubbi contro la confusa tradizione relativa all'incendio cesariano spiega anche il tono polemico di Wendel nella pagina citata prima. La più appassionata, ma poco argomentata e poco conclusiva difesa della tesi negatrice dell'incendio si deve all'amatore americano di cose antiche Edward Alexander Parsons nel volume del 1952 The Alexandrian Library, Glory of tbe Hellenistic World (pp. 288-319).


La discussione è viziata alla base. Il dato di partenza dovrebbe essere la coincidenza, nella cifra quarantamila rotoli, tra Seneca (Tranq. animi, 9,5) ed i migliori codici di Orosio. Invece proprio il dato presente in Seneca viene attaccato. White (p. xxxiv, nota) lo liquida inìmaginando che Seneca abbia gettato lì a caso un numero che «a qualunque romano del suo tempo doveva sembrare sufficientemente alto come patrimonio di una biblioteca», e invoca - a questo proposito - lo strambo argomento che a Roma c'erano molte Biblioteche ma di piccole dimensioni. Wendel, il quale ben ricorda che Seneca dipende da Livio, più sbrigativamente corregge il testo di Seneca perché altrimenti la memorabile distruzione della biblioteca finirebbe col vanificarsi. Cosa sarebbero infatti quei pur pregevoli 40.000 rotoli a fronte dei 490.000 che, secondo Tzetzes (p. 43 Koster), la biblioteca possedeva già al tempo di Callimaco?

È chiaro d'altronde che, stabilito il nesso Livio-Seneca-Orosio intorno alla 'modesta' cifra di 40.000 rotoli, le iperboliche cifre dì Gellio (e del suo derivato Ammiano), i quali parlano di 700.000 rotoli bruciati, perdono ogni credito. E si rivelano per quello che probabilmente sono: una congettura sviluppatasi secondo il seguente schema: a) la biblioteca fu distrutta, b) i rotoli erano 700.000, c) ergo furono bruciati 700.000 rotoli.


Se quei 40.000 rotoli distrutti nell'incendio (perché si trovavano «per caso» nei depositi portuali) appartenevano anch'essi alla biblìoteca regia (o perché davvero, come suggeriva Parthey, Cesare ve li aveva fatti trasportare, o per qualunque altra ragione a noi ignota), essi non erano che una infima parte della immensa dotazione della biblioteca di Alessandria.

Conviene dunque rimuovere, dalla storia della tradizione dei testi antìchi, la terribile frattura che la perdita di una tale biblioteca, ove davvero fosse avvenuta, avrebbe rappresentato.

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