Copertina
Autore Antonio Canu
Titolo Sardegna
EdizioneMuzzio, Roma, 2007, Paesaggi naturali italiani 2 , pag. 164, ill., cop.ril., dim. 9,5x19,5x1,2 cm , Isbn 978-88-7413-134-1
CuratoreAntonio Canu
LettoreSara Allodi, 2007
Classe natura , viaggi , regioni: Sardegna
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Indice

Introduzione                              3

Presentazione                             8

Il paesaggio                             10


Monte Limbara                            24

Monte Arci                               27

Monte Linas                              30

Settefratelli-Monte Genis                31

Monte Albo                               33

Giara di Gesturi                         37

Stagni dell'Oristanese                   43

Stagno S'Ena Arrubia                     46

Stagno di Santa Gilla                    48

Stagno di S. Teodoro e
Stagnetti di Budoni                      50

Foci del Coghinas                        52

Capo Pecora                              58

Capo Caccia e Punta Giglio               59


Itinerario tra i boschi                  81



Le aree protette della Sardegna         102


1.  Parco Nazionale del Gennargentu
    e Golfo di Orosei                   104

2.  Parco Nazionale dell'Arcipelago
    della Maddalena                     108

3.  Parco Nazionale dell'Asinara        110

4.  Riserva Naturale di Molentargius    114

5.  Riserva Naturale Pauli Maiori       116

6.  Riserva Naturale di Porto Conte     118

7.  Riserva Naturale di Tepilora        120

8.  Area protetta marina Penisola       122
    del Sinis Isola Mal di Ventre

9.  Area marina protetta di Tavolara    124
    P. Coda Cavallo

10. Area marina protetta                128
    di C. Carbonara

11. Monumenti naturali                  130

12. Oasi LIPU Carloforte                134

13. Oasi WWF di Monte Arcosu            136

14. Oasi WWF Le Steppe                  138


Itinerari: agriturismi e alberghi       140

Postfazione                             160

Indice                                  162

 

 

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Il Paesaggio


Immaginiamo che le Colonne d'Ercole non c'entrino nulla con lo stretto di Gibilterra, ma siano invece, da sempre, nel Canale di Sicilia.

Ecco, se fosse così, dovremmo correggere parte della storia che conosciamo. E, forse, risolvere qualche mistero. Chi non ha mai sentito parlare di Atlantide, l'isola felice, l'isola incantata? Con i suoli e le rocce ricchi di minerali e metalli preziosi? L'isola d'Argento. Secondo quanto scrive Platone, Atlantide si trovava a occidente delle Colonne d'Ercole e quindi situata in qualche parte dell'Oceano Atlantico. Già, ma se le Colonne d'Ercole fossero da sempre nel Canale di Sicilia, il mare subito a ovest non sarebbe più l'Atlantico perché è ancora Mediterraneo.

Dove esisterebbe un'isola che i Greci chiamavano Agyròphleps nesos, l'isola delle vene d'argento. E che ha tutte le caratteristiche per essere Atlantide o meglio di quello che resta. Si, perché attorno al 1175 a.C. un maremoto, un'ondata di marea impressionante s'abbatté sull'isola e costrinse gli abitanti a ripararsi verso l'interno o fuggire verso nuovi lidi. Si ricorda come lo schiaffo di Poseidone. Secondo un'appassionante raccolta di indizi e suggestive interpretazioni, il giornalista Sergio Frau arriva alla conclusione che le Colonne d'Ercole non sono a Gibilterra ma nel Canale di Sicilia e che la candidata naturale ad essere Atlantide è proprio la Sardegna. Un'ipotesi che ha vari riscontri e che ha ricevuto molto interesse e appoggio tra studiosi ed esperti di varie discipline.

Nell'isola di Atlantide c'erano pianure coltivate, foreste con alberi di specie sconosciute e molte miniere. L'abitava un popolo fiero e potente. Che quando fu costretto a fuggire verso altre terre portando con sé la cultura nuragica, raggiunse anche la costa tirrenica: secondo Plutarco, i nuovi arrivati si facevano chiamare Etruschi.

Era scomparsa dalla Storia, criptata dalla Geografia. Era un'isola reale senza nome, la Sardegna del II millennio a. C., persa nel West dei Greci più antichi. Ed era un'isola con un nome mitico ma senza nessuna realtà geografica, l'isola di Atlante e di Platone, persa nel Far West dei Greci più antichi. Fossero davvero queste, le due facce, le due storie della stessa isola come ormai mille e mille indizi ormai fanno sospettare sarebbe l'anello che mancava per ricomporre la lunga catena della nostra Prima Storia: così scrive Sergio Frau, nel volume Atlantikà (Nur Neon).


Leggenda e mito a parte, la Sardegna è comunque una terra speciale. A cui si guarda con occhi e intensità diversi. Da una parte la Sardegna usa e getta, quella delle coste dai nomi inventati che fanno tanto presa sui vacanzieri, e quella vera, un po' Atlantide, un po' continente.

Si perché, più che un'isola, la Sardegna sembra davvero un continente. Come ha scritto il grande archeologo sardo Giovanni Lilliu, "Un frammento di un vecchio continente alla deriva".

Un microcontinente che non ha nulla di italiano, almeno geologicamente. Il resto d'Italia, compresa la Sicilia, è costituita in massima parte da rocce "africane" e si è formata come conseguenza delle varie collisioni subite dal margine africano.

La Sardegna, no. Come vedremo, ha origini e struttura diverse.

Circa 28-30 milioni di anni fa, un pezzo del continente europeo, si stacca dall'originaria posizione, tra Provenza e Catalogna, e ruota con un movimento a tergicristallo verso sud-est. Quel frammento conteneva la Corsica, la Sardegna e un segmento di catena alpina. Il viaggio alla deriva di quel blocco sardo-corso impiega dai 12 ai 14 milioni di anni fino a scontrarsi con la placca africana. Quello che segue è la formazione di un oceano nel vuoto che si creò alle spalle, il Bacino algero-provenzale, e la costruzione di un nuovo sistema orogenico, gli Appennini ancestrali.

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La prima presenza dell'uomo risale a circa 300.000 anni fa, nel Paleolitico inferiore o Antico. A datarla è stato un gruppo di archeologi, dopo aver esaminato un resto di un uomo, una falangetta, trovata nella Grotta Nurighe del Monte Cuccureddu, vicino Cheremule (SS). Luomo fu chiamato Nur. Prima di allora, come ipotesi si risaliva ad oltre 150.000 anni fa.

I segni, un gran numero di strumenti di selci, furono scoperti alla fine degli anni '70 del Novecento, lungo le sponde del rio Altana di Perfugas, nella Sardegna settentrionale. E ancora prima si era datata intorno a 20.000 anni fa. A rivelarla alcuni resti trovati nella Grotta Corbeddu, nella Vallata di Lanaittu nel territorio di Oliena. Una grotta che prende il nome da Giovanni Battista Salis, detto "Corbeddu", il più famoso dei banditi sardi di fine Ottocento: sembra che si rifugiasse proprio in quella grotta.

Gia la civiltà nuragica cambiò l'aspetto naturale dell'isola: quel popolo penetrò negli angoli anche più impervi, dedicandosi alle attività agropasturali. Soprattutto la pastorizia, condotta allo stato brado, ha lasciato i segni più evidenti nella vegetazione. Con i Romani, la Sardegna diventa una delle riserve cerealicole della città eterna con la monocoltura del grano, produceva circa 700.000 quintali - e si mettono a coltura anche nuovi alberi da frutta. Vi era una Sardegna delle pianure coltivate e una Sardegna delle montagne. Con il Medioevo, aumentano le colture, legate anche alla diffusione dei villaggi.


A partire dalla seconda metà dell'Ottocento il paesaggio sardo ha subito sensibili trasformazioni causate per lo più dallo sfruttamento delle miniere e delle foreste e più recentemente alle bonifiche agrarie della prima metà del Novecento.

Il processo di meccanizzazione dell'agricoltura in pianura siamo negli anni '50 del Novecento ha portato all'abbandono delle coltura di montagna e il conseguente avvento in queste aree della pastorizia. Con quello che ne è seguito, a cominciare dagli incendi.

Gli anni `60 del Novecento segnano la crisi economica e la migrazione verso il nord industriale. S'abbandonano così le campagne e anche i paesi cambiano volto: dall'architettura tradizionale, si passa a forme disordinate, di cemento, quasi sempre "non finite", caratteristica questa, tipica dell'Italia meridionale. Con l'industrializzazione dell'isola, un miraggio fallimentare, s'aprono altre ferite sul territorio: impianti, strade, inquinamento. Insomma un altro attacco al paesaggio armonico e tradizionale che aveva comunque resistito al tempo. E siamo agli anni recenti, quando è un altro modello di sviluppo a sfigurare lunghe strisce di costa: è la corsa al cemento per le seconde case, i villaggi dei vip e degli anonimi vacanzieri, degli stabilimenti balneari. storia recente, è storia che può ripetersi, ma che per ora è stata bloccata da una buona legge di tutela voluta dalla Regione Autonoma Sarda.

Di questo lungo cammino, quello che ancora anima il ricordo, che cattura lo sguardo, che fa sentire la Sardegna un luogo diverso, sono le distese a campi, i pascoli, le macchie, gli altopiani, dove s'alzano nuraghi e villaggi di pietre, dove corrono muretti a secco, come a segnare la storia.

La Sardegna ha una bassissima densità demografica: dalla fine del 500 all'inizio del 1900 si è passati dai 10 abitanti per kmq ai 35. Una caratteristica che ha rallentato sicuramente i processi di trasformazione del territorio che invece hanno accelerato nel tempo e nello spazio a cominciare dall'ultimo dopoguerra. Con gli attuali 68 abitanti per kmq è la regione italiana a più bassa densità demografica.


Il clima della Sardegna è tipicamente mediterraneo, insulare, temperato-caldo e bistagionale, cioè un periodo caldo-arido e un periodo freddo-umido che si alternano nel corso dell'anno, intervallati da due stagioni intermedie.

L'isola è occupata in gran parte da colline, il 67,9%, seguite dalle pianure, il 18,5%, e dalle zone montuose, il restante 13,6%.

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Postfazione


La Sardegna è un po' la nostra Africa. In alcuni tratti sembra di esserci davvero, in Africa. Capita nelle steppe, per esempio. O ammirando i fenicotteri a Sale Porcus o intorno Cagliari. Ferme immagini di una natura selvaggia che mal si associano con quelle patinate della Sardegna delle vacanze. Quando le coste brulicano di un popolo chiassoso ed esigente. Con il seguito di cementificazione che ha violentato litorali un tempo bellissimi. Con quei nomi freddi perché artificiali: Costa Smeralda, Turchese, Paradiso.

Non lasciamocela sparire di nuovo sotto due milioni metri cubi di cemento vagheggiati da chi non la ama davvero.

Scrive il giornalista Sergio Frau. Ed è così.


Nel 1955 le coste orientali della Gallura erano deserte, frequentate soltanto dai pescatori maddalenini. In quell'anno un industriale del nord, comprò l'isola di Mortorio e un tratto della costa antistante. Tre anni dopo nasce la Costa Smeralda. Cioè l'inizio di una nuova storia.

A proposito: quel tratto di costa si chiamava Monti di Mola. E quello battezzato poi Costa Paradiso, Li Rosi Marini. Non erano più belli, più veri?

Una vecchia donna della Gallura raccontava:

"Qua noi questi continentali li abbiamo ben bene ingannati... abbiamo venduto tutte le terre vicino al mare...."

Già. Perché i sardi del mare hanno avuto sempre un po' timore: da qui sbarcavano gli invasori. Più a loro agio all'interno, dove ci si difendeva meglio. Non è certo colpa di quella vecchia o del pastore: quelle terre non erano produttive per il loro modello di vita. Lo erano invece per chi aveva annusato l'affare: e gli affari sono affari e così c'è chi ne ha fatti a mucchi, cominciando con il comprare a prezzi stracciati quella che è diventata una risorsa impagabile.

Oggi la Regione Autonoma della Sardegna ha messo sotto protezione le coste. Chissà che non sia un altro cambio di storia.

E di cambi di storia, c'è bisogno per l'intera isola.

La Sardegna ha una grande opportunità. Quella di puntare ad una gestione sostenibile del suo territorio e delle sue risorse. Una scommessa fino a qualche tempo fa impensabile, ma sempre meno utopica. A proposito di risorse: la Sardegna ha natura, paesaggi, spazi liberi, pezzi sparsi di storia, cultura e passaggi dell'uomo. Potrebbe vivere di questo e mantenere altre attività produttive compatibili o complementari, quali la pastorizia, l'artigianato, l'agricoltura. Per un turismo che sia a misura di isola, che sia per tutto l'anno, che si disperda e non si concentri in pochi luoghi, che venga a contatto con il territorio e non lo sfrutti per pochi giorni e per pochi metri.

La scommessa è questa. E dilatando i confini, perché non si raggiungono obiettivi concreti se non si è parte di un processo più vasto e complesso. La Sardegna ha un ruolo strategico nel Mediterraneo: e senza attingere agli ipotetici fasti del passato mi riferisco ad Atlantide può essere invece un traino per politiche di tutela e sviluppo nel piccolo-grande bacino di casa. Così si sta movendo il WWF con la conservazione ecoregionale, così dovrebbe essere l'approccio più generale da parte dei governi del Mediterraneo.

La Sardegna questa missione può e deve farla.

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